18.06.05

Afterhours al Nuvolari

After110605b.JPG

Hanno giocato al risparmio gli Afterhours, , sabato 12 giugno per il concerto al Nuvolari Libera Tribù di Cuneo. Un'ora e venti di musica, contando una prima parte di un'ora e dieci, più due uscite con tre canzoni per volta: 20 pezzi in totale. Comunque il meglio del gruppo è saltato fuori a più riprese, p. es. nella roboante sequenza iniziale (L'estate, Ballata per la mia piccola iena, Sui giovani d'oggi ci scatarro su, Dea) nella grintosa rilettura di alcuni classici come Strategie, Male di miele, Veleno, Plastilina; nell'interessante riarrangiamento al pianoforte di alcuni brani come Ci sono molti modi, Pelle, Carne fresca…Splendida l'interpretazione vocale di Manuel Agnelli, asse portante attorno al quale suonano magistralmente gli altri componenti della band, ormai sta collaudati. Assente Mr Dulli. La scaletta completa della serata prevedeva:
-da Ballate per piccole iene: oltre al singolo, E ' la fine quella più importante (micidiale), La sottile linea bianca, Carne fresca, Ci sono molti modi, Il sangue di Giuda (magistrale) e Il compleanno di Andrea;
-da Hai paura del buio?: Sui giovani d'oggi ci scatarro su, Dea, Rapace, Male di miele, Veleno, Pelle;
-da Germi: Plastilina, Strategie, Porno quando sei intorno;
-da Quello che non c'è: Sulle labbra, Bye bye Bombay, Quello che non c'è;
-da Non è per sempre: L'estate.

Inutile ribadire quanto incredibilmente i pezzi nuovi, preponderanti, si sposino benissimo per tematiche con i pezzi vecchi, soprattutto quelli di Hai paura del buio? e di Germi, ma anche quelli del penultimo disco. Certo, personalmente avrei ascoltato volentieri un sacco di brani lasciati fuori: La vedova bianca e Male in polvere in primis!, ma anche Vieni dentro, Posso avere il tuo deserto, Vorrei leccarti l'adrenalina, Varanasi baby, La gente sta male, Tutto fa un po' male, Non si esce vivi dagli anni ottanta e chi più ne ha più ne metta. Sarà per la prossima volta. Vale la pena comunque di andare a vedere gli Afterhours dal vivo anche solo per sentire come suonano i pezzi del bellissimo nuovo album.

Posted by SergioG at 10:57

16.05.05

CONCERTI VARI ESTATE 2005

Per il TRAFFIC FREE FESTIVAL di Torino, 29-30 giugno, 1-2 luglio sono annunciati i seguenti artisti:

3QUIETMAN
808 STATE
BRIGHT EYES
CARMEN CONSOLI
EIFFEL 65
THE FAINT
JAGA JAZZIST
DJ MARLBORO
MARTIN GORE
NEW ORDER (SABATO 2 LUGLIO - PARCO DELLA PELLERINA) !!!

PAN SONIC
PARKS & PICKERING
PEACHES
PERTURBAZIONE
VIRGINIA RODRIGUES
SHAUN RYDER
THROBBING GRISTLE (MERCOLEDI' 29 GIUGNO - FONDERIE LIMONE, MONCALIERI)
EMILIANA TORRINI
ROKIA TRAORE’
TONY WILSON

LUOGHI:
PARCO DELLA PELLERINA
MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA
MURAZZI DEL PO | SPAZIO 211
LIMONE FONDERIE TEATRALI MONCALIERI
IMBARCO PEROSINO | KM5 | LAB
BROCANTE


A COLLEGNO (To) per COLONIA SONORA, si esibiranno:

17-06 Vallanzaska
23-06 Roy Paci & Aretuska
24-06 Afterhours
28-06 Statuto
05-07 Fratelli di Soledad
07-07 Mambassa
08-07 Negramaro
15-07 Negrita
20-07 Bandabardò
23-07 Puncreas
25-07 Porcupine Tree


Al NUVOLARI LIBERA TRIBU' di CUNEO:

Per il momento sono stati resi noti i seguenti concerti:

9 giugno Negramaro
10 giugno Lou seriol (+ ospiti tra cui Sergio Berardo e Nux Vomica)
11 giugno Afterhours
14 giugno Pantarei
16 giugno Perturbazione
17 giugno Sud Sound System and Bag A Riddim Band
18 giugno Ganjamama
21 giugno Mambassa + Aclinfestival
23 giugno Mercanti di Liquore
25 giugno Fratelli Sberlicchio
26 giugno Bandabardò
28 giugno A Toy Orchestra
29 giugno Tom Principato e Yhe Powerhouse
30 giugno Neck
In arrivo a luglio: Linea 77, Jennifer Gentle, Antony & The Johnsons, Seed

Per informazioni: tel. 0171 699190

Posted by SergioG at 13:16

07.05.05

MARLENE KUNTZ - 28/04 TORINO, HIROSHIMA

[…] "Per intervalli sospesi al di là d'ogni clausola, due note venivano dai silenzi, quasi dallo spazio e dal tempo astratti, ritenute e profonde, come la cognizione del dolore: immanenti alla terra, quandoché vi migravano luci ed ombre. E, sommesso, venutogli dalla remota scaturigine della campagna, si cancellava il disperato singhiozzo."
Carlo Emilio Gadda - La cognizione del dolore


Certa musica è fede imprescindibile e per noi pellegrini del rock assistere alla (con)celebrazione del concerto diventa un po' come assistere al rito d'una santa messa. Quando poi a predicare sono certi sacerdoti particolarmente dotati (di strumentazione elettrificata opportunamente amplificata) la benedizione è doppia. Talvolta si sfiora pure il miracolo…
Ho visto i Marlene Kuntz così tante volte dal vivo che davvero non mi aspettavo niente in particolare, l'altra sera andando su a Torino. Proprio per questo forse non sono stato deluso. Intanto, non mi aspettavo che salisse sul palco (per primo) sua maestà Gianni Maroccolo in persona. E' stata una bella sorpresa, rafforzata poi quando alla sinistra dello storico bassista di Litfiba-Cccp-Csi-Pgr si è sistemato come quinto elemento del gruppo dietro alle tastiere e ai microfoni Mr Rob Ellis. La tensione e l'emozione di Cristiano Godano (che non ha spiaccicato nemmeno una parola per venti minuti circa, fino al primo contratto grazie, per poi sciogliersi nel finale, rinunciando a certi atteggiamenti da primadonna del passato), Luca Bergia e Riccardo Tesio insomma era palpabile, di fronte a siffatti guru della musica che li affiancavano. Un bel colpo non c'è che dire…

Maroccolo, di nero-grigio vestito e visibilmente dimagrito, non s'è di certo risparmiato, adattando per quanto possibile il suo stile e il suo modo di suonare il basso elettrico ai pezzi dei Marlene; ciò ha incuriosito davvero il pubblico più attento, anche perché il suo inserimento in generale è risultato più riuscito quando il repertorio spaziava nel primo e storico album Catartica, (che Maroccolo conosceva assai bene avendo all'epoca - periodo 1993-94 - svezzato e maturato la band cuneese ancora acerba, seguendone la prima esperienza in studio) o nei pezzi più vecchi e assoldati dei nostri (quelli de Il vile, per esempio) così come si è trovato bene nelle canzoni dell'ultimo album, Bianco sporco; faceva più fatica invece ad adattarsi ai pezzi degli album più recenti dei Marlene, ovvero quelli di Che cosa vedi e Senza peso. Questo secondo me è dipeso dal fatto che Maroccolo a differenza dei pur bravi passati bassisti dei Marlene Kuntz è uno che suona il suo strumento (fraseggiando le note) e non si limita a riempire il vuoto lasciato dalle chitarre; si sono quindi creati vuoti inconsueti nella trama musicale disegnata dai Marlene, il loro suono è parso più scarno e minimale, tra le pur consuete distorsioni delle chitarre e i ritmi sempre sostenuti della batteria; ciò ha giovato moltissimo ad alcuni pezzi che sembravano nuovi e rinati, mentre ha nuociuto ad altri. Proprio riempire questi vuoti era il non facile compito di Mr Ellis, che devo dire si è adoperato con umiltà e devozione encomiabili, usando tastiere, facendo cori, suonando percussioni, e alle volte persino limitandosi a guardare, insomma facendo quel lavoro nascosto ma indispensabile che si fa per amalgamare il suono di un gruppo. Rimarranno nella mente l'aria beatamente incantata di Riccardo in certi frangenti e le magnifiche smorfie facciali di Gianni (a proposito noi rock boys vorremmo fosse fatto santo subito).
L'acustica non sempre si è dimostrata all'altezza e spesso la voce di Cristiano era coperta dagli stridori delle chitarre o dal rimbombare del basso; il suono talvolta sembrava come costretto, imprigionato in un livello di volume forzatamente tenuto basso (esigenze dell'Hiroshima?), talvolta sembrava come se fosse ovattato, come se provenisse da una stanza adiacente, ma tutto sommato questo non ha disturbato più di tanto l'esecuzione dei pezzi che in realtà è stata assai intensa e particolarmente godibile. Il pezzo d'apertura è stato il singolo Bellezza, che pur senza i violoncelli non ha perso niente del suo fascino, grazie proprio al lavoro alle tastiere di Rob Ellis. Insolitamente affascinante sentire Cristiano cantare un pezzo così lento e melodico, con il coro della gente a coronamento in sottofondo. Poi è partita la prima parte del concerto, assai intensa ed emozionante grazie ai tanti pezzi vecchi [di Catartica in prevalenza] riproposti: micidiale la sequenza Cenere (che a me piace chiamare ancora col nome originale, La divina), Ape regina (magnifica, ma erano i Marlene o gli Einsturzende Neubauten a suonare?) e Sonica (ancora e sempre inno generazionale); poi in ordine sparso: 1°2°3°, Festa mesta, Cara è la fine, Ineluttabile (uno dei pezzi migliori di Ho ucciso paranoia, veramente notevole dal vivo), Mala mela, Primo maggio, Canzone di domani, per poi riprendere fiato con le note della suite Amen e della csiana e altalenante L'inganno. In molti siamo stati colpiti dalla forza e dall'impatto di questa prima parte di programma.
Nella seconda parte del set abbiamo potuto apprezzare canzoni [soprattutto del nuovo album] quali: Mondo cattivo, Danza (che però non mi ha convinto), A fior di pelle (penalizzata dall'acustica non buona) Schiele lei me (in versione acustica solo voce, chitarra e tastiere, veramente da brividi), La lira di Narciso (uno dei pezzi migliori di Bianco sporco), E poi il buio (che non avevo mai sentito dal vivo e che è stata veramente eseguita in modo egregio, con una grinta incredibile), A chi succhia, La cognizione del dolore. Per chiudere (sempre dall'ultimo cd): Poeti. 22 pezzi in due ore e dieci circa (mi ricordo tempi in cui dopo quaranta minuti scarsi i M.K. si accomiatavano scazzati magari dal suono incontrollabile o da certi atteggiamenti non graditi del pubblico...ora sembra finalmente prevalere un atteggiamento più professionale e responsabile, che certamente pagherà anche in futuro)
Insomma bravi i Marlene, capaci di riinventarsi e di rimettersi in gioco ritrovando nuovi stimoli e capaci di dimostrare ancora una volta - se ce ne fosse bisogno - di essere ai vertici del rock italiano. Ora occorre fare un ulteriore sforzo e mirare più in alto, osando tentare anche all'estero (E' questo il momento giusto, d'altronde se musicisti del calibro di Rob Ellis o di Greg Dulli, si mettono a suonare con i gruppi italiani ci sarà una ragione, no?)
La stessa buona impressione hanno destato al concerto del Primo Maggio di Roma, dove i Marlene, penalizzati dall'ora pomeridiana in cui hanno suonato e dalla rauca ma rabbiosa interpretazione vocale di Cristiano, hanno proposto in un crescendo corroborante Poeti, Ineluttabile e Canzone di domani. Note che, come dice Gadda, hanno "cancellato" per un po' il nostro "disperato singhiozzo".
Appuntamento allora alla prossima estate.

Posted by SergioG at 22:45

06.05.05

DEAD CAN DANCE - 24 MARZO MILANO, TEATRO DAL VERME

Purtroppo non ho potuto esserci. Il rammarico è doppio prima di tutto perché non si è potuto accedere ai biglietti per tramite di internet in quanto esauriti fin da subito, poi perché una sola data in tutta Italia è veramente troppo poco. Un peccato colossale. Ricordo un tempo in cui i Dead Can Dance suonavano a Torino nel minuscolo (e ormai mitico) Studio V di via Nizza, correva l'anno 1986, credo. Erano un gruppo di culto, ma non un gruppo d'elite, per pochi fortunati. E già allora avevano un seguito notevole e variegato nel nostro paese, fatto di giovani dark cotonati e di attempati-e intellettuali. Non mi resta dunque che riportare la cronaca di questo straordinario evento, come la descrive Raoul Duke su Rumore di maggio:

"Una serata straordinariamente adatta a se stessi quella che i Dead Can Dance scelgono per incantare Milano e l'Italia dopo molti anni di assenza dai palchi: primaverile ma fredda, pronta a chiudersi e lasciar posto alla notte con una pioggia leggera. Brendan Perry e Lisa Gerrard incantano il Teatro Dal Verme ognuno a modo proprio, senza praticamente interagire per le quasi due ore e mezza di concerto: Perry, a destra, è colui che dirige i musicisti e la loro ricca strumentazione (lira, sintetizzatori, molte percussioni, basso, chitarra, xilofono), la Gerrard si limita - per così dire - a sfoggiare una presenza eterea e nobile, resa magica dalla sua voce incredibile. Il pubblico è numerosissimo, anche oltre l'esaurito, e particolarmente rispettoso, forse data anche l'età media tutt'altro che acerba, prontissimo al silenzio assoluto e ingordo nel farsi riempire da classici come Yulunga, la splendida Severance o una The Wind That Shakes The Barley eseguita dalla sola Lisa Gerrard a cappella. Lotus Eaters, How Fortunate The Man With None, I Can See Now, Black Sun fanno tremare le ossa, il gruppo d'accompagnamento sembra ormai ben rodato pur perdendo a tratti un po' del forte senso di intimità e raccoglimento di cui necessita, ma è chiaro che tutto succede sull'asse lui-lei. Genio terreno e ispirazione spirituale lottano e si avvinghiano, il suono puro e perfettamente levigato si avvolge intorno a una voce che rischia sfrontatamente di finire sopra le righe, ma che al termine di tutto si ricorda come un miraggio celestiale. Al termine della serata in molti si accalcano per prenotare il doppio cd contenente la registrazione della serata disponibile da lì a breve in edizione limitata, cosicché chi avesse additato questo tour estemporaneo come un semplice catalizzatore di moneta possa ritenersi soddisfatto: la versione completa della storia, tuttavia, non può tralasciare un'esibizione commovente e ancora unica.

Non avevo alcun dubbio a riguardo. Spero un giorno di entrare in possesso del cd con il concerto di Milano (TUTTE LE 500 COPIE DEL DOPPIO CD DI OGNI CONCERTO EUROPEO SONO PRATICAMENTE ESAURITE) . Intanto la mia memoria va, come fosse ieri, ad un'altra incerdibile e magica serata che i nostri avevo tenuto al Teatro Colosseo di Torino, nel 1988. Era la turné di Serpent's Egg ben prima della consacrazione al grande pubblico. E ancora una volta la maestria strumentale di Brendan e degli altri musicisti (per primo il percussionista Peter Ulrick) ma soprattutto la suadente "eterea e nobile" presenza di Lisa, in tonaca bianca e con i capelli raccolti in una lunga treccia bionda, la sua voce profonda e cavernosa e al contempo celestiale e sublime avevano incantato tutti; mi ricordo ogni cosa così nitidamente, grazie anche alle note in sottofondo del cd dal vivo "Towards the within". Spero, ci sarà ancora occasione nella mia vita di assistere al rito della morte che può danzare. Sono brividi che non si dimenticano, viaggio iniziatico e al contempo salvezza dell'anima.

Posted by SergioG at 22:43

01.05.05

AFTERHOURS - BALLATE PER PICCOLE IENE

"…like a dirty French novel
the absurd courts the vulgar
and some kinds of love
the possibilities are endless
and for me to miss one
would seem to be groundless"

Some Kinda Love - Velvet Underground - The Velvet Underground 1969

"She started dancin' to that fine fine music
You know her life was saved by rock'n'roll
Despite all the computations
You could just dance to a rock'n'roll station
And it was alright"

Rock ' n ' roll - Velvet Underground - Loaded 1970

"…This is the place where we used to live
I paid for it with love and blood
And these are the boxes that she kept on the shelf
Filled with her poetry and stuff
And this is the room where she took the razor
And cut her wrists that strange and fateful night
I never would have started if I'd known
That it'd end this way
But funny thing I'm not at all sad
That it stopped this way"

The bed - Lou Reed - Berlin 1973

AfterhoursPiccoleIene.jpgL'attesa era davvero grande. E le premesse erano più che mai stuzzicanti, in primis la lunghissima turné seguita all'album Quello che non c'è, piccolo gioiello per qualità dei suoni e delle canzoni, poi l'essersi confrontati - con incredibile apertura mentale e umiltà - dal vivo durante i vari Festival Tora-Tora col meglio del rock italiano dei nostri giorni (Verdena, Linea 77, One Dimensional Man, Lacuna Coil, Yuppie Flu, Giardini di Mirò, ecc.); infine la collaborazione e l'amicizia nata - nel frattempo - tra Manuel Agnelli e Greg Dulli e la susseguente mini-turnè americana del vocalist degli Afterhours come tastierista con i Twilight Singers. L'orgoglio di fare rock italiano, senza la paura di confrontarsi con il presente e con la grande lezione del passato (Lou Reed & Velvet, Rolling Stones, Jimy Hendrix, Iggy Pop & The Stooges, Pink Floyd, Bruce Springsteen, Bob Dylan e chi più ne ha più ne metta) , senza dimenticare peraltro i "maestri" italiani (Rino Gaetano, De André, Demetrio Stratos & Area, ma anche autori più recenti e forse meno conosciuti al grande pubblico come Cesare Basile, Cristina Donà ed Emidio Clementi) e la consapevolezza di aver raggiunto una volta per tutte la maturità, potersi giocare le proprie carte anche all'estero, senza più pregiudizi o provincialismi demodè, semplicemente facendo vedere quello che si è capaci di fare, ovvero suonare con entusiasmo e semplicità, insomma tutte queste cose insieme e molte altre ancora hanno accompagnato la stesura delle dieci canzoni inserite nelle Ballate per piccole iene il settimo album degli Afterhours.
Il nuovo disco vede la partecipazione degli stessi musicisti che hanno suonato in Quello che non c'è, ovvero oltre a Manuel Agnelli, voce e chitarre (e altro quando serve), Giorgio Prette alla batteria, Andrea Viti al basso e Dario Ciffo ai violini; in più, vero e proprio artista aggiunto più che ospite, Mr Greg Dulli in persona, che come dice Manuel Agnelli "ha regalato parecchi riff, prodotto il disco insieme a me, canta e suona parecchi strumenti" tra cui pianoforte, percussioni, batteria elettronica, hammond, mellotron, ecc. Altrettanto preziosa poi la presenza di John Parish (che in Italia aveva collaborato già in Gran Cavalera Elettrica di Cesare Basile e nell'ultimo di Nada) che ha mixato sei brani su dieci, apportando personalità e competenza artistica e suonato chitarra e basso fuzz. Altri ospiti: alle chitarre Hugo Race e Marcello Caudullo, alle tastiere David Adams e Roberta Castoldi ai violoncelli.
Ballate per piccole iene ha una veste grafica accattivante e quattro diverse copertine; le foto sono di Guido Harari mentre il progetto grafico è di Thomas Berloffa. E' un album che per certi motivi resta legato con uno spesso cordone ombelicale al disco precedente con cui ha sicuramente in comune l'elevata qualità compositiva per quanto riguarda i testi (quasi tutti di Manuel Agnelli) e gli arrangiamenti (questa volta in collaborazione con Greg Dulli); un sottile filo lega tutte le canzoni, alternando ballate e pezzi più movimentati, con una tensione e una intensità che resta compatta - e che stupisce positivamente fin dai primi ascolti - almeno fino al settimo brano, per poi riaccendersi ne Il sangue di Giuda - vera e propria chiave di lettura dell'intero disco - e sfumare nella successiva ballata che chiude il tutto (una cosa simile succede anche in Quello che non c'è, dove i due pezzi a chiudere sono meno intensi dei precedenti). Ma, in generale, si guarda anche a tutto il repertorio passato degli Afterhours, ai momenti fondamentali della loro discografia, ovvero a Germi, ad Hai paura del buio? e soprattutto a Non è per sempre (l'album più fortunato del gruppo, quello che ha venduto di più e che alterna pezzi rock più scatenati a ballate indimenticabili, brani, però, spesso non tutti allo stesso livello - e questa a partire da Germi in avanti, è sempre stata un po' la pecca degli Afterhours, difetto che col tempo e con la bravura acquisita la band ha cercato di correggere e - per quanto mi riguarda - c'è riuscita benissimo con gli ultimi due lavori in studio). Certo, nel nuovo straordinario c.d. brilla l'assenza di pezzi "che spaccano" come Male di miele, Dea o Non si esce vivi dagli anni ottanta, ma questa mancanza è perfettamente controbilanciata dalla migliore qualità delle canzoni e dall'assoluta maestria che il gruppo ha conseguito - e che si riflette anche e soprattutto dal vivo! - e poi, cazzo, sono invecchiati anche loro (Agnelli ha trentotto anni) ! Insomma, se non siamo di fronte ad un capolavoro, poco ci manca davvero.
In concerto rimangono imperdibili e adesso che possono scegliere a piene mani in un repertorio così valido e vasto e che possono permettersi di far suonare un musicista - e un amico - tanto straordinario quale Greg Dulli, non possono che fare set formidabili (Così è stata a quanto è stato riferito su questo blog la serata del 1° Aprile all' Hiroshima Mon Amour di Torino, con biglietti tutti esauriti già in precedenza). Dunque, li aspettiamo dal vivo al Nuvolari per questa estate e li vedremo in televisione al concerto del Primo Maggio di Roma. Nel frattempo, la versione inglese di Ballate per piccole iene (con testi diversi adattati in lingua straniera e non con semplici traduzioni dall'italiano, un po' come è stato fatto dall'amica di Manuel, Cristina Donà) verrà distribuita dalla One Little Indian da giugno in tutta Europa e da settembre in Inghilterra e nel resto del mondo. Bel colpo per i nostri e grande sfida lanciata alla parte del pianeta che compra e consuma musica rock, con la possibilità finalmente di farsi conoscere e apprezzare ovunque (a quindici anni dalla apparizione al New Music Seminar di New York); facciamo sin da ora il tifo per loro. In culo alla balena...

"Per quanto assurdo possa sembrare, il male non può essere privo di senso, perché lo manda Dio. Non è una realtà demoniaco-infernale, bensì una realtà divina; perciò Giobbe l'accetta e non la maledice. Anche quando non è comprensibile razionalmente, è accettabile esistenzialmente".
Uwe Steffen, Incontro col drago
*

1. La sottile linea bianca
Canzone nata con un testo in inglese e presentata in anteprima già in alcuni concerti degli Afterhours nel 2004. Si potrebbe definire una ballata "noir" in puro stile anni '70. Sono le parole che nella versione in italiano davvero colpiscono come un pugno allo stomaco, lasciandoti paralizzato con la loro semplicità deflagrante e la loro gelida crudeltà: "Ora che sei vera / sai la verità / Siamo vivi per usarci". E poi con la voce in falsetto: "Usa l'amore / che su di te muore / Usa il sapore che su di te muore / usami amore / Usami o muori / Sarai sempre sola / ora che mi hai / E che il pianto tuo mi incendia". Agnelli demone bonario ci avverte, prendendo il nostro cuore pulsante tra le mani e facendolo a sottili fettine, ma al contempo egli stesso si offre in sacrificio al volere, ai desideri altrui (della donna amata), perché così semplicemente richiede la vita per poter essere vissuta fino in fondo. E si sale in un crescendo da film dell'orrore alla Pupi Avati o alla Dario Argento se preferite, con un affascinante turbillion di chitarre elettriche e cori: "Sacra e sola / sporca sposa / sdraia sul tuo grembo / bianche lame come dame…Bianco calore / sfondami il cuore / bianco calore / usa il mio amore / bianco è il mio dio /e ciò che è mio è tuo". Violino elettrico e pianoforte sostengono tutta l'impalcatura della canzone. Un brivido corre dentro dal primo istante all'ultimo, come trovarsi di fronte a un serpente a sonagli che scuote la coda minaccioso.

"La via labirintica è sempre la prima parte del viaggio notturno sul mare, la discesa che segue il sole nel soffocante mondo sotterraneo, nell'utero mortale della Madre Terribile".
Erich Neumann, La Grande Madre

2. Ballata per la mia piccola iena
E' il singolo scelto per promuovere l'album. Ancora una ballata, sicuramente imparentata con i pezzi di Quello che non c'è, ma felicemente ritmata e sostenuta dalle parole scandite, in crescendo, da un Manuel Agnelli semplicemente strepitoso; il tema è, quello a lui caro già toccato in tante canzoni, in Sui giovani d'oggi ci scatarro su, per esempio, ma qui con più sottile ironia: "Nel tuo piccolo mondo / fra piccole iene /Anche il sole sorge /solo se conviene / Mia piccola iena / solo se conviene"…. Poi si torna al tema iniziale: "L'amore rende soli / ma è ben più doloroso / se per nemici e amici / Non sei più pericoloso / La testa è così piena / che non pensi più / Ti si aprono le gambe oppure le hai aperte tu? / Aiutami a trovare qualcosa di pulito / Uccidi ma non vuoi morire…Non puoi scordare dove / Son state le tue labbra / Sai già come sarà / ma non sai più chi sei / La testa è così piena / non riesci più a pensare / che anche senza te / si possa ancora respirare / Quello che hai appena fatto / ti ha fatto stare meglio / Chi uccide poi non vuol morire / Uccidi ma non vuoi morire…" Un viaggio nelle contraddizioni, negli egoismi, nelle immaturità e negli errori di ciascuno di noi, sottolineati dal sorriso complice di papà Agnelli. Anche qui gran lavoro alle chitarre (almeno tre) e ai violini; essenziale e implacabile la batteria.

"L'Inquisitore stesso non può sfuggire a un certo fascino […] del sadismo, di cui si sa bene che esprime un erotismo incapace di manifestarsi nelle vie normali di un atto genitale. Se le streghe erano, in qualche caso, delle malate mentali […], i cacciatori di streghe avevano un'attitudine non meno patologica: attraverso essi si esteriorizza la nevrosi di tutta un'epoca visceralmente tormentata dalla paura.
Claude-Claire Kappler, Monstres, démons et merveilles à la fin du Moyen Âge

3. E' la fine la più importante
Ma siamo solo all'inizio. Le martellate arrivano sempre più in profondità. Per prime quelle magistrali di Giorgio Prette che aprono proprio questo pezzo, al resto ci pensano le chitarre acidissime (in wahwah) e le parole raucamente affilate di Manuel: "Ora stringi fra le mani / le tue lame stanche / E ricorda che la fine / è la più importante" canta e aggiunge "Tutto ciò che hai sempre amato / giace in una fossa / che han scavato / le tue stesse ossa". E' lo stesso tema che ha fatto nascere capolavori del passato come Tutto fa un po' male: "Fatto sfatto disperato / quanto bello sei / Se vuoi indietro la tua vita / Devi anche tradire / Non lasciar che il tuo percorso / ti divori il ventre / E' la fine quella più importante…;" Tornano i consigli di papà Agnelli, da prendere con le pinze, s'intende. Sono le scelte che contano nella vita, non solo come giocarsi il finale…L'importante è esserne consapevoli ed essere disposti anche a tradire se occorre - talvolta è inevitabile, ma non tutto il male viene per nuocere - per "non divorarsi il ventre"; essere disposti anche a cambiare completamente rotta, ma sempre buttarsi fino in fondo con passione nelle cose che si fanno, senza guardare in faccia a nessuno. "Sii perfetto se precipiti" non lo intenderei certo come un invito al suicidio.

"All'uomo o alla coscienza maschile dell'Io si contrappone dunque un Animus, ossia una figura maschile nell'incoscio della donna, da cui quest'ultima viene indotta a sopravvalutare l'uomo o a protestare contro di lui. Alla donna e all'Io femminile corrisponde invece, da parte maschile, L'Anima, una figura della donna che rappresenta la fonte di tutte quelle illusioni, sopravvalutazioni e sottovalutazioni di cui l'uomo si rende colpevole nei confronti della donna".
Carlo Gustav Jung, Mysterium coniunctionis

4. Ci sono molti modi
Altro pezzo straordinario. Il primo tiro di fiato, scandito da tutta la classe di Agnelli & soci…Un canto dolce che inizialmente ti accarezza il cuore per consolarlo di tutto il dolore e le ingiustizie subite…un canto magistralmente in bilico tra l'alto e il basso, come un funambolo in equilibrio su un cavo in tensione a 100 metri da terra, un funambolo con in mano l'asta della bussola della tua vita, il barometro delle tue piccoli grandi emozioni. "E' quello che sai che ti uccide / o è quello che non sai, a mentire alle mani, al cuore, ai reni" si chiede Manuel e medita ancora sull'inevitabilità del male e sulla crudeltà, le vigliaccherie, le nevrosi, l'imperfezione umana: "Lasciandoti fottere forte / per spingerti presagi… Non sai, non sai che l'amore / è una patologia / saprò come estirparla via". Sono ancora una volta parole che fanno riflettere, autoanalisi, esame di coscienza spietato: "Indossi il vuoto con classe / ma è tutto ciò che avrai / Perché quando il dolore è più grande / Poi non senti più / e per sentirmi vivo / ti ucciderò;" confessa con fanciullesca incoscienza (?), ma poi rivolge l'arma contro di sé: "Lo so, lo so che il mio amore è una patologia / vorrei che mi uccidesse ora". E' la lucidità di un criminale condannato a morte, ma anche sinceramente pentito e redento (viene in mente la vicenda di Bertand Cantat, cantante dei Noir Desir). E' vero ci sono molti modi per es. di vivere una storia d'amore, ma a volte quando la magia si spegne e s'accendono debolezze e nevrosi - la "patologia" che si manifesta in tutta la sua carica deflagrante - sembrano tutti sbagliati. Per fortuna poi il peggio passa e riaffiora la speranza: "Torneremo a scorrere". Pianoforte e chitarre dolcemente acustiche e poi acidissime accendono i colori della tavolozza in un vero e proprio incanto sonoro.

"L'unione del maschile con la donna viene determinata dal fatto che la coscienza dell'uomo si pone in rapporto con il femminile della donna come "solo" maschile e proietta su di lei il proprio femminile inconscio in forma di Anima. Allo stesso modo la donna si pone consciamente in rapporto con il maschile come "solo" femminile e proietta su di lui il proprio lato inconscio maschile in forma di Animus.
Erich Neumann, La psicologia del femminile

5. La vedova bianca
E a questo punto segue un altro pezzo incredibile, credo una delle più belle canzoni rock italiane mai sentite in vita mia - e io ascolto rock italiano da venticinque anni, mica da ieri. Credo che per trovare un pezzo altrettanto intenso si debba riandare a Gioia e rivoluzione degli Area. Il brano, che è frutto dell'intuizione di Manuel Agnelli e Cesare Basile, deve la sua forza oltre che al crescendo del cantato anche all'interpretazione del trio Dulli-Parish-Race: è una ballata dal ritmo irrefrenabile, ti entra subito in testa per non abbandonarti più ed ha come livello di paragone quello di pezzi maledetti e mitici come Rock'n'roll dei Velvet Underground o Simpathy for the devil dei Rolling Stones, insomma le vette del genere, e mi sembra davvero non poco di questi tempi. Sono inizialmente la magnifica batteria di Giorgio Prette, la voce di Manuel Agnelli e la desertica chitarra di Greg Dulli (che in un primo momento avrebbe dovuto inserire la sua stessa voce in italiano, ma non ha fatto a tempo!) a trasportare in un caleidoscopico e torpido can can infernale che lascia semplicemente senza fiato per coinvolgimento e intensità emotiva, in un crescendo inesorabile grazie anche al lavoro di sovrapposizione di tastiere e percussioni. La vicenda si ispira alla storia di quelle giovani donne sposate a mafiosi o a camorristi che sono stati condannati al carcere a vita e quindi per questa ragione sono appunto dette "vedove bianche". "C'è qualcosa dentro di me / che è sbagliato / e non ha limiti / e c'è qualcosa dentro di te / che è sbagliato e ci rende simili" sottolinea questa affinità tra un personaggio narrante maschile "maledetto" e un'affascinante figura di donna, magari dalla proverbiale e avvenente bellezza mediterranea (come Monica Bellucci filmata da Tornatore), irraggiungibile perché appartenente al suo uomo, e a sua volta condannata a dover vivere in isolamento con il peso e quasi la responsabilità della prigionia del coniuge. Ma tentata dai altri pretendenti: "Un bacio sporco sa / spogliarmi il cuore dagli incubi / un bacio sporco sa / come un miliardo di uomini" e per questo "Vieni a fare un giro dentro di me / O questo fuoco si consumerà da sé / E se una vita finisce qua / quest'altra vita presto comincerà". E ancora: "So che puoi gettarmi via, ma ciò che vuoi lo voglio anch'io […] le tue labbra sono nude / sai che è solo il tempo / a rivelare la stagione […] C'è qualcosa di nuovo per te / è sbagliato perché non ha limiti / E anche tu hai qualcosa per me / E' sbagliato ma ci rende simili". Vengono in mente anche le immagini del mitico film di David Lynch Cuore selvaggio, ma ognuno può davvero metterci del suo.


"Egli penetra come eroe solare dentro la madre terribile della paura e del pericolo, ed emerge con l'aureola dell'eroe solare dalla regione oscura in cui si trova, che può essere il ventre della balena, la stalla o la caverna uterina della terra".
Erich Neumann, Storia delle origini della coscienza

6. Carne fresca
Poi ancora un piccolo gioiello sempre in ballata, ma più calma e benefica, dal liquido e sensuale incedere, ancora una volta d'una bellezza sublime. In perfetto stile Afterhours, basti pensare alla sua affinità a canzoni come Oppio o La gente sta male. Qui è ancora il pianoforte a guidare, ma i ricami delle chitarre e le distorsioni della batteria sono impareggiabili ad adeguarsi al crescere o al calmarsi della voce di Agnelli in un equilibrio d'arrangiamenti che sa di miracoloso. Torna "padre Manuel" in tonaca con le sue "sagge benedizioni" a noi, ai ragazzini che lo seguono, ai suoi ipotetici figli, ma a sé stesso principalmente: "Fai ciò che devi / non guardare mai giù / perché sei ciò che vedi / Se c'è un senso sei tu / e tutto è tranquillo intorno a te / Sei carne fresca / Non so dirti perché / ma è dentro te che sei solo / e dentro te che sei re". Sì, è vero che "tutto è calmo e tranquillo intorno", ma lo è solo apparentemente, perché in realtà tutto è pronto a saltare per aria quando meno ce l'aspettiamo. E' il mondo complicato e violento di oggi. Occorre stare all'erta ed essere attenti e pronti per questo, sembra suggerire Agnelli. E questa canzone è contemporaneamente l'arcobaleno dopo il temporale e la quiete prima della tempesta.

"Luce del cielo e fiamme dell'inferno son più vicini di quanto non si pensi. Non dimenticare che Lucifero - il Portatore di Luce - era originariamente il più bello degli angeli. Se ne è fatto il Principe delle tenebre, il Male assoluto. Che errore! L'uomo, impastato di fango e animato dal soffio di Dio, ha bisogno di un intercessore tra Dio e lui. Come volete che entri direttamente in rapporto con Dio? Ha bisogno di un intercessore, sì, e che sia suo complice in tutto il male che pensa e che fa, ma che possieda anche degli accessi al Cielo".
Michel Tournier, Gilles e Jeanne

7. Male in polvere
Ma prima della tempesta e per quelli che a questo punto dell'ascolto sono ancora vivi e attenti, c'è il burro all'arsenico spalmato di Male in polvere. Ancora il tema caro dell'inevitabilità del male(non più liquido mieloso che cola, ma polvere contaminante), della lotta con se stessi, delle debolezze umane. Perdono e castigo, peccato ed espiazione. Il testo parla veramente da solo: "Cento demoni giocano con te / Come puoi sentirti solo / più che mai / Uomo orribile / hai il cibo in polvere / che mi fa accettare / di essere finito / E ti dici che / andrà bene se / hai orgoglio per il tuo niente / Non mentire su te / Con te". E poco dopo: "C'era un male in lei / che non si cura mai / Né coi baci né con la cocaina, sai / Senza lacrime, senza regole / E' soltanto male in polvere ormai / Ciò che conta sei tu, sei tu […] la testa sa che ci sei solo tu, tu". Dolci accordi di chitarra e di mellotron (Dulli), note spaziali di violino e di chitarre slide. Ninna nanna senza scampo per dolci piccoli paffutelli cuccioli di iena ridens.

"Il carattere di avida apertura pertinente alla bocca e alla gola costituisce, nell'appercezione mitologica, l'unità del Femminile, che attira, come utero vorace, il Maschile e uccide il fallo, per ottenere soddisfazione e fecondazione, e come utero terreno della Grande madre, come utero mortale, attira e cattura ogni cosa vivente, per soddisfarsi e fecondarsi".
Erich Neumann, La Grande Madre

8. Chissà com'è
E si risale con le sferzate progressive di Chissà com'è. "Certo lo so non ho più / niente da dire / né da rimpiangere o da fallire" chiarisce subito Manuel e la sua confessione a questo punto intenerisce: "Devo solo comprare ormai / della seta rossa al mio male / Con la quale farlo stare zitto". Gli scatti di violino e basso rimandano alle arzigogolate atmosfere di Questo pazzo pazzo mondo di tasse e della curiana Musicista contabile, un po' più accelerate, però. Le chitarre arricchiscono il suono in tutti i modi immaginabili. "Anche il tuo mondo prima o poi invecchierà […] Capita di non farcela / e di essere il coltello / ed insieme la ferita / Chissà, chissà com'è / S'è come me è quasi amore". Nel brek prima del reprise finale tornano gli arpeggi della chitarra che apre il disco e con cui inizia anche il pezzo successivo. Una vera finezza. Ancora un pezzo che convince.

"E' detto, per esempio nelle Exercitationes in Turbam XV, che la materia è dapprima incarnata nel latte, poi nel sangue e nell'acqua, ed è allora che si formano le membra".
Marie-Luoise von Franz, Aurora consurgens

9. Il sangue di Giuda
Al suono del tamburello e della chitarra iniziale prende via il brano che è, per tematiche e non solo, la chiave di lettura dell'intero album. La parte lenta potrebbe ricordare Apapaia dei Litfiba, ma poi il ritmo cresce in un modo che è ormai un classico degli Afterhours (riascoltare Estate tanto per citare un esempio) e la canzone prende una veste nuova che fa suoi riadattandoli in maniera moderna arrangiamenti e interruzioni caratteristicamente progressive. In questo senso sono usati violini, violoncelli e chitarra elettrica. Ancora un piccolo incanto sonoro, musicalmente legato al pezzo precedente, mentre per tematiche è essenza concentrata e preziosa di tutto il resto. Si parla di rinascita, di sopravvivenza dopo una storia finita, di momenti difficili ma importanti della vita: "Sai quando tornerai / io sarò già via / senza un'idea / vendendo roba tua / riciclandomi / restando vivo […] Imparare a barare / E sembrare più vero / Due miserie in un corpo solo / C'è solo sangue / solo sangue dentro".
"Sangue" è parola chiave nei testi di Manuel Agnelli sin dai tempi di Vieni dentro ("il sangue risolve da sé"), ed è qui inteso non solo come manifestazione della crudeltà e della violenza degli uomini e come simbolo della debole corporeità, della finitezza, ma anche e soprattutto come sangue mestruale che distingue e differenzia la donna dall'uomo, che lega la donna a un divenire ciclico, ad una natura misteriosa e complessa, ad una destinazione diversa da quella dell'uomo. La donna creatrice e l'uomo distruttore, ma nel contempo la donna impura e l'uomo eroe salvatore che ne riscatta il valore e che col seme del suo amore innesca il momento della rigenerazione. "Vivere per non farsi male e / poter vedere / com'è non morire e / Non sentire e / Cambiare idea […] Con le labbra sul vuoto / la chitarra nel vuoto / il mio cazzo inutile […] C'è solo sangue solo sangue dentro / C'è solo sangue / nelle tue cosce in rovina / Quello che tu non sei più". Poi la meravigliosa progressione che è succo stesso di vita: "Guarire un po' / Sognare un po' / Amare un po' / Fallire un po' / Far male un po' / pentirsi un po' e / tornare a sfamarsi un po'". Ma amaramente la lezione che se ne ricava è che "C'è solo sangue e non magia / solo sangue e non va via". Il sangue macchia le strade, i vestiti, i muri, il sangue sporca le mani, insozza pure l'anima, ma l'anima non può farne a meno perché intimamente connessa con il corpo. E' solo sangue ma non va via. Non si può spargerlo e poi rimanerne impuniti. Ma non c'è sangue senza espiazione.

"La Luna è "il Signore delle donne", non è solo il loro amante, ma addirittura il loro vero sposo, accanto al quale l'uomo reale compare soltanto come "con-sposo". La Luna è Signore della vita femminile più intima e vera che inizia con la comparsa delle mestruzioni, l'emorragia mensile. La mestruazione viene causata dalla luna che violenta la donna e in un certo senso la "deflora spiritualmente".
Erich Neumann, La psicologia del femminile

10. Il compleanno di Andrea
Infine, questa ninna nanna acida e anomala, anch'essa nata in inglese come Andrea's birthday e presentata dal vivo in versione decisamente più vivace. In primo piano le note spaziali della chitarra elettrica e gli incisi di organo hammond di Dulli, quanto mai prezioso. "Seguimi" canta il vampiro Agnelli "non c'è più un posto dove andare / solo un altro che ha perso / E tu sei mia" ma "sopravviverai" , dice alla vittima, colei che è necessaria ad ogni carnefice che si rispetti, perché l'una non esiste senza l'altro. E "sopravviverò" anch'io aggiunge. E anche noi sopravviveremo, anzi lo faremo certamente in modo migliore dopo l'ascolto di questo magnifico album. Forse, apprenderemo anche un po' della lezione e non butteremo via la nostra anima, quella cosa che sopra le altre "brucia più di quanto illumini".

* Tutte le citazioni sono tratte da Mater Terribilis di Valerio Evangelisti, Mondadori Editore, 2002. Mi perdonerà l'autore della saga di Eymerich se ho osato accostarlo a Manuel Agnelli e soci, ma le tematiche mi sembravano davvero quanto mai affini.

Posted by SergioG at 17:13

23.03.05

MARLENE KUNTZ - BIANCO SPORCO

"It is an ancient Mariner,
And he stopppeth one of three.
"by thy long grey beard and glittering eye,
Now wherefore stopp'st thou me?"

Samuel Taylor Coleridge da The Rime of the Ancient Mariner.

[…] Aduna i versi, rimaneggia, lima
bilancia il manoscritto nella mano.

- Pochi giochi di sillaba e di rima:
questo rimane dell'età fugace?
E' tutta qui la giovinezza prima?

Meglio tacere, dileguare in pace
or che fiorito ancora è il mio giardino,
or che non punta ancora invidia tace.
Guido Gozzano da I colloqui.

"Un giorno presto capirai piegato all'evidenza di ogni verità"
Marlene Kuntz da Aurora.


"Questo disco è bianco perché bianchi come fantasmi sono i personaggi dei testi.
Questo disco è bianco sporco perché il loro lenzuolo non è immacolato.
E questo disco è bianco perché è assenza di colori e sua somma, nascita, rinascita, morte, purezza, innocenza, silenzio, rivelazione, illuminazioni.
Ed è bianco sporco perché tutto ciò è vero sino a un certo punto.
In fine questo disco è bianco perché celebra il pudore.
E quando lo fa spudoratamente... si sporca
".

MarleneBiancoSporco.jpg Questa è l'accattivante presentazione di "Bianco sporco" , il nuovo lavoro in studio dei Marlene Kuntz, come la potete leggere sul sito appositamente predisposto. Accattivante nell'idea che sta alla base della scelta del titolo ("bianco sporco" in fondo non è poi un gran titolo, ma è sempre meglio di altri quali "il vile" o "senza peso" o "che cosa vedi", ma per i Marlene il tonno è sempre stato più importante della scatola, la sostanza delle canzoni più importanti dei video o della bellezza delle foto di copertina degli album, per fortuna) e nelle tematiche che legano davvero come un concept gli undici pezzi del cd. Il disco, dice Cristiano Godano, doveva intitolarsi "La fuga", una fuga necessaria dalla società, da "damerini e cicisbei", dagli inganni e dalle menzogne della vita e degli uomini, per conservare invece il pudore, la parte autentica di sé; la ricerca della Verità e della Bellezza, pur sapendo che esse sono, per quanto si cerca di fare e di agire, per le nostre limitate possibilità e capacità, irraggiungibili.
"La fuga è nella bellezza. Ma come e dove si andrà a finire non è dato saperlo", sottolinea Cristiano (e lo canta ne Il solitario). La disillusione di un intera generazione è messa coraggiosamente nero su bianco; perché bianco oltre alla nostra anima primigenia è anche il foglio di carta su cui scrivere riflessioni, pensieri e, per i pochi veramente ispirati, versi immortali. Bianco sporco è anche il ghiaccio, quello per esempio dell'Antartide, che a tutti noi può sembrare uniforme e dire poco, ma che agli scienziati che in questi ultimi anni stanno estrendo con carotaggi sempre più profondi e studiando alla ricerca di qualche pezzo perduto della storia del nostro pianeta, dice invero molte cose che prima non sapevamo. Occorre dunque saper guardare nella profondità di noi stessi e delle nostre capacità creative per compiere il duro cammino della conoscenza, della ricerca della verità; e oggi come oggi ciò non può essere fatto senza ignorare ciò la scienza e la letteratura hanno scoperto. Nella vita, come nell'arte e a maggior ragione nel mondo musicale, occorre però "sporcarsi l'anima", scendere a patti e a compromessi che spesso segnano e bruciano; i Marlene hanno sempre cercato di mettere le mani avanti, di essere il giusto equidistanti dalle cose - a costo di essere presi per irriverenti saputelli antipatici - ma questo atteggiamento ce li ha in un certo senso preservati da uno scioglimento prematuro o da un disco decisamente più commerciale e "facile". E queste sono scelte di coerenza che premiano nel campo artistico, come in ogni altro campo.

In realtà mi sembra ci siano luci ed ombre a caratterizzare questa sesta fatica dei Marlene. Anche loro, infatti, si sono sporcati l'anima e non sono più puri (sfrontati) come una volta, ma almeno hanno il coraggio e la sincerità di dircelo, di cantarcelo guardandoci dritto in faccia. Sta a noi, come sempre, scegliere di stare dalla loro parte oppure no…

Luci ed ombre: non so quanti altri gruppi musicali in Italia in questo momento potrebbero permettersi il lusso d'un Gianni Maroccolo al basso, di un Giorgio Canali a registrare le voci e di un Rob Ellis praticamente musicista aggiunto a campionatori e tastiere, marimba, celesta e quant'altro, nonchè come abile curatore degli arrangiamenti. A scegliersi un Victor Van Vugt ai missaggi. E bravi dunque i Marlene apparentemente rimasti in tre - "Tre di tre, la mischia gaia di vipere" - che fanno di necessità virtù e fanno di tutto - con professionalità rara in Italia occorre sottolinearlo - per non tradire loro stessi e il loro pubblico, e soprattutto i loro affezionati amici di sempre…quelli che vogliono bene a Cristiano, Luca e Riccardo e che ascoltano sempre il disco in anteprima…(e che io sotto sotto un po' invidio per questo privilegio).
Luci ed ombre, dicevamo: il canto di Cristiano, per esempio, migliora - seppure impercettibilmente - di disco in disco, acquistando sicurezza e sempre sfumature nuove… Bianco sporco è comunque molto cantato e ciò potrebbe d'altro canto stufare facilmente chi lo ascolta in modo superficiale. E' un disco (escluse forse un paio di canzoni, tra cui il singolo) difficile al primo impatto, ma che sa migliorare col passare degli ascolti. I suoni sono ottimi, densi come ci hanno abituato negli ultimi due album, lontani da certe pesantezze del passato (alludo ai primi tre dischi che pur avendo pezzi indimenticabili presentano anche alcuni vistosi difetti: Catartica troppo carico di sovraincisioni, Il vile troppo pesante in alcuni passaggi, Ho ucciso paranoia con inutili effetti ed echi a volte troppo ricercati). Nulla qui sembra essere fuori posto, dai violini, ai violoncelli, ai cori, alla resa delle chitarre. Non mi sembra però nemmeno che ci siano pezzi memorabili come in passato, né pezzi dall'impatto immediato e quindi potenzialmente fortunati da un punto di vista commerciale, come alcuni dei singoli finora pubblicati: Canzone di domani, La canzone che scrivo per te, Canzone di oggi o A fior di pelle. Questo è indice che altre erano le priorità nella composizione dei nuovi brani.
Ombre e luci, torno a ripetere: poche sono le novità dal punto di vista musicale, in un certo senso ci si limita a riproporre quello che di positivo (suoni, arrangiamenti) è stato sviluppato negli ultimi due album, ovvero Che cosa vedi e Senza peso, più qualche caratteristica che appartiene da sempre ai Marlene, al loro suono, al loro modo di concepire musica e testi. Occorrerebbe, insomma, dal mio personale punto di vista, cambiare di più - di sperimentazioni e improvvisazioni tipo "Spore" credo ne abbiamo avute abbastanza -. Occorrerebbe andare oltre a quelli che ormai sono diventati gli stilemi "classici" (e questo lo dico con stima infinita e affetto per i Marlene, ma ciò che un tempo poteva suonare come nuovo, come assolutamente originale, come caratteristica peculiare, ovvero moderno e coraggioso, a forza di ripeterlo sbiadisce in consuetudine ed emoziona sempre meno), abbandonare dunque i cliché marleniani e osare di più. A me non spaventa che questo disco sia più cupo e lento degli altri, mi basta che i contenuti e le idee siano forti - e questi a ben vedere ci sono, eccome. I Marlene continuano a maturare e questo è dimostrato in primo luogo dai testi delle nuove canzoni. Mi va bene comunque che sia un disco più calmo e riflessivo. Quanti gruppi musicali in Italia sono arrivati più o meno compatti e con le idee chiare al sesto album? Senza tener conto di Catartica, l'album di debutto uscito nel '94 che conteneva canzoni composte in un arco di tempo di circa quattro anni, quante altre band in Italia hanno inciso cinque dischi più tre mini c.d. con inediti (Come di sdegno, Cometa e Fingendo la poesia) più un doppio live in una decina d'anni di attività? Rispetto per i Marlene dunque, lode alla loro caparbietà, alla loro dedizione, alla immensa mole di lavoro svolto in sala prove; lode alla loro professionalità! Sono stati bravi e anche fortunati a incontrare chi ha potuto dare loro la possibilità di crescere e di suonare la loro musica come volevano loro, nonostante sia un mestiere non facile da svolgere, soprattutto nel "mondo cattivo" e difficile di oggi.

E Mondo cattivo è appunto la canzone di apertura di Bianco sporco. Ha il piglio di altri importanti pezzi d'apertura dei Marlene, diciamo che è un brano a metà strada tra Cara è la fine e Sacrosanta verità. Più lenta e indolente nel canto, con parole toccanti per sincerità e che descrivono senza peli sulla lingua la realtà, certo "angusta" e "affollata di equivoci", colma di delusioni e disillusioni: - "Sì ma quale gusto se sto perdendo fiducia e stimoli?" - si domanda Cristiano e aggiunge poco dopo: - "Beh, io mi ritiro: è un mondo cattivo in vari modi e ovunque vai". E nella convincente parte finale: "E forse, magari è vero, mi piacerebbe di più scivolare su tutto (si torna qui ai concetti espressi nel ritornello de L'uscita di scena, in Senza peso, mentre le ripetizioni degli "E forse" e il tono della voce rimandano alla parte finale di Canzone di domani)[…] converrebbe di più essere semplici in tutto / E forse, mi pare chiaro, funzionerebbe di più vivendosi bene tutto. E forse, anzi: sicuro, io so che non riuscirò a fare questo del tutto. Mai".

A chi succhia: le strofe iniziali potrebbero essere lette come la descrizione dello sconforto e del disprezzo suscitato dal divorzio con il bassista Dan Solo, che ha "voltato le spalle al gruppo e se n'è andato" questa volta in maniera definitiva "a seguito di disagi divenuti insanabili" (come da comunicato ufficiale rilasciato dai Marlene a dicembre): "Lascia stare / non mi chiedere più niente, fallo per favore. / Hai succhiato / sufficientemente energia: ora vattene via. / E portami con te, se vuoi, / nelle ciance vergognose che farai. Ti odio: tutto qua. Come i soldi e come la slealtà"…Poi il discorso diventa generale e moraleggiante: "Non c'è volontà di comprendere / e questo corrompe la società, / cui riesce più semplice credere / che i buoni son qua e i cattivi là"…Che sia una stoccata alle banalità dell'ultimo di Vasco Rossi? - scherzo - le reminiscenze più che altro rimandano ad un altro pezzo di Catartica, Mala mela: "Non dovrebbe essere impossibile usare le forbici quando è proprio così che si vuole…" dove è presente lo stesso tono di critica ai comportamenti deplorevoli del singolo individuo rispetto al sociale. E' uno dei pezzi che preferisco del disco. Il desueto e ricercato termine "blandizie" poi, è caro proprio a Guido Gozzano (vedere la poesia "Il responso" ne La via del rifugio).

Il solitario: pezzo assolutamente autobiografico. Pregnante e grondante del tipico autocompiacimento godaniano, non privo comunque di un certo sguardo ora sottilmente amaro ora ironico. "Solitari si schermiscono dal mondo. Un sorriso gli scalda il cuore. Un ghigno glielo priva di battiti" scrive sul sito Cristiano. E il personaggio descritto ha in fondo le sue fattezze, ("accavalla le lunghe gambe") e i suoi tic nervosi ("si tocca il mento"), ma anche inonda del suo fascino ciò che lo circonda e ha la smorfia del suo sorriso. In questo personaggio un po' misterioso, un po' indecifrabile, in realtà riconosciamo anche un po' di noi stessi, perché anche noi in fondo viviamo "in sintonia con i fatti nostri, quand'anche siano sostanzialmente guai, perché nel nostro mondo è pace ed è per questo che lo abitiamo".
Le chitarre si accendono supportate da violoncello e violino e dalla seconda voce, in un classico crescendo alla Marlene, che lentamente sfuma ai morbidi tocchi di basso di Maroccolo.

Bellezza è singolo di struggente bellezza - scusate la ripetizione. Piccolo inno generazionale che sprona ciascheduno - anche il più mediocre poeta, come il sottoscritto - a ricercare la parte pura di sé, a interrogarsi su che cosa è per lui la bellezza ( "Ninfa immortale, sposa di Nessuno" scrive di lei J. Joyce nel suo Ulisse) e dove ancora può ricercarla. I violini di Rob Ellis portano direttamente al miracolo della liquefazione del sangue di San Nick Cave. Bello l'ingresso della seconda voce di Giulia Villari nell'apertura del finale. Semplicemente disarmanti le parole, per es.: "Noi puri e candidi o un po' colpevoli per voglie che ardono". Personalmente avrei fatto un video totalmente diverso, con i tre Marlene che camminano come angeli luminescenti o trasparenti in mezzo a una folla di persone affrettate nell'ora di punta. Con lo sguardo di una bambina che unico tra tutti incrocia lo sguardo di Cristiano. Ma tant'è.

Poeti: s'alza il ritmo e non si "finge più poesia". Qui si combatte a suon di metafore: "Sono il tuo poeta e scendo le acque erratiche e limpide di una venerazione-fiume, senza temere le rapide" - la metafora dell'acqua come flusso di ispirazione, ricerca e bisogno di verità, di dare un senso alle cose, ma anche di trovare un equilibrio spesso difficile da mantenere, nei rapporti con gli altri e nelle intransigenze verso se stessi. Appare una figura femminile, sedotta e illusa d'amore da "un gioco di sillabe" del giovane poeta (e qui viene citato un verso intero dello stesso Gozzano, ma il poeta è Godano stesso); una donna a cui però egli non può e non vuole dare, ricambiare amore; "Non mi chiedere amore che non credo sia tempo di guerra per me" egli confessa e aggiunge, impietoso ma sincero: "Se ho bisogno d'amore non vuol dire che amo l'idea di te. Mi dispiace, tesoro: io non ho nessun progetto per noi. Sto bene come sto. Se è una colpa un giorno la pagherò". Costei può essere però amica e soprattutto incarnare in un certo momento la figura della musa ispiratrice, una persona con cui avere un rapporto di complicità del tutto speciale, "passeremo minuti ed ore nell'ardore più complice" e "sillaberemo le coccole", una persona da non deludere. Questo, per una canzone può e deve bastare.
Scrivere versi, come ogni processo compositivo richiede passione, applicazione e dedizione, una disciplina che porta alla rielaborazione continua e al cosiddetto labor limae, e proprio per questo è molto spesso fonte di sofferenza e di frustrazioni (come anche di soddisfazione e di estatici piaceri): è un dolore che si deve concentrare, convogliare e poi liberare. Ciò lega chi s'appresta a questo difficile compito in maniera profonda e indissolubile con la sua "Musa" ispiratrice; è un rapporto di odio-amore, una sottile forma di tossico-dipendenza, una malattia da cui è difficile liberarsi - la scrittura, come scrive lo stesso Gozzano è "male che non ha rimedio" -. Ma c'è di più: lo stesso vale credo per il musicista, che deve affrontare le frustrazioni del processo compositivo e i vari stadi della fase realizzativa delle sue "canzoni-creature": seguirne la nascita e la crescita e poi lesciarle andare al loro destino. Il concerto poi è il momento elettivo della catarsi e il rapporto con i fans la realizzazione più lampante dell'illusione d'amore (ma anche il modo di toccare con mano se il proprio lavoro creativo ha funzionato).
Infine, la metafora dello specchio (si riscontra prontamente nella foto al centro del libretto, dove due dei tre Marlene vengono ritratti doppi, in immagini riflesse da specchi): in fondo agli occhi di lei, il poeta trova rime di cui scintillare, mentre gli occhi del poeta sono lo specchio in cui si può trovare "quello che si è per lui in ogni istante", ma anche "quello che non si è più". Non chiedete al poeta verità assolute o risposte alle domande fondamentali. Non chiedetegli di più, se non di testimoniare il proprio tempo.
L'atmosfera è decadente, il ritmo incalzante e frenetico, la voce sprezzante il giusto, senza essere cattiva.

Amen: La "verde milonga" dei Marlene. Ma niente a che vedere col tema contiano della sensualità della musica e della musicalità dell'amore. Qui l'argomento è completamente diverso, più sottile e sfuggevole, più letterario e disperato. Viene descritta la figura di un moderno Don Chisciotte a cavallo del suo ronzino o per usare nuovamente le parole di Cristiano: "Una specie di Don Chisciotte viene avvistato in sella al suo vuoto pneumatico, in cerca di soffi vitali o gocce di spirito". Fa coppia perfetta con l'Ulisse spossato e delirante di Un delirio. E' il simbolo del "guitto dell'anima", del fantasma dell'uomo che forse s'è scordato d'avercela avuta, un'anima. Un personaggio braccato e senza pace che fugge "per strade ostili e ben dure", fugge da "false paure e nascondendosi pure", ridotto "a parlare con fisime / in tono d'acredine", uno straccio d'essere che parla con le proprie fissazioni, perennemente incazzato e con "negli occhi un'ombra ferale". Caricatura di se stesso, ma anche di chi nella vita procede cavalcando il vuoto, senza uno scopo fisso, che si lascia vivere ed è in realtà un fallito in tutto o meglio riesce solo nell'auto distruzione, come un alcoolizzato indefesso che non vuole essere curato da nessuno, ma solo affogare i propri dispiaceri nel fondo del bicchiere. E' l'ombra di un destino maledetto con cui ognuno di noi deve confrontarsi. Apprezzabile nel testo il gioco di parole che sfrutta la diversa interpretazione della parola "spirito", che si può intendere sia come l'anima in pena di Don Chischiotte che non trova pace ("Un soffio di spirito, per carità! / Un soffio gli basterà…"), sia come richiesta di un ubriacone incallito - che si crede o crede di vedere il celebre personaggio di Cervantes, e che, insistentemente quanto miserevolmente, chiede l'elemosina d'un po' di alcool ("Un goccio di spirito, per carità! / un goccio di spirito gli basterà…", rafforzato in precedenza dalla strofa: "Affronta assurde paure / in nebulose avventure / il guitto dell'anima / che sbronzo si spegnerà").
E' una ballata dal crescendo suadente, fino all'esplosione finale, marlenianamente barocca. Cori western e violini esotici, che poi si coagulano in lampi di chitarre sferraglianti. Senza l'aggressività di Le putte o i pugni allo stomaco di Ape regina. A tratti magica, coinvolgente e onirica, come una colonna sonora. Non mi sorprende che possa essere piaciuta al maestro Morricone.

Il sorriso: altro pezzo particolarmente riuscito, grazie ai suoni vivaci della chitarra, al felice giro di basso funky-blueseggiante e ai coretti anni '70. Dove ancora non si finge poesia, ma si tenta di farla, a ritmo sostenuto, peraltro. Per tematiche è la continuazione di Bellezza; o meglio è la descrizione di dove ancora è possibile trovarne un po': nella magia di un sorriso. "Un sorriso ha una forza piena […] Un sorriso può fare molto", "Uhh se il mondo sapesse, se il mondo ne scoppiasse"…Semplice, toccante, senza cadere nella banalità.

L'inganno: un'altra evanescente figura femminile, che si materializza come in un sogno, che non accende sentimenti, ma inganna, con un semplice bacio, la vittima predestinata. Il sogno però diventa presto incubo e la tensione si fa drammatica; vengono in mente pezzi come In delirio, L'agguato o il finale di Ineluttabile, ma grazie al basso di Maroccolo affiorano echi di Brace (nell'introduzione iniziale e nel finale) e di Linea gotica dei CSI. L'uso dei cori, invece, ha un non so ché di litfibiano (ma guarda che combinazione!).
E' l'inganno della vita? L'inganno dell'amore che finisce o diventa illusione? O lo scherzo di un Dio deforme e mostruoso? E' l'inganno di una donna che ti si sveglia accanto al mattino senza trucco, scialba e invecchiata, per cui non provi più attrazione, ma soltanto ribrezzo. L'inganno, tra l'altro, è anche il titolo di un'altra poesia dello stesso Gozzano. Tutto torna dunque in una spirale che è stretta mortale e inesorabile d'anaconda.

La lira di Narciso: "Un mito trito viene armato di lira e di abilità poetiche", scrive Cristiano di questo pezzo, uno dei primi a essere stati composti per il disco, insieme ad A chi succhia (battezzato in embrione "Shadow") e a Poeti. Da accordi in punta di dita sprigionati dalla chitarra di Riccardo Tesio, si arriva alla celesta di Morriconiana memoria, fatta rivivere per l'occasione da Rob Ellis. Nel contempo, seguendo i biascicati e un po' sdolcinati vocalizzi di Cristiano, in tre momenti diversi e con la stessa struttura usata nella descrizione della storia degli amanti di La canzone che scrivo per te, l'illusione d'amore diventa dolceamara certezza: 1) La solitudine di Narciso, del poeta che si specchia "nella sua finitudine" tra "delucidazioni e fuggevoli illuminazioni". L'incontro con lei, "la ninfea di bianco fascino", che lo ispira e gli apre "una sola immagine vibrante di ogni sospiro". 2) Il rapporto che nasce si sviluppa e muore. Dice infatti la voce narrante: "Ci guardammo e ci ascoltammo: silenzi e parole a corredo del testo della seduzione e il suono segreto delle brame a musicare la scena. Poi finalmente un dì ti presi fra le mani e le tue foglie si adagiarono sui miei palmi, ma il soffio della vita e il suo schiaffo ti fecero presto volare via". 3) L'abbandono e il lamento del poeta, Narciso che ora si specchia e "nell'acqua ciò che è intorno a me / si specchia con me / riflesso in un 'immagine / che si anima di quello che anima me", ovvero solo se stesso, perché "più nessun profumo sa di te / Non ci sei più". Non resta che l'attesa. E la consapevolezza che la vita è perdita. E brevi momenti fulgidi da custodirsi nel cuore.

La cognizione del dolore: rielaborazione personale e concentrata dell'omonimo romanzo di Carlo Emilio Gadda, ma anche omaggio sentito di Cristiano e soci al grande scrittore romano. Musicalmente siamo dalle parti de L'uscita di scena, con chitarre taglienti, voce sprezzante e ritmo incalzante.
"Gli occhi in fissità sull'indefinibile abisso di afflizione universale […] Lenta un giorno fiorirà, e tumore diverrà, la cognizione del dolore […] E più grande di ogni colpa avrà inviolabile sovranità su chi non potrà più vivere felice, mai / e più d'ogni colpa porterà al verdetto della verità: "pagherai scrivendone".
La scrittura come espiazione delle colpe. Il verdetto della spada di Damocle della verità: l'impossibilità d'essere felici. Un pezzo che farà parlare.

Nel peggio: l'epilogo. L'arpeggio della chitarra ricorda Quasi 2001, la batteria L'abbraccio. Torna un'altra metafora cara ai Marlene: quel linguaggio marimaresco che usa termini come "marcescente ormeggio", "chiglia", "deriva" , parole che hanno a che vedere con la vita marinaresca, la navigazione e il naufragio. Qui, però, c'è un'atmosfera sinistra e malsana, direttamente presa in prestito dalla "Ballata del Vecchio Marinaio" di S. T. Coleridge, coi suoi sguardi allucinati e i suoi malefici incantesimi; un'atmosfera caratterizzata da odori indicibili, carcasse marcescenti e dove il mare stesso è un paludoso e osceno stagno…Una visione di morte, sembrerebbe un suicido per impiccagione - Ricordo parlava invece di un suicido secondo modalità diverse, un tuffo nel vuoto - ma chi è l'abietto di cui si parla, questo essere vizioso e dolente, che non ha più nella da chiedere alla vita? La corda, marcia si sfilaccia allenta la presa al collo, si spezza, quando ormai l'uomo è già cadavere e allora egli sprofonda in fondo al mare - ho i miei dubbi che il cadavere di un impiccato con i polmoni svuotati d'aria, incapaci di respiro e quindi anche impossibilitati a riempirsi d'acqua, possa andare a fondo senza restare invece a galla…ma questi sono particolari irrilevanti -.

Un album che non si limita a strizzare l'occhio alla letteratura, con qualche citazione colta, in questo caso i versi di Guido Gozzano, le parole metabolizzate di Gadda , le atmosfere di Coleridge o i personaggi di Cervantes (ricordo ancora una frase di Lolita di Nabokov in Ho ucciso paranoia), ma che è canzone per canzone, testo per testo, tentativo ambizioso e letterario (anche in questo caso gli esempi nel passato dei Marlene sono numerosi, dalle parole pronunciate da Cristiano ne La vampa delle impressioni, a pezzi in cui la sua voce veniva scandita su un sottofondo musicale, come in E poi il buio o in Il vortice….a certi versi di Aurora o di La lezione che fece male, alle dichiarazioni camuffate in anagramma su Che cosa vedi). La parola è ricerca, ritmico e magmatico flusso, catarsi, dolore che esce fuori, verità che contorcendosi si fa rivelazione, fragile stato d'animo, ma anche fantasma opaco e sfuggente, menzogna che non ci rappresenta mai totalmente e che solo parzialmente rappresenta ciò che sentiamo, vediamo e viviamo ogni giorno. Giocarci un privilegio e una responsabilità che ognuno si deve assumere, e i Marlene l'hanno fatto con questo loro ultimo lavoro ("Sono muto per difficoltà" cantava Cristiano in Un sollievo, quanta strada ha percorso per arrivare alla presa di posizione di Sacrosanta Verità e alle ammissioni di Poeti!). Non possiamo che essergli grati. Grazie dunque al professor Godano per questa ennesima lezione che non fece che bene.

Posted by SergioG at 00:03

18.03.05

Incipit musicali

Gianni mi ha mandato una e-mail proponendo un gioco con dieci incipit musicali. A me sembra decisamente più semplice che con i libri, comunque lo propongo aggiungendo altre dieci scelte personali…le soluzioni fra una settimana…o giù di lì. Mi piacerebbe dare un premio a chi ne indovina di più...

1) Cambiare idea. Si può vincere una guerra in due o forse anche da solo…

2) Orso si sposta goffamente con passo irregolare nel flusso irregolare della gente che scontra…

3) Se tutto ciò che cerco nasconde un movimento quale destinazione può incontrarci…

4) Sono sveglio o forse no ma non mi importa. Tu sei l’unica per me…

5) E son qui e non c’è niente strade, bar: comunque mi difendo non mi arrendo…

6) Jah......Jah gia?… Come già cos’è l’eternità Che certi pomeriggi non finiscono mai…

7) C’è forza nella pioggia che bagna il bordo del lavandino e le mie braccia tese, oggi…

8) L’aria è densa e il fumo si spezza non posso più vivere sempre a metà rincorro le strade della tua mano ed è rossa la terra che va verso il sole…

9) Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo…

10) Sei il colore che non ho e non catturerò ma se ci fosse un metodo vorrei che fosse il mio…

11) Di colpo si fa notte s'incunea crudo il freddo / la città trema, livida trema…

12) La tua stanza aveva finestre sul mare / la tua bocca era finestra da amare…

13) Ho avuto molte donne in vita mia / e in ogni camera ho lasciato qualche mia energia…

14) Quaranta gradi all'ombra di giorno / di notte meno di sei / levatemi gli indiani di torno, anche arrabbiarmi potrei…

15) Un abbraccio convulso e poi la fuga / la verità ha più sapore se è mangiata cruda…

16) Come in sogno la macchina scivola via / la bocca che sa di fumo, di vino / di baci a venire e di frenesia…

17) Poco sole, pochi i giochi, i bambini guardano sù / una scia graffia il cielo, occhi scuri cercano un sé…

18) Io devo bere un po' di questo amaro calice / io devo berne molto fino a toccare il fondo…

19) Non ti sei accorto ancora che siamo più attraenti delle metafore?…

20) C'è solo vecchia musica e se ne muore il secolo / e tu non canti più…

Posted by SergioG at 23:22

13.03.05

NADA E MASSIMO ZAMBONI IN CONCERTO

Adoro i concerti nei piccoli locali, dove pochi eletti si accalcano attorno ad un essenziale palco stringendo d'affetto i musicisti, e dove spesso si crea quell'atmosfera magica, per cui anche i silenzi tra una canzone e l'altra diventano significativi e le parole come tanti invisibili aghi trapassano la pelle per conficcarsi direttamente nel cuore di ciascuno. E' stato così giovedì sera al Folkclub di Torino. Dove quattro musicisti stretti su un palco minuscolo hanno semplicemente messo a nudo le loro enormi qualità artistiche, in primis la voce duttile, matura, sporca, emozionante di Nada Malanima - una scoperta per il sottoscritto - che si sposava benissimo con gli accordi elettrici (e gli amplificatori valvolari) d'un Massimo Zamboni rinato e umile come non mai, e con la sezione ritmica formata dagli ex Ustmamò Luca Rossi (basso) e Simone Filippi (inaspettatamente alla batteria, invece che alle consuete chitarre). Il repertorio ha spaziato da alcune delle canzoni presenti sull'ultimo album di Nada, "Tutto l'amore che mi manca", ad alcune tratte dall'album di Zamboni "Sorella sconfitta", a cui Nada ha collaborato, a pezzi classici della stessa cantante livornese, che appartengono ormai alla storia della canzone italiana, rilette però in chiave assolutamente moderna e rock. E proprio la modernità dei suoni e l'estrema duttilità della voce e dell'interpretazione di Nada, sono sintomi indicatori di quanta strada abbia fatto questa artista passata dalla musica leggera alla canzone d'autore (Ciampi, Conte) e ora giunta (sostenuta da una felice vena, da qualità non comuni, ma anche dai giusti musicisti che l'hanno accompagnata nella crescita attraverso gli anni, per citarne alcuni la Piccola Orchestra Avion Travel, John Parish e Howe Gelb, Cesare Basile e lo stesso Zamboni) ad una sua personale e sorprendente maturità musicale, che si spera darà ancora tanti frutti e - meritate - soddisfazioni.
Fortissime emozioni hanno accompagnato l'esecuzione di brani quali Tutto l'amore che mi manca, Chiedimi quello che vuoi, della bellissima ballata Asciuga le mie lacrime e soprattutto di Le mie madri vera e propria cavalcata poetica e teatrale, con il fantasma della prima Patty Smith ad aleggiare sul soffitto, al contempo urlo viscerale e doloroso, richiesta disperata e rabbiosa di bisogno d'amore, ed espiazione dei peccati. Altrettanto suggestiva la riproposizione dei brani scritti da Zamboni, ovvero degli strumentali Santa Maria Elettrica e Stralòv(accompagnata da breve brano tratto da Emilia parabolica dello stesso Zamboni), di Da solo (originariamente cantato da Lalli, ma straordinario anche nell'esecuzione di Nada), Ultimo volo America (che ne ha guadagnato anche senza la voce del soprano Marina Parente, con l'introduzione di un Miserere e la voce drammaticamente solenne di Nada) e della coinvolgente Miccia prende fuoco (fatta un po' più lenta e meno reggeaggiante rispetto all'originale), preceduta da una altrettanto sorprendente rilettura di Trafitto dei CCCP-fedeli alla linea (dove peraltro non si riampiangeva affatto la mancanza di Ferretti…Grazie Zamboni !!!).
Altrettanto riuscite le riletture del repertorio classico di Nada, per esempio di Ma che freddo fa, o di Il cuore è uno zingaro, mentre nel bis finale una inaspettata base elettronica alla Massive Attack ha accompagnato la celeberrima Amore disperato , riportando alla mente i vocalizzi di Biork. Veramente bravi. Il sorriso timido di Massimo e quello davvero senza tempo di Nada, mi resteranno impressi a lungo.

Posted by SergioG at 18:23

08.03.05

NADA & ZAMBONI AL FOLKCLUB

L’Apertura" è il nuovo progetto musicale che NADA e MASSIMO ZAMBONI (ex CCCP e CSI) propongono nella stagione teatrale 2004-2005, a metà strada tra reading e concerto, giovedì 10 marzo al Folkclub di Torino.
Lo spettacolo propone letture musicate tratte dalle rispettive recenti pubblicazioni (Nada, "Le mie madri", Arcana 2003; M. Zamboni, "Emilia parabolica", Fandango 2004), insieme a canzoni dei due repertori interpretate e rivisitate coralmente dagli artisti. Saranno proposti molti brani dagli album usciti la scorsa stagione: "Tutto l’amore che mi manca" di Nada (On the Road Music Factory 2004) e "Sorella sconfitta" di Zamboni (Radiofandango 2004), disco col quale è nata la collaborazione tra i due artisti - e dove Nada interpreta tre canzoni scritte da Zamboni. Già questi due diversi progetti musicali esprimevano, con la stessa forza e intensità, una percezione simile del senso del dolore. Un percorso che si specifica e approfondisce con questa nuova produzione. Con Nada e Zamboni, saranno sul palco Luca Rossi al basso e Simone Filippi alle chitarre, entrambi componenti dei disciolti Ustmamò. Per maggiori informazioni vedere il sito.

Naturalmente seguirà cronaca dell'evento.

NOVITA' MUSICALI:

Venerdì 11 esce il nuovo c.d. dei MARLENE KUNTZ, "Bianco sporco". Chi ha potuto ascoltare in anteprima il disco, riferisce di suoni cupi, di ritmi lenti, di distorsioni e violini, di canzoni ammalianti. Il singolo scelto per promuovere l'album sarà "Bellezza". I "nuovi" MARLENE (senza Dan Solo al basso, ma con un Maroccolo a far da supporto nelle retrovie) saranno in concerto all'Hiroschima Mon Amour di Torino il 28 Aprile.
Tra l'altro in uscita ad aprile anche la biografia ufficiale di Chiara Ferrari, dal titolo "Visione distorta ", edita da Giunti editore, con tutte le notizie riguardante gli inizi della storia del gruppo…
Per maggiori informazioni vedere qui.
Seguirà recensione.

Il 15 aprile invece uscirà il nuovo c.d. degli AFTERHOURS, "Ballate per piccole iene". Il disco verrà presentato in anteprima in ben due concerti all'Hiroshima Mon Amour, il 31 marzo e il 1 aprile. Il singolo, "Ballata per la mia piccola iena" uscirà il 25 marzo.
Per maggiori informazioni vedere qui. Seguirà recensione.

Posted by SergioG at 23:11

14.01.05

Al tramonto l'epoca dei dischi

[…] Che il batterio esistesse, Schömberg lo sapeva bene. Già nel 1930 scriveva: « La radio è un nemico, un nemico implacabile che avanza irresistibilmente e contro il quale ogni resistenza è vana»; essa « ci ingozza di musica…senza chiedersi se abbiamo voglia di ascoltarla, se abbiamo la possibilità di percepirla», cosicché la musica diventa un semplice rumore, un rumore fra altri rumori. La radio fu il piccolo ruscello dal quale tutto ebbe inizio. Vennero in seguito altri mezzi tecnici per riprodurre, moltiplicare, aumentare il suono, e il ruscello si trasformò in un immenso fiume. Se un tempo ascoltavamo la musica per amore della musica, oggi essa urla ovunque e sempre, «senza chiedersi se abbiamo voglia di ascoltarla», urla negli altoparlanti, nelle auto, nei ristoranti, negli ascensori, nelle strade, nelle sale d'attesa, nelle palestre, nelle orecchie tappate dai walkman, musica riscritta, ristrumentata, scorciata, dilaniata, frammenti di rock, di jazz, di opera, flusso in cui tutto si mescola, al punto che non sappiamo chi sia il compositore ( la musica diventata rumore è anonima), che non distiguiamo l'inizio dalla fine (la musica diventata rumore non ha forma): l'acqua sporca della musica dove la musica muore".
Milan Kundera da "L'ignoranza".

"Ora il "download" batte i cd, al tramonto l'epoca dei dischi", scrive Enrico Sisti su La Repubblica: "In Gran Bretagna a fine anno lo storico sorpasso", recita il sottotitolo…

I dischi esistono ancora. Ma quanto dureranno? Si chiede il giornalista, "Poco, se andiamo avanti a questi ritmi" ha dichiarato al Guardian il presidente della British Phonographic Industry, Peter Jamieson. L'acquisto on line delle canzoni (vendute come singoli) ha superato quello dei cd e dei vinili contenenti gli stessi brani. L'articolo continua con altre delizie statistiche sull'argomento:
A che servono ormai le classifiche di vendita ufficiali, se non vengono contati i pezzi scaricati dalla rete? Punto primo. Le vendite di cd e dischi nei negozi, intanto, continuano a diminuire (-14% nell'ultimo anno) Punto secondo.
Che faranno i piccoli negozietti per sopravvivere? a) Adeguarsi alla situazione, fornendo supporti per lo scarico di musica dalla rete e per la masterizzazione su dischetto su richiesta; b) Specializzarsi in vecchi vinili e vecchi cd da collezione, perché - occorre parlare chiaro - la qualità del vecchio vinile anni '70 (non quel merdoso vinile che ci propinavano negli anni ottanta, che friggeva dopo due ascolti) e la qualità della registrazione su cd (e su nastro DATA, che non hanno mai messo in commercio a costi decenti!) resta insuperabile. Non mi venite a dire che i cd masterizzati sono equivalenti. Basterà questo a non far chiudere uno dopo l'altro tutti i negozi di dischi? Basterà questo a non far scomparire il cd? Le vendite per il tramite di downloading, "crescono esponenzialmente: nel Regno Unito nel 2004 sono stai venduti ventisei milioni e mezzo di cd contro sei milioni di downloading effettuati, ma due settimane fa c'è stato il sorpasso con 282mila cd venduti contro 312mila downloading".
Non si può fermare il progresso tecnologico, ok, e qui nessuno lo vuole fermare. Il mondo occidentale consuma (e si consuma) sempre più velocemente ed in modo sempre più superficiale; il download ne è una prova lampante. Si trova tutto e lo si scarica gratis o quasi. Certo c'è in rete tutta la musica che si vuole, disponibile per un sempre maggior numero di fruitori. Ci sono intere banche di registrazioni musicali (così come intere biblioteche e informazioni scientifiche, giornalistiche, ecc.) a disposizione di tutti e questo è un "figata" galattica. Ma il tutto andrebbe a mio parere regolamentato in modo che non ci siano le solite potenti lobbies multinazionali a guadagnarci miliardi di dollari sotto…Con le briciole lasciate ai derelitti che si scannano tra di loro in ignominiose guerre tra poveri...
Io, finché sarà possibile comprerò - finché avrò del denaro a disposizione - cd musicali di gruppi/artisti italiani per sostenere e aiutare il loro lavoro. Certo poco si è fatto per salvare il cd da questa (prematura?) fine. Si potevano forse abbassare i prezzi e l'iva di tutti i cd. Ridistribuire meglio i guadagni, cambiare la filiera di distribuzione. Invece ho l'impressione che il mondo occidentale vada sempre più verso un abisso incolmabile, che separerà sempre di più coloro che hanno i soldi e che sono consumatori di serie A, dai consumatori di serie b che non possono permettersi di spendere in beni considerati "di secondaria importanza". Chi potrà permetterselo avrà bei vestiti, automobili costose, libri in lussuose edizioni, cd musicali o cd rom, dvd e quant'altro in edizione super mega limitata e così via…gli altri si accontenteranno, leggeranno e ascolteranno quello che passerà dal convento (ciò che sarà disponibile in rete non a pagamento, sempre di meno a parer mio). Ma questo non accade già oggi?
Beh, è uno scenario culturale dal mio punto di vista sconsolante, disarmante per non dire terrificante.
Intanto, noi "generazioni di mezzo" facciamo trasloco da un luogo all'altro, da una città all'altra o da un appartamento all'altro portandoci dietro sulle sempre più curve gobbe, in un vero e proprio museo di oggetti (in)superati, tutta la nostra "cultura" musicale, ripartita tra i diversi supporti musicali: cassette (io ne conservo quattordici scatole di camicie, per un totale di circa 400 cassette), dischi in vinile (300, ma ci sono persone che conosco che ne hanno scaffali pieni fino al soffitto), cd (200 circa), dvd, cd rom… Senza dimenticare i relativi lettori (mangiacassette, piatti, impianti stereo ingombranti, lettori cd, lettori dvd, computers, e con sottofondi di suonerie di telefonini del cazzo) che ci sono stati propinati durante tutti gli anni della nostra esistenza… Soffocheremo nelle nostre stanze, sommersi dagli oggetti come il protagonista del superbo libro di Hrabal "Una solitudine troppo rumorosa" che aveva vagonate di libri a pesargli sulla testa come una spada di Damocle, sulla mensola del letto e financo sopra la tavoletta del cesso?
Certo sarebbe comodo trasformare tutto con una bacchetta magica in files mp3 da rinchiudere in un semplice e pratico lettore I POD da portarsi in tasca... ma non sarà la stessa cosa, di quando adolescenti spendevamo interi stipendi del babbo in preziosi oggetti in formato vinile da venerare e custodire come il più prezioso dei graal.
Ma noi siamo dinosauri. Affezionati al vinile per intossicazione irreparabile. Noi siamo malati incurabili e incurabilmente feticisti di testi di canzoni, fotografie, note didascaliche, dediche agli sconosciuti...dipendenti tossicomani assuefatti all'odore dell'appena scartato, scellofanato...Noi che registriamo tutto per non consumare gli originali e non prestiamo niente se non agli amici più cari e sotto giuramento che ogni oggetto tornerà incolume al proprietario...
A quante piogge di meraviglie tecnologiche (meteore che durano sempre di meno) dovremo ancora sopravvivere? Quante ennesime glaciazioni (invenzioni consumistiche indispensabilmente inutili) dovremo affrontare?
Non cresceremo mai, non arriverà mai l'uomo "moderno" ad un uso consapevole e democratico delle tecnologie?
Il canto dello sciamano del deserto ci seppellirà e seppellirà tutto il nostro rumore, tutto il frastuono delle nostre ultramoderne ultrasofisticate apparecchiature. L'oceano di rumore della nostra tanto glorificata civiltà lascierà il posto ad un immenso ed eterno silenzio cosmico.

Posted by SergioG at 23:22

08.01.05

il ritorno dei morti danzanti

La notizia l'ho colta dal numero di gennaio di Rumore, ed è di quelle che allietano e fanno ben sperare per il nuovo anno…
Tornano insieme, per ora solo sul fronte dei concerti i DEAD CAN DANCE.
Tra fine inverno e inizio primavera è programmata una tournée europea che farà scalo in Italia giovedì 24 marzo al teatro del Verme di Milano. Ci sarà una tappa anche in Olanda a Den Haag il 12 marzo. Per maggiori dettagli sul tour cliccare qui.
Intanto Lisa Gerrard ha lavorato insieme a Ennio Morricone a Budapest alla colonna sonora del film Fateless di Lajos Koltai, tratto dal romanzo Essere senza destino del premio Nobel 2002 Imre Kertész. Dovrebbe uscire in febbraio e pare sia sublime.
Non è dato sapere invece quando uscirà il nuovo disco solista della Gerrard, già pronto da luglio 2004.

Franco Battiato invece, sabato 5 febbraio, presenterà il suo ultimo disco Dieci Stratagemmi dal vivo al Palazzetto dello sport di Cuneo: biglietti in vendita a 40,00 euro (primi posti a sedere) e 30,00 euro (posti sugli spalti).
Non fatemi dire niente sul caro concerti e sulla qualità dei suoni dal vivo nei palasport.

Posted by SergioG at 19:35

i dischi migliori del 2004 n.2

Questa è la playlist per il 2004 mandatami da Roberto, la posto volentierissimo:

1. P.G.R. - D'anime e d'animali
2. Giorgio Canali e Rossofuoco - ↓
3. Ikara Colt - Modern apprentice
4. Diaframma - Volume 13
5. Verdena - il suicidio del samurai
6. Kasabian - Omonimo '04
7. Giancarlo Onorato - Falene
8. A.A.V.V. - Boomsomgs for Velvet (gratis!! Su www.musicboom.it)
9. Franz Ferdinand - omonimo 2004
10. Shandon - 69
11. Courtney Love - America's sweetheart
12. Mirsie - El santo
13. One Dimensional man - Take me away
14. Stellastarr - Omonimo '04
15. Enrico Ruggeri - Punk prima di te

Posted by SergioG at 18:56

11.12.04

I MIGLIORI DISCHI DEL 2004

I migliori c.d. del 2004, consigliati da D'ALTRO CANTO:

Stranieri:

Tom Waits - Real gone
Bjork - Medulla
Blonde Redhead - Misery is a butterfly
Lisa Gerrard & Patrick Cassidy - Immortal memory

Italiani:

Verdena - Il suicidio dei samurai
One Dimensional Man - Take me away
Mirsie - El santo

Giorgio Canali - ↓
Massimo Zamboni - Sorella sconfitta
P.G.R. - D'anime e d'animali

Andrea Chimenti - Vietato morire
GianCarlo Onorato - Falene
Emidio Clementi - Stanza 218

Posted by SergioG at 16:32

22.11.04

ANDREA CHIMENTI - VIETATO MORIRE

"L'Oceano e il Ragazzo li scorta
il vento di cenere e d'erica
è un Canto il Ragazzo ora, è un Canto
nato appena, invincibile.
Giuseppe Conte da "L'Oceano e il Ragazzo camminano…"

Chimenti.jpg Dopo l'avventura coi Moda, Andrea Chimenti ha intrapreso la carriera solista esordendo con "La maschera del corvo nero e altre storie" (1992). Il Consorzio Produttori Indipendenti, ovvero il duo Maroccolo-Magnelli ha prodotto il suo secondo album "L'albero pazzo", del 1996. Si tratta di un piccolo capolavoro, rilettura originale e matura della nostra migliore canzone d'autore, con inserti classicheggianti e suoni pop di respiro più moderno; un disco ancora oggi stupefacente per bellezza delle canzoni, raffinatezza dei testi e della interpretazione vocale, qualità degli arrangiamenti. Da qui la discografia del "maestro strabilio" Chimenti, si è dispersa nel corso degli anni in originali esperimenti sonori, come la rilettura acustica di alcuni pezzi de "L'albero pazzo" inserite insieme alle musiche scritte e suonate insieme a Fernando Maranghini per accompagnare brani di Ungaretti, Pessoa e versetti del Qohelet (1997), oppure quelle condivise con la voce femminile della compianta Anita Laurenzi per musicare la lettura di un altro libro dell'Antico Testamento, Il Cantico dei Cantici (1998).
Si arriva così al punto più alto del lavoro artistico di Andrea Chimenti, lo spettacolo "Il porto sepolto", dove il nostro si cimenta nell'interpretazione musicale dei più bei versi scritti dal poeta Giuseppe Ungaretti. Un estratto da questo spettacolo, suonato e composto insieme a Massimo Fantoni e Matteo Buzzanca, viene pubblicato su cd nel 2002. Ed è incomparabile meraviglia.
Da allora la lunga gestazione che ha portato nei primi giorni di ottobre alla pubblicazione della nuova e attesa raccolta di canzoni di Chimenti, intitolata "Vietato morire", anticipata dall'uscita di un cd dal vivo con canzoni registate durante la turné de "L'albero pazzo".


"Vietato morire" prende spunto da un dipinto di Ivan Kramskoj ed è introdotto dalle parole dello stesso Chimenti riguardanti un piccolo episodio accaduto nell'ultimo giorno delle registrazioni, quando ha liberato un insetto rimasto prigioniero nello studio: «attratta dalla luce, sbatte sui vetri una mosca. La guardo, mi alzo e le apro: oggi qui è vietato morire». In questa frase c'è tutta la positività e il senso del disco. Vi sono compresi dodici piccoli capolavori sonori, che ancora una volta fanno centro, e si legano per affinità assoluta ad alcune canzoni portanti de "L'albero pazzo" (Era il momento, Ora o mai, Si dirada la nebbia), diventandone l'ideale continuazione. La squadra di collaboratori è la stessa de "Il porto sepolto", con in primo piano Massimo Fantoni (alle chitarre) e Matteo Buzzanca (a dirigere gli archi e al pianoforte). Sono presenti, però, tantissimi altri musicisti: Patrizia Liquidara (alla voce), Steve Jansen (batteria), Alessandro Fiori e Enrico Gabrielli (dei Mariposa rispettivamente al violino e alle ance), il Quartetto Euphoria (agli archi), Gianni Maroccolo (basso) e Fabio Fecchio (dei metallari Ephel Duath, sempre al basso) e ancora Filippo Pedol (contrabbasso), Andrea Franchi e Daniele Abbinante (batteria), Maurizio Cenni e Paolo Giusti (corno e trombone), Guglielmo Gagliano e Lorenzo Tommasini (al mixer).
Accattivante la grafica e magnifiche le fotografie di Alessandro Grazian, Matthieu Spohn, Michėl Morh. Un disco che conferma quanto di buono Chimenti ha fatto in passato, anche se a mio personale giudizio mi mancano certi sperimentalismi di "Qohelet" e non si arriva alla quieta perfezione de "Il porto sepolto".
La sua classe comunque è cosa rara e preziosa di questi tempi.

"Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l'immaginazione. Tutto
il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente
immaginario. Ecco la sua forza.
Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto
inventato. E' un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo
dice Littré, lui non si sbaglia mai.
E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi".

Céline, incipit a "Viaggio al termine della notte".

- La cattiva amante: la metafora del deserto.
Il deserto della conoscenza, il deserto che ognuno di noi, come moderni Abramo, dobbiamo attraversare per arrivare a noi stessi (il mio riferimento è a Moni Ovadia). Ma anche il deserto che ci circonda (l'incapacità a comunicare, la mancanza d'ascolto degli altri) che fa della nostra fragile voce - così straboccante di dubbi, così povera e bisognosa di certezze - del nostro grido disperato di moderni "ecclesiasti", una vox clamantis anche nel mare magnum di internet e tra le autostrade e le cattedrali della modernità.
Allo stesso modo ciò si rispecchia nella canzone dove la tensione drammatica creata dal coro iniziale e dalle distorsioni della chitarra in sottofondo, si stemperano non appena parte la rasserenante voce di Andrea Chimenti (ormai non più rivelazione, ma certezza) e si scioglie al fiorire degli archi, con il bicchiere del cuore che piano piano si colma di liquido sentimento grazie al crescendo del pianoforte e agli stacchi del ritornello. E la musica è tutt'uno con il testo (a cui è stata credo perfettamente adattata): "Ragazzi avete mai provato il buio del deserto? / Le dune come balene addormentate / la sabbia nella bocca / e poi un pensiero pesante…come roccia […] Si muove qualcosa lontano / e si avvicina con violenza / animale, uomo, donna, non capisco". E' questa la cattiva amante, "una presenza", "la notte stessa che con il deserto si mescola", la parte oscura di noi stessi, ciò che dobbiamo affrontare e dominare per crescere, il confrontarsi con l'altro, il non conoscibile, che sia fuori o dentro di noi, anche se è una prova dura da superare perché: "Amo, amo, amo e niente che risponda". Il mondo va per un'altra strada.

- Prima delle cenere: la metafora della fiamma.
Ovvero il susseguirsi inafferrabile, spesso inspiegabile degli avvenimenti, il dipanarsi a volte incontrollabile del destino, il tempo inesorabile che passa; "Nel lampo di un fiammifero / prima della cenere […] nel tempo prima di accendere" accadono istantaneamente molteplici eventi: "Si spegne un uomo e un altro nasce / un fiume straripa, un addio si consuma / un vaso, un uomo, un sasso cade / non so dove ma di certo accade". Lo scandire netto delle parole e il tono basso della voce rimandano vagamente a Jovanotti e alla Nada di "Miccia prende fuoco" di Zamboni. Poi il ritornello esplode riportandoci in pieni anni settanta, alla Premiata Forneria Marconi, e così il piano jazzato del finale. Poeticissima e assai felice l'immagine della morte (prima solo accennata nei versi "si spegne un uomo" e "un addio si consuma") vista con gli occhi di un bambino (gli occhi del poeta Chimenti), vista come un qualcosa che ha solo lievemente disturbato una festa (e nel mondo anglosassone celebrata in vero e proprio funeral party): "Nel tempo prima della cenere / un lampo, un grido, qualcuno ferito / forse una festa di compleanno / un uomo disteso, girato su un fianco". Girato su un fianco, come le fredde norme di pronto soccorso vorrebbero, ma è troppo tardi, perché è già…il tempo della cenere.

- Oceano: la metafora del viaggio.
Asse portante di tutto il disco. Viaggio = navigazione = vita. "Quale rotta stabilita alla partenza / quale stiva colma di tesori / quale vento a gonfiare le mie vele / quale albero maestro alto da sfiorare il cielo / quale mare senza scogli né tempeste / quale approdo, quale porto, quale terra da avvistare…". Classici gli arrangiamenti, che rimandano ai pezzi più riusciti de "L'albero pazzo", all'epicità di certe colonne sonore. Ma c'è un elemento nuovo: la voce magistrale e perfetta di Patrizia Laquidara, a sostenere il ritornello e poi da sola ad alternarsi, inseguirsi e sovrapporsi con quella di Chimenti. Una voce magica che sa mettere i brividi nel finale. Una presenza femminile che fa dirottare il senso del testo, fa respirare l'argomento ampliandolo da ricerca solitaria della conoscenza a incontro d'amore e proseguimento nella ricerca della verità per mezzo dell'esperienza d'amore: "Quale amore ad aspettare il mio ritorno" diventa nel ritornello sostegno indispensabile, tappa fondamentale per portare a compimento il viaggio, il "perdermi", "l'abbandonarmi" diventano "perdersi come naufraghi", "incontrarsi in questo oceano / lasciandosi portare via dove tutto è pacifico". Ancora un tema biblico, dunque, quello della conoscenza, caro al già citato Moni Ovadia: "Il pensiero ebraico sollecita l'uomo e la donna ad incontrarsi sul ponte della conoscenza fertilizzata da una pietas interiore per fondare con dolcezza un mondo di fratellanza universale, di giustizia, di santità, di libertà". E poco prima: "L'atto d'amore per non essere cupio dominandi, istinto di possesso, uso strumentale, cannibalismo o violenza, deve sgorgare come afflato cognitivo che accolga l'altro nella pienezza della sua dignità e alterità specifica" ( Moni Ovadia da "Vai a te stesso"). L'uomo e la donna (o la persona amata in senso lato, per carità non facciamo discriminazioni) insieme si completano e possono - nel rispetto reciproco - aspirare alla Verità della Conoscenza, attraverso però le dure esperienze della vita, non certo attraverso la scorciatoia del frutto dell'albero proibito.

Basterebbe fermarsi qua: le prime tre canzoni (e l'ultima che chiude il disco), valgono già da sole l'acquisto del cd. Ma c'è di più…

- Il momento del passo: la metafora dell'arco.
Dell'equilibrio con se stessi e con gli altri. "E' questo il momento del passo […] il momento della parola / come la forza del braccio tende l'arco / così la forza del cuore, la mente. / Anche se arriva la notte, non importa / anzi sarà la benvenuta / se arriva la tempesta, non importa" e poi "Arrivano uomini dal deserto / con carri carichi di pietre / arrivano i giorni / che non mi sarei aspettato e forse non avrei voluto / sederanno alla mia tavola / e saranno i benvenuti / perché saranno loro a tendere il mio arco, / loro alle mie spalle ad indirizzarmi verso il bersaglio". Sembra di sentire i saggi ammonimenti del "Profeta" di Gibran. La sontuosa struttura sonora riporta a pezzi come "Si dipana la nebbia".

- Tra la terra e il cielo: la metafora dentro alla metafora.
Stavolta per spiegare la sostanza di cui siamo fatti, a metà strada tra la terra-fisicità-i sensi e il cielo-spirito-tensione all' ideale . Dice Chimenti: "Il vento soffia dolcemente / nel fragile flauto delle mie ossa" (altra immagine felice) e ancora "il cuore è fatto di paglia"; poi riprende l'immagine della fiamma, stavolta per spiegare la necessità al distacco dalle cose futili e al bisogno naturale di elevazione: "Dimmi quale è il tuo nome / Scrivilo sul mio cuore". "Ho mani di terra / per frugare il cielo […] nasce una fiamma / tra la terra e il cielo / avanza e s'innalza". L'uomo, questo essere straordinario ma inadeguato e fragile. Adatto più a fare qualche domanda che a trovare delle risposte. Affascinano l'apertura del ritornello (veramente una fiamma che s'illumina) - grazie al lavoro del pianoforte e alle chitarre psichedeliche - e la coda finale strumentale alla Fossati, caratteristica già di altre canzoni di Chimenti, per es. "La finestra sul melo".

- Quieta notte:
Ancora la metafora del navigare, ma attraverso la notte e al fianco dell'amata. Comincia con un piano e atmosfere trasognanti alla 4AD. Una ninna nanna dal tema amoroso che riporta subito a pezzi come "Era il momento", "Si dipana la nebbia" e "Senza un'alba". Ma qui, la poeticità è evidenziata dalla struttura a stanze di quattro versi e dall'uso in quantità di rime e assonanze: "Con una carrozza d'acqua viva viaggeremo senza ritorno / e con arpa di legno teso navigheremo sopra le onde"; "Quieta notte, cielo terso, neve bianca, manto sordo / amore, strada senza ritorno, amore, aspettiamo il giorno".

- Limpido: canzone pop luminosa e solare, con riferimenti Beatlesiani e al David Sylvian più melodico; violoncello, pianoforte e glockenspiel in evidenza. Meno felice però il ritornello, rispetto alle strofe e in generale un po' troppo semplicistico il testo, almeno rispetto ai pezzi precedenti.

- Cuore di carne: altra parola chiave dell'intera discografia di Andrea Chimenti è la parola "carne": simbolo di umano desiderio, dello scontrarsi con la propria fisicità e quella della persona amata, ma anche con l'affollata varietà umana del mondo. Canzone più sofferta della precedente, ma sicuramente più emozionante e riuscita. Ricorda strutturalmente pezzi come "Ora o mai" e "Lasciatemi stare", con un briciolo di Sting di "Bring on the night" per l'uso del clarinetto. Bello il coro a svanire del finale. "Case, strade, polvere, luci di città / occhi chiusi, musica per spingersi più in là / mani che si muovono a ritmo con te […] Pregano e cantano mille voci e poi / tornano, risuonano, si cercano e così noi".

- Mipney ma: a questo punto non sorprende che ci sia un canto tradizionale ebraico. Per riportare alla giusta atmosfera mistica e serrare le file per il finale. "Perché, perché - recita il testo - l'anima è caduta giù dal cielo?". "Perché le cadute più grandi / sono preludio / alle più grandi ascese". Solo voce e pianoforte. Ci si avvicina all'ultimo di Lisa Gerrard.

- Il gioco:
altro pezzo incantevole e incantato. Dove stupore e struggimento si mescolano come colori sulla tavolozza di un pittore. La vita è un gioco, che talvolta può costare caro, può far soffrire, comportare sacrifici, addii e bocconi amari. Ma anche momenti di grazia che bisogna saper cogliere, occasioni che non bisogna lasciarsi sfuggire. Prendere o lasciare. Andrea Chimenti non ha nessun dubbio, lui prende. Il basso - con le contropalle - di Maroccolo si apprezza soprattutto nel finale, insieme alle sferraglianti chitarre di Fantoni.

- Se tornassi alla fonte: la metafora dell'acqua.
"Se tornassi alla fonte / al luogo della partenza / ai piedi della montagna / al porto dell'imbarco / al capo del filo / alla prima luce del mattino […] alla prima nota del canto / al primo battito del cuore" . Il percorso della conoscenza visto come viaggio a ritroso, ritorno all'origine, ai bagliori dell'umanità e della vita. Qui il cerchio si chiude perché "meta d'ogni viaggio è il ritorno a casa" (versi miei). Ma dice Chimenti con autentica sensibilità poetica e raggiungendo le vette del Battiato più mistico ("E ti vengo a cercare", "l'ombra della luce", "oceano di silenzio"): "Non porterei nulla con me / solo questa piccola luce / che sta nascendo proprio adesso". Il tempo è scandito dal battito d'un metronomo, mentre Il corno, il trombone e gli archi danno quel non so che di epico a metà strada tra Morricone e gli Spiritualized. Davvero un altro piccolo gioiello.

- Ghost track: è semplicemente uno strumentale dove si incrociano e si riprendono i temi delle canzoni precedenti (il coro di "Cuore di carne", le melodie di "Il gioco", il tema di "Oceano" e così via). Un piccolo incanto che - astutamente - ti fa venir voglia di riascoltare tutto d'accapo, ma anche un pezzo a sé stante, che riesce benissimo a brillare di luce propria, magari utile da tenere in sottofondo mentre si rileggono gli appropriati versi di Pavese:

"L'uomo solo rivede il ragazzo dal magro
cuore assorto a scrutare la donna ridente.
Il ragazzo levava lo sguardo a quegli occhi,
dove i rapidi sguardi trasalivano nudi
e diversi. Il ragazzo raccoglieva un segreto
in quegli occhi, un segreto come il grembo nascosto.

L'uomo solo si preme nel cuore il ricordo.
Gli occhi ignoti bruciavano come brucia la carne,
vivi d'umida vita. La dolcezza del grembo
palpitante di calda ansietà traspariva
in quegli occhi. Sbocciava angoscioso il segreto
come un sangue. Ogni cosa era fatta tremenda
nella luce tranquilla delle piante e del cielo.

Il ragazzo piangeva nella sera sommessa
rade lacrime mute, come fosse già uomo.
L'uomo solo ritrova sotto il cielo remoto
quello sguardo raccolto che la donna depone
sul ragazzo. E rivede quegli occhi e quel volto
ricomporsi sommessi al sorriso consueto".

Cesare Pavese, Rivelazione da "Lavorare stanca".

Posted by SergioG at 11:57

31.10.04

GIANCARLO ONORATO - FALENE

Con "Io sono l'angelo" (1998) GianCarlo Onorato aveva dato prova di assoluta maturità, dando alla luce un album equilibrato per arrangiamenti, pathos, qualità delle canzoni e delle collaborazioni. Contribuivano al prestigio di quel lavoro, infatti, musicisti come Mimì Clementi e Egle Sommacal dei Massimo Volume, Giorgio Ciccarelli e Christian Born dei Sux, Andrea Chimenti, Lilith (voce storica dei Not Moving), Romina Salvadori e Massimo Lupo degli EstAsia, Peppe Voltarelli (de Il Parto delle Nuvole Pesanti) e Massimo Fantoni. Un disco a cavallo tra canzone d'autore e rock moderno, sincero, sentito, pieno di autentica poesia, come non se ne sentivano da anni.
Tra i migliori episodi da ricordare sicuramente la canzone d'apertura, le nozze chimiche, con echi dei migliori Diaframma, acqua di valium, più notturna e certamente debitrice della passata esperienza negli Underground Life(vedi post sui migliori dischi degli Anni Ottanta), nonché la struggente rabbiosa bellezza di la storia per noi, che invece rimanda al più intenso Battiato.
Ma difficili da dimenticare anche le dolci melodie di lettera al cielo o di punkabaret, le piccole meraviglie acustiche di il ritorno di lei, io sono l'angelo o i giorni amari; e soprattutto il misticismo e la drammatica intensità del trittico lauda del mattino, tutto il niente, mia cattedrale.
Un disco che ha lasciato un segno profondo dentro di me, come solo Linea Gotica, Anime Salve o Parole d'amore scritte a macchina, hanno saputo fare.

Ora, a sei anni di distanza da Io sono l'angelo e dopo tre anni di intenso lavoro, GianCarlo Onorato ha finalmente pubblicato il suo nuovo cd, Falene, suo terzo lavoro solista (dopo Il velluto interiore (1997) e la più recente raccolta, Come i fiori in mare, (2001), rivisitazione insieme ad altri artisti delle canzoni di Tenco, nonché numerose pubblicazioni letterarie tra cui spiccano il romanzo Filosofia dell'aria , edito da Feltrinelli e due libri di racconti, L'officina dei gemiti e L'ubbidiente giovinezza).

Falene, contiene dodici nuovi episodi musicali, dalle atmosfere cupe e riflessive, “infestati” , come dice lo stesso Onorato, da personaggi immaginari simili appunto a lepidotteri: “I protagonisti delle mie nuove canzoni sono dodici personaggi che vivono ed amano fino all’estremo, fino a farsi male, fino ad un epilogo fatale, proprio come le falene – le farfalle crepuscolari e notturne – che si spingono talmente vicine alla luce delle candele che finiscono col bruciarsi”. Parole emblematiche per capire l'intero album e per aiutarci nel giusto approccio con un disco che per molti versi raggiunge la bellezza e l'intensità di Io sono l'angelo e riesce negli episodi più riusciti anche ad andare oltre, indicando nuove strade per la canzone d'autore italiana, con uno sguardo a due grandi "maestri" internazionali come Nick Cave e Nick Drake.
A co-produrre l'album, insieme con lo stesso autore, è Mario Congiu, mentre in qualità di musicisti collaboratori ritroviamo la chitarra di Massimo Fantoni e quella del ex Scisma Paolo Benvegnù e poi Lorenzo Monguzzi e Piero Mucilli de I mercanti di Liquore. Infine, ha collaborato alla stesura dei testi la scrittrice Anna Lamberti Bocconi (già con Ivano Fossati).

Parole chiave: sole, luce, cielo, amore…

Si può suddividere l'ascolto dell'album in tre gruppi di quattro canzoni:

- Le biscie d'acqua: è il pezzo d'apertura e uno dei più suggestivi di tutto il disco. Atmosfera soffusa e decadente tra Nick Cave (periodo Henry's dream) e l'ultimo Cesare Basile. Vengono in mente davvero le femminee crudeli creature dipinte da Klimt; "Io ti guardo e ascolto il tuo dolore / troppi laghi di profondità / e i lampi vedo e i cerchi sul tuo manto verde / come biscie d'acqua, come biscie d'acqua / oh madre luce oh madre luce/ perché castighi i figli tuoi?" recita - tra i sospiri - il testo.
- Il bene e il nulla: è il rovescio della medaglia: solarità, melodia, aulici coretti. Pianoforte in primo piano; il testo parla dell'oblio e dello stato di beata spensieratezza dell'innamoramento: "Lei era una tale disarmante folle di una folle bella felicità / e come sbaragliava bene tutto il male dei miei giorni peggiori…".
Sulle stesse lunghezza d'onda le successive ho sete (un po' troppo da catechismo per i miei gusti se devo essere sincero) e la più letteraria e classicheggiante boncourage, dove si sente più fortemente l'intervento della Lamberti Bocconi.

- The bossanova sweet menage; da qui in avanti si entra nel cuore pulsante dell'album. E' il lamento di un raffinato omicida, in ritmo di tango. Perfetta colonna sonora d'un b-movie metà anni settanta, con strizzatina d'occhio a Paolo Conte.
- Ballata dell'estate sfinita: ricorda davvero molto Ho difeso il mio amore dell' Equipe '84 (se non erro), più la celebre Where The Wild Roses Grow (dalle Murder ballads, duetto Cave-Minogue), grazie ai vocalizzi nel ritornello di Bianca Iannuzzi, aggiungete un pizzico di De Andrè e di Cure e otterrete questa affascinante ballatona western-noir. Come il precedente una prova di gran classe.
- Pace di guerra: è decisamente il mio pezzo preferito. Dice lo stesso Onorato che è la sua prima canzone politica (nel senso che si ispira ad un avvenimento, quello dell'immigrazione, che ha a che fare con la realtà in cui viviamo tutti i giorni). Mi auguro ne seguano altre di siffatta bellezza e intensità, perché penso che si tratti semplicemente di una delle migliori canzoni (italiane) che abbia mai ascoltato (fa accoppiata magnifica per esempio accanto a Princesa di De André). Per gli azzeccati arrangiamenti, con quell'armonico crescendo di basso, chitarre, tastiere e batteria, per lo splendido coro finale che prende alla gola e mozza il fiato, per il modo originale in cui è narrata la storia. Si narra infatti di una giovane ventenne dell'est europeo che, forse per scappare alla guerra, arriva in Italia, a fare però la vita da strada, a prostituirsi. Prima con molta poeticità viene introdotta la protagonista: "[…]il suo volto è la grazia, è un antico dolore, che risplende sui fianchi di una che è ancora bimba / e sua madre l'ha avuta solo vent'anni prima / quasi senza dolore in un giorno d'aprile". Poi viene descritto l'ingannevole e spietato mondo che l'accoglie ("ti vendono auto, telefoni e pasticche di sogno / ti vendono aria e fantasmi di pubblicità") e il punto di vista è sia quello della giovane, che vede l'Italia come un paradiso che offre la possibilità di arricchirsi facilmente e di fare la "bella" vita, sia quello degli ipotetici clienti e di tutti noi che ci sbattiamo alla ricerca di felicità effimere e illusorie ("e si sogna l'Italia e un rovescio d'amore / discoteche, cantanti, coca a tutte le ore / oggi sei un disperato e domani un signore / fare intera la vita non voler mai dormire"). Il tutto è visto con una certa amarezza e con sottile ironia, quella sprezzante del primo Vasco Rossi (grazie a quell' "e già", ripetuto alla fine delle strofe). "[…] L'hai imparato da sola anche senza la scuola / che la vita è un corteo e hai una fiaccola in mano / solo c'è troppo vento ed è un giorno di sole / e non serve il tuo fuoco neanche a farti calore / costa come una birra questo schifo d'amore / questa pace di guerra che non vuole parole / ti ha lasciata a vent'anni eri un bocciolo un fiore / e ritrova a ventuno una tariffa a ore […] costa meno di un ballo questo schifo d'amore / che ti svuota la vita ed è senza sapore / e ripensi ai tuoi anni in un brutto momento (/ che ricade sui fianchi di chi era bambina / brucia come petrolio questa europa riunita / questa pace di guerra che fa ancora morire" .
- La vivace Mia neve chiude degnamente questa seconda tranche di canzoni; non avrebbe stonato nell'ultimo disco di Zamboni o nel repertorio degli ormai sciolti Üstmamò, grazie all'incrocio delle chitarre psichedeliche di Fantoni e Benvegnù e ai coretti anni sessanta. Omaggio a Caterina Caselli?

- L'ultima parte del disco si apre con L'androide Mirna, che ritorna alle atmosfere notturne, malaticcie e mittleeuropee, un po' Marlene Kuntz, sia per le parole, sia per gli inserti del pianoforte. Bello l'uso dell'organo, il lavoro alle percussioni e l'inserimento del violino finale.
- Canzone dell'oscurità , altra struggente classica ballata, introduce il tema che dà il titolo al disco: "Ho l'affanno quando la falena converge sorda verso la candela / in volo piatto, con l'ovatta agli occhi / le antenne bruciate ancora prima […] se la farfalla muore in mezzo al fuoco / io passo tra le tenebre d'amore / perché io più son cieco e più mi vedo al vivo / e l'aria è velluto verso il tuo sentire". Anche qui i riferimenti possono essere tantissimi, dal primo De Andrè a Andrea Chimenti, da Nick Cave a Nick Drake, dai Cure di Lullaby per certi suoni, a certe colonne sonore stile Frantic per l'uso del pianoforte.
- Cronache di primavera è un gospel-blues che fa incontrare Zucchero Fornaciari e Andrea Chimenti. Peccato forse per quella voce femminile gospel del ritornello, che sa di "troppo sentito". "Saranno queste le eterne mete d'amore?".
- Infine chiude Un morbido silenzio, ninna nanna intensa e struggente con in sottofondo ben tre voci femminili, che ancora si rifà, non solo per la somiglianza della voce, ma anche per gli arrangiamenti classicheggianti, al migliore Andrea Chimenti. "Non servono parole per le nostre verità / si sente che ora piove cancellando la città / il mondo vibra il mondo trema / il mondo c'è anche senza noi…"
Già il mondo ci sarebbe anche senza GianCarlo Onorato. Un mondo sicuramente meno interessante.

Posted by SergioG at 20:25

18.10.04

Tom Waits - Real Gone

"Nessuno degnò calcolare il sole e il suo
straziante dolore umano in quella eterna
lagrimosa gioconda aurora d'artiglierie
"

Filippo Tommaso Marinetti da "L'aeropoema del Golfo della Spezia"

Mi sembra un buon modo di iniziare questa calata agli Inferi con sosta purgatoriale e salita alle vette del Paradiso. Sarò il vostro Caronte, sarò il vostro Virgilio. Sarò lo specchio infranto dei vostri sogni, la carezzevole mano che vi quieterà dopo il peggiore dei vostri incubi. Ma andiamo con ordine, signori miei, lo spettacolo è di quelli imperdibili…

LA STORIA
Possiamo suddividere in linea di massima il percorso artistico di Tom Waits in tre grandi periodi (che poi corrispondono all'incirca ai tre decenni: anni '70, '80, '90 e seguenti), senza contare le canzoni scritte per altri agli esordi (p.es. Ol'55 portata al successo dagli Eagles) e le numerosissime collaborazioni con altri artisti o per colonne sonore:

- primo periodo - i cosiddetti "Asylum years" - da Closing Time (1973) a Blue Valentine (1978) [passando attraverso dischi ormai classici come The Heart of Saturday Night (1974), Small Change (1976), Foreign Affairs (1977)]

- secondo periodo, da Heartattack and Vine (1980) al live Big Time (1988), [comprensiva della trilogia capolavoro "Swordfishtrombones" (1983), Rain Dogs (1985), Frank's Wild Years (1987)]


- terzo periodo, da Bone machine (1992) a Real Gone (2004) [passando attraverso piccoli capolavori come Mule Variations (1999) e lavori dalla più altalenante ispirazione come The Black Rider (1993), Alice e Blood Money (2002)]

LA MIA APOCALISSE
Ho cominciato ad ascoltare Tom Waits con le meraviglie sonore di Rain Dogs e da lì sono tornato indietro all'immenso e teatrale Swordfishtrombones, per poi scoprire il Tom Waits più blues di Blue Valentine o dello splendido doppio dal vivo Nighthawks At The Diner (1975). Ho seguito passo passo tutto quello che è uscito dopo, a dir la verità sempre più meravigliato, ammaliato dalle stranezze musicali malate e notturne del nostro, innamorato da certi personaggi strampalati, perdenti, sfuggenti, "underground" del suo (e del nostro) mondo, stregato da quella voce di volta in volta aspra, rauca, brutale oppure disperata, ma anche strappa cuori e dolcemente sussurrata e ancora poetica, triste e malinconica; ammirato insomma dalla sua genialità e bravura interpretativa e dai sempre validi collaboratori di cui ha saputo negli anni circondarsi, primo fra tutti il chitarrista Marc Ribot.

L'ULTIMO SERMONE DEL PROFETA
RealGone.jpg Real Gone ne è - se ce ne fosse ancora bisogno - l'ennesima conferma. Un lavoro assai complesso e "pesante", con luci ed ombre, e che richiede di una giusta dose di impegno e di attenzione per essere compreso. Un lavoro di famiglia visto che oltre al consueto e sempre più fondamentale apporto per i testi e non solo della moglie Kathleen Brennan, in questo disco appare come percussionista e batterista anche il loro figlio Casey. Insieme un nugolo di validi collaboratori, alcuni come Les Claypool, Brain Mantia (rispettivamente bassista e batterista dei Primus) e Larry Tailor già collaudati in passato, altri scelti per l'occasione, altri imprescindibili compagni di lavoro da tanti anni come il già citato Marc Ribot.
Un disco che sicuramente al primo impatto sconcerta, spiazza per poi lentamente conquistare e comunque appagare nei suoi episodi migliori. D'altronde, anche grandi dischi del passato, come Swordfishtrombones o Frank's Wild Years difficili a suo tempo da mandare giù ai primi ascolti, oggi suonano come meravigliosi classici. Tom Waits ancora riesce a stupire, scuotere e fare discutere, sa colpire, sia pure con pugni nello stomaco e calci in bocca, quando necessita. Consegnarci come ai tempi migliori i suoi demoni e le sue elucubrazioni. Farsi predicatore pazzoide con la pistola in mano, profeta del ritmo maledetto sia del blues nero delle origini che del rock invasato di Elvis, del pentolame primitiveggiante o dello scratch rappante dei moderni djs metropolitani.
Sa rendersi nuovamente testimone di quella umanità "di serie b o z" sciagurata, diseredata, ferita, masticata vomitata e poi cancellata dalla spietata arroganza dei giorni nostri. E ancora una volta sa andare magnificamente a bersaglio…

Prendete un po' del trombone a forma di pesce spada, un po' degli anni selvaggi di Frank, un po' della macchina d'ossa e delle variazioni del mulo, shakerate il tutto con energia, aggiungete un aspirapolvere e un tritatutto, moltiplicate per due col resto di un rutto e forse otterrete qualcosa di lontanamente simile a Real Gone…Buon viaggio.

Tutto ha inizio con quel volutamente confuso armamentario rap-funkettone che è Top of the hill, manifesto sonoro del nuovo Tom Waits e che si va ad affiancare per qualità ad altre filastrocche strampalate utilizzate quali geniali pezzi d'apertura di dischi del passato, come Big in Japan, Earth Died Screaming o Singapore. Lo scratch e la chitarra qui sono gli elementi portanti insieme alla voce, che è usata non solo per la tiritera solista, ma anche per fare ogni possibile parte ritmica, "sovrassaturando" i suoni, per così dire. C'è materiale sufficiente da lasciarci le penne da subito, per chi è abituato solo alle deliziose ballate blues al pianoforte del nostro, strumento che in quest'album intero è stato messo in un angolo e usato forse come bancone per appoggiarci i cadaveri delle bottiglie con gli abbeveraggi dell'intera ciurma…
Non fatemi parlare del testo, immagino solo la scena finale del "Settimo Sigillo" di Bergman, con la Morte che prende per mano i vari personaggi e li porta su per la collina in una spettacolare ballata macabra…ecco, solo che il personaggio vestito da scheletro che invita a seguirlo nel cammino è Mr Waits in persona e più allucinato che mai, con i soliti tocchi ironici fatti di coloriti gustosissimi non-sense: "Opium, fireworks, vodka and meat / scoot over and save me a seat", oppure "Turn a Rolls Royce into a Chicken coup" e cosi via.

E' la chitarra di Ribot a farla da padrone nel secondo brano, Host that rag, una rumba metallizzata cantata da un elefante e ballata da un topolino in bilico su un monociclo. La chitarra s'incarna in una lussuriosa regina hawaiana o forse nella tabaccaia di Felliniana memoria: tatuata sulle sue curvose abbondanze è la sua stessa dannazione. Vorresti fuggire da questo mondo oscuro e maledetto, ma ne sei già prigioniero murato vivo, paralizzato da un sorta di incantesimo come l'ospite ascoltatore di "The Rime of the Ancient Mariner": "The smell of blood / the drone of flies, / You know what to do if the baby cries" - appare il fantasma di Nick Cave, quello delle Murder Ballads, naturalmente - "The ghost birds sings and the gods go begging here, so just open fire as you hit the shore / All is fair in love and war". Tutto è bello - e lecito - in guerra e amore.

E si arriva a Sins of the father: una cold cold ground iperdilatata (10 minuti e trentasette secondi!), una lunga camminata nelle paludi dell'anima, una ballatona spossante come implacabili raggi di sole sotto un cielo soffocante. Sembra fatta apposta per liberarsi dalle brutture del mondo, dalle lordure dell'umanità - comprese le proprie - ed espiare i peccati: "Porterò i peccati di mio padre / porterò i peccati di mia madre / porterò i peccati di mio fratello / giù nello stagno" recita il ritornello fino all'ossessione (confessione d'un omicida pentito che va a farla finita?). Ancora una volta mirabolanti e spaziali accordi di chitarra e banjo guidano la processione [d'ascolto], tra umiliazioni di Caino, soppraffazioni dei più deboli, incantesimi, parole di consolazione di Gesù il Nazareno: "Oh the heart is heaven / but the mind is hell" […] e di Barabba il ladrone: "Everything I done is between God and me / Only he will judge how my time was spent / 29 days of sinning and 40 to repent".

Siamo solo alla quarta canzone, Shake it, che già si torna a capofitto tra i gironi infernali, con il delirante rap di un giocatore d'azzardo (o puttaniere?) incallito. "You know I feel like a preacher waving a gun around". Pentolame vario a scuotere le budella e chitarrame+basso benedetti da Elvis e dai più infuocati Cramps. - Pausa pisciata -.

Altrettanto veementi gli imperativi gracchianti di Don't go into that barn, dove ancora le percussioni sono fatte dalle espressioni gutturali e catarrose dello stesso Waits, impastate da colpi di frusta e svisate delle sei corde. E' l'incontro con il re dei Trogloditi vestito di sacchi della spazzatura e con la barba incolta e pidocchiosa lunga fino alle ginocchia? O forse solo le farneticazioni del principe degli ubriaconi nell'ennesimo delirio alcolico? Oppure gli ammonimenti moraleggianti della più balorda e inacidita delle vedove?
No, forse è solo l'incontro col diavolo in persona, affabile, fascinoso e vestito in frac. "Did you bury your fire? Yes sir / Did you cover your tracks? Yes sir / Did you bring your knife? Yes sir / Did you see your face? No sir…"

Finalmente un lento a pettinarci il cuore e cotonarci le orecchie, sciogliendo i vecchi tappi di cerume. Si tratta di How is gonna end, classica ballata alla Waits, notturna, sorniona e maledetta: "The barn leaned over / the vultures dried their wings / the moon climbed up an empty sky / the sun sank down behind the tree on the hill / There's a killer and he's coming thru the rye / But maybe he's the Father of that lost little girl / It's hard to tell in this light" e "Voglio sapere la stessa cosa che vogliono sapere tutti: come andrà a finire?" [Le traduzioni sono mie per cui vanno prese con le molle.]

Segue il "funk cubista" (come lo ha definito lo stesso Waits) di Metropolitan Glide, altro esperimento di taglia-e-cuci sonoro, con la voce che deglutisce, soffia, sbuffa, bofonchia, scorreggia e salmodia come un sedano in salsa di salamoia. Si tratta di un beat funkeggiante e coinvolgente come pochi. Siamo comunque dalle parti delle variazioni del mulo, a metà strada tra Eye ball kid (accellerata) e Filipino Box Spring Hog (rivoltata). Deliri culinari amfetaminici di un cuoco d'alta scuola in un sushi bar.

Dead and lovely ci parla con struggente (ironico e macabro) cipiglio di una strana coppia di individui: lei ,una ragazza della "middle class" che "pensava di avere la luna in tasca", lui con un "sorriso antiproiettile(?)" che "portava lei al braccio in bella mostra come fosse un gioiello"; ma la storia naturalmente finisce male perché "Now she's dead, she's so dead, forever dead, dead and lovely now" insomma ora soltanto che la bellona è proprio morta stecchita è diventata per sempre amabile, perché come sottolinea Tom Waits, "I've always been told to remember this / Don't let a fool kiss you / never marry for love". Non c'è bisogno che ve lo traduca.

"Piazzammo il nostro tendone su una collinetta verde e buia, fuori città vicino alla ferrovia…", così inizia il racconto di Circus, una torbida storia narrata dalla voce di Tom un po' come in passato in pezzi mitici come Frank's Wild Years, Frank's theme e The ocean doesn't want me today. Una parata di strani personaggi del circo come Myra, "the queen of the Galley trained the Ostrich and the camels" che guarda il protagonista col suo "One good eye in a Roy Orbison t-shirt" oppure come Yodeling Elaine, la regina dell'aria che indossa un "dollar sign medallion" , porta una "tiny bubble of spittle" attorno alla sua narice e ha una "piccola lacrima arrugginita" a causa della storia d'amore fallita con un "altro marinaio ubriacone preso al laccio e poi perduto".

Trampled rose - biascicata lamentazione d'un innamorato in agonia per aver trovato in strada una rosa calpestata, la stessa rosa probabilmente donata al suo amore, evidentemente non gradito - e Green grass - ballatona consolatoria sull'amore perduto - , ci trasportano cullandoci alla parte conclusiva dell'opera, dove brilla ancora il rauco rhythm'n'blues di Baby gonna leave me, che chiude il ciclo descrivendo un altro personaggio piantato dalla sua tipa che è fuggita in autostrada a bordo di una Ford del '49.
Lui si sente come "un albero tagliato" e un "letto sfatto", ha portato il cane fuori mentre pioveva, ma nemmeno questo ha voluto saperne di tornare a casa; insomma niente lo può consolare, neanche se "qualcuno mi ha detto non è mai esistita una rosa senza una spina".

Clang boom steam, è un frammento di 46 secondi concentrato di motore a scoppio + martelli da fabbro su incudini + catene ciondolanti da vecchio porto + macchinari vari da catena di montaggio in fabbrica. Lascio a voi la traduzione dell'epigrammatico testo, ma è sempre sull'amore fallito.

Make it rain è un blusaccio alla Hendrix che più classico non si può e parla di un'altra anima in pena fregato dalla ex fidanzata che gli ha portato via tutti i soldi e il migliore amico… "It's the same old world but nothing looks the same / Make it rain". Speriamo almeno che piova di brutto, o per meglio dire a catinelle.

Day after tomorrow commovente finale, è la struggente lettera alla fidanzata di un ragazzo partito soldato e spedito al fronte suo malgrado. Lacrime assicurate a go go. La vita si sa può essere così dura, e spesso è difficile farsene una ragione. Meglio consolarsi - se si può - ascoltando il vecchio amico Tom Waits. E dopo tutto questo il Paradiso ci sembra più vicino.

Posted by SergioG at 16:01

16.10.04

Giorgio Canali & Rossofuoco: concerto all'Hiroshima

Giorgio Canali è lì a un metro da me, appoggiato al bancone del bar dell'Hiroshima. Chiacchiera amabilmente, agita un bicchiere di birra che tiene nella mano, chiede da fumare. E' un uomo di bassa statura, con i capelli biondi lunghi che cadono sulle spalle, una giacca beige consunta (ma resterà in maniche di camicia e più tardi in maniche corte, con una t-shirt rosso acceso, naturalmente) due occhi vispi e un sorriso furbesco su una faccia stravissuta (che parla già da sola). Non lo disturbo. Un po' questo suo aspetto da uomo della mala, piuttosto che da rocker di razza, un po' la grande ammirazione e stima per tutto quello che ha fatto con CSI e coi PGR, nonché col suo attuale gruppo musicale, mi mettono in soggezione. E poi non mi piace rompere le palle ai musicisti prima dei concerti, neanche solo per una stretta di mano o per un grazie. Una volta sul palco, imbracciata la chitarra elettrica e impugnato il microfono, questo piccolo uomo dall'aria malandrina - da garçon di strada - diventa un gigante, un maestro del migliore Rock sentito negli ultimi anni, impartendo una lezione di bravura, di umiltà, di grinta e di sacrosanta e ribelle incazzatura, come solo pochi grandi nelle generazioni passate hanno saputo fare...

Il concerto fila via spedito e deciso come me l'aspettavo. I pezzi, sia quelli dell'ultimo album, sia quelli dei due cd precedenti ("Rosso fuoco" e "Che fine ha fatto Laslotoz?"), sono uno più bello dell'altro.
La scaletta della serata prevede:
home_02.gif: No pasaran, Mostri sotto il letto, Guantanamo, Fumo di Londra (che solo "pochi hanno capito essere omaggio ai Clash"), Precipito, Rime con niente.
da "Rosso Fuoco" : Testa di fuoco, Corretto e poche storie, Se viene il lupo, Rosso come.
da "Che fine ha fatto Laslotoz": due intensissime versioni di 100.000 e 1,2,3,1000 Vietnam (in chiusura del concerto).
Suggerimenti personali: avrei aperto il concerto con Questa è una canzone d'amore. Avrei spostato l'inno Mostri sotto il letto (per me la migliore canzone dell'ultimo disco) più avanti nella scaletta, facendo a quel punto magari Fuoco amico. Avrei integrato con un "bis" comprendente almeno Questa è la fine e il bellissimo lento Questa no.

I Rossofuoco hanno un impatto sonoro davvero notevole (e forse vengono proprio da Marte, come ci suggerisce lo stesso Canali) grazie alla fisicità prorompente del batterista Luca Martelli (un nome una garanzia, anche se sinceramente avrei timore di incontrarlo per strada), alla statuaria bassista francese Claude Saut e ai controllati rumorismi del longilineo chitarrista Marco Greco. Senza contare la verve, le urla graffianti e le virtù chitarristiche di Giorgio Canali. Fanno da apripista ai Tre Allegri Ragazzi Morti (e questo la dice lungo sull'umiltà di Canali & Soci), e a dire la verità la maggior parte del giovane pubblico presente non ha mai sentito nulla del loro repertorio. Sono venuti lì per Toffolo & Company e certamente non sono il pubblico più adatto per la musica robusta e matura dei Rossofuoco. Ma forse, anch'io se avessi avuto quindici anni, invece che trentasei, sarei stato lì per pogare con "l'increible espectaculo de la vida y de la muerte" (che personalmente m'ha detto ben poco). Ci sarà tempo per tutti questi adolescenti, crescendo, di raffinare i gusti e di imparare a chiedere qualcosa di più dalla musica che non il semplice divertimento.

Posted by SergioG at 18:47

11.10.04

I concerti dell'Hiroshima Mon Amour

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ECCO I CONCERTI ORGANIZZATI PEL L'AUTUNNO 2004 DALL'ASSOCIAZIONE HIROSHIMA MON AMOUR DI TORINO:
Per quanto mi riguarda, spero di non mancare ai concerti di Giorgio Canali, Stefano Giaccone, PGR, Sophia, ma ce n'è davvero per tutti i gusti….e a prezzi decisamente abbordabili.

Ottobre giovedì 7
TO ROCOCO ROT - 8 euro

venerdì 8
ELIO + OSSI DURI - Free

sabato 9
DISCO INFERNO - 8 euro

domenica 10
DEVENDRA BANHART + COCOROSIE - 10 euro

giovedì 14
OLD TIME RELIJUN - 8 euro

venerdì 15
TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI + GIORGIO CANALI - 8 euro

sabato 16
GEM BOY - 8 euro

giovedì 21
STEFANO GIACCONE e MARIO CONGIU - 5 euro

venerdì 22
SOPHIA + THALIA ZEDEK - 10 euro

sabato 23
PROZAC + GUEST - 8 euro

giovedì 28
BANDABARDO' - 10 euro

venerdì29
BUGO + GUEST - 5 euro
Golia e Melchiorre, il doppio di Bugo ora è realtà live.

sabato 30
HORMONAUTS - 5 euro

domenica 31
LA LUNGA NOTTE DI HALLOWEEN - Free

Novembre
mercoledì 3
KINGS OF CONVENIENCE - Teatro dellaConcordia di Venaria - 20 euro

venerdì 5
VERDENA - ore 22 - 10 euro

sabato 6
ORCHESTRA DI RITMI MODERNI ARTURO PIAZZA - ore 22 - 6 euro

domenica 7
ASH - ore 22 - 12 euro

giovedì 11
MACACO - ore 22 - 12 euro

venerdì 12
ANI DI FRANCO - Teatro della Concordia di Venaria - 15 euro

venerdì 12 - sabato 13 - domenica 14
TRA SOGNI E CONFLITTI
Quattro giorni di incontri, musica, cinema, seminari organizzati da FIOM, Il Manifesto, Hiroshima Mon Amour e Radio Flash.

sabato 13
TRA SOGNI E CONFLITTI -APRES LA CLASSE in concerto

domenica 14
TRA SOGNI E CONFLITTI

mercoledì 17
PGR

giovedì 18
MOUSE ON MARS - ore 22 - 10 euro

venerdì 19
GONZALES - ore 22 - 10 euro

sabato 20
MAMBASSA - Free

mercoledì 24
MELVINS

venerdì 26
FESTA SOTTODICIOTTOFILMFESTIVAL

Dicembre
giovedì 16
MAX GAZZE'

mercoledì 22
NEW YORK SKA JAZZ ENSEMBLE


Posted by SergioG at 10:32

21.09.04

VOCI FEMMINILI & BIORK - MEDULLA

Non sono mai stato un fan sfegatato di Biork. Apprezzavo alcune delle cose fatte nella seconda metà degli anni ottanta dai suoi Sugarcubes, che però - almeno per me - erano troppo strani, troppo pop o forse semplicemente troppo lontani da quello che ero solito ascoltare. Certo, già allora la voce di Biork mi affascinava, sia perché assolutamente originale, anche se per certi versi ancora immatura, sia in quanto usava una lingua sconosciuta e misteriosa come l'islandese. E devo dire sono rimasto assai stupito quando per la prima volta ho ascoltato il suo primo album solista, "Debut" nel 1993, lavoro compiuto dopo il suo trasferimento a Londra. Quell'album per molti versi rimane ancora insuperabile e attualissimo, non solo per l'interpretazione vocale della protagonista, ma soprattutto per il lavoro dei djs e degli ingegneri del suono che con classe e bravura hanno manipolato i suoni delle canzoni rendendole uniche - una scelta coraggiosa ma che assai ha pagato.
In seguito, non ho più comprato nulla della Biork-star, solo ascoltato i singoli e visto le immagini dei video che si sono alternati su Mtv - sempre più tecnologiche e cariche di effetti speciali - , fino alla svolta del film di Lars Von Trier e di "Selma songs", forse il primo disco della Biork giunta a maturità (su tutti il magnifico duetto con Tom Yorke dei Radiohead).
Ora mi trovo per le mani questo nuovo cd "Medulla" a cui non ho saputo resistere, sia dopo aver sentito un paio di pezzi su radio Uno Rai, sia per la splendida grafica della copertina - però i testi stampati in nero su sfondo nero se li potevano evitare! -.

"Medulla" è tutt'altro che un disco facile. E' un disco di pop intellettuale o celebrale per così dire, un disco sperimentale o meglio di esperimenti vocali. Innanzitutto perché è interamente costruito con le voci (pochissimi sono gli strumenti musicali usati, più spesso si tratta di programmazioni elettroniche). Voci che sono parti soliste, contro canti, cori, bassi, percussioni, tutto il possibile insomma e che si alternano, si sovrappongono, vengono manipolate, miscelate, plasmate, mandate al contrario, usate come echi in sottofondo o semplicemente alternate a quelle della protagonista; sono le voci degli artisti che hanno collaborato con lei, ovvero i Matmos, Mike Patton, Robert Wyatt, l'Icelandic Choir.
Inoltre, alcuni pezzi sono strutturalmente complessi negli arrangiamenti o meglio nelle loro architetture vocali. E come se non bastasse le atmosfere spesso sono pesanti e tutt'altro che allegre e così pure i testi (ho potuto esaminare però solo quelli in inglese, non conoscendo ahimè l'islandese). Questo però non deve scoraggiare dall'ascolto, deve solo aguzzarlo, renderlo più attento e completo perché tutto sommato nei pezzi più riusciti c'è quasi da gridare al miracolo: non capita molto spesso di ascoltare suoni elettronici, misticismo, poesia, cori gregoriani, e melodie pop tutto così insieme, in armonia.

Tra le cose migliori sicuramente "Pleasure is all mine" il lento inquietante e al contempo fascinoso pezzo d'apertura, carico di suggestioni eteree, di sospiri, gorgheggi, bofonchi, lamenti e isterici urlettini di piacere o di dolore in sottofondo, con infernali cori maschili e paradisiaci voci femminili a fare da contraltare.
La voce ricca di echi della successiva "Show me forgiveness", canzone che colpisce piuttosto per il silenzio che si insinua e si intuisce tra le parole. Le inquietanti e spiazzanti linee melodiche di "Where is the line with you?", impressionano per la vera e propria lotta che si instaura tra la voce di Biork e i flussi delle maree che salgono dai cori e che si alternano in un crescendo inesorabile, soffocati a loro volta da una battaglia tecnologica di pulsazioni elettroniche - un'esplosione di stelle. "Vokurò" è puro, mistico e funebre canto a cappella, scandito nel caro idioma islandese. "Who is it", piccolo capolavoro melodico in perfetto stile Biork: come singolo un cristallo scolpito da un usignolo. Da solo vale l'acquisto dell'album.
Poi comincia il difficile con "Submarine", aperta da un magnifico e poliedrico Robert Wyatt, canzone sfuggente e spiazzante, un po' jazz (anche se nulla qui è improvvisato, tutto è voluto e costruito forse fin troppo nei minimi particolari) un po' Sid Barrett sul pianeta dei folli.
"Desired constellation" e il singolo "Oceania" tornano a canoni più classici. La prima con quella domanda accattivante ossessivamente scandita: "How am I going to make it right?". La seconda colma d'immagini infinitamente poetiche: "…every boy is a snake is a lily, every pearl is a linx / is a girl / sweet like harmony made into flesh / you dance by my side children sublime / you show me continents - I see islands…"(Ma ancora ho in mente la straordinaria performance di Biork nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Atene…Chi meglio di lei in quel contesto così magico e suggestivo?).
"Ancestors" è pura svagata divagazione (mi si perdoni l'accostamento di cattivo gusto) vocale, con claustrofobiche note di piano e sovrapposizione ritmica di rigurgiti purulenti quanto deliranti esorcismi sonori. Non saprei come spiegarla altrimenti a parole.
Poi ancora i cori meravigliosi di "Mouth's cradle" - la culla della bocca. Ora niente più stupisce o disorienta. Tutto si fa sublime. Dolce ambrosia degli dei. Bolle di sapone leggere nell'aria primaverile con dentro giostre di arcobaleni. Infine, l'anomala "Triumph of a heart" dall'incedere marziale (o marziano?) e hip hop (ebbene si!), con un delirio di vocine da fumetto e voci più basse a far da grancassa ed effetti speciali: il ritornello che ti cattura e non ti lascia più. Wuakatacatititipù. Dieci benedizioni del cuore, muscolo infaticabile e cavernoso. Dieci gradini verso la perfezione (dalle corde vocali alle corde dell'anima).

Poi la Telecom si serve delle immagini di Ghandi e della voce (ancora lei dopo le note del Gladiator manipolate da quelli del Mulino Bianco!) di Lisa Gerrard (maledetti!). ed io mi consolo ascoltando Sunsheela Raman, scoperta in quel di Palma de Majorca da Comida (Grazie!). Lei forse non la useranno mai per scopi commerciali! E dedico il mio reading ideale con tutte le poesie che devo ancora scrivere o che non ho scritto in questo ultimo anno alle voci femminili che hanno accompagnato e illuminato il cammino della mia vita…Non dimentichiamoci di Elisabeth Frazer e delle italiane Jenny Sorrenti, Mara Bressi, Romina Salvadori, Fiamma Fiumana, ma soprattutto - dedicando tutto questo e quello che sarà al - la splendida Giuni Russo (RIP).

Posted by SergioG at 11:25

13.08.04

EMIDIO CLEMENTI / EL MUNIRIA

"Se ho voglia, è soltanto / di terra e di pietre. / Il mio pranzo è sempre aria, / roccia, carbone, ferro. / Girate mie fami. Brucate / il prato dei suoni. / Succhiate il gaio veleno / delle campanule. / Mangiate i ciottoli infranti, / le vecchie pietre di chiesa, / i sassi dei vecchi diluvi, / pani sparsi nelle valli grigie".
da Faim, A. Rimbaud

« I poeti, grazie alla loro energia, ricevono sulla loro opera una tale impronta dell'epoca che rimangono segnati, in effetti, perfino nei bisogni della loro sconfitta, come persone vissute in pieno nel loro tempo. I poeti vengono sconfitti, ma la loro è una sconfitta così essenziale e totale, in qualsiasi epoca, che l'epoca rimane stampata a chiare lettere sulla loro opera…»
William Carlos Williams da "Nelle vene dell'America".

Un ritmo di basso, poi un rumore di accendino e il respiro forte che aspira la prima boccata d'una sigaretta. E la voce - quella voce che abbiamo imparato con gli anni ad amare, pur nel peso della sua assenza - che metallica scandisce : "Amico, tutto ciò che separa è Santo" .
Inizia così "Stanza 218", degli EL MUNIRIA, primo progetto di Emidio Clementi dai tempi dei Massimo Volume. Ad affiancarlo in questa nuova avventura musicale ci sono Carozzi e Parisini (ex Disciplinatha), più alcuni ospiti come Steve Piccolo e Vittoria Burattini.
E' un disco intimo e minimale, elettronico e spettrale e, come dice Gianluca Runza su Rumore, "pieno di rumori ed echi di umanità". E' un disco difficile che va ascoltato nei momenti giusti, magari di notte, quando le attività umane si rarefanno per lasciare il posto al silenzio, alle attività più meditative e alla solitudine.

Qui finisce la mia recensione e inizia un percorso emotivo, uno dei tanti possibili, filtrato naturalmente dalla mia esperienza personale e dal mio modo di sentire. Di questo spero mi si perdonerà. La mia è una Tangeri immaginaria, una Tangeri interiore, dove non scorrono droghe né individui inetti o ai margini della società, ma solo le mie paure, le angosce e le ossessioni. Dove, grazie alle parole rubate a Emidio Clementi, si frammischiano ricordi di vita vissuta e reminiscenze letterarie…Grazie Mimì per questo regalo, per questo "pezzo di cuore incartato" lasciato lì per noi...

Un uomo in una stanza d'albergo. Non importa che la città sia Tangeri, che la stanza sia la numero 218 e che l'albergo sia lo Shalimar Hotel. L'uomo è solo con sé stesso. Di fronte ha il proprio destino, quello che è stato e quello che è. Sta compiendo - a suo modo - la sua lotta contro il tempo. Per scelta inevitabile lontano da tutto e da tutti. Una lotta contro i propri fantasmi e le proprie ossessioni, contro i propri errori e debolezze. Su una bilancia immaginaria da una parte i tentativi d'amore, dall'altra la piuma sacra della Verità. Come in una psicostasia. Da una parte i crimini commessi contro la vita e contro sé stesso, i sentimenti di odio e di vendetta, la frustrazione e la voglia di riscatto, l'amarezza dei sogni andati in frantumi, dall'altra la piuma dorata della Giustizia.
"Un uomo aspetta seduto davanti al tavolino di un bar, un bicchiere di fronte a sé", lo sguardo perso nel vuoto, sudore e sofferenza a segnargli il volto. E' l'ultimo cowboy senza più terre da conquistare, l'ultima pellerossa cui hanno cancellato le radici e rubato la terra da sotto i piedi. "E' finito il tempo per i sorrisi, né c'è più tempo per un altro bicchiere". Non c'è più tempo. Chi è quel qualcuno che sta per arrivare? Forse un angelo sterminatore, forse la Morte, oppure un traghettatore che lo porterà in un altro luogo sconosciuto, al di fuori di questo pazzo pazzo tempo. "Amico, tutto ciò che separa è Santo". "Santo Peter santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Cassady santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti e sofferenti santi gli orrendi angeli umani! santa mia madre nel manicomio! santi i cazzi dei nonni del Kansas..." scriveva Allen Ginsberg nella nota a "Howl".
"Ti ricordi di me? Non ti ricordi di me? Non fa niente…Puoi restare. Addio" Non so chi tu sia amico, non so più nemmeno chi sono io. Ho solo frammenti di ricordi come parassiti qui a grattarmi nel cervello e i frammenti di una fotografia fatta a pezzi ed ora impossibile da ricomporre. "Ma se mi stacco da te mi strappo tutto; ma il mio meglio o il mio peggio ti rimane attaccato come un olio denso". Cosa c'è alla radice di questa insoddisfazione? Di questo istinto maledetto a cercare, cercare sempre e non fermarsi mai? "Che tempo fa dentro alla mia testa?" Ci sono nubi grigie e fa freddo. Anche se fuori ci sono 38 gradi e splende un sole inesorabile. Gli insetti - a milioni e milioni - ronzano, ti entrano pulsanti anche sotto la pelle. "Ti ho aspettato seduto in un milione di bar, prima di annegare, prima di spendere tutto quello che avevo". E' finito anche il tempo di aspettare. Chiudo gli occhi e nel riflesso del sole dentro alle palpebre vedo le mura di un castello diroccato, dove giocavo da bambino. Poi vedo il tuo sorriso, ma il resto del tuo volto ormai è sfuocato.
"Ah! La vita della mia infanzia, la strada maestra che attraversa ogni tempo, sovrumanamente sobrio, più disinteressato del migliore dei mendicanti, fiero di non avere né patria, né amici, che sciocchezza era! - E me ne accorgo solo adesso!" (da L'impossible, "Una stagione all'inferno", A. Rimbaud)
"Ora che non ho fame di parole, avrei bisogno di parole. Parole che scorrano facili e non inciampino in mezzo alle dita…Ora che non ho sete di parole, avrei bisogno di parole. Parole che cadano in gola come pioggia calda, parole che non sbiadiscano sotto questo sole.
"Sento solo l'aria che entra da una finestra rotta. Sento solo le mattonelle fredde sotto i piedi e le pareti che scricchiolano, sento solo le vene che finiscono dove finisco io e passo il tempo a toccare i punti in cui mi manchi…e li sento cedere". DOVE SEI??? Vorrei risponderti, descriverti questi posti, queste strade, parlarti del mio girovagare senza meta, ma il mio diario è vuoto da mesi. Vorrei dirti di chi ho conosciuto, di quello che ho tentato di fare, di quello che ho visto, ma non ho che ricordi annebbiati, delle persone ormai ho dimenticato il nome, delle voci non resta che un vago suono. Ho dimenticato pure il nome delle stelle.
"Lascia perdere le stronzate". Leggo e rileggo quella sua ultima lettera, l'ultima scritta da Rimbaud, poco prima di morire:


"Marsiglia, 9 novembre 1891

Una fornitura: un dente soltanto.
Una fornitura: due denti.
Una fornitura: tre denti.
Una fornitura: quattro denti.
Una fornitura. Due denti.

Signor Direttore,
vengo a chiedervi se non ho lasciato nulla al vostro conto. Desidero quest'oggi cambiare il servizio, di cui non conosco neanche il nome, ma ad ogni modo, che sia il servizio di Aphinar. Tutti i servizi sono pronti dappertutto, ed io, impotente, infelice, io non posso trovare niente, il primo cane per la strada vi dirà che è vero.
Mandatemi dunque i prezzi del servizio di Aphinar a Suez. Sono completamente paralizzato: dunque desidero trovarmi a bordo di buon mattino. Ditemi a che ora devo essere trasportato a bordo…"

(A. Rimbaud da lettera al Direttore delle Messaggerie Marittime)

Arthur Rimbaud ha già scritto tutto a ventidue anni. Comincia poi una serie di spostamenti tra l'Italia, l'Olanda, l'Austria e l'agognato Oriente. Il 13 dicembre 1880 è ad Harar, dove lavora per una ditta francese di traffici commerciali con l'Africa. Ben presto, però, si stanca della sua attività di mercante. Vorrebbe organizzare delle spedizioni, ma i suoi progetti falliscono. Viene richiamato ad Aden nel 1884, ma dopo un paio di anni lascia il suo impiego e organizza un traffico di armi per conto del ras Menelik. La ricompensa promessagli, viene però all'atto pratico dimezzata. Gli interessa solo più racimolare un po' di danaro. Nel maggio del 1887 torna ad Harar. Passa qualche settimana in Egitto per riposarsi. Organizza una carovana per il trasporto di tremila fucili destinati al ras Maconnen. Riprende la pista di Harar, dove apre nel 1888 un'agenzia commerciale. Collateralmente partecipa anche ad un traffico clandestino di schiavi…
Alle ore dieci del 10 novembre 1891 il poeta Jean Arthur Rimbaud va incontro alla fine della sua avventura terrestre, per le conseguenze di un tumore al ginocchio probabilmente causato da una sinovite trascurata. A nulla vale in maggio l'amputazione della gamba per tentare di fermare la cancrena che avanza inesorabile - in un fisico peraltro già minato dalla sifilide - e che di lì a pochi mesi lo costringerà alla morte. Aveva solo trentasette anni.

Che cosa sono diventato? Che fine hanno fatto tutti i sogni che avevo? "Che ci stiamo a fare qui?". Mordo la penna, ne succhio l'inchiostro, ne stillo veleno prezioso. Labbra e lingua blu. Unghie nere. Indelebili. Ma non ci riesco a cancellarmi. Ad annullarmi del tutto.
Non bastano le parole di Rimbaud. Non basta Miller, non basta Celine, non bastano Emmanuel Carnevali o William Carlos Williams. Non basta il rumore di acqua che sgocciola nelle grondaie, sotto questo cielo elettrico.
"Non c'è niente di nuovo sotto il sole". E certo ci vogliono "altre carte da giocare". Ma non c'è salvezza, per nessuno.
Un uomo è in una stanza d'ospedale. Veglia un malato che giace in coma vicino a lui. Ma non è suo padre, né il suo migliore amico, e neppure uno sconosciuto che per un incidente ha investito con l'automobile. E' quello che rimane di sé stesso. Aspetta che si risvegli o che i rantoli finiscano per sempre? Aspetta la morte o il miracolo?
"Non fra cent'anni. Non in mezzo alla gente…Non nelle promesse da ubriaco. Non in questa droga che scalda. Non nella faccia di un altro. Non nelle circostanze. Non nell'adorata solitudine. Non su ali d'amore. Non nei ricordi. Non in quello che credevi. Non nella noia…Non nella fortuna che aspetti. Non dove l'avevi nascosta. Forse tra un attimo, proprio qui, accanto a te".
Non aspettatevi altre dichiarazioni d'innocenza. Semmai una fine dolce che sia anche un nuovo inizio, rinascita, riscatto, redenzione. Fine d'ogni sofferenza. L'abbraccio perduto con il Cosmo. L'arte è sofferenza. La vita è sofferenza. Perdita, decadimento, disintegrazione.
"C'è qualcosa che ho perso e c'è qualcosa che scorre e qualcosa che galleggia, dentro questo bicchiere…C'è una frase che si perde…C'è qualcosa che ho perso e c'è qualcosa che scorre e c'è qualcosa che affonda, dentro questo bicchiere". I conti non tornano mai. Solo fragili suggestioni. Erba che cresce faticosamente. Frutti che cadono incolti dalla pianta per semplicemente marcire e trasformarsi in altro.
"Portami dove non bisogna parlare...Portami dove non si paga niente…Portami dove la notte non si spegne…portami dove non conosco la strada…portami dove non sono mai stato…e fa che il giorno si dimentichi di arrivare…" Portami al mio Altrove. Adesso.

NOTA: i versi di Rimbaud e le notizie autobiografiche sono tratte da "Rimbaud - tutte le poesie" - Grandi tascabili Economici, Newton Editore, traduzione di Laura Mazza.

Posted by SergioG at 14:20

09.08.04

ROCK INDIPENDENTE ANNI OTTANTA

Nel numero di luglio-agosto di Rumore è allegata una piccola ma esauriente guida pratica del Rock Indipendente Italiano degli anni Ottanta, a cura di Arturo Compagnoni.
Dopo una parte introduttiva un po' generica e una cronologica con gli eventi musicali più importanti di quegli anni, tutto sommato buona per un ripasso generale, anche se qua è là non priva di lacune, arrivano le parti interessanti ovvero l'elenco dei 50 migliori dischi, seguito da un secondo elenco di atri 50 titoli.
Altrettanto succose le parti finali con interviste a Giorgio Lavagna, cantante dei Gaznevada, Giulio Tedeschi, responsabile della torinese Toasts Records e Oderso Rubini, responsabile della Italian Records. Persone che hanno fatto un pezzo importante della storia musicale di quegli anni. In più uno splendido articolo celebrativo della "bibbia" degli anni 80 ovvero "Un weekend post-moderno", vero e proprio excursus negli avvenimenti musicali, mondani, culturali di quel periodo e riuscito kaleidoscopio del mondo da cui traeva ispirazione il suo autore, Pier Vittorio Tondelli.
Un altro articolo ricorda poi la rivista "Frigidaire".
La mia attenzione naturalmente è stata catturata in primis dai due famigerati elenchi di dischi, per rivedere ciò che ho vissuto anch'io e ciò che ho invece perso (e posso magari recuperare grazie a opportune ristampe)...

Tra i migliori dischi degli anni Ottanta, scelti da Rumore e che figurano anche nella mia personale collezione ci sono:

BOOHOOS - "The sun, the snake and the hoo" (87) e "Moonshiner" (87) (meno interessante il successivo "Rocks for real" dell'89).

BOPPIN KIDS - "Go wild" (87).

CCCP - "Affinità-divergenze fra il Compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età" (85), "Socialismo e barbarie" (87), "Canzoni preghiere danze del II Millennio - Sezione Europa" (89) [Ma in realtà sia il primo singolo "Ortodossia" (84) poi rimasterizzato in "Ortodossia II", che il picture disc "Compagni Cittadini Fratelli Partigiani" (85), sia il singolo "Oh Battagliero!" (87) restano imprescindibili. L'unica cosa superflua è forse l'ep con Amanda Lear, "Tomorrow" (88)].

DENOVO - "Unicanisai" (85) [Aggiungerei il mini "Niente insetti su Wilma" dell'anno prima. Chi piace il loro pop raffinato e melodico può recuperare anche gli albums successivi: "Persuasione" (87), "Così fan tutti" (88), "Venuti dalle Madonie a cercar Carbone" (89)].

DIAFRAMMA - "Siberia" (84) e "Boxe" (88) [ma non si possono non menzionare i primissimi DIAFRAMMA di "Altrove" (83 Contempo) e della successiva raccolta "81-83" con Nicola Vannini alla voce (poi Soul Hunter), nonché quelli più intellettualmente pop di "Tre volte lacrime" del 1987; storico è l'ep di "Amsterdam" (85) insieme ai LITFIBA. Il loro primo singolo, "Pioggia" è uscito nel 1982 per la Italian Records).

FRANTI - "Il giardino delle quindici pietre" (86) (In realtà altrettanto fondamentali sono i lavori precedenti, ossia "Luna nera" (85) e "F/C" (84) in compartecipazione con i CONTRAZIONE).

GANG - "Tribe's union" (84), "Barricada rumble beat" (87), "Reds" (89) (i tre dischi prima della svolta in italiano di "Le radici e le ali").

LINO E I MISTOTERITAL - "Bravi ma basta"(88).

LITFIBA - "Desaparecido" (85), "17 re" (87) (ma come non considerare la colonna sonora di "Eneide di Krypton" (84) e il mini "Transea", il primo singolo "Luna" e i vari pezzi pubblicati nell'83-84 sulle compilation "Body Section" della Electric Eye e "Catalogue Issue" dell'IRA? Altrettanto fondamentale il live "Aprite i vostri occhi" (88). Meno interessanti l'ep con la cover di "Yassassin" di Bowie e l'lp "3" (89). Da "Pirata" in avanti sarà un'altra storia).

NEON - "Rituals" (86) (magari avere il loro singolo d'esordio "Information of death" del 1980! Interessanti anche il singolo "Dark age/Last change" del 1984 e la trilogia di eps intitolata "Crimes of passion").

PANKOW - "Freiheit Fuer Die Sklaven" (87) (ma anche il precedente mini "God's deneuve"(85). Meno interessanti i lavori successivi, tra cui spicca "Gisela" del 1989).

UNDERGROUND LIFE - "Filosofia dell'aria" (87) [anche loro parteciparono alla compilation "Catalogue Issue". Interessanti anche i loro lavori precedenti a partire dall'ep del 1982, "The Foxx" e il successivo "Gloria Mundi" (89)].

Mi sono perso allora invece (non si poteva comprare tutto!) e sono da considerare dischi importanti se non imperdibili:

AFTERHOURS - "All the good children go to hell" (89) (Ho cominciato ad amarli dopo la svolta in italiano con "Germi").

CARNIVAL OF FOOLS - "Blues get off my shoulder" (89) (Ho cominciato ad amare Giò con il primo dei LA CRUS).

CASINO ROYALE - "Soul of ska" (88) (Ho cominciato ad ascoltarli con maggior attenzione a partire da "Dainamaita").

NEGAZIONE - "Lo spirito continua" (86) (In assoluto il miglior gruppo di allora, conosciutissimi soprattutto all'estero, in Olanda per esempio. Troppo "pesanti" per i gusti del sottoscritto. Ho cominciato ad ascoltarli nel 1990 quando è uscito "100%". Da recuperare anche l'ascolto dei primi lavori "Tutti pazzi" (84) e "Condannati a morte nel nostro quieto vivere" (85), il successivo "Little dreamer" del 1988 nonché il singolo "Sempre in bilico" del 1989).

NOT MOVING - "Sinnerman" (86) (Grandissimi dal vivo, ricordo una performance alcoolica a Movimenti '87 a Cuneo. Fondamentali anche il loro primo introvabile 7 pollici, "Strange dolls" (82), "Jesus loves his children" ep del 1987 e "Flash on you" raccolta dell'88. Meno interessante il lavoro dedicato al poeta indiano cheyenne Lance Henson dal titolo "Song of myself" del 1989, cui partecipa anche Giovanni Lindo Ferretti).

PARTY KIDS - "Shock treatment" (86) (Grandissimi dal vivo, ricordo un concerto interminabile al Macabre di Bra nell'88).

KIM SQUAD & THE DINAH SHORE HEADBANGERS -"Bastards" (87).

Nel secondo elenco figurano invece dischi di gruppi "minori":

A.C.T.H. - "Ultimo party" (88).

CARILLON DEL DOLORE - "Trasfigurazione" (84), poi PETALI DEL CARIGLIONE - "Capitolo IV" (88?).

INCONTROLLABILI SERPENTI - "Omonimo" (86?), "Biancaneve e Gorbaciov" (88).

RATS - " C'est disco " (81)(A cantare allora c'era Claudia Lloyd. Io gli ho conosciuti anni dopo, con la cover di "Sono un ragazzo di strada" dei Corvi e con l'album "L'ultimo guerriero" (86). Tutta un'altra faccenda rispetto al disco d'esordio. Dell'89 è l'album omonimo "Rats").

MODA - "Bandiera" (86) [Anch'essi in "Catalogue Issue"; i successivi album furono "Canto pagano" (87) e "Senza rumore" (89) prima che il cantante Andrea Chimenti intraprendesse la carriera solista].

KINA "Cercando" (86) (Vanno bene anche "Irreale realtà" dell'84 e "Se ho vinto se ho perso" dell'89).

Non figurano nei dischi scelti da Rumore, ma sono nominati nell'introduzione o sono stati per me assolutamente importanti:

WEIMAR GESANG - "No given path" (86) (e il precedente "The colours of ice", 1985).

KIRLIAN CAMERA - "Eclipse (das schwarze denkmal)" (88) (La loro discografia tra singoli, eps ed lps è sterminata, a partire dai primi demo del 1980 e dal primo ep del 1982 per la Italian Records).

D.H.G. - DISSOLUTIO HUMANI GENERIS - "Intro" (86) e "Arido cammino" (88) (dal sottoscritto preferiti agli altri milanesi RITMO TRIBALE).

VIOLET EVES - "Incidental glance"(87).

BLACK ROSE - "Silent tears"(89?).

AFRODISIA - CITTA' LIBERA - "Il veleno della sottomissione" (88) ed ep "Stati d'ansia" (87).

SAVAGE CIRCLE - "Dio" (singolo dei vincitori di Arezzo Wave '86).

Infine i gruppi psichedelici, tra cui non occorre certo dimenticare:

OUT OF TIME - NO STRANGE - SICK ROSE - ALLISON RUN - EFFERVESCENT ELEPHANTS - STEEPLEJACK - CARL LEE AND THE RYTHM REBELS.

Non ascoltavo gruppi hardcore punk come i RAW POWER o i KLASSE KRIMINALE; non mi piacevano i gruppi più vicini alle atmosfere funk-jazz tipo i BISCA, né lo ska degli STATUTO, né il reggae degli AFRICA UNITE, nè il beat di JOE PERRINO AND THE MELLOWTONES o degli AVVOLTOI, né l'hard-progressive dei CRISTAL LAKE (avevo gusti da fighetto...).

Ognuno può suggerire ciò che più gli aggrada, aiutandomi a completare il quadro.

Posted by SergioG at 21:19

30.07.04

GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO: S/T

Canali.jpg "Settanta metri al secondo è la velocità massima che può raggiungere un corpo in caduta libera nella nostra atmosfera…un chicco di grandine, una desueta bomba a gravità, un paracadutista sfortunato o un suicida che si getta dalla Tour Eiffel, poi l'aria lo frena e gli impedisce di essere più rapido. Questa è la velocità a cui viaggia questo album" queste sono le parole che introducono all'ascolto del nuovo cd di Giorgio Canali, per l'occasione coadiuvato dai Rossofuoco ovvero: Luca Martelli alla batteria, Claude Saut alla chitarra basso e ai cori, Marco Greco alle chitarre e ai cori. Ospiti d'onore Gianni Maroccolo al basso, Reverendo Sam all'organo e Marc Simon alle trombe. Come promesso a Giorgio Canali in persona, non ho lasciato passare due anni per fare la mia recensione…che sia ben chiaro non è oro colato ma solo la mia discutibile opinione personale.
Giorgio Canali & Rossofuoco è un disco rabbioso, veloce, potente, ben curato nei suoni, un disco omogeneo e coerente, che non dà tregua né attimi di respiro, con parole appropriatamente affilate, impregnate d'intelligenza e che all'occorrenza sanno farsi mazzata nello stomaco e perché no anche calcio nei visceri. Una fotografia spietata degli infelici giorni nostri, delle nostre ipocrisie-pigrizie-nequizie, insomma di tutti i difetti, le debolezze, le schiavitù, le manchevolezze della nostra "moderna" società. Un disco che usa rabbia e ironia miscelate a pessimismo e disillusione, ma che ti obbliga a non stare passivo, ma a scegliere la parte in cui schierarti, a combattere per i tuoi sogni, contro tutto ciò che non va e prima che sia troppo tardi, un disco nobilmente incazzato e profondamente politico. Dieci canzoni infuocate che sarà certo esaltante proporre dal vivo (quando gli impegni con i PGR lo permetteranno), magari alternate con gli episodi migliori tratti dai due album precedenti…

"Precipito" è appunto il pezzo d'apertura (sconsigliato a chi deve viaggiare in aereo...), col basso di Maroccolo ben in evidenza, una sferzata d'energia accompagnata dalla tipica visione amara-ironica-strafottente di Canali: "Il sogno è precedere tutti nello schianto, in barba alle regole. E' l'estetica edonistica del nichilismo, mica balle!" (dall'intervista su "Rumore"). "Precipito, guarda come brillo mentre scendo / precipito, incandescente come una cometa risplendo / …come un fulmine a ciel sereno…/ che è più spettacolare e coreografica, se ti schianti, la furia degli elementi / giù, vertiginosamente giù, senza dimenticare di girarti verso le telecamere / fare "cheese ai fotografi…/ precipito, guarda che precisione la mia rotta di collisione con il mondo…"
"Guantanamo", all'inizio ha un giro di basso che richiama le atmosfere di "Questa è la fine" e "Pesci nell'acqua" e poi si trasforma in un combat rock alla Fratelli di Soledad: "Bastò meno di un minuto / alla ricerca del tempo perduto / per rendersi conto che era stato / solo tempo sprecato / gli anni della ricostruzione / mai più guerre e un nuovo mondo possibile…restano le scorie del sogno di un attimo / e del sogno di pace di un'epoca intera / solo sette colori su una bandiera / ma che fine hanno fatto gli altri colori / che fine hanno fatto i figli dei fiori…ma si può sapere dov'è? / questo paradiso di pace e amore / seguivamo tutti la stella del nord / invece era un satellite militare".
"Fumo di Londra" un po' primi Police (quelli di "Fall Out" e di "Roxane") un po' primi Clash, è più trascinante nel ritmo, ma anche più pessimista nel testo: "Fumo di Londra giù nella strada / pattuglie di netturbini in corsa / a raccattare i pezzi dei nostri nervi e i coriandoli di questa farsa…fumo di Londra sirene urlanti piogge più dure stasera / V2? Autobomba? Stellefilanti? O è la solita merda nera?".
"No Pasaran" ancora più scarnificata e dura, un vero e proprio inno di battaglia contro tutto e tutti (giornalismo, televisione, moda, banche, luoghi comuni, ecc.): "Padani, mediolani, stlisti morti, cani / e qualche mostro fotogenico / uno nessuno centomila quotidiani / il nonpensiero unico / mammamiamammamia dammi cento lire / chiederò all'esperto come investire / nei tuoi fondi azionari leggi il mio futuro / cicciobomba ragioniere con tre buchi nel culo e a ogni cambio di stagione in telerevisione / le "sempre più feroci" brigate partigiane / e ancora giù cazzate / come se piovesse / dal cilindro dal mago le brigate rosse / e giù sorrisi e canzoni e cazzate e ulteriori cazzate a reti unificate…[e noi "orfani di sinistra", come direbbe Ferretti,] "con i nostri pugni alzati ad illuderci beati che no pasaran, no pasaran…"
A seguire la trascinante "Mostri sotto il letto" (che inizia lenta e tranquilla, e poi "spacca" al momento giusto), con quel ritornello azzeccatissimo: "Sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco hanno sempre un incubo nel cassetto" che è un po' la frase che si sente dire da chi è ancora single a trent'anni suonati, oppure è divorziato o separato o ha una lunga storia finita alle spalle ed esprime così tutte le difficoltà nel cercare d'instaurare altri rapporti validi con l'altro sesso (diciamo che anche le donne potrebbero dire lo stesso dei maschietti…)
Il reggae di "Fuoco Amico" ancora si collega al precedente "Rosso Fuoco" e apre la seconda parte dell'album: è la miccia accesa che fa scoppiare la bomba (le successive "Savonarola" e "Rime con niente")…"Si balla anche senza voglia / quando canta la mitraglia / è indice però di un evidente problema / se la mitraglia ti colpisce alla schiena / dettagli irrilevanti / accidentali inconvenienti / sprechi inevitabili / solo effetti collaterali… / L'uomo della digos travestito di nero / lancia sassi, urla slogan, sembra quasi vero / talmente vero che poi prende e porta a casa / le manganellate del collega in divisa / sfortunate coincidenze / malaugurate circostanze / esiti imprevedibili / indesiderate conseguenze…"
Poi arriva la fine del mondo (a Ferrara) di "Savonarola" che da sola vale l'acquisto del cd. Chitarroni a meraviglia, ritmi sincopati, basso trascinante e un racconto stile fumettone "noir" che narra appunto di un'Apocalisse dei giorni nostri con l'arcangelo San Michele e la sua spada fiammeggiante che sembra un "chitarrista metallaro" coperto di "borchie d'oro e aureola scintillante", un arcangelo peraltro "stronzo e misogino e per di più aggressivo" che trucida "mandrie di bionde all'ora dell'aperitivo (!!!); con il Leviatano che "emerge dal Po e striscia verso il centro" a fare strage "di tailleurs e di commesse" con le sue innumerevoli e bestiali teste; con i sepolcri che si scoperchiano, le orde di cadaveri che -ovviamente- pedalano nella città delle biciclette, pioggia di pantegane, nuvole di zanzare, insomma come dice Giorgio Canali: "Dio per guastarci la serata di più non potevi fare"; piogge di fuoco, di angeli trombettieri e in questo frastuono Savonarola che dal suo secondo rogo tuona incazzato come non mai: "ve l'avevo detto io, io che sono cenere, ora tocca a voi!". Perfettamente godibile per l'equilibrato alternarsi alle descrizioni apocalittiche dei toni sarcastici: "Mi sarei vestito meglio stamattina / se solo l'avessi immaginato / avrei trovato il modo di commettere qualche peccato in più" oppure "mi sarei fatto trovare molto, ma molto più ubriaco" ma è "troppo tardi per pentirsi, troppo tardi per i pentimenti / troppo tardi per i pianti / troppo tardi per l'happy hour… e "troppo tardi per rifarsi il guardaroba con gli sconti…"
Ma non è ancora abbastanza perché segue la Nick Caviana indemoniata e maledetta "Rime con niente", canzone non per niente presa in prestito e dedicata da Giorgio Canali all'amico Bertrand Cantat, voce dei Noir Desir, il "lupo" la cui voce appare in "Ah le monde" dei PGR, e che di certo in prigione per le note vicende, non se la sta passando di certo bene. "Resta l'insonnia, resta il vento bastardo / le carezze violente - il neretto è mio -, le rime con niente. / Ogni volta si riparte in un mondo diverso / con dentro lo stesso caos / che ha generato l'universo".
"Questa è una canzone d'amore" dà il colpo di grazia, innanzitutto perché è tutto quello che non deve essere una canzone d'amore: urlata, arrabbiata, snervata, violenta, dove volutamente cuore fa rima con tremore e fuoco eterno con rosso inferno; una canzone dove gli aggettivi abbinati al sostantivo amore sono: antisociale, sperimentale, interinale, assistenziale, terminale, funerale, orizzontale, anticlericale; insomma l'ennesimo pretesto per una critica sociale con i contro fiocchi dove amore è più sinonimo di una condizione di moderna "resistenza", in cui diventa sempre più indispensabile tirarsi fuori dal parapiglia e dai cori generali, stare con gli occhi bene aperti e combattere per i propri diritti e per i propri sogni, con tutte le forze e contro il giusto nemico, financo noi stessi.
A chiudere un album intenso e senza neanche una nota superflua la ballata notturna "questa no": "Sento il tuo corpo vibrare / forse è davvero la terra che trema / mi specchio nei tuoi sorrisi / dio, come si è confusi quando si ama / sento gridare più forte e sempre meno lontano / chiudi gli occhi / alza il volume / e vieni più vicino / vieni più vicino / è solo il vento che sbatte le porte sul suo cammino…è solo il mare che stanotte fa un po' troppo rumore / è solo il treno che fischia lontano".
Proprio per le stesse leggi fisiche di cui si parlava all'inizio: più di così non si può.

Posted by SergioG at 00:20

16.07.04

PGR TOUR 2004, CONCERTO AL NUVOLARI, sabato 3 luglio 2004

PGRNuvolari04b.jpg
C'era attesa, SABATO 3 LUGLIO 2004, per il concerto al Nuvolari dei PERGRAZIARICEVUTA nuova formazione (senza Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco), con un disco nuovo fresco d'uscita (D'ANIME E D'ANIMALI) e il Giovanni Ferretti in forma visto in TV al concerto del Primo Maggio.

Devo dire che nel pomeriggio, ascoltando il nuovo disco non ho resistito e ho tentato, cercando i collegamenti tra i pezzi nuovi e quelli storici dei CCCP e dei CSI, d'inventarmi una scaletta (con ciò che mi sarebbe piaciuto riascoltare, io che di concerti di Giovanni Lindo & Company ne ho visti a bizzeffe dal 1986 al 2003!) tenendo conto della formazione del gruppo (con batteria e percussioni e con due bassi elettrici) e devo dire che in generale ciò azzeccato (sarebbe stato molto più difficile indovinare la scaletta del concerto del 2003 al Forte di Vinadio, dove non sapevo cosa aspettarmi e cosa avrebbero potuto suonare del disco omonimo dei PGR):
Ho pensato, per esempio, che i ritmi di "Divenire" potevano ospitare i versi di "A tratti", che un brano autobiografico come "I miei nonni" poteva essere collegato a brani come "Palpitazione tenue" o a "Come bambino"; che a "Cavalli e cavalle" fosse legato "Maciste contro tutti" (non solo per l'assonanza di "piangono i cavalli" del primo con "s'agitano i cavalli" del secondo, ma per la stessa riflessione sulla storia e lo stesso incedere incalzante dei ritmi) e così via, sperando nella rilettura anche di qualche inno "punkettone-orientaleggiante" di più vecchia data. E così è stato.

Non solo sono stato accontentato per la scelta dei brani, ma ho potuto assistere a una serata con Ferretti in forma strepitosa, forse come mai l'avevo visto: soddisfatto di sé, sorridente, sempre con un bicchiere di vino con cui brindare un po' alla Guccini, in salute, sicuro nel canto, chiacchierone e polemico e stimolante al punto giusto…insomma invecchiato bene, nonostante tutto, forse più saggio, sicuramente più consapevole d'essere esempio per tanti senza essere maestro per nessuno, essendo uomo imperfetto ma dalle mille risorse, dai mille input creativi, consapevole però di poter dare tanto ancora (comprese le sue a volte discutibili e originali idee politiche).
Ancora una volta tengo a ribadire che personalmente Ferretti l'ho sempre amato, rispettato (magari talvolta anche non compreso e altre maledetto) ma non l'ho mai idolatrato, né preso per oro colato tutto quello che lui ha detto.

PGRNuvolari041b.jpg Il concerto è iniziato con l'ultimo brano del nuovo disco, "Si può", poi è proseguito, dopo il saluto di Giovanni Lindo al pubblico, con due fenomenali versioni di "Narko$" (Epica, Etica…) e "Forma e Sostanza" (T.R.E.).
Ascoltare e vedere il buon vecchio Gianni Maroccolo riprendere in mano il basso elettrico e suonarlo in quel modo è stato per me che lo seguo dai tempi dei Litfiba di "Desaparecido" e"17 Re" particolarmente emozionante. Dall'altra parte Giorgio Canali controllava con maestria le distorsioni delle sue chitarre, cercando al meglio di sopperire alla mancanza di un Zamboni o delle tastiere di Magnelli.

Il nuovo disco è stato suonato quasi nella sua interezza: oltre a "Si può", abbiamo potuto ascoltare "Alla pietra", "Casi difficili" "Divenire", "Orfani e vedove" (il brano più discusso), "Tu ed io", "I miei nonni", "Cavalli e cavalle" (vero e proprio inno, fatto ben due volte!), "S'ostina".
E alternati a questi: una lunghissima versione di "Barbaro" (su CODEX) miscelata con "Maciste contro tutti", poi "Unità di produzione" (T.R.E.), "A tratti" (KODEMONDO), "Come bambino" (1°PGR), e "Tu menti" (SOCIALISMO E BARBARIE, anch'essa rifatta a furor di popolo come secondo bis, quando tutti gli amplificatori erano già stati spenti!).
In più, un pezzo inedito sull'Occitania ("Occitania: il nome femminile di Dio in Occidente", scandiva la voce di Giovanni) con letture da documenti storici che annunciavano le crociate contro gli Albigesi e i Catari del XIII secolo, i cui roghi sono diventati funebre simbolo a precedere i roghi dei forni crematori della Shoah. Chiara la ballerina, con in testa un elmetto medievale, si impalava alla Fatur, arrampicandosi e lasciandosi penzolare su un'insegna issata coi colori provenzali - giallo e rossi - del regno di Tolosa.

Tra le frasi scandite da Ferretti durante la serata ricordo:
Una precisazione sul ritornello di "Forma e sostanza", secondo cui "voglio ciò che mi spetta" significa avere "solo il giusto che spetta a ogni essere umano e niente di più, considerato che nel mondo la maggior parte delle persone non possiede che l'appena necessario per sopravvivere".
Ha ribadito la sua condanna contro i pacifisti (di cui tanto s'è discusso) e che mi sembra vada inquadrata allo stesso modo con cui Ferretti condanna il volontariato fatto per profitto. Ciò non significa che lui sia contro il volontariato e allo stesso modo non credo sia contro il pacifismo. Penso sia contro un certo modo falso e ipocrita di essere pacifisti. Ha sottolineato il fatto che "Ce ne vorrebbero di più di nemici contro cui combattere! "
E verso la fine del concerto: "Siamo soddisfatti di noi, ora tocca a voi essere soddisfatti di voi stessi!" Così dopo la performance dei "I miei nonni": "Si può invecchiare con dignità" e mi sembra di poter dire oggi che egli sia invecchiato bene o comunque molto meglio di altri.

"E mi sembra di tornare
In un sogno che conosco…"

Posted by SergioG at 10:01

04.07.04

PERGRAZIARICEVUTA: D'ANIME E D'ANIMALI

PG(al cubo)R: ovvero Però Gianni Giorgio Giovanni Resistono.
E con loro alla batteria Pino Gulli (già in Kodemondo), il giovane Cristiano Della Monica (basso, percussioni, cori, già nel tour 2003 dei PGR) e la danzatrice-ginnasta tuttofare Chiara. Una serie di nuovi collaboratori integra il lavoro in studio, in primis Mr Peter Walsh (il nuovo Hector Zazou?) che oltre ad aver suonato in alcuni pezzi e arrangiato gli archi, ha registrato il disco in quel di Bath (UK) negli studi della Real Word di Peter Gabriel nel febbraio-marzo di quest'anno e lo ha missato assistito da Lorenzo "Moka" Tommasini. James Halliwel ha suonato l'organo hammond.
Più o meno tutte qua le premesse al nuovo lavoro dei PGR, scritto da Giovanni Lindo Ferretti "di getto, dormendo poco e male, mangiando pane, formaggio, olive, sempre la zuppa sulla stufa a ribollire e una bottiglia di vino buono, rosso fermo, sempre aperta e presto svuotata, nell'inverno o meglio nel gennaio del 2004 nella sua casa sull'Appennino toscoemiliano".
Ci si aspettava un disco genuino, di rock rumoroso, energico, alla CCCP, ai CSI di Kodemondo. E in parte così è. Si tratta di un opera di 58 minuti, varia e sfaccettata nella struttura, ambiziosa e curata negli arrangiamenti, che bene s'inserisce nella tradizione dei nostri, e che comunque tante cose (alcune importanti) dice, tenta ancora di dire. Certo alcune cose sono state già dette (e forse meglio) dai CSI di Kodemondo e di Linea Gotica. Ma occorre tener presente che Giovanni Lindo ha 51 (splendidi) anni, che anche i maestri Canali e Maroccolo (i cui nuovi dischi solisti sono appena stati pubblicati) hanno una certa età, che certe esperienze passate come i CSI di T.R.E. e il primo disco dei PGR, non si possono dimenticare. E che non possono più permettersi di scimmiottare le icone del punk o del post punk sul palco, come ai tempi dei CCCP, sarebbero ridicoli. Una delle cose che forse colpiscono di più è che il progetto PERGRAZIARICEVUTA resta un progetto aperto, i musicisti non più presenti, ossia Hector Zazou, Francesco Magnelli e la splendida voce di Ginevra Di Marco (la cui splendida voce certo manca tantissimo) non sono stati rimpiazzati in qualche modo. Sono insostituibili. Così come insostituibile è Massimo Zamboni.
Ma consapevoli di ciò i componenti rimasti hanno serrato le fila e si sono messi a fare semplicemente (con qualche incognita in più forse, ma con tanto lavoro e la dedizione di sempre) "ciò che dovevano e sapevano meglio fare". E dalle ceneri dei CSI, così come il Consorzio a sua volta naque dalle ceneri dei CCCP-fedeli alla linea, è nato una nuova affascinante esperienza sonora.

Il disco si apre con le note calme di "Alla pietra - 9 luglio 2003": celebra uno dei momenti più belli del tour dello scorso anno dei PGR: "Un temporale a scrosci, violento, tramonto due arcobaleni splendenti, il concerto non si fa, non ci sarà" , poi lo scenario cambia: " Sera in taverna, caldo di corpi, umido, cibo fumo bevande, tavoli ingombri di gente che mangia, ride sorride sorride, sta bene"…e l'atmosfera - o meglio la musica - cresce fino a diventare - credo nelle intenzioni non troppo celate dei nostri - quella di una nuova "Fuochi nella notte di San Giovanni": "Cadi ubriaco strafatto e stai dritto finchè ti prendono e ti distendono. Fottiti tecnica! Vaffanculo impianto, comincia la festa, si suona, s'amoreggia stanotte, si canta, si balla e si rimpalla…Ginevra canta e Chiara balla…Valentina sorride che la vita è questa, sorride balla che la vita è bella"…Ben consapevoli però che "Gli Dei sono partiti, auotoesiliati, Dio non si sa, ma un atomo divino è conficcato in ogni cuore umano".

Si passa a "Casi difficili", la canzone proposta in anteprima al concerto di Roma del primo maggio. L'intro è una rielaborazione della celebre "tammuriata nera" che, grazie alla straordinaria forza delle parole e alle chitarre dure (siamo dalle parti di Brace e Unità di produzione) si fa manifesto politico e pugno nello stomaco alla faccia del nostro quieto vivere e del nostro conformismo da poco o mal pensanti. Giovanni Ferretti si lancia in un vero e proprio "show" che riprende il meglio del suo repertorio (si passa dai toni polemici-ironici dei migliori CCCP-fedeli alla linea di Ortodossia, Affinità-divergenze, Socialismo e barbarie o Canzoni, preghiere, danze…, alla pseudo-napoletanità moraleggiante di Mozzillo O Re e Aghia sophia, passando per le riflessioni pessimistiche alla Sogni e sintomi, Irata, L'ora delle tentazioni, insomma in sette minuti e mezzo riesce a ripercorrere tutta la sua storia musicale e umana).
"Io nun capisc' e vote ch' succede, ma quell' che s' vede nun se crede, nun se crede"…il testo va letto tutto con attenzione e mandato a memoria, come vero e proprio manifesto del Ferretti pensiero: vale da solo l'acquisto del disco…Sia almeno sano…ascoltare!

Ma non si ha il tempo di perdersi ché già si è tuffati nelle melodie di "Divenire", ballatona circolare alla Settanta (sul primo dei PGR) , alla In viaggio o se preferite alla Fuochi nella notte di San Giovanni. Con le sue chitarre avvolgenti, le tastiere sognanti, i cori e il canto d'un Ferretti davvero in stato di grazia. Un in-canto che riavvicina alla bellezza, alla autenticità, alle magie della vita. Con quella frase messa lì, semplice e pungente, che ti entra nel cervello e non ti lascia più: "destinato alla gioia, l'uomo si nutre di noia".

"Orfani e vedove" : grazie all'incedere del basso di Maroccolo si ritorna di botto ai CCCP di Emilia paranoica, con la lucidità della visione storica di Ferretti (quello di Maciste contro tutti, Millenni) e i felici arrangiamenti arabeggianti degli archi alla Battiato (Nomadi e Voglio vederti danzare)…Pare davvero un miracolo…Giovanni scandisce secco le sue taglienti parole, ricche di immedesimazione fino ad arrivare alla sincerità autobiografica: "Io sto per quel poco che posso, coi più deboli…Fui monaco, guerriero, eretico albigese, bandito, campai d'abigeato…Repubblicano, anticlericale che, da secoli e secoli, sono cristiano, antifascista per indole, di fatto e partigiano" e ancora "Ero comunista del PCI emiliano, il miglior buon governo cittadino…sono una casa, una famiglia, una stalla, so che la geografia è destino, la storia non si fa, signorile, a tavolino…"
Tiene a sottolineare: "So che ci ha liberato l'esercito anglo-americano", ma il tono è ironico, beffardamente carico di rabbia e di sfida; "è per me un dovere amare il popolo ebraico, lo stato di Israele". Incita la vita comunitaria secondo i dettami del socialismo dei "kibbutz" e dei "moshav", parla di libertà, fratellanza, uguaglianza, ma non certo in una società come la nostra dove gli ideali hanno ceduto il passo alle più bieche logiche dello sfruttamento e del profitto, oppure in una terra, quello israelo-palestinese che non ha mai saputo trovare la pace e ha sempre nutrito col sangue il fuoco incandescente di un odio secolare. Veramente un grande pezzo.

"Tu ed io", fa il paio con la successiva "Io e te": qui si intuisce cosa ha dato la forza a Giovanni Lindo di rinascere a nuova vita, di buttarsi alle spalle tutto e a cinquant'anni suonati ritrovare le motivazioni giuste e l'ispirazione d'un tempo, nonostante defezioni e momenti di stanchezza o scoramento o semplicemente altre priorità ed interessi. Si tratta di due delicate canzoni d'amore, come non se ne sentivano dai tempi di Annarella o Amandoti, ma in cui l'esperienza amorosa - fisica e carica di sensualità nella prima canzone, spirituale e ciclica nella seconda - è vissuta in prima persona: "Ecco che i miei occhi su di te, cominciano a spogliarti e la gola si secca, la pelle si compatta e morbidizza, si compiace la carne…ecco che le mie mani su di te muovono in percorsi, disegnano arabeschi, tracciano diagonali"…Per arrivare ad un vero e proprio excursus anatomico del corpo femminile: "Lobo dell'orecchio, seno, capezzolo, ombelico, ginocchio, l'interno delle cosce, l'esterno e il resto, tutto, scanalature, conche, protuberanze, anche, tendini, ossa, peli, capelli, capelli, bocca, labbra".
"Io e te", dall'andamento elettronico, con tastiere e giro di basso in primo piano, il crescere costante delle chitarre disturbate, è più sussurrata nel canto, ricorda più da vicino le atmosfere del primo disco dei PGR: "…Traverso la carne sfioro, attimo eterno, l'anima s'infuoca, comincia a vibrare ingorda, s'abbevera in piacere di finitezza e dolore…Voglio nascere, rinascere, morire e rimorire d'amore" a sottolineare se ancora ce ne fosse bisogno la necessità di Giovanni d'indagare - e di salvare - l'essere umano nella sua interezza, dalla fisicità alla spiritualità, passando per il carattere di ciascuno, vizi e pregi compresi nel prezzo quando si ama veramente.

Nel mezzo "I miei nonni" ci riporta indietro negli anni a quando Giovanni era bambino e viveva in un casolare in campagna in compagnia dei nonni. Sappiamo già da dichiarazioni di Ferretti dei tempi di Linea Gotica, quanto egli fosse legato alla figura della nonna, menzionata anche in Tabula Rasa Elettrificata nei versi finali di Vicini.
La descrizione è quanto mai delicata e struggente e diventa accorata confessione, disarmante nella sua assoluta semplicità e sincerità: "Rendo onore a chi mi ha preceduto tra mille errori e abominevoli credenze, mi ha fatto vivo, sopravvivere, crescere, il mondo è complesso, incantevole, difficile, rendo onore a chi mi ha voluto, mille e mille errori, abominevoli presenze, io sono vivo, sopravvissuto, cresciuto e il mondo è difficile…Eppure dice Giovanni: "Lo bramo, mi attrae, mi confonde l'apprezzo, divino il suo costo, umano il suo prezzo, è un prezzo, il suo prezzo, l'accetto lo pago l'apprezzo".

Arriviamo così a "Cavalli e Cavalle", pezzo caposaldo dell'intero lavoro. Già in passato Ferretti aveva scritto un pezzo (non molto felice, in verità), Io e Tancredi, sul suo cavallo preferito, ma i cavalli, da quelli citati in Maciste contro tutti a quelli mongoli descritti in Tabula Rasa Elettrificata, sono sempre stati un suo pallino, come egli stesso ci ricorda in pochi illuminati versi prima del testo della canzone:
I cavalli sono per me spettacolo di incomparabile bellezza. La terra si anima del loro passaggio, li nutre, li protegge e di loro si nutre in caotica armonia. Li scalda il sole, li lava la pioggia, li fa robusti il gelo e li seleziona il deserto, il vento li spazzola che possano risplendere alla luna. Sia lode al Creatore.
Ma in realtà il pezzo parla di altro, usando i cavalli come metafora per parlare della storia dell'umanità, e attraverso il comportamento tanto assennato degli animali sfruttati e sottomessi ma fedeli all'uomo, riuscire a vedere i comportamenti dissennati e distruttivi dell'uomo stesso. E si parla allora di Islam e Cristianesimo, della loro difficile e sanguinosa convivenza:
Quando l'Islam è comparso e si è imposto nel vicino Oriente e non solo, che boccata per l'umanità! Un quarto di luna nuova. Una civiltà complessa, colta e potente, altra ma a noi comprensibile e vicina e lo scontro, per quanto inevitabile era capace di generosità e di rispetto. Poi sul nostro versante mediterraneo fondamentalismo cattolico e/o protestante hanno oscurato il nostro cielo: secoli e secoli di guerra di religione condita di ogni contorno. Loro intanto fiorivano…Oggi il fondamentalismo cattolico e/o protestante è ridicolo o caricaturale, più preoccupante, a benvedere, quello laicista, ma è il fondamentalismo islamico nella sua deriva eroico-terrorista il problema inevitabile dell'Occidente e nello specifico dell'Europa. E' in gioco la nostra esistenza reale, per quanto poco sia il nostro valore.
E la musica si fa potente di chitarre e bassi elettrici a sussultarci carica di energia e di elettricità, mentre Ferretti con gli occhi allucinati ci "rassicura" sul nostro bel destino da occidentali: "Patroclo va incontro alla morte, e morirà…Cesare va a morire e non lo sa…" e poi sbeffeggiante inneggia al "nuovo" possibile dominatore (così come un tempo inneggiava ad Allah e a Gheddafi, suo profeta): "Profeta, Dio lo ha in gloria, Mohammed".
Era meglio Gheddafi, uno con cui si può venire a patti, uno sufficientemente occidentalizzato. Chi può venire a patti ora con un dirottatore d'aereo o con uno che si fa esplodere su un bus del centro o in mezzo ad un mercato affollato, in odore di paradiso?"

"S'ostina" , è il pezzo suadente che conclude il progetto collettivo di Maroccolo, "ACAU".
Qui riproposto sempre in veste elettronica, con la voce che da agonizzante e pastosa si apre alle armonie d'un ritornello che sa catturare come una luna piena nel cielo. Da segnalare la citazione del Qohelet: "Il tempo per partire, il tempo per tornare, il tempo di guarire, quello che fa ammalare" e l'immagine della madre che allatta il bimbo: "Quando la madre scopre il seno il bimbo inebriato dal profumo di buono impara il vuoto e il pieno impara l'attesa, la gioia e l'abbandono, impara ad imparare le tracce che fanno camminare". Un Ferretti new melodico.

"P.G.G.G.R". si prende il gusto di ripetere il gioco fatto in Kodemondo con Home Sweet Home, facendo il punto sulla situazione del gruppo: Però Gianni Giorgio Giovanni Resistono. E qui si instaura una riflessione assai gustosa sui diversi significati della parola "resistenza". "Resisto perché esisto, resisto finché esisto…Altri hanno Resistito, in altro tempo, per Loro era la vita in gioco, a perdere non poco, né tornaconto, né vanità"- il tema sempre caro a suo tempo elaborato in Linea Gotica - "E se oggi mi dicono: resistere, resistere, resistere (ndr chiaro riferimento alle parole del giudice Borrelli) non so se piangere o ridere, non ci posso credere, non ci posso credere" e non può che ritornare la citazione di tamurriata nera, da cui s'era partiti, ma stavolta col testo capovolto nel suo significato: "mi pare di capire che succede e quello che si vede lo si crede. Io ci crede".

A chiudere "Si può": ballata lenta che prelude al poi e s'apre alla speranza dei buoni propositi: "Me ne voglio andare per monti a camminare, essere migliore, studiare, lavorare…". Ma a Ferretti si può perdonare davvero tutto, anche quando diventa melenso, come in questo caso. Quel suo sorriso posto a sigillo alla fine, ci dà la certezza che anche se non l'abbiamo mai conosciuto, lo porteremo sempre nel nostro cuore.

Posted by SergioG at 19:28

26.06.04

MARLENE: "FINGENDO LA POESIA"

"La Musica è stata inventata per confermare la solitudine umana" Lawrence Durrell, "Clea".

Ed ecco l'annunciato nuovo EP dei MARLENEKUNTZ, "Fingendo la poesia". "Un nuovo disco di non transizione" annuncia il comunicato stampa, e noi sappiamo già che non potremo trarne indicazioni sicure riguardo alle scelte future del gruppo (ma ne siamo assai tentati), così come la svolta elettronica che segnò i solchi di "Come di sdegno" (1998) non lasciò più di tanto segni nel successivo "L'odio migliore". Ma quel furore, quella sana rabbia ora stanno ad anni luce da qui, dai Marlene del 2004: ciò presenta comunque anche lati positivi.

Prima: un muro di feedback ci riporta all'inizio dei tempi. Siamo ancora qui a seguire i Marlene che abbiamo visto nascere nel lontano 1990 e amato fin da subito, per la loro carica assolutamente innovativa (allora) e deflagrante, per la loro grande ambizione mista a intellettualismo e a un po' di sana strafottenza. Sono passati cinque album e tanta elettricità nei microfoni e nelle chitarre, ora non più così trasgressive, anzi già a loro modo ormai "classiche". Ma aldilà di certi atteggiamenti da primadonna, i Marlene ancora oggi sanno suonare, soprattutto dal vivo come pochi altri gruppi in Italia. Merito d'una gavetta che ben pochi gruppi nostrani hanno avuto la volontà e la costanza di affrontare.

Fingendo la poesia: già presente nell'album dell'anno scorso: "Senza peso". A mio parere il migliore cd dei nostri dai tempi di "Catartica". Questo non è forse il pezzo dell'album che preferisco, ma ci sta anche il Godano che sussurra descrizioni poetiche su una melodia dolce come il miele, nella luce d'un languido crepuscolo…

Non gioco più: ebbene sì proprio la canzone di Mina, ciò non sorprende, chè i Marlene potrebbero fare loro qualsiasi cosa…Qui sta il genio di Cristiano & Company, ma anche un po' il loro limite: personalmente mi auguro però che un album di cover non lo facciano mai…che restino fedeli alle loro idee migliori, originali e ambiziose…mantenendo però la semplicità e l'intensità con cui affrontano questa canzone.
Marlene ha perso lo smalto della giovinezza, ma è pur sempre una donna che sa affascinare, sta sulla soglia d'un appartamento del centro storico, disfatta a fumare l'ennesima sigaretta, lascia sfacciatamente intravedere un po' delle sue grazie sotto la vestaglia a fiori, come le donnine nelle vetrine del "Red Light" , sul volto segnato il solito sorriso un po' beffardo, un po' dolce amaro…"Se ti faccio male poi ti passerà…"

Alla prese con una verde milonga: sì proprio quella di Paolo Conte. Mai scelta fu più felice, visto che sembra un pezzo fatto apposta per loro…Alle prese con una verde speranza: donare nuova giovinezza alla canzone d'autore, ché le potenzialità dei Marlene sono ancora tutte intatte, magari con un po' meno rabbia e sdegno rispetto a un tempo, ma con un po' più di malizia e di mestiere…Cosa potrebbero fare ancora questi ragazzi, se si liberassero per un attimo da certi clichè marleniani - da loro stessi creati - per spaziare nella composizione a trecentosessanta gradi…per contaminarsi non solo con la musica d'autore o con il pop-rock sonico, ma con il folk, con la musica classica e perché no anche con la musica antica e con la musica elettronica…con tutto ciò che stimoli la loro sensibilità artistica!

Vortice: un pezzo in due parti, la prima con il parlato di Cristiano, un po' alla Giovanni Ferretti, un po' alla Emidio Clementi: un racconto autobiografico che può dirci molto sugli obbiettivi del leader dei Marlene: "…Riesco eventualmente a intuire il definirsi liberatorio di una volontà chiara e consapevole: essere vibrazione attiva di un vortice assoluto; partecipare ai fervori di un'effervescenza irriducibile, per condurre i sensi all'apogeo e per liberare il mio corpo dalle occlusioni mentali e reali; carpire ogni segreto…" Bene fallo Cristiano, la strada è quella giusta!Qualcosa di nuovo sta per succedere, fai in modo che realmente accada!
Manca il capolavoro ai Marlene. L'album doppio che li consacri per sempre nella storia della musica rock italiana: un DAYDREAM NATION , un WAREHOUSE:SONGS AND STORIES, un MURDER BALLADS in italiano, un concept sulla pazzia dei nostri giorni, un viaggio nella labilità mentale d'un malato psichico in fuoriuscita dal "neuro", senza altre "Spore" o rumorismi intellettualoidi, solo con semplici e affilate canzoni, accordi di chitarre amplificate, sudore, anima e niente compromessi o diavolerie.
Ancora lo sto aspettando. D'altronde da un'amante perfetta ci si aspetta sempre il meglio.
La seconda parte che chiude il pezzo è un assai coinvolgente -sembra in realtà l'intro di un'altra canzone- con basso e batteria ben in evidenza prima dei richiami delle chitarre.

Poi: il pianoforte è il simbolo del rinnovamento, ma bisogna forse abbandonare gli sperimentalismi strumentali e osare di più…Occorre smettere di "fingere la poesia" e occorre fare - con musica e nuove parole - poesia autentica, quella che sa restare.

Posted by SergioG at 19:51

17.06.04

Altri concerti dell'estate 2004

Al CHICOBUM FESTIVAL di Borgaro torinese, nel parco Chico Mendez spiccano tra gli altri:

01 /07: VERDENA
06 /07: BELLE & SEBASTIEN + RAPTURE
08 /07: FEAR FACTORY + DAGOBA
15 /07: FRATELLI DI SOLEDAD
20 /07: THE DARKNESS
22 /07: SHANDON
29 /07: ROY PACI & ARETUSKA

Al TRAFFIC FREE FESTIVAL di Torino, nel parco della Pellerina, da segnalare:

08 /07: SUBSONICA, Africa Unite, Linea 77, Mau Mau, Madaski, Fratelli di Soledad, Persiana Jones

09 /07: VINICIO CAPOSSELA, Shane Macgowan & the Popes, Marc Ribot mistery trio, Flaco Jimenez, Roy Paci, Matteo Salvatore

10 /O7: IGGY POP & THE STOOGES (!!!), Dirty Americans

I BLONDE REDHEAD in turnè italiana 2004 saranno il:

14 /07: Baraonda Summer Festival di Chieri (To)

I MARLENE KUNTZ invece presentano il loro nuovo minicd a:

18 /06: Pisa - Metarock
25 /06: Caivano (Na) - Caivano rock (con Afterhours e PGR)
26 /06: Roma - Fiesta
03 /07: Rimini - Velvet
06 /07: Asti - Asti musica
07 /07: Arezzo - Arezzo Wave
15 / 07: Collegno (To) - Colonia sonora
16 /07: Marcon (Ve) - Marcon festival
23 / 07: Casoni di Luzzara (Re) - Festa della birra

I PGR presentano il loro nuovo cd a:

21 /06: Fucecchio (Fi) - Marea festival
25 /06: Caivano (Na) - Caivano rock (con Afterhours e Marlene)
26 /06: Bismantova (Re) - festival confusione
28 /06: Roma - Villa Ada
03 /07: Cuneo - Nuvolari Libera Tribù
06 /07: Cosenza / festa delle invasioni
07 /07: Arezzo - Arezzo Wave
09 /07: Bologna - festival
24 /07: Torino - Arena estiva
25 /07: Paderno Dugnano (Mi) - lago nord festival

Per ulteriori informazioni vedere il sito di Gianni Maroccolo, quello dei Marlene Kuntz e qui.

Posted by SergioG at 10:14

31.05.04

I CONCERTI DEL NUVOLARI

Tra i concerti interessanti proposti dal NUVOLARI LIBERA TRIBU' nel periodo giugno-luglio al Parco della Gioventù di Cuneo, da segnalare:

15 /6: PERSIANA JONES + SLIDE
17/6 : TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI
18 /6: YUPPIE FLU
19 /6: FRANKIE HI NRG
25 /6: CAPAREZZA
26 /6: MISTONOCIVO
27 /6: YO YO MUNDI + WU MING
29 /6: MEGANOIDI

01 /7: THREE SECOND KISS + ELEPHANT MAN
03 /7: P.G.R.
04 /7: CASINO ROYALE
07 /7: Z-STAR
09 /7: SOPHIA
11 /7: AFTERHOURS
16 /7: VERDENA
17 /7: SKIANTOS + HORMONAUTS

Come riportato sul sito di Maroccolo, il nuovo cd dei PGR che s'intitola "D'anime e d'animali" uscirà nei negozi il giorno 3 di luglio. Presto recensione di disco e concerto.

Posted by SergioG at 12:38

22.05.04

Emidio Clementi: da musicista a scrittore

«E' cominciata all'improvviso questa mania di scrivere, come se a un tratto ci fosse qualcosa che dovessi cacciare fuori a tutti i costi, come se qualcosa avesse continuato ad accumularsi dentro di me durante i mesi passati via, e ora, per non marcire, premesse per venire fuori. Tutto quel silenzio, quello stare da solo. E' bastato tornare a casa per rendermi conto di quanto fosse stato prezioso quel periodo lontano dall'Italia. Le notti a Örebro passate in mezzo alla città deserta, i pacchi dei giornali ricoperti da un sottile strato di neve che recuperavo all'angolo tra Bromsgatan e Rosenhillsgatan. poi il giro di consegne tra le serrande abbassate e qualche finestra illuminata, attraverso la quale, ogni tanto, vedevo apparire una sagoma solitaria. Era facile fantasticare su quelle ombre. Cosa c'era che non andava con la loro vita? Cosa li tormentava al punto di farli alzare dal letto e vagare da una stanza all'altra circondati dai sogni degli altri? Avrebbero acceso la radio per tenere a bada la solitudine? Avrebbero scritto una lettera? Stavano rimpiangendo qualcosa? O forse erano convinti che non c'era altra condizione se non la mancanza di luce per poter afferrare il significato chiaro delle cose e, allo stesso tempo, provare quella sensazione di intimo mistero di cui io, solo adesso, a tremila chilometri di distanza, percepivo l'intensità?
Le prime domande che mi sono posto sulla vita degli altri le ho formulate a venti gradi sotto zero, a cinquantanove gradi di latitudine nord, mentre pedalavo su una bicicletta lungo Holmgatan, e probabilmente, senza che me ne rendessi conto, sono state le mie prime domande da scrittore […] In realtà non so mai trovare una fine alle cose che scrivo, non so mai dove farle andare a sbattere. Mi sono accorto che le mie storie non sono come quelle che leggo nei libri, dove la vita sembra che scorra come un fiume in piena e dal fondo sbuca sempre qualcosa che luccica. Forse perché la mia somiglia a un torrente in secca che si disperde lungo gli argini e a guardarla non capisco mai il senso in cui si sta muovendo. Allora lascio perdere, a metà di una frase che non va da nessuna parte, mi alzo dal letto e comincio a pensare che per avere qualcosa da dire mi occorrerebbe un'altra vita, una di quella ricche e profonde in cui basta immergerci le mani per catturare le storie…»

Emidio Clementi, da "L'ultimo Dio" Fazi Editore.

«Durante il giorno non esco quasi mai. Se lo faccio è solo per andare alle prove. Ho comprato un basso nuovo e ho ricominciato a suonare. Siamo in quattro e mi piacciono le cose che facciamo. Abbiamo preso in affitto un garage sotterraneo dentro un palazzo a qualche chilometro dal centro. Gli inquilini non si lamentano del rumore, ma è scomodo se a qualcuno scappa da pisciare. L'ultima volta che ci siamo visti, ho fatto leggere agli altri le mie cose. Egle e Vittoria si sono guardati tra loro e mi hanno messo di fronte a un microfono. Mi hanno chiesto se me la sentivo di cantare quello che avevo scritto. Ho risposto che non so cantare. «Chi se ne frega», ha fatto Vittoria. «Se non ci riesci mettiti a urlare».
Solo il nome mi lascia perplesso: Massimo Volume. Il resto del gruppo è convinto che quel nome serva a dare l'idea di qualcosa di potente e corrosivo, ma quando la gente lo sente la prima cosa che chiede è: «chi è Massimo tra di voi?».
Emidio Clementi da "L'ultimo Dio" Fazi Editore.

Così nacquero i Massimo Volume, uno dei gruppi italiani più interessanti a cavallo tra anni ottanta e novanta, di cui Emidio Clementi, detto Mimì, era il leader carismatico. Un gruppo che ha saputo coniugare atmosfere letterarie e musicali come nessun'altro in Italia, merito della voce unica e inconfondibile del parlato che ne animava le canzoni, ma anche dei bassi ossessivi e delle chitarre rumorosamente inquiete, lasciate in scomodo sottofondo.
Riascolto spesso tra i loro album proprio "Lungo i bordi", dove in apertura si cita "Il primo Dio", il libro di Emanuel Carnevali, che ha segnato la vita musicale e quella di scrittore dello stesso Clementi.
Quell'inquietudine, quella rabbia che sta per esplodere, quel senso di profonda insoddisfazione che trasmette la voce di Emidio, con le sue frasi lasciate a metà, le sue urla epilettiche, le sue disperate e claustrofobiche descrizioni, è quello che mi accompagna ogni giorno, quando mi accorgo di quanto poco mi riconosco nel mondo che mi circonda. "Emanuel Carnevali, Rimbaud…è nella pioggia oggi il vostro grido!"
I Massimo Volume, con i Franti più introspettivi, i primi Diaframma di Nicola Vannini e Federico Fiumani, sono stati tra i pochi a percorrere nella musica rock una strada difficile e alternativa, fatta di argomenti scomodi, di atmosfere notturne, di incomunicabilità e solitudine dell'uomo moderno (i cui maestri primi e ancor oggi insuperati restano gli inglesi Joy Division). Un filo sottile li lega e li avvicina come frammenti raccolti su una spiaggia in momenti diversi di uno stesso oggetto andato in pezzi. Una strada che si avvicina molto agli abissi squarciati dalla poesia, quella autentica, quella sola in cui so riconoscermi.

Una settimana in Olanda (come la Svezia di Mimì) servirà forse a farmi ritrovare l'ispirazione, dopo tutti questi mesi di accumulo?
"Spegnetemi o incendierò il mondo".

Posted by SergioG at 17:05

15.05.04

Il concerto più bello della mia vita

Sul numero di Rockerilla di maggio un articolo di Giancarlo Susanna ha particolarmente attratto la mia attenzione. L'articolo si intitola The Dream Syndicate - Storie di fantasmi e nella parte iniziale dice:

"Vi sarà di sicuro capitato di leggere da qualche parte affermazioni del tipo "non bisogna mai incontrare di persona i musicisti e men che mai diventare loro amici; ne va dell'obiettività dei giudizi, eccetera eccetera"… Con tutto il rispetto delle opinioni altrui, mi viene proprio da dire "Balle!"
Dopo tanti anni di mestiere, ho più amici tra i musicisti che tra i colleghi. Il destino ha voluto che io non sia mai riuscito a vedere i Dream Syndicate dal vivo - alcuni dei loro concerti italiani sono entrati nella leggenda - ma nel lontano 1990 ho avuto occasione di assistere a una serata di Steve Wynn al Macabre di Bra (CN). Lo avevo intervistato nel pomeriggio e ovviamente gli avevo manifestato tutta la mia stima e la mia ammirazione. Per me Dream Syndicate era sinonimo di Stereonotte, di una musica bellissima e per niente "allineata" con le mode e le tendenze degli anni '80. E ognuna delle edizioni che mi avevano visto al microfono fino al 1989 era stata segnata da un loro album. Trasmettevamo da una riserva indiana anche allora, ovviamente, ma adesso che non c'è neppure quella specie di zona franca (è rimasto solo il sabato notte su Radio Uno), le cose sono davvero peggiorate a Radio Rai.
E' inutile dire che Steve fu gentilissimo. Tanto rilassato durante la conversazione in albergo quanto scatenato sulla piccola pedana del Macabre. Quel giorno è nata un'amicizia che mi onora e che è diventata col trascorrere del tempo sempre più salda.
DreamSyndicate.jpg Quando la Rykodisc ha annunciato la ristampa di "Ghost Stories" e "Live at Raji's", è stato naturale pensare di scrivergli per saperne qualcosa di più…"

Io ero presente al Macabre quella sera di quattordici anni fa. E' stato semplicemente il concerto più bello di tutta la mia vita. La scaletta scelta per l'occasione da Steve Wynn & soci mescolava le canzoni del suo primo magnifico album solista "Kerosene Man" (del 1990), con il meglio del repertorio degli allora appena sciolti Dream Syndicate. Ricordo che c'era addirittura uno dei componenti storici del gruppo, ovvero il chitarrista Karl Precoda. Fu una serata indimenticabile non solo per Giancarlo Susanna - a cui va tutta la mia ammirazione e i miei ringraziamenti non solo per l'articolo in questione, ma per tutto quello che ha fatto e ancora fa per la musica rock- e per il poco ma caldissimo pubblico presente, ma anche per il sottoscritto…Mi trovavo infatti in prima fila proprio davanti al signor Wynn, e come fan assai devoto mandavo a memoria tutte le sue canzoni fino ad allora incise ed ero notevolmente impressionato in primis dalla sua grande umiltà e carica umana, nonché dalla sua notevole tecnica chitarristica…
Mi ricordo peraltro che durante l'esecuzione di uno dei pezzi del nuovo disco, "Here on earth as well" se la memoria non mi inganna, una pausa più prolungata del solito nella versione dal vivo prima dell'entrata della voce di Steve, mi permise di fare - per un attimo breve ma intenso - un piccolo "duetto" con lui , dato che non riuscii a trattenermi e cantai al suo posto l'attacco che dava il via al crescendo finale ("that man say it ain't got no justice / he was stupid and he fell") che si sentì benissimo trovandomi a una trentina di centimetri dal microfono… Al ché Mr Wynn, sorridendo rispose scherzosamente con la battuta: "Here is my cousin!…" prima di continuare col bellissimo finale della canzone. Avevo i brividi dalla punta dei piedi alla punta dei capelli…Fu un concerto davvero straordinario per energia, qualità dei suoni e resa dei musicisti che accompagnavano Wynn (oltre al citato Precoda c'erano un bassista cowboy con stivalacci e cappello texano e un formidabile batterista, di cui però non ricordo i nomi) e progressivamente incendiato dai cavalli di battaglia dei Syndicate fino al conclusivo e interminabile bis di "John Coltrane stereo blues".
E così sono diventato - in una serata davvero speciale "cugino" italiano di Steve Wynn, che ha fatto dell'Italia un po' una seconda patria, non mancando mai di presentare in concerto negli anni a venire i suoi lavori appena pubblicati…
Inutile dire, per chi quei dischi non li ha mai ascoltati che ancora oggi sia "Ghost stories" (ultimo disco in studio dei Dream Syndicate, anno 1988) sia lo splendido "Live at Rajii's" (compendio dal vivo del meglio del gruppo) suonano genuini e validi a tutti gli effetti. Suggerisco quindi di non farseli scappare (tanto più che ci sono pezzi in più rispetto agli originali), così come non dovrebbero mancare - e spero vengano presto ristampati - gli altri loro capolavori, ovvero il primo disco "The day of wine and roses" (1982) e il secondo mitico "The medicine show" (1984) rintracciabili in vinile in qualche mercatino per collezionisti, a prezzi credo ancora accessibili.
Solo leggermente meno interessante "Out of grey", il terzo disco uscito nel 1986.
Tra i tanti dischi solisti e in compartecipazione di Steve Wynn, oltre a "Kerosene Man" e al successivo "Dazzling display" (1992) sono senz'altro da ascoltare "Melting in the dark" (1996) e soprattutto il doppio "Here comes the Miracle" (2001), nonchè il primo disco uscito come progetto "Gutterball" (1993). L'ultimo suo c.d. "Static transmission" è datato 2003.

Posted by SergioG at 00:07

14.05.04

I "Casi Difficili" di Ferretti

Come suggerito da Claudia e riportato da Linea Gotica il pezzo dei PERGRAZIARICAEVUTA suonato in anteprima al concerto del primo maggio si intitola "Casi Difficili" e sarà probabilmente anche questo il titolo del prossimo disco dei PGR e del tour che ne seguirà.
Il testo cantato da Giovanni Lindo Ferretti recita (versione non ufficiale):

P. G. R.
Casi difficili

(recitato)

Sento d’un foco un freddo aspetto acceso
che lontan m’arde e sè con seco agghiaccia;
pruovo una forza in due leggiadre braccia
che muove senza moto ogni altro peso.

Crudele, acerbo e dispietato core
vestito di dolcezza e d’amar pieno.

(Michelangelo Buonarroti, Rime)


"Io non capisco proprio che succede
ma quello che si vede non si crede, non si crede"
(ndr. citazione da "Tammurriata nera").

Posso essere perplesso se chi fa il bene
dell'umanità mette i propri vecchi all'ospizio?
se chi fa il volontario ci guadagna un salario
ingrassa il suo amor proprio e il nostro obbrobrio.

Un volontario senza eccesso di zelo, fa gratis quel che può e gli par zero.

Curare sevizie di schiavi viola l'umanità
se non si fa la guerra, a schiavisti e schiavitù,
almeno si sostiene chi, a proprio rischio, la fa.

L'abominio fiorisce in pretesa innocenza
che al Bene serve cuore e conoscenza.

Sono perplesso, sono depresso, sono incazzato molto, molto peggio.

Vale più un cuore puro e un cazzo dritto
d'ogni pensiero debole, piagnone, contro.
Solo soddisfatto di sé. Insoddisfatto.

Vale più un cuore puro e un cazzo dritto
d'ogni pensiero debole, piagnone, contro.
Comunque sempre solo insoddisfatto.

IL MONDO NON VI PIACE? ARRUOLATEVI!
IL MONDO NON VI PIACE? ARRUOLATEVI!
IL MONDO NON VI PIACE? ARRUOLATEVI!

Siamo casi difficili, tra chirurgie e analgesici
residui complicati d'infauste ideologie,
psico-sociali, estetiche, religioso-politiche,
vivi di vaccini, trapianti e molti molto buoni sentimenti.

Dove qualcuno muore di lamentele e stenti,
qualcuno ingrassa, s'accarezza il ventre.
Se s'azzoppa l'incassa, se cade si rialza,
dolorante e dritto, dolorante e dritto.

Anima pura che stai lassù in montagna
la vita è un falsopiano non un palo di cuccagna.

Anima dolce che stai tra i cottonfiock
metti i piedi per terra, sentirai che elettroshock.

Anima bella che giochi la tua pelle
il prezzo va alle stelle dovrai pagarlo tu.

Anima forte che cerchi miglior sorte
la forza è qualità e viene giudicata per quel che fa o non fa.

Per quel che fa o non fa.
Per quel che fa o non fa.

Crescere, morire in pace
non c’è assicurazione che vale
c’è terra sotto i piedi
il cielo oltre i pensieri.

Costruirsi l’inferno
a ognuno, ognuno il suo
abitarlo a fatica
imposti manutenzione e costi
perdite in tasca, profitti,
occhiali scuri, non ci sono gli occhi.
Cuori comprati al mercato
Chiamarlo Paradiso e crederci
Chiamarlo Paradiso e crederci
Chiamarlo Paradiso e crederci

Nascere non è caso ideologico, medico, etico
E’ antecedente all’idea di diritto,
divina conseguenza d’amore.

Sia almeno sano scopare!
Sia almeno sano scopare!

UMANO ATTO ANIMALE
UMANO ATTO ANIMALE

Vale più un cuore puro e un cazzo dritto
d'ogni pensiero debole, piagnone, contro.
Solo soddisfatto di sé. Insoddisfatto.

OCCHIO BIMBA, STAI DRITTA
OCCHIO BIMBO, STAI DRITTO
OCCHIO BIMBI, DRITTI! DRITTI!

Altre informazioni sul sito ufficiale di Gianni Maroccolo.

Posted by SergioG at 23:52

07.05.04

BLONDE REDHEAD - Misery is a butterfly

BlondeMisery.jpg Il sesto disco dei Blonde Redhead si intitola "Misery is a butterfly".
E' edito dall'inglese 4AD e questa è la prima vera novità, dato che gli ultimi due cd erano stati stampati dall'americana "Touch and go". Ma l'etichetta inglese per certi versi calza a pennello con questo gruppo newyorkese anomalo, formato dai fratelli italiani Amedeo e Simone Pace e dalla cantante giapponese Kazu Makino, che amore per certi suoni obliqui e sperimentali, l'hanno sempre avuto. La 4AD, è bene dirlo non è più quella storica degli anni ottanta guidata da Ivo [che aveva edito dischi ormai appartenenti alla storia musicale di quegli anni, come il primo dei BAUHAUS, il battesimo dei BIRTHDAY PARTY e dei THE THE, "Surfer rosa" e "Doolittle" dei PIXIES, le raccolte Vol.1 & 2 delle celebri MISTERE DES VOIX BULGARES, tutti i dischi di COCTEAU TWINS e DEAD CAN DANCE, i tre progetti musicali usciti sotto il nome THIS MORTAL COIL, i dischi di altri gruppi spesso sottovalutati dell'ondata New Wave come COLOURBOX, WOLFGANG PRESS, THROWING MUSES, DIF JUZ, CLAN OF XYMOX, ecc…], perché è passata di mano, ma riesce ancora a puntare su qualche "cavallo di razza", come in questo caso.

"Misery…" era molto atteso dai fans del gruppo e dai critici musicali, dopo il successo ottenuto con il precedente "Melody Of Certain Damaged Lemons" - del 2000- di cui è per molti versi, la continuazione.
E' un disco molto elegante e raffinato, fin dalla foto di copertina ornata di piume di struzzo bluette e un po' demodè, così come nella curatissima grafica e nell'impaginazione del libretto con i testi. E' certamente il disco più maturo e "pop" (proprio nel senso di "popular") che i nostri hanno fatto finora.
E' un disco dalle atmosfere tranquille, malinconiche e tristi, ma è anche un disco pieno di melodia, di riferimenti morriconiani nelle orchestrazioni dei violini, distante dal rock e da certi sperimentalismi (di suoni elettronici e di chitarre) o rumorismi vagamente "Sonic Youth", che avevano caratterizzato i Blonde Redhead degli esordi.
Certo, le voci particolari di Kazu (la "gatta smorta") e di Amedeo sono sempre quelle, con intatte le loro capacità di ammaliare (o di non piacere affatto, a seconda dei gusti), di trasportare nel loro fantastico e malinconico mondo.
Tutto ciò -se si vuole- era già presente nel loro disco che ho ascoltato e amato di più, ossia "La mia vita violenta", il secondo della loro produzione musicale e dal titolo marcatamente pasoliniano -era il 1995- forse ancora giustamente considerato il loro capolavoro. Ad esso seguirono due lavori altrettanto interessanti e sottovalutati quali "Fake can be just as good" del 1997 e "In a expression of the inexpressible" del 1998.

L'inizio di "Misery is a butterfly" è affidato alle folgoranti note di "Elephant Woman", che è stato scelto anche come primo singolo: il sospiro leggero e malinconico creato dalla voce di Kazu, si fonde con auliche chitarre alla Cocteau Twins e deliziosi arrangiamenti di violini e violoncelli, un vago riferimento a colonne sonore di film fine anni settanta-inizi ottanta ("Frantic" di Polansky, tanto per fare un nome) e a quei suoni "vintage" oggi tanto di moda. "Angel / I can see myself in your eyes / angel won't you feel for me from your heart / do return my heart to me / no don't insist i'm already hurt…"
Più classica ballata alla Blonde Redhead è "Messenger", guidata dalla dolce e stranita voce di Amedeo. Anche qui assolutamente magico è l'intreccio tra chitarre e suoni elettronici, in un crescendo avvolgente e drammatico.
Poi i ritmi rallentano con la struggente "Melody", delicata musa perduta da tutta l'umanità, figura però che ha ispirato l'arte musicale e poetica dei ultimi Blonde Redhead. Canta Kazu: "Why did you kill that poor old man, melody / She said, "he was never good to me" / Sha said, "he was never kind to me".
"Doll Is Mine" arriva in fondo al cuore e lo spacca: ancora si mescolano violoncelli, pianoforte e chitarra, in un armonico crescendo; si parla dell'inevitabilità dell'amore, dell'inevitabilità del suo esplodere e del suo morire, ma amore per una bambola: "Mine is an act of love / mine is a wish to solve / and mine is to sink by your side […] I must have felt so much pain / it's funny how some things do remain /it isn't true that things do change / isn't it strange how pain remains but don't look so sad / cause it isn't sad that I have you to myself…" dice con spietato languore, Amedeo.
Il piccolo capolavoro arriva con la canzone che dà il titolo all'intero album…una melodia di pianoforte che non ti abbandona più, la voce di Kazu capace di farti sognare…Semplicemente una lettera che parla del rimpianto per un amore che poteva essere e non è stato: "…Dearest Jane I want to give you a dream that noone has given you / remember when we found Misery, we whatched her watched her spread her wings and slowly fly around your room / and she asked for your gentle mind / Misery is a butterfly / her heavy wings will warp your mind / with her small ugly face and her long antenna and her black and pink heavy wings". Una farfalla chiamata miseria, inettitudine, incapacità d'amare, durezza della vita, ma anche destino crudele…

La seconda metà del disco comincia con "Falling Man": un più disilluso e concreto Amedeo scruta con sorriso amaro nella pochezza e nelle contraddizioni umane, analizza ogni rapporto con anatomica precisione, con il bisturi tagliente della ragione: "I know a ghost will walk through walls yet I am just a man still learning how to fall" ripete quasi con ossessione e ancora: " When you start doubting me then I start to doubt myself / and never look through me cause I'll keep close to myself / I am what I am and what I am is who I am…"
"Anticipate", grazie a soavi suoni di tastiera - di giocattolo o giostra - e alla mielosa voce di Kazu, porta nuovamente alle soglie del cielo, ad un paradiso di tristezza e bellezza: "Knowing you Knowing me We're deeply sorry You're broken Maybe baby / maybe it didn't happen / maybe all of this would go away…".
"Maddening Cloud" è un pezzo più ritmato e riporta in certo qual modo ai passati Blonde Redhead; il tema quello dell'incomunicabilità, dell'incontentabilità e della follia dei rapporti umani…quando i cori nel finale si fanno sentire di più, ritorna alla mente il crescendo di "For the damaged coda" che chiudeva il cd precedente (era anche nella colonna sonora de "L'ultimo bacio" di Muccino)
La piccola cantilena a spirale di "Magic mountain" rimanda invece a certe magie psichedeliche Sid Barrettiane, alla suadente Alice-prostituta - non più nel Paese delle Meraviglie - della copertina; una fuga nei sogni dell'infanzia, un'infanzia in realtà violata e negata dalla realtà, una fuga in colorati e fantastici mondi onirici. Il canto di un uccellino in una gabbia dorata.
"Pink Love" è la summa di questa magia rinnovata e fragile, ritmata con una bella cadenza di basso e con il lavoro alla batteria di Simone; le voci di Amedeo e Kazu come in passato finalmente si alternano e si sovrappongono a vicenda…camminando sulle nuvole: "…Some say you are, you are just like a butterfly whose wings wings will spread to softly feel your mood over the blue sky full of you, pink love, pink love, pink love, just like a fairtail" - dice lui a lei - " It's not just a fairytail painted by me, it's not just a lonelyness between you and I, if on magic mountain, you find you can breath, then stay and don't look back to the blue woven sky" - e lei risponde a lui - "In my mind, I state myself, the clock is tickin without you. Some may say illness, so called so called love, the sickness of mind" …l'amore resta una meravigliosa illusione di cui non possiamo fare a meno, una malattia che non sappiamo e non possiamo evitare…
Un raggio di luce si apre un varco in una soffitta ombreggiata e polverosa colma di vecchi oggetti, vestiti dismessi, giocattoli, scrigni pieni di stoffe esotiche, biglie di vetro colorato, caleidoscopi, carillion con piccole ballerine semoventi che s'inchinano delicate, mentre marionette bambole e soldatini abbandonati spiano dagli scaffali...
Infine a chiudere la magnifica perla di "Equus", dalla ricercatezza pop ma dalla sferzante cadenza rock -stile Tom Tom Club?- sostenuta quanto occorre da basso e chitarra; miagola irriverente la voce di Kazu, che gioca a fare un po' Lene Lovich, un po' Elisabeth Frazer: ormai, coi suoi urlettini, in una nuvola rosa ci ha stregati per sempre.
Per maggiori informazioni consultare il sito: www.blonderedhead.com.

Posted by SergioG at 23:38

04.05.04

Sul concerto del primo maggio

Una delle cose che ho apprezzato al concerto del primo maggio visto in diretta televisiva dal sottoscritto a partire dall'esibizione di Nada (che nonostante la svogliatezza ha sempre una gran bella voce), è stata la performance di Cristina Donà, insieme a Gianni Maroccolo e agli altri musicisti del progetto ACAU (il disco solista di Maroccolo, che spero di recensire presto...).
Poi, naturalmente la succosissima anteprima del nuovo disco dei PGR, con Ferretti in forma strabiliante (Cazzo, ma è ingrassato!), meno allucinato e secco, ma molto cccpiano nel canto, nell'abito da sobrio punkettone e nell'atteggiamento strafottente…Mai visto un Giovanni Lindo così lucido e in forma (senza eufemismi). La canzone, naturalmente fa molto ben sperare per il c.d. dei PERGRAZIARICEVUTA con i sempre ottimi Maroccolo al basso (meglio che alle tastiere o altre diavolerie elettroniche) e Canali alla chitarra, una versione moderna e ispirata della celeberrima "Tammurriata nera", con Ferretti -che Dio l'abbia in gloria- che fa un bella piazzata su associazionismo e volontariato, su cazzo dritto, pornografia e sesso sano, sulle nefandezze del mondo che ci circonda, in cui niente e nessuno paiono più salvarsi…
Mi ha molto deluso invece l'esibizione degli AFTERHOURS, che non hanno saputo o voluto far nient'altro che le solite "La gente sta male" e "Quello che non c'è" più la rilettura peraltro già sentita de "La canzone di Marinella" di De Andrè. Manuel Agnelli non era in felice serata e si vedeva.
Non fatemi dire niente degli altri omaggi a De Andrè - non ce l'ho con Bisio, giuro, che lui non è un musicista- o dell'ennesimo spezzone tratto da Jesus Christ Superstar.
La Auf Der Maar è una strafiga con quella sua capigliatura rossa e quando si agita col basso, ma in quanto a voce e a originalità musicale…Il resto è quasi tutto da dimenticare... Senza infamia, nè lode Mario Venuti e Frankie H. Energy. Mi sono perso Caparezza e i Modena City Ramblers, credo.
Tuttosommato, Ferretti e ACAU a parte, era meglio andare a Genova al concerto di Capossela...

Posted by SergioG at 22:26

02.04.04

TRE GIORNI DI PASSIONE

1,2,3 aprile 2004: tre giorni di passione…rock.

Prima tappa. Giovedì 1 aprile - Concerto dei VERDENA - Hyroshima Mon Amour - Torino.

Tutto esaurito ieri sera all'Hyroschima.
Il concerto conferma ciò che di buono la band ha fatto fino ad ora dando prova di ulteriori potenzialità da sviluppare (sempre che reggano alle tensioni interne al gruppo e alle sollecitazioni dell'esser ormai "famosi" e affermati). I VERDENA 2004 sono in quattro con l'inserimento alle tastiere di Fidel. Le canzoni, sia quelle più vecchie - alcune delle quali ormai pienamente a diritto considerate vere e propri inni, sia i pezzi nuovi già più che rodati, dal vivo acquistano una carica energetica in più, grazie al sicuro talento dei quattro musicisti e all'impatto sonoro assolutamente potente e devastante.
Gli effetti del nuovo impianto luci poi contribuiscono a coinvolgere maggiormente l'ascoltatore, si tratti delle più suadenti ballate acide o dei pezzi più violenti e cadenzati.
Ne hanno fatta parecchia di strada i VERDENA. E molto sono ancora migliorati dal concerto visto da me al Nuvolari, all'inizio del tour del disco precedente, "Solo un Grande Sasso".
Ma l'ultimo cd, "Il Suicidio dei Samurai", ha il pregio di trovare un punto di equilibrio tra le canzoni più melodiche (e semplici) che caratterizzavano il disco omonimo (e che li hanno fatti diventare un "gruppo di culto") e quelle più lunghe, psichedeliche e mature del secondo disco. Restano preziosamente intatte le atmosfere sofferte e disperate, le melodie oblique e malinconiche, l'ansia e l'inquietudine di vivere…Il sorriso un po' amaro e triste di Alberto, la timidezza e la dolce scontrosità di Roberta, la dedizione caparbia di Luca…
I sapori e i sudori della vera musica rock, quella suonata con chitarre basso e batteria, per intenderci.
Il concerto è iniziato con "Le tue ossa nell'altitudine" (sull'E.P. "Luna"). E' proseguito alternando saggiamente i pezzi del nuovo disco al meglio del repertorio precedente: "cazzeggiamenti" psichedelici più limitati rispetto allo scorso tour e più spazio alle canzoni, senza rinunciare però a qualche stuzzicante variazione…
"Il Suicidio dei Samurai" è stato proposto quasi interamente e nonostante qualche attacco sbagliato o fuori tempo, qualche piccolo problema alla batteria (e talvolta l'indolenza e "lo scazzo" dello scontrarsi di due personalità forti e diverse come quella di Alberto, voce e chitarra e quella della bassista Roberta, che sanno però alternare momenti di grande affiatamento musicale) i pezzi più recenti mi sono davvero piaciuti tutti: da "Logorrea" a "Balanite", da "Phantastica" a "Elefante", dal felice e coinvolgente singolo "Luna" a "Far fisa" e "17 tir nel cortile"; su tutti la splendide versioni di "Mina" e della conclusiva ed assai intensa "Glamodrama".
Tra i pezzi "vecchi" prevalgono quelli dal primo album, di cui sono stati riproposti (per la felicità del pubblico): "Ovunque", "Valvonauta", "Dentro Sharon", "L'infinita gioia di H.B.","Viba", mentre del secondo album sono state scelte forse le più belle ovvero "Spaceman", "Nova" , "Cara prudenza" e "Starless".
Sicuramente i VERDENA si confermano tra i gruppi più interessanti dell'odierno panorama musicale italiano e credo che - dopo tre buoni dischi e tanti concerti in giro per il nostro paese - il loro nome possa essere affiancato per importanza a quello di più affermati gruppi quali SUBSONICA, AFTERHOURS o MARLENE KUNTZ.
Sarà - insieme ai progetti musicali di Ferretti e soci e a poco altro - (e aldilà delle statistiche di vendita, non sempre uniformi e attendibili in Italia) la musica che rimarrà di questi anni a cavallo del nuovo millennio.

Seconda tappa. Venerdì 2 aprile - concerto di LISAGENETICA / WAH COMPANION - Le Macabre - Bra (CN).

Terza tappa. Sabato 3 aprile - concerto di KASH / ULAN BATOR - Cinema Vekkio - Corneliano d'Alba (CN).

Posted by SergioG at 12:15

21.03.04

LISA GERRARD - IMMORTAL MEMORY

ImmortalMemory.gif"Immortal memory" è il nuovo disco di Lisa Gerrard, registrato nel suo studio australiano presso le Snowy Mountains, insieme al musicista e compositore irlandese Patrick Cassidy (abile arpista, nonché fine conoscitore di poesia). Questo lavoro conclude un'ipotetica trilogia con le precedenti prove soliste "Mirror Pool" (1995) e "Duality" (1998), ma grazie all'esperienza fatta dalla Gerrard in questi ultimi anni, come vocalist e autrice in numerose colonne sonore - tra tutte quella assolutamente eccelsa de "Il Gladiatore" - aspira a diventare l'opera della raggiunta maturità artistica, in quanto riesce a superare la pura ricerca strumentale, le influenze darkeggianti o etniche passate per farsi musica nuova e pura, vicina in tutto e per tutto ormai alla musica classica o meglio alla Musica Assoluta.
Lisa Gerrard insomma è cresciuta come musicista, cantante e compositrice e chiede oggi a noi fans della "vecchia guardia "di crescere insieme a lei come ascoltatori.
E' - ancora una volta - "musica senza tempo", come dicono le note introduttive che si possono leggere sul sito dell'artista, musica capace di condurre l'ascoltatore in un memorabile viaggio dagli abissi infernali alle gioie estatiche dell'anima e dove le dieci canzoni si chiudono "come un cerchio a delineare un cammino di vita nuova e rinascita, fino toccare il mistero stesso dell'esistenza".
Dice la Gerrard: « La musica è un posto dove cercare rifugio, un santuario - dove prendere distanza - dalla mediocrità e dalla noia [della quotidianità]. E' un posto innocente dove ci si può perdere in labirinti di pensieri e memorie ». E ancora: « Per me cantare è un'esperienza di tipo non-intellettuale. Ha più a che fare con il sentimento, con l'emozione. Ma è proprio questo che conferisce al canto la sua innata purezza ».
E basta la sua presenza magari in un lungo abito bianco merlettato e il dolce oscuro vibrare delle sue strabilianti corde vocali per farci capire che ciò che lei afferma è più che mai assolutamente vero.
E allora addentriamoci in questo percorso mistico, in questa avventura sonora "colma di straordinaria trascendenza", dove Lisa alterna ai vocalizzi che ammiriamo da sempre, le parole di ben tre lingue "morte" (ma mai così vive): gaelico, aramaico (l'antica lingua di Cristo) e latino frutto di lunghi e approfonditi studi per arrivare alla corretta pronuncia sillabica…

La prima traccia dell'album, "The song of Amergin" parte proprio dall'antico mondo celtico: è basata infatti su di un vecchio poema gaelico di mille anni d'età, mai musicato in precedenza. L'inizio è solenne e ancestrale, grazie alle avvolgenti tastiere, poi quando entra la voce di Lisa i nostri ricordi vanno immediatamente a gioiellini appartenenti alla tradizione irlandese o medievale cantati già all'epoca dei Dead Can Dance, come "The wind that shakes the barley (da "Into the labirinth"), "Tristan" (da "Towards the within"), "Song of Sophia" (da "Serpent's egg")…con un crescendo lento e inesorabile che ci percuote dentro, in una sorta di purificazione dalle immonde nefandezze di noi stessi e del mondo. Dice Lisa, senza bisogno di traduzione: « To me it's sounds like a sunrise ».

Segue "Maranatha" pezzo con cui si è catapultati contemporaneamente in una dimensione mistica e si entra nelle tematiche alla base dell'album; maranatha è una parola che in aramaico significa "Vieni Signore, vieni Maestro", e viene ripetuta come fosse un canto meditativo, un mantra tibetano o orientale, capace di "portare pace e benessere interiore". Vengono in mente pezzi come "Ignis de orbis" (sempre da "Serpent's egg", DCD) e "The rite" (da "Mirror pool"), ma qui si respira un superiore afflato mistico…siamo in un getsemani fiorito o meglio siamo noi stessi il contorto "uluru tree" della copertina, che gemma e trasuda resina in un getsemani fiorito. E' un piccolo capolavoro.

L'aramaico è - come scritto nel libretto interno del disco magnificamente illustrato (come nei due dischi precedenti di Lisa) da Jacek Tuschewski e arricchito dalle splendide fotografie di Greg Barrett e Mark Magidson - il linguaggio dell'antico popolo Semita, fu utilizzato e assorbito dal grande Impero Assiro-babilonese e divenne il vernacolo del popolo ebraico in fuga dopo la prigionia in Egitto e perciò anche lingua nativa di Gesù. E proprio per questo motivo è stato scelto in "Immortal memory", non solo per meglio farci arrivare le parole ancora attuali del più grande personaggio della storia, ma soprattutto per tentare di riprodurre attraverso il suo dialetto i suoni il più possibile autentici e originali della sua voce. E' l'ebreo Gesù, che come maestro conoscitore di una antica saggezza, come testimone scomodo e controcorrente del suo tempo o come semplice uomo che incarna il dolore e la sofferenza di tutta l'umanità, proprio da qui si fa avanti per parlarci - come mai prima d'ora - in prima persona; novello Virgilio che viene a noi miseri e confusi uomini moderni per farci riflettere sul significato della storia e soprattutto per farci guardare con occhi diversi al nostro tempo e a noi stessi (e nota bene tutto ciò lo dice anche a un eterno dubbioso e non praticante come me).
Qui sta il punto di partenza anche per il lavoro che Lisa Gerrard ha fatto per il tanto discusso film di Mel Gibson sulla passione di Gesù…musiche che però per questioni di tempo sembra non siano state incluse nel commento sonoro del film…e che ci auguriamo vengano magari pubblicate in un prossimo futuro.

"Amergin invocation" ha il respiro delle grandi colonne sonore: "Il Gladiatore" in primis, ma anche "L'ultimo dei Mohicani" , il Morricone di "C'era una volta il West" e l'elettronica lieve degli inglesi In the Nursery (ma ognuno può citare le sue preferite). L'andamento è maestoso ed epico, grazie a riusciti arrangiamenti di violini ricreati a partire da samplers rielaborati dai sintetizzatori. La voce è uno strumento aggiunto. Non si può far a meno di notare che la musica per film nel panorama odierno sta acquistando sempre maggiore importanza…

Anche la successiva "Elegy" riecheggia le musiche de "Il Gladiatore" nell'episodio della morte di Maximus. Il suono dei violini in sinergia con la dolce e suadente voce di Lisa trasporta direttamente tra le nuvole, da dove si ammirano sterminati paesaggi e da dove non si vorrebbe scendere più…è pacificazione dell'anima.

"Sailing to Bysanthium" prende il titolo da una poesia di W. B. Yeats, il maggiore poeta irlandese…"And therefore I have sailed the seas and come to the Holy city of Byzanthium" e facciamo immediatamente anche noi rotta verso la sacra enclave di Costantinopoli, crogiolo di razze e culture diverse e metafora (simbolo e meta) della ricerca di noi stessi e della Vera Sapienza.
Grazie alla poesia e alla musica si possono oltrepassare tutte le barriere di tempo e di spazio, superare tutti gli ostacoli posti dalla nostra ignoranza, fragilità e pochezza. Costruzioni monumentali, battaglie epocali e sanguinarie, migrazioni ed esodi d'interi popoli, antiche civiltà scomparse… tutto si ripresenta davanti ai nostri increduli occhi…

Si arriva così al cuore del disco: "Abwoon". E' la parola che in aramaico sta per "Padre nostro", ovvero la preghiera che ci ha insegnato Gesù. E le sette invocazioni della preghiera ci vengono qui presentate nella versione testuale detta di Peshitta, tratta da originali e antichi manoscritti. Dice il libretto del disco: "Chi oggigiorno meglio di Cristo, il principe della pace, con le sue parole di amore e perdono nella sua lingua nativa, può far da contrappunto alla retorica pseudo-religiosa dei leaders occidentali ?"
Forse tutto cambierà quando saranno tradotti in maniera completa e saranno diffusi i papiri dell'Antico Testamento trovati a Qunram. Forse, quelle parole antichissime e al contempo nuove riusciranno finalmente ad avvicinare e non più a separare cristiani, musulmani ed ebrei. Si afferma nel sito della Gerrard: "Come possiamo continuare a essere divisi se le parole di questa preghiera sono la testimonianza più evidente della nostra unica antica radice? "
L'aramaico è al contempo antica lingua degli arabi, antico dialetto per gli ebrei e lingua da cui sono si originati il greco, il latino e da cui discendiamo anche noi moderni occidentali.

"Immortal memory" è la settima traccia del cd. La prima che è stata scritta e registrata da Lisa e Patrick durante il loro sodalizio artistico e che per questo forse è stata scelta per intitolare l'intero album. Ricorda più da vicino alcune performances vocali della Gerrard solista. Vocalizzi sublimi e diafani su un tappeto di tastiere...

Arriviamo così agli oltre sette minuti della suite "Paradise Lost". E' la musica composta da Lisa Gerrard per un progetto inizialmente sviluppato insieme con Russel Crowe dopo che questi aveva terminato di girare "Il Gladiatore". Doppia è qui la citazione letteraria: il libro "The Long Green Shore" di John Hepworth e naturalmente l'omonimo poema di Milton, da cui sono presi i versi iniziali:

"Della prima disobbedienza dell'uomo, e del frutto
dell'albero proibito, il cui gusto fatale condusse
la morte nel mondo, e con ogni dolore la perdita
dell'Eden
…" (trad. di Roberto Sanesi)

L'atmosfera, inutile dirlo, si fa più cupa e drammatica, vengono in mente i pezzi iniziali e finali di "Mirror pool" e alcuni dei primi lavori con Brendan Perry nei Dead Can Dance (p.es. "The Protagonist"). E' un viaggio immaginario nei peccati, nelle violenze, nelle torture, nelle ingiustizie perpetrate dall'umanità .
Lisa Gerrard ha sempre avuto questo suo lato amante dell'oscuro, del "dark", del drammatico, ai confini con il lugubre. Ed ha sempre contrapposto al toni più aulici e paradisiaci della sua voce, altri timbri più bassi, cupi e drammatici .
Anzi, in realtà si può dire che mai come stavolta la voce di Lisa abbia la capacità di andare oltre le lingue cantate, oltre le singole parole, per approdare ad un linguaggio più profondo - e universale (ciò che solo i grandi artisti sanno fare) - che si libera dalle sfumature del significato letterale per farsi pura emozione dell'anima.

Siamo al finale con la preghiera di "I asked for love", dove sono citati versi di Dolben (ma a questo punto potremmo aspettarci le meditazioni di Santa Teresa D'Avila , San Francesco D'Assisi o i salmi di Re Davide):
"I asked for Peace / My sins arose, And bound me close, / I colud not find realese.
I asked for Trust / My doubs came in, and with their din / they wearied all my youth.
I asked for Love / my lovers failed, / and griefs assailed / around, beneath, above.
I asked for Thee / and thou didst come / to take me home / within Thy heart to be
".

La via per uscire dall'oscuro baratro e ritrovare la luce. Anche noi ora aspettiamo il nostro ritorno a casa. E l'organo da messa di "Psallit in aure dei" funge da vettore di trasporto…E' un elegia funebre scritta da Patrick Cassidy in memoria del padre morto un paio d'anni or sono, a cui Lisa offre un'interpretazione vocale assai intensa…il testo latino, ammonizione che il devoto biografo francescano Tommaso di Celano ha intagliato nel coro della chiesa di San Damiano in Assisi, recita:
"Non clamor, sed amor / Non vox, sed votum, Non cordula, sed cor / Psallit in aure Dei" (che sta più o meno per: "Non clamore, ma amore, Non vane voci, ma impegno concreto, non strumenti di violenza, ma intelligenza / sono la musica per l'orecchio di Dio")…"Un pezzo catartico" che - tra marmoree candide pareti d'una cattedrale gotica, tra accecanti esplosioni di luce - chiude il cerchio dell'opera ci dà la benedizione eterna. Amen.

Posted by SergioG at 19:02

CESARE BASILE - Gran Cavalera Elettrica

Altro disco intenso, obliquo e notturno, capace di mettere inesorabilmente a nudo l'anima è "Gran Cavalera Elettrica" di Cesare Basile (alla sua terza prova solista dopo "La Pelle" e "Closet Meraviglia"). Un disco che sa di saline abbandonate colpite da un sole implacabile, di orti di ulivi resi neri e contorti dal tempo, di vecchie bettole dagli interni fumosi e scrostati, di stracci di donne e strade polverose, su cui camminano dure scorze di uomini che vanno incontro al loro destino…
Un pugno di ballate "western" all'italiana scarnificate fino all'osso, grondanti di psichedelica tristezza e di magnifica poesia. Le ombre di Johnny Cash, Hank Williams si proiettano sul muro, mentre Nick Cave, Tom Waits e Blixa Bargeld fanno capolino (e scusate se è poco)…
La produzione è di un certo sig. John Parish (Polly J. Harvey, tanto per fare un nome). Per trovare qualche disco italiano con le stesse atmosfere "malaticcie" bisogna ricorrere ai Santa Sangre e più indietro negli anni ai Carnival of Fools (che poi erano gli stessi con in più un Mauro Giovanardi - voce dei futuri La Cruz - che cantava ancora in inglese…)

Si comincia con il lamento in sottofondo di Uccio Aloisi e le percussioni stile "pizzica" de il "Cantico dei tarantati", dove la mesta voce di Basile recita: "Che questo petto è fatto / cembalo d'amore / e tasti i sensi miei / accesi e pronti / e corde sono i pianti sospirati / ed i dolori / rosa è il cuore mio / colpito a morte […] Maestra è la donna mia / che a tutte le ore / cantando canta lieta / la mia morte". Dura pochi minuti, ma è un manifesto di poetica.
Gli accordi di nevrotiche chitarre e spaesanti violini aprono la successiva "A che serve lo zolfo?", dove le parole si fanno più concise e taglienti: "L'acetilene ingialla i muscoli / scova l'inferno nelle viscere / non verremo mai / tratti all'altare / neanche dentro / una cassa di legno / la domanda è / a che serve lo zolfo? " e in un crescendo di folgoranti chitarre la sua voce si fa universale lamento di tutte le vite maledette…con un vago senso d'inquietudine che sale ogni volta che si ripete la domanda del titolo…

E' la volta del banjo e del lento incedere della ballata macabra intitolata "In coda", in cui vengono snocciolate le morti per vicende diverse di ben diciannove persone…"Che talento ha la morte" dice Basile non senza un velo amaro d'ironia, un po' Branduardi ("Ballo in fa diesis minore") un po' Capossela ("Marcia del Camposanto", "Signora Luna") ma in versione cajun…Un pezzo di memoria rubato a un Caronte ubriaco…

L'incedere più rockettaro di "Apocrifo" ci riporta dalle parti di De André e di Andrea Chimenti, storia del profondo sud, di un uomo (d'onore) crudele e potente che ha forse tradito se stesso e non solo…"Perché sei stato vicino / a chi ha il potere di uccidere / solo per fuggire / la tua insana paura / di crepare […] Ma non dimenticare / le doglie di tua madre / quando addobbi le case distrutte / e dai feste / nel lutto degli altri / la superbia ti arrotola addosso / ed ancora ti chiedi / chi le ha dato la spinta / Perché hai sparso l'aceto / nelle stanze del vino / consumato le labbra / ad un muro di baci e promesse"…gli arrangiamenti sempre più scarni e graffianti, due occhi feriti che si riflettono negli oggetti quotidiani colmi d'indignazione che impasta le parole di sabbia e metallo…

Poi arriva la conturbante voce di Nada Malanima (ancora lei, ben prima della collaborazione con Zamboni e sempre superba!) a dare vita a "Senza sonno", descrizione tutta femminile della scena d'un delitto commesso per disperazione da chi ha subito una violenza di troppo…"Quel taglio è la mano / che ora la / porta via / dalla miseria che / si mastica…" con un delirante e stupendo crescendo che sa di liberazione dell'anima dal deserto - delle miserie umane - in un interminabile tramonto infuocato…

Ancora una voce femminile (Valentina Calvagna) s'alterna - dolce e indolente - a quella di Basile nella successiva "Tutto tranquillo", canzone sulle ossessioni d'una storia d'amore finita: "Portami al luogo dell'addio / dove gli amanti sanno di / morirsi accanto […] scioglieremo col ferro e nel fuoco i voti degli amanti" ribadisce l'autore, quasi sommerso dalle distorsioni di chitarre alla Birthday Party

Il walzer strampalato di Waltz # 4, chiude molto tomwaitsianamente la prima parte del disco e ci catapulta nella ninna nanna di "Trave", consolazione alle piccole grandi paure che impediscono di dormire, agli incubi che ci fanno sudare e tremare nel sonno: "E' solo un'altra trave che scricchiola / non c'è nessuno, no / e questa notte non sarà l'ultima / c'è ancora del tempo / Spegni la luce / non hai alcun motivo per / aver paura no / quell'ombra è solo / la giacca sul mobile / non può farti male…"

Seguono i due episodi più impegnativi dell'opera: "Nell'orto degli ulivi" e "L'albero di Giuda". Qui al tema della morte (che rincorre come un ombra - come nella vita del resto - in tutte le canzoni) della solitudine, della paura, del destino ineluttabile, si affiancano quelli della sofferenza e della colpa, del dolore e dell'infamia…Nella prima, dall'incedere solenne e dal cinematografico arrangiamento orchestrale, il testo recita: "Nell'orto degli ulivi / a perderci eravamo in due / fuggendo le risposte e il senso a pregare […] io stavo coi mercenari / e tu vendevi giri di ballo fino all'alba […] Così quando hai rubato / la legge dei profeti per me / tradire è stato un dono […] Intrecciami una buona corda / io taglierò la croce così / chi mangerà di noi / avrà per sempre fame…"
Nella seconda, nervosa ballata alla Nick Cave si dice: "Ma nel campo del vasaio / metteranno gli spostati / sotto l'albero di Giuda / ci sarà sempre da bere / perché un giorno è magico / e questi altri orribili / a tutte feriscono / ed è l'ultima che ti toglie la vita…" con le chitarre di Basile e Marcello Caudullo che ancora sanno stridere, piangere, distorcersi e poi quietarsi in un malato blues…

"Pietra bianca" è cupa e rabbiosa testimonianza dell'impossibilità di amare ma colta da una non comune sensibilità poetica: "[…]Sono un balordo / che ha cercato baci / dandoli via / tu ti alzi e ti muovi / nelle scarpe più belle / e io scopro che lo fai / solo per me […] Tu sei come il tuo seno / dormi tutta in un palmo / di mano / e non voglio che la mano che trema / ti svegli / la mia mano che trema / ti svegli…"

"Primo concime", infine, si concede un po' di scalcinata melodia (a metà strada tra Diaframma e La Cruz): "Le sue mani / sono il mio primo concime / gli occhi di mille caduti in battaglia / o corolle di fiori / questo è il tempo / del mio primo concime / quando tutta la vita / di un uomo / mi veste la schiena / così, comincia da qui / tutto comincia da qui".
E per chi ne ha ancora un po', il disco finisce con la cover strappacuore di Fred Neil, "Little bit of rain".

Difficile resistere alla tentazione di riascoltare tutto d'accapo, senza stancarsi mai, per ogni volta cogliere qualcosa di diverso. Solo coi dischi profondi e non immediati come questo lo si può fare. Anche se questo rimarrà un grande disco solo per pochi fortunati. Così Cesare Basile può oggi essere affiancato a quei menestrelli autentici destinati a rimanere in secondo piano nel panorama musicale italiano, come Giancarlo Onorato (ex cantante degli Underground Life), Stefano Giaccone (ex voce dei Franti) o Mauro Pagani (PFM, De André). Ma è meglio in certi casi continuare a incidere perle e non essere profeti in patria.

Posted by SergioG at 18:13

06.03.04

GIORGIO CANALI

In attesa del secondo capitolo del progetto PGR con i tre superstiti all'opera (Giorgio Canali, Gianni Maroccolo e Giovanni Lindo Ferretti), ho recuperato l'ascolto del cd "Rossofuoco" di Giorgio Canali (il suo secondo disco solista dopo "Che fine ha fatto Laslotoz" del 1999), uscito nel 2002.
Un lavoro sicuramente da inquadrare nell'ambito del rock cantautorale italiano più arrabbiato e obliquo (mettiamoci dentro un po' di Fluxus, Massimo Volume, primi Marlene Kuntz, Santo Niente, Diaframma, GanG e naturalmente CSI) e interessante sia per i suoni marleniani delle chitarre, sia per i testi non privi di una certa poetica. La voce di Giorgio Canali è aspra e poco concede alla melodia: per tutto l'album è caratterizzata da una vena di sana e autentica incazzatura. Una rabbia che non risparmia niente e nessuno e che si nutre di parole cariche di sdegno (e volgari quanto basta). Ma questo fa parte del personaggio Canali, che ti spara in faccia quello che pensa senza mezze parole; occorre accettarlo, come si accetta il suo indubbio talento chitarristico. Le canzoni scorrono e si lasciano amare proprio grazie a questa febbrile carica di energia che le rende "bastarde" nel profondo dell'anima.
Tra i brani più riusciti di "Rossofuoco" sono da citare:
- il pezzo d'apertura "questa è la fine", ballata acida e disincantata che lentamente cresce fino all'inesorabile esplosione finale: "Togli l'audio amore / non c'è niente da sentire qui/ nei postriboli del post-rock / anemici piagnucolano/ dentro i riverberi". E chi ha da capire (nel giro degli "alternativi" o dei figli di papà che si improvvisano musicisti rock) capisca.
- "corretto e poche storie" per il bel tiro del giro di basso (troppo facile citare i CSI di "celluloide") e l'incedere della voce nel ritornello: "La vita è dura e poi generalmente si muore / ne ho abbastanza di farmi trattare da animale sociale… e poi comunque da che mondo e mondo il mondo è roba altrui e non cambia mai!"
- "pesci nell'acqua" ballatona lenta e malaticcia dall'atmosfera lugubre, notturna e fumosa: "Disarmato e muto come un pesce resto qui / a pensare alla fortuna sfacciata che hanno i pesci in fondo al mare / laggiù…nulla da fare niente feste del cazzo niente stronzi alla tv / solo una due tre…mille bolle blu / che gli frega della pioggia ai pesci nell'acqua".E' il mio brano preferito insieme a "questa è la fine".
- Meno interessanti i tre pezzi cantati in francese, l'arrabbiata "la démarche des crabes", il lento "maman va rentrer" (con il morbido pianoforte di Magnelli), e la mesta suite di "adagio baroche". La voce di Canali in francese s'incendia ancor più dei suoi colori, mettendo in risalto accanto al fascino da rocker stradaiolo quell'alone da cantautore maledetto che non guasta. Il francese però stanca di più dell'italiano e l'ascolto a lungo andare si fa più difficile.
- "se viene il lupo" sferzante ed epico brano rock, carico di energia, con un paio di splendidi assolo di chitarra alla Marlene: "Chissà perché gli amanti hanno bisogno di un posto fisso per morire, come gli indiani, gli elefanti e altre razze strane / chissà perché / chissà perché se guardi in fondo agli occhi degli amanti veri / scritta in grande evidenziata in rosso la parola fine / chissà perché […] ma a cosa serve la poesia?". Quando ti entra in testa non ti abbandona più.
- "fuoco corri con me", titolo Lynchiano per un brano in crescendo alla Massimo Volume, con voce un po' a metà tra la parlata di Emidio Clementi e quella cantilenante di Cristiano Godano.
- L'americaneggiante e rabbiosa "rossocome": "Fatevi fottere voi e le vostre femmine indigene, non sapete ciò che rischiate / quando finirò le paglie mi trasformerò in un mostro sanguinario / che sgozza le sue vittime con i denti / al semaforo rosso / rosso come il vostro sangue / rosso come / rosso come il fuoco".
- Le due canzoni sorelle "testa di fuoco" e "pompieri 2", perfetto incontro in un piccolo e squallido bar di periferia, tra Rino Gaetano, il primo disilluso e ironico Vasco Rossi, Afterhours e CSI: "Pompieri spegnete questo fuoco!".
Tutto sommato un buon disco, ispirato, grezzo e genuino. Come da tempo non se ne sentivano in Italia.

Posted by SergioG at 16:34

29.02.04

INTERPOL - TURN ON THE BRIGHT LIGHTS

Uno dei cd più interessanti del 2002 è "Turn on the Bright Lights", esordio dei newyorkesi INTERPOL.
Un disco solenne, puro e cristallino - come un sorso d'acqua di fonte in pieno deserto - sorprendentemente maturo per essere un'opera prima. Un disco distante dal rock'n'roll rumoroso dei concittadini e tanto più fortunati STROKES e che si avvicina per le atmosfere cupe a grandi gruppi del passato come: Television, Joy Division, U2, Psichedelic Furs, Gang of Four, Smiths, Sisters of mercy, Radiohead, Doves, Pixies e naturalmente ai capostipiti e maestri Velvet Underground.
Contribuisce a ciò anche la poliedrica voce di Paul Banks, cantante degli Interpol, che può essere paragonata a seconda delle canzoni a un mix di David Byrne (Talking Heads), David Bowie, Ian Curtis (Joy Division) e Andrew Eldridge (Sisters of Mercy).
Untitled apre con l'incedere lento e solenne di chitarra e tastiere. Siamo tra i REM più oscuri e i Joy Division più mistici (quelli di Atmosphere).
Obstacle 1 è il primo gioiellino del cd, con le chitarre alla Televison di Friction, il ritmo che sa crescere al punto giusto, la voce potente e il basso tipicamente Joy Division. Un gelido incanto come la moltitudine di riflessi sprigionata dai raggi del sole su un velo di galaverna che ricopre gli alberi d'un bosco in una mattina d'inverno. Siamo distanti anni luce dall'America musicale che ci propinano normalmente.
E il pezzo successivo, NYC, ci riporta immediatamente alle strade della grande metropoli, magari innevate e straripanti di gente e con le luci sfolgoranti delle insegne natalizie…è una struggente dichiarazione d'amore, da antologia. Qui ci si avvicina agli U2 di New York, ma anche ai classici di Lou Reed.
PDA viaggia invece grazie alla linee vocali, alle ritmiche elettroniche e alle chitarre dalle parti di Sisters of Mercy e Joy Division.
Say hello to the Angels parte come un omaggio proprio agli Strokes per poi prendere influenze Joy Division- e soprattutto - per l'uso delle chitarre alla Johnny Marr- ai migliori Smiths.
Hands away, altro piccolo capolavoro, riporta alle atmosfere mittle-europee dei Weimar Gesang (troppo sottovalutata band milanese di metà anni ottanta); le chitarre però si ispirano a quelle di The Edge nei primi album degli U2.
Obstacle 2 potrebbe essere benissimo tratta da "Bossanova" dei Pixies. Anche se sa ammaliare e portare ad altri lidi grazie al lavoro delle chitarre e al coinvolgente intersecarsi delle voci.
Stella was a diver and she was always down riporta per la ritmica secca, l'uso della voce e il brillante suono delle chitarre alle magnifiche atmosfere Joy Division. "Stella I Love you, Stella I love you…" è un altro piccolo gioiello sonoro e riesce a farci innamorare all'istante della triste protagonista, come di una novella Marian.
Roland più veloce e drammatico rimane sulle stesse coordinate. Potrebbe fare parte benissimo dell'ultimo cd dei Placebo. Ancora magnifiche e spaziali le chitarre.
The New inizia con un bel giro di basso per poi dare vita ad una ballata triste e struggente, i richiami stavolta vanno agli Ultravox più romantici…Finchè le distortissime chitarre ci guidano in un affresco postindustriale in bianco e nero, un piccolo incubo darkeggiante, un tuffo nelle tenebre dell'animo umano.
Leif Erikson resta ancora in bilico tra Joy Division, U2 e The Call.
A questo punto siamo alla fine del cd e ormai "cotti a puntino", con il cuore gonfio dall'emozione e sotto la guida della voce di Paul Banks pronto a scoppiare in fiotti di candide lacrime di gioia.
Lo so, forse ai ragazzini ascoltare questo gruppo musicale non farà lo stesso effetto, ma noi over trenta questi suoni ce li portiamo dentro da sempre e ci siamo cresciuti, lasciandoun segno in qualche modo indelebile nei migliori anni della nostra vita; non possiamo quindi che entusiasmarci e trasalire per la felicità, pensando che ancora una volta, magicamente, in questo fottuto e crudele mondo, il miracolo si sia ripetuto. Lunga vita al rock e agli INTERPOL.

Posted by SergioG at 20:53

25.01.04

MASSIMO ZAMBONI - SORELLA SCONFITTA

Alla luce di questo primo album solista di Massimo Zamboni è più facile valutare l'apporto fondamentale che egli ha saputo dare in passato, soprattutto al progetto CSI, in cui certo rivestiva un ruolo del tutto rilevante, accanto alla figura carismatica di Giovanni Lindo Ferretti e a quella di Gianni Maroccolo, Giorgio Canali e Francesco Magnelli. L'avventura con il Consorzio Suonatori sembra aver lasciato in Zamboni un'impronta particolarmente profonda e ben evidente anche in questo cd che, per certi versi, tenta di dare una continuazione a quella esperienza.
Le coordinate di "Sorella Sconfitta", pur partendo da uno sguardo sul mondo musicale a trecentosessanta gradi, che comprende certe canzoni degli anni sessanta-settanta e alcune del rock più recente, si rifanno sostanzialmente ai CSI di "Ko De Mondo" e quelli del periodo precedente allo scioglimento e alla chiusura del rapporto con Ferretti. Sinceramente, si può ora con più sicurezza affermare che la rottura del sodalizio musicale tra Zamboni e Ferretti non abbia giovano a nessuno dei due. Tanto nel progetto PGR mancano la grinta e gli accorgimenti chitarristici del musicista reggiano, quanto in "Sorella Sconfitta" si sente la mancanza del cantilenare ferrettiano, la mancanza della sua filosofia di vita e della sua visione del mondo, il peso dei suoi proclami e financo del suo silenzio.
Comunque, per ovviare a questo inconveniente non da poco, è stata coraggiosa la scelta di Zamboni e collaboratori di affidare il canto a ben quattro voci femminili diverse: quella sempre intensa e drammatica di Lalli (ex Franti, Howth Castle), quella sorprendentemente malleabile di Nada, quella della giovane Fiamma (cantante dei Fiamma Fiumana) e quella del soprano Marina Parente. Esse riescono negli episodi più riusciti del disco lo stesso a convincere, a stupire e ad emozionare (su tutte forse prevalendo per intensità d'interpretazione quella di Lalli).
In apertura del disco è proprio la voce della torinese ad accompagnare la toccante e solenne preghiera che dà il titolo all'intera opera, dall'incedere minimale e drammatico.
Il testo recita "francescanamente": "Grazie Sorella Sconfitta / mi hai dato gli occhi e tre piaghe nel cuore /e nessun filo per poterle cucire […] mi hai dato gli occhi e un microfono in mano / e il coraggio di poterla cantare".
Al lavoro chitarristico di Zamboni offrono una importante collaborazione la produzione e la ricerca dei suoni elettronici di Saro Cosentino, nonché l'apporto di altri musicisti quali gli ex Ustmamò Luca Rossi e Simone Filippi, e Gigi Cavalli Cocchi.
Segue poi la coinvolgente "Su di giri" il cui ritmo punkettone e incalzante rimanda direttamente ai primi CCCP-Ustmamò e a quelli di "Tabula Rasa Elettrificata", a cui si adatta una stupefacente interpretazione di Nada. Si è investiti in verità da inevitabili vampate di nostalgia…
Lo strumentale "Stralov" brilla per encomiabile leggerezza. Poi si precipita nell'elettronica di "Ultimo Volo America", dove l'uso della voce lirica spiazza e riporta d'un lampo a certi pezzi di Battiato, mentre le chitarre si divertono a riecheggiare "In Viaggio" dei CSI.
Un felicissimo ritmo di basso apre quindi la bellissima "Da solo" , piccolo gioiellino dal testo autobiografico, dove Massimo Zanboni sembra tirare le somme del suo nuovo percorso artistico: "Le mani strette gli occhi chiusi a bocca ferma muto / da solo come un cane come un orso come un lupo / il cuore sbatte intrattenuto contro un'armatura / congela il corpo clinico sanguina e s'indura…"
Segue la filastrocca elettronica tipicamente Ustmamò di "Kral" con la voce dolce e ingenua di Fiamma che imita alla perfezione quella di Mara Redeghieri (e anche qui riaffiora qualche rimpianto…).
Si arriva così a "Miccia prende fuoco" il pezzo più CSI dell'intero disco di Zamboni. Tornano alla mente simultaneamente "And the radio Plays" - versione "In Quiete", "Brace" e l'inedito "Il Resto"). Complice la voce dai toni bassi di Nada, la tematica e le parole tipicamente Ferrettiane, il ritmo assolutamente coinvolgente che piano piano sa salire ed esplodere in un incalzante reggae… qui sì che davvero pesa l'assenza della voce di Giovanni Lindo…"Miccia prende fuoco per la gola e straccia un cuore che /non conta niente ormai […] Lingua scuoia cuce rade trema la discarica / cupa rossa lava di emozioni include un cuore che / non conta niente ormai…"
"Blu di Prussia" arriva come un pugno nello stomaco con le sue atmosfere claustrofobiche e i suoi ritmi ossessivi…le distorsioni delle chitarre rimandano ai Marlene Kuntz, mentre la voce dello stesso Zamboni riassume il "Quaderno delle Doglianze" del suo "malato" personaggio letterario, Alito; siamo a metà strada tra i Massimo Volume e "Codex", il disco solista di Ferretti, a cui lo stesso Zamboni avrebbe dovuto partecipare…come sfondo i panorami degradati di Berlino e Praga (dove il disco di Zamboni ha preso definitivamente forma).
Ma "Sorella sconfitta" riesce anche a osare, a dire di più e ad andare oltre al semplice riproponimento di modelli passati…
Ne sono brillanti esempi "Pied Beauty" (dove vengono cantati i versi tratti da una splendida poesia di Gerard Manley Hopkins e dove la voce di Fiamma, nostrana Biork, si riscatta e offre il meglio delle sue capacità), "Dolorama" (dove alle atmosfere devastanti e cupe rese dalla voce di Lalli, si alternano le luci offerte dalla altissime note liriche della Parente) e infine la commovente e conclusiva "Schiava dell'aria" (dove le meditazioni bucoliche di Zamboni si fanno limpida poesia e le tre voci - quella recitante di Massimo, quelle cantate di Lalli e Marina - sanno con maestria susseguirsi, rincorrersi e supportarsi a vicenda
"Ci sono scoppi nel cielo, non tuoni / e la retorica di un ponte arcobaleno / ci ricompensa col turno della vita // Schiava dell'aria / sorpresa sta ragione / forma di relazione / tra il pieno e i vuoti…

Restano come sigillo iniziale e finale i frammenti mistici dei due strumentali di "Santa Maria Elettrica"… nulla da invidiare alle "Madri di Dio" cccpiane e agli accessi mistici dei PERGRAZIARICEVUTA.
Certo, questo lavoro non toccherà le vette conquistate da "Ko De Mondo" o da "Linea Gotica" e probabilmente non resterà nella storia della musica italiana. E' comunque il lavoro di un musicista onesto e coerente, che ha gettato le basi per poter nel futuro incidere qualcosa di ancora più diverso e originale.

Posted by SergioG at 21:42

24.01.04

THE MARS VOLTA "De-loused..."

MarsVolta.gif Uno dei dischi più interessanti usciti nel 2003 è sicuramente "De-loused in the comatorium" degli ispano-americani MARS VOLTA.
Prodotto da Rick Rubin, dai suoni sontuosi e ricercati, l'album prende l'energia e le esperienze musicali degli AT THE DRIVE IN, il gruppo precedente ormai sciolto di Omar Rodriguez-Lopez e Cedric Blixler Zavala, e li miscela in modo convincente ed esplosivo con una buona dose di distorsioni psichedeliche figlie o meglio nipoti delle migliori band fine anni '60-inizi '70 (Led Zepelin e Pink Floyd, King Crimson su tutti). Un disco che sa "spaccare" e colpire come un pugno nello stomaco con le sue sferzanti chitarre, con la voce acuta e quasi sempre spinta al limite e con l'incalzare dei suoi ritmi (in vere e proprie cavalcate epiche), ma che sa ammaliare soprattutto quando i ritmi vengono rallentati e prolungati ad arte in suite-ballate spaziali e atemporali (e si possono allora apprezzare meglio gli arrangiamenti e gli ipnotici inserimenti di tastiera). Per una volta i soldi sembrano spesi bene.
Dicono che sul palco i nostri, autentici emuli dello spirito led-zeppeliniano, sappiano veramente "spiegarla" e far vedere quanto sono validi come musicisti; qui possono dilatare le canzoni a piacere fino ad ottenere vere e proprie trascinanti jam. Sono band come queste che possono avvicinare le diverse generazioni di ascoltatori, in quanto sanno sia guardare al rock del passato rielaborandolo in modo personale e con suoni attuali e moderni, sia dire qualcosa di nuovo (siamo un po' stufi dei soliti Strokes, Black Rebel Motorcicle Club, Warlocks, Libertines e vari altri cloni), sempre che non vengano a loro volta svuotati e tritati dal Music-businness (un nome su tutti in tal senso i Janes Addiction, oggi riuniti ma che sembrano solo più una pallida imitazione di se stessi, incapaci di ripetere la brillantezza e la convinzione degli esordi).

Posted by SergioG at 17:04

01.01.04

LISAGENETICA/WAH COMPANION

LisageneticaCD.JPG Per l'etichetta trevigiana REDLED è uscito il cd "split vol.3" con due tra i più interessanti gruppi rock emergenti italiani: LISAGENETICA e WAH COMPANION .
Il lavoro si presenta con una veste grafica molto apprezzabile e con una ricca traccia cd-rom dove sono presenti la storia dei due gruppi, interviste, foto, testi delle canzoni e informazioni varie, più una traccia video ("Cannibal" dei WAH COMPANION) e ben sei tracce mp3 con brani sia precedentemente composti che inediti. Insomma, un bel biglietto da visita per accalappiare nuovi fans e per attirare l'attenzione degli addetti ai lavori.

I LISAGENETICA vi compaiono con tre pezzi di buona qualità: l'inedito marleniano "Viola" , più due tra i loro più recenti cavalli di battaglia, ossia "Il canto del verme sverso" (con il suo incedere marziale e l'ottimo finale psichedelico) e soprattutto "Canzone gravida", (vero e proprio gioiellino, darkeggiante lucida sferzata d'energia dal testo visionario e malinconico) già presenti sul demo "La regressione". L'impatto è potente come sempre, con un gran lavoro alla chitarra e una sezione ritmica puntuale e decisa. La voce di Riccardo - dai toni alti, nevrotica e indolente quanto basta - resta il punto di forza del gruppo. Ricorda un po' quella di Paolo Arfini , leader del gruppo milanese anni ottanta Dissolutio Humani Generis, sicuramente particolare e talora acerba, ma con tante potenzialità ancora da esprimere. I nostri sono insieme con questa formazione solo dalla fine del 2002 e quindi hanno davanti a sé ancora tanta strada da fare (e tante ore da suonare insieme): sicuramente dovranno alleggerire un po' i suoni - magari con l'aggiunta qui e là di una seconda chitarra o di altri strumenti quando occorre - insomma, aprirsi un po' di più a quei suoni a cui dicono di ispirarsi ovvero il jazz, il rock psichedelico, il rock anni ottanta e il grunge anni novanta, mantenendo però la potenza del suono e una certa propensione per la melodia, cercando di migliorare sempre più la qualità dei testi in italiano e quella degli arrangiamenti. Facendo crescere le prestazioni dei singoli e lavorando molto sulle nuove canzoni.
Meno interessanti appaiono le tre tracce mp3 dei LISAGENETICA, assemblate forse con troppa fretta: una versione garage di "Dentro te", "Sovrastrutture" entrambe sul demo del 2003 "La regressione", più l'inedito "L'edificio dei pensieri", dalle atmosfere più compassate e cantautorali.
Le massime potenzialità della band sono comunque espresse dal vivo, dove esce fuori tutta la loro energia, il consiglio è di non farveli scappare se vengono a suonare dalle vostre parti (le date del tour 2004 si possono trovare sul sito ).
I WAH COMPANION sono il gruppo rock del pinerolese Lu Catania, con trascorsi negli AFRICA UNITE. Buona l'attitudine musicale aperta del gruppo, capace di passare da atmosfere tirate e rockettare (stile AFTERHOURS, GUN CLUB, CLASH), a brani decisamente più leggeri e pop, a pezzi più elettronici e sperimentali. La voce del frontman è sicuramente dotata di buone qualità, anche se deve acquistare ancora in personalità: riesce infatti a convincere nei pezzi più sparati, mentre lascia un po' a desiderare quando si lancia in improbabili falsetti o quando tende a strafare. Il brano di apertura (già presente sulla compilation "Alessandria Wave 2002" e con cui il gruppo ha vinto l'omonima rassegna per gruppi emergenti) "Cannibal" è puro rock'n'roll al fulmicotone, ottimo brano sia come potenziale singolo (vedi il video), sia sicuramente coinvolgente dal vivo: un brano che fa sentire tutto il potenziale del gruppo. Meno brillanti i pezzi in italiano: sia il rock di "Buone vacanze in Palestina", dal testo deludente e un po' banale (vorrebbe essere ironico ma non lo è), sia il lento stile beat anni '60 di "Cindy 76" (che, pur avendo un accattivante giro di basso a sostenere il ritmo, scivola via ripetendosi sempre uguale, con quei falsetti che dapprima stupiscono, poi diventano melensi).
Meglio le atmosfere elettroniche di "La comodità della tecnologia", un pezzo che ricorda per il cantato Battiato e per il testo i Blu Vertigo, con un finale però assolutamente da rivedere. Decisamente più interessanti i pezzi in mp3 dei WAH COMPANION: entra subito in testa e affascina "Seven stars" (anche se ricorda un po' troppo "Dear prudence" dei BEATLES), ammaliano le atmosfere strampalate di "When you walk by" e quelle psichedeliche del pezzo dal vivo "Moon".
Di sicuro, resta anche qui tanta strada da fare: prima di tutto credo urga una scelta definitiva tra inglese e italiano (ma se si decide per quest'ultimo diventa indispensabile migliorare la qualità dei testi); poi occorre decidersi se propendere per un rock elettronico con contaminazioni psichedeliche, roots e rock'n'roll, oppure se dedicarsi ad una svolta decisamente più melodica e pop. Le possibilità sono ampie e le qualità per migliorare non penso manchino di certo. Anche qui l'essere in tour e suonare dal vivo in tante parti d'Italia aiuterà il gruppo a maturare e ad acquisire sempre più nuove schiere di fans, in attesa del tanto agognato salto di qualità. Per recuperare il cd invece ci si può rivolgere alla REDLED RECORDS.

Posted by SergioG at 22:05

29.10.03

PLACEBO - Sleeping With Ghosts

Sleeping with ghosts” è il quarto album dei PLACEBO. Nella versione uscita più di recente è incluso un secondo cd tutto di cover.
Devo dire che pur seguendo questa band praticamente dai primi singoli che ha pubblicato, avrei forse acquistato l’album solo per la splendida foto di copertina (e in questi casi rimpiango sempre il formato vinile, dove le foto e le note erano ben più grandi!)
L’inizio è di quelli scoppiettanti con lo strumentale “Bulletproof Cupid”: vengono in mente i Pixies più duri (“Cecilia Ann”, “Planet of Sound”). Una sventagliata di suoni elettronici fa invece da contraltare alla tristemente morbida “English Summer Rain”, dalle atmosfere cupe, darkeggianti e ossessive.
“This Picture” riporta ai tempi del primo cd dei Placebo, quello del bambino con la maglia rossa in copertina (e dei storici singoli “Bruise Pristine”, “Teenage Angust” , “Nancy Boy”): chitarre in primo piano e ritmica piacevole e avvolgente, come un raggio di sole in pieno inverno, semplicemente perfetta.
Il terzo brano dà il titolo all’intero album: i ritmi sono quelli lenti della ballata, la lucidità quella dei migliori Placebo, basso in primo piano, chitarre effettate, sintetizzatori a dare supporto all’arrangiamento (“ ‘cause soulmates never die…”).
Ancora la ritmica in primo piano nella splendida “Bitter End”, il primo singolo estratto da questo cd (nel video i nostri suonano dentro a un enorme ripetitore), con echi di Cure, Joy Division, Therapy? e quant’altro: un classico (“See you at the bitter end”).
Poi tornano i suoni elettronici e le atmosfere malaticce: “C’è qualcosa di marcio qui dentro”, recita il titolo. La voce si fa impastata e smelensa quanto basta. Il rumore prende il sopravvento per un attimo scuotendo l’ascoltatore come un martello pneumatico per poi avvolgerlo come in un bozzolo, imprigionandolo con ritmi ossessivi, echi di voci, suoni elettronici e di armonica distorta.
Sempre decisamente rumorosa la successiva “Plastiline”, riscattata dal bellissimo testo: La bellezza giace nell’occhio / di un altro sogno giovanile / che non s’è venduto l’anima per autostima / Non è di plastilina / La bellezza giace dentro al desiderio / ed in ogni cuore ostinato e redento / che non si è venduto l’anima per autostima / Non è di plastilina / ...Non dimenticate di essere nel modo in cui siete.../ Non andate a vendervi l’anima per autostima / Non siate di plastilina…
“Special Needs” è l’ultimo singolo e ammalia per l’andamento conturbante e la semplicità degli arrangiamenti (siamo dalle parti dei Coldplay, con un pizzico di Marlene Kuntz): semplicemente sublime.
“I’ll Be Yours” gioca con gli elementi, l’acqua e l’aria in particolare, ma parla di amore e sofferenza: “I’ll be your father / I’ll be your mother / I’ll be yours”. Gli strumenti sono ridotti all’osso poi man mano il ritmo cresce, dando spazio alle chitarre e alla batteria. Nulla è lasciato al caso.
“Second Sight” riaccende con l'andamento sostenuto e indiavolato, come una corsa notturna tra le strade di una metropoli, dove ci si rincorre per sfiorarsi un attimo e per non incontrarsi mai…
Un dolce arpeggio di chitarra introduce la struggente “Protect me from what I want”, con in evidenza le tastiere d’un organo e suoni taglienti e metallici. Anche qui l’elettronica e gli effetti delle chitarre sono curatissimi. Certo nulla viene concesso al sorriso, le atmosfere restano cupe, tenebrose, tristi e solo quando i ritmi si fanno più lenti e fluidi, come in “Centrefolds”, dove ad accompagnare la struggente voce di Brian Molko ci sono i suoni di un pianoforte, si "alleggeriscono" per toccare le corde della malinconia (si parla della perdita devastante e inevitabile della persona amata). E’ l’epilogo.
Ma un gruppo che sia autentico e onesto (e i Placebo sono sempre stati professionisti seri, nonostante si siano comportati da superstars-cafone durante la loro apparizione al festival di Sanremo - ma non li si può certo biasimare per questo - non sono finti come per esempio i super cissati MUSE!) sa suonare e soprattutto sa far propri anche i pezzi di altri: così nel secondo cd è possibile ascoltare le covers di storiche canzoni rifatte dai nostri. Tra le tante brillano le prime tre tracce e cioè “Running up that hill” (di Kate Bush), “Where is my mind” (guarda caso dei Pixies) e “Bigmouth strikes again” (degli Smiths, già inclusa da diversi anni nel repertorio dal vivo del gruppo e che era anche apparsa sul retro del singolo “Nancy boy”, qui magnificamnete reinterpretata).
Seguono poi “20th Century boy” (dei T-Rex di Marc Bolan), “I Feel you” (dei Depeche Mode), Johnny and Mary (di Robert Palmer), “The Ballad of Melody Nelson” (di Serge Gainsbourg), Jackie (di Sinead O’Connor) più una intensa e funerea versione di “Holocaust” (scritta da Alex Chilton, che ricordo in un’altra meravigliosa interpretazione dei This Mortal Coil, negli anni d’oro della 4AD)…Forse non si può parlare di vero e proprio capolavoro (l’unico album capolavoro di covers che ricordi è “Kicking Against the Pricks” di Nick Cave), ma è comunque un ascolto molto piacevole ed emozionante (insomma una volta tanto i soldi sono spesi bene), un bel viaggetto indietro nel tempo, prevalentemente nei tanto bistrattati anni ottanta.

Posted by SergioG at 22:46

13.10.03

Nick Cave & Bad Seeds: Nocturama

Un altro artista che ha raggiunto la piena maturità e che ha inciso l’ennesimo piccolo capolavoro. Del resto la band che lo accompagna da tanti anni è ormai così affiatata e in stato di grazia (come poche se ne vedono sui palcoscenici), che tutto - dagli arrangiamenti ai cori agli assolo – sembra raggiungere la perfezione.
Questo “Nocturama” sta un po’ a metà strada tra le brillanti atmosfere rock-blues di “No more shall we apart” (sicuramente uno dei dischi in assoluto più ispirati di Nick Cave per qualità e intensità delle canzoni) e le sdolcinate e struggenti ballate del precedente “The boatman’s call” (il disco invece più religioso e tranquillo del nostro).
Si alternano infatti magnifiche ballate a pezzi più scatenati come “dead man in my bed” e soprattutto la suite finale di “Babe, I’m on fire”. Ma andiamo con ordine:

“Wonderful life” è posta in apertura ed è semplicemente un gioiellino per il lento e coinvolgente crescendo e per il testo struggente e poetico:
“Vieni piccola, attraversa questi campi di porpora / il sole è affondato dietro di te…Avanti ammettilo, piccola / E’ una vita meravigliosa / se riesci a trovarla…Rivela il nostro segreto nelle tue mani e tienilo racchiuso / tuffa le mani nell’acqua e affogalo nel mare / tra noi non ci sarà niente, piccola / tranne l’aria che respiriamo / non piangere è una vita meravigliosa / se riesci a trovarla / è una vita meravigliosa quella che mi dai…”
Un testo che stupisce per lucidità e ispirazione e che dalla meditazione sulla fugacità della vita e dell’amore riesce a farsi rivelazione:
“A volte i nostri segreti sono tutto ciò che abbiamo / dobbiamo difenderli a costo della nostra vita”, “A volte è saggio deporre i guanti e arrendersi”.
“He wants you” altro dolcissimo lento ricamato dagli accordi del pianoforte e dalle corde del violino di Warren Ellis, riporta alle atmosfere di “Loveletter”, “Sweetheart come” e “Lime tree arbour”. Immaginatevi un interminabile tramonto sulle acque deliquescenti del mare…puro distillato di nostalgia d’amore “sotto le scogliere sporgenti e le molte stelle”.
In punta di dita anche il pezzo successivo “Right out of this hand”: sempre le note del pianoforte e del violino in splendido rincorrersi, ricercarsi e completarsi fino al coro finale che ti rapisce al punto da liquefarti il cuore:
“Gli storni volteggiano sospesi nell’aria / sopra i campi coperti di gelo / la malvarosa ricade innocente / e il vecchio leone si arrende / mi hai ridotto a mangiare / mi hai ridotto a mangiare dalla tua mano…”
Altro piccolo gioiello per intensità è la successiva “Bring it on”, splendidamente cantata insieme a Chris Baley. Qui tornano in mente i pezzi dell’album “Let love in”, in particolare “Red right hand” e “I let love in” appunto. “Dammela ogni piccola lacrima / dammela ogni inutile paura / tutti i tuoi sogni infranti io li getterò in mare…”
Così la scatenata “Dead man in my bed” ricorda le atmosfere malate di “Thirsty dog” e del Nick Cave del passato, ovvero quello più oscuro e maledetto… Tastiere e schitarrate distorte in primo piano, ritmo corrosivo e frenetico.
Poi tornano le atmosfere dolci e struggenti; “Still in love”, confessione di un criminale innamorato che mentre viene arrestato dalla polizia ha il coraggio di confessare alla sua amata: “penserai che sono pazzo / ma sono ancora innamorato di te”.
“There is a town” è l'ennesimo crescendo meraviglioso caratterizzato da intrecci di pianoforte, violino e chitarra "awayana". Le parole sono sfumate da un velo di tristezza, autobiografiche: “C’è una città dove sono nato molto molto lontano al di là del mare / E in quella città dove sono nato sognavo che un giorno sarei partito / e avrei attraversato il mare”. Ma “Dio vive solo nei nostri sogni” e così “ Adesso vivo in questa città / cammino per queste strade buie / su e giù sotto un cielo scuro / e sogno che un giorno tornerò a casa”.
“Rock of Gibraltar” ci dà il colpo di grazia: “sarò costante e sincero e il mio amore non vacillerà mai…Io sarò per te la rocca di Gibilterra”, mentre “She passed by my window” ci culla tra le dolcezze del “giardino sentimentale” e della vita di tutti i giorni: “La Natura l’aveva annunciato in primavera / con la mela, la prugna e la pera / hai tempo per star con me?…devi santificare il mio amore”. Altro bellissimo e struggente coro...che non si vorrebbe far smettere mai...
Infine i 14 minuti e 47 secondi della già citata "Baby I’m on fire": semplicemente il più lungo testo nella storia del rock’n’roll (dopo “The gift” e “Sister ray” dei Velvet Underground?), un infinita parata in cui appaiono come in un’antica danza macabra tutti ma proprio tutti i personaggi della moderna e malata società, dal presidente degli Stati Uniti all’ultimo dei barboni, da Bill Gates ai santi della chiesa, ai guru, dai peggiori criminali ai poeti senza tempo quali Garcia Lorca e Walt Whitman. Una sferzata di pura e incandescente energia che ci ricorda che anche se Nick Cave è padre di famiglia, anche se s’è convertito ed è diventato religioso, anche se ha raggiunto la maturità e forse un po' di serenità e percè no di benessere economico, anche se ha appeso al chiodo gli anni drogati e maledetti, non ha certo rinnegato il passato ed è ancora pieno del sacro ed eterno fuoco del rock. Lunga vita al rock!

Che dire ancora? Se qualcuno conosce solo i dischi di Nick Cave del passato, suggerisco tra gli ultimi tre che sono stati pubblicati l’acquisto di “No more shall we part”.
Se invece non si ha nulla di questo immenso artista occorre optare per il best uscito un paio di anni fa oppure il live con il meglio del suo repertorio.

Se invece mi chiedeste quali sono i miei albums preferiti, quelli da comprare assolutamente e da portarsi sulla famosa isola deserta (dove non c'è certo elettricità), beh la scelta si fa più difficile: oltre al su citato “No more shall we part” certamente sceglierei le “Murder ballads” e per terzo forse “Henry’s dream”… ma c’è chi sicuramente con tutto il cuore e con la stessa convinzione/devozione vorrebbe “The good son” piuttosto che “The mercy seat” o ancora “Let love in”, semplicemente perché sono stati la colonna sonora degli anni della sua adolescenza o il sottofondo di una indimenticabile storia d’amore.
Le fotografie nel testo sono tratte dal sito nickcaveandthebadseeds

Posted by SergioG at 23:10

09.10.03

David Sylvian Blemish

Echi e distorsioni di chitarre (quelle di Derek Baley), poi la voce, quella voce che da sempre amiamo…allo stesso tempo sfuggevole e decisa. E’ l’inizio di “Blemish” la canzone che dà il titolo al nuovo cd di David Sylvian. Tredici minuti intensi, disturbati e inquieti, che parlano forse di crisi di coppia, di solitudine nella vita moderna, di crisi esistenziali in una gigante metropoli (?) “Blemish” significa “macchia, imperfezione” e l’intero album è in un certo senso imperfetto, sperimentale e difficile. “I fall outside of her… and mine is an empty bed, I think she’s forgotten…” I suoni sono ridotti all’osso, la voce è un sussurro in primo piano, sempre più inafferrabile, “like blemish upon the skin”…sempre più (per voluta scelta) sfuggente, una voce che vuole infrangere il silenzio o il tappeto sonoro solo quando è assolutamente inevitabile.
Occorre dimenticare tutto quello che nella sua lunga carriera il nostro s’è permesso di incidere: lontano è il pop levigato, raffinatissimo e ricco di esotismi dei Japan o dell’album “Dead bees on a cake”. Ancora più lontano il delicato splendore di “Brilliant trees” e di “Secrets of the beehive”; distanti anche gli sperimentalismi elettronico-danzerecci delle canzoni composte insieme a Ryuichi Sakamoto.
Occorre invece rifarsi alle cose meno immediate, sparse qua e là nella storia del Sylvian più introspettivo: i suoni psichedelici e ipnotici dell’album con Robert Fripp “The first day”, i pezzi più lenti e soffusi di “Gone to earth”, gli eps quasi totalmente strumentali fatti in collaborazione con Holger Cruzai, p.es.”Plight and premonition”.
Dopo vent’anni di contratto con la Virgin, David Sylvian ha deciso di far da sé e di fondare una sua casa discografica, la samadhisound, dapprima rendendo disponibile il frutto di questo recente lavoro solo agli affezionati che lo richiedevano sul suo personale sito, poi per fortuna ha propeso per una distribuzione più ampia.
Benché si tratti di un disco che richiede di parecchi ascolti prima di farsi apprezzare (e quindi si immagina come sia facile limitarsi a un paio di ascolti e ad una conseguente stroncatura), si tratta comunque di un lavoro importante, che a tratti sa ammaliare e affascinare, che non rinuncia comunque alla melodia, ma che la raggiunge solo dopo una lunga ricerca attraverso percorsi di rarefazione totale dei suoni, attraverso stillicidi di parole e frasi che a volte si interrompono e si sovrappongono, un lentissimo ma soave dipanarsi del canto, quasi uscisse fuori solo dopo una lunga e necessaria meditazione.
Trovare un senso alle cose anche quando la verità è lontano, anche nei gesti ripetitivi e spesso inutili che fanno parte della routine quotidiana, fermarsi a riflettere col rischio di perdersi in idealismi o in timori e ossessioni…Un languido svanire nei labirinti dell’esistenza, in fragili sogni, in ancor più fragili sentimenti, per ritrovarsi accanto d’improvviso la magia della persona che si ama (forse Ingrid, la moglie di David, o le loro due figlie).
Così procede anche la seconda traccia del cd, i cinque minuti di “the good son” (niente a che fare con l’omonimo brano di Nick Cave), storia di un adolescente in crisi(?). Arpeggi stonati di chitarra acustica e latrare in sottofondo di quella elettrica, atmosfera claustrofobica, con la voce che si fa tremolante, si assottiglia in fragili echi che si ripetono all’infinito…una canzone nuda, spoglia di qualsiasi orpello, un nudo blues strampalato…che ci fa sentire spiazzati.
Le difficoltà di comprensione si acuiscono, e ciò è dovuto anche alla mancanza della stampa sul cd dei testi (che sicuramente hanno una loro dignità poetica e forse per questo verranno pubblicati insieme ad una poesia inedita dell’autore in un libro a parte): è però un peccato, non poterli leggere mentre si ascolta il cd.
“The only daughter” è ancora più oscura, soffusa, rarefatta; fruscii di suoni ovattati, interferenze di loop ripetuti a comporre un labile sottofondo sonoro, le note di una chitarra spaziale. Fantasmi e ombre di una casa vuota nel cuore della notte. Voci che si spezzano e si sovrappongono “she was a friend of mine”, come se si trattasse solo di un fastidioso sovrapporsi di pensieri. Una vita che si ferma immobile ad ascoltare nel buio.
“The heart knows better”: ancora colpi sul pick up della chitarra (al posto delle note), una suite musicale di oltre sette minuti, che sonda le difficoltà di una mente che si sforza di seguire in una sorta di commino interiore, che getta ponti sul mondo esterno, appunto “ciò che il cuore sa meglio”. “…every night is a wedding night…nothing really matters in the end… the air is umid, my face is wet…she is sitting in my place devastating beauty in my place…”
“She is not” è un flash di poco più di trenta secondi: lei è tra i suoi bambini in casa, con quadri e fotografie sparsi ovunque per la stanza, ma lontana col pensiero…
“Late night shopping” il secondo gioiellino di questo cd, filastrocca spaziale che pulsa al ritmo di un ripetuto battito di mani e allo stendersi dei suoni di un sintetizzatore; canzone dall’atmosfera metropolitana che si ripete ossessiva e inafferrabile eppure così affascinante e misteriosa. La voce chiede “Perché non mi porti con te? Nessuno ci guarda, possiamo prendere la macchina e perderci in uno shopping di tarda notte”, e ancora: “Dimmi di che cosa abbiamo bisogno”.
“How little we need to be happy” dà voce ancora alle inquietudini del mondo moderno, dove tutto cambia velocemente e niente resta. Arpeggi d’una chitarra maltrattata.
Infine la piccola meraviglia di “A fire in the forest”: ancora sintetizzatore su una melodia da ninna nanna spaziale. Nostalgia dell’infanzia perduta (?). E frammenti di poesia il cui significato sfugge: “there is always sunshine above the grey sky / I would try to find it, yes”…”there is a fire in the forest, it takes down some tree”…
Ai giapponesi piacerà questo disco? E a chi è andato a vedersi David Sylvian in turné in Italia in questi giorni (a Bologna, Verona, Torino) sarà piaciuto?

Posted by SergioG at 16:11

05.10.03

Lisa Gerrard Whalerider

Brendan_Lisa.jpgNon finirà mai di stupirmi, Lisa Gerrard!
Dopo averci rapito il cuore con la sua voce sublime negli anni irripetibili dei Dead Can Dance, cantando di tutto, dai canti gregoriani ai madrigali di Catalano della fine del quattrocento, da esotismi d’ogni genere a melodie africaneggianti, dalle ballate irlandesi o persiane ai ritmi più moderni e sperimentali;
dopo essersi inventata una carriera solista (vedi il cd “The Mirror Poll” e il più vario ma forse troppo elaborato “Duality”) in cui ha ribadito che l’anima più mistica e nel contempo più inquietante e darkeggiante dei D.C.D. era lei;
ora è riuscita, grazie a preziose collaborazioni con artisti del calibro di Micheal Mann e Hans Zimmer, a reinventarsi una carriera, specializzandosi in colonne sonore.
Così dopo il clamoroso successo delle musiche de “Il Gladiatore” e dopo il bis (sempre con Hans Zimmer) di “Ali” (film sulla vita del pugile Cassius Clay), ora Lisa s’è buttata in questo nuovo progetto intitolato “Whalerider”.
In realtà ella ha partecipato alla colonna sonora di molti altri films, come “Heat” (con Al Pacino e Robert De Niro), “The insider”, “Mission Impossible 2” e il Re Leone (In Italia se non erro c’era Ivana Spagna!), e altre pellicole da noi mai arrivate.
Allo stesso modo mai credo vedremo le immagini di questo film, “Whalerider”, la cui colonna sonora è stata dalla nostra interamente composta, arrangiata e suonata (In realtà il film è in uscita nelle sale italiane ai primi di novembre col titolo "La ragazza delle balene ndr).
Lisa2003.jpg
Forse tra tutti i progetti di Lisa Gerrard questo è quello più strettamente collegato con il paese che le ha dato i natali e dove a tutt’oggi vive (sposata con Jacek e con una figlia dall’affascinante nome: Lashna): la Nuova Zelanda. Si tratta infatti di un disco e di una storia che prende origine dalle antiche leggende del popolo Maori. Recita infatti la copertina interna del cd:
“In Nuova Zelanda secondo la mitologia Maori, la balena è considerata uno spirito guardiano che veglia sulla popolazione quando è in mare, ma è nel minuscolo territorio di Whangara che si colloca di diritto la leggenda di Paikea, il cavalcatore di balene. La gente di Whangara crede infatti che il-la suo-a progenitore-progenitrice Paika, sia arrivato-a sul dorso d’una balena e che nei secoli che seguirono una distinta discendenza di capi abbia da lui-lei preso origine. Così in ogni generazione, di primogenito in primogenito, fino ai giorni nostri”.
Sono in tutto quindici pezzi, le atmosfere in generale sono cupe, i suoni elettronici. Ma nulla a che vedere con il classico dark. Sono musiche scritte per commentare immagini “documentaristiche” tratte dagli abissi dell’oceano (anche se il film ha in realtà dei protagonisti, una storia con azione).
Le mie reminiscenze musicali vanno ad alcune splendide colonne sonore d’inizio anni novanta degli inglesi In The Nursery, maestri dell’elettronica, oppure alle atmosfere pianoforte-sintetizzatore di uno tra i gruppi italiani che ho amato di più i Black Rose, di Brescia (anche se la voce della Gerrard e quella di Mara hanno sfumature diverse).
Su una base dove prevale il sintetizzatore con suoni inquietanti ed ovattati più percussioni varie, si inseriscono altri strumenti: la chitarra, lo Yang ch’in (quello strumento che Lisa suona con delle specie di piume, già dai tempi dei primissimi Dead Can Dance) e più spesso il pianoforte (suonato da Phil Pomeroy). La voce viene usata soprattutto nei toni bassi come sottofondo al tappeto sonoro.
Quando poi viene liberata e messa in evidenza (p.es. nella traccia n.4 o nella traccia n.7, “Pai calls the whales”), vengono letteralmente i brividi (riporta alla mente “Host of Seraphim” dei D.C.D.). Altre voci (quelle di Keisha Castle-Hughes, di Keriana Thomson e di Rawiri Paratene) sono inserite qui e là come intro dei pezzi: recitano frammenti di preghiere, leggono brevi brani tratti - suppongo – dalla sceneggiatura del film; si sentono perfino le voci di un coro di ragazzi locali (pescatori, marinai?) che recitano una specie di urlo d’incitamento tipo quello reso famoso dalla nazionale di rugby, il tutto per dar voce alla storia e alla identità d’un popolo da noi assai lontano, ma proprio per questo assai affascinante.
Per maggiori informazioni vedere il sito di Lisa Gerrard: www.lisagerrard.com (dove si possono trovare fotografie di tutta la sua vita e l’intera discografia) e quello del film: www.whaleriderthemovie.com

Un'altra collaborazione musicale “The immortal…” dovrebbe vedere la luce nel gennaio 2004. Per chi s’è perso il cofanetto dei “Dead Can Dance” uscito un paio di anni fa, è stato ristampato in questi giorni il dvd del concerto “Towards the within”, con vari video e filmati inediti del gruppo di Lisa e Brendan Perry (imperdibile).

Posted by SergioG at 18:41

01.10.03

Montesole - P.G.R.

Impressioni all’ascolto di Montesole dei PERGRAZIARICEVUTA:
Sicuramente il primo raffronto è con gli altri dischi dal vivo dei CSI, "In quiete" e il concerto di Alba dedicato a Beppe Fenoglio. Stessa intensità e raccoglimento (da “Guardali negli occhi” a “Unità di produzione”, di cui vengono date due emozionanti riletture, al lento e funereo procedere di “Cupe Vampe”). Poi il disco si fa più pesante, difficile e sfuggente. Le canzoni (non solo gli inediti ma anche i vecchi pezzi CCCP/CSI) diventano accenni, musicali frammenti, sfuggenti citazioni (a conferma di quel particolare momento senza direzioni né altri programmi del gruppo).
Già a partire dal bellissimo strumentale “Stellare”, i suoni elettronici si rarefanno in un tappeto di sottofondo su cui s'amalgamano i suoni del pianoforte. Lo stesso si ripete in “Campestre”, trasformata in una ninna nanna spaziale, resa vibrante dal gioco delle note di chitarra di Giorgio Canali.
Il racconto di Elie Wiesel con la voce secca di Giovanni spalanca abissi di terrore. Una trapanata allo stomaco che continua subito dopo con l'inedito poco riuscito a mio parere PC - Popular Correct (dove Ferretti si "diverte" a rifare i CCCP più “punkettosi” , con la voce che sempre più cantilenante si trasforma in delirio profetico-ereticheggiante).
Seconda parte: Libera me domine (non nella versione dei CCCP di “Socialismo e Barbarie”, ma come pezzo sacro tradizionale per intero): carica di pathos come sempre la voce di Ginevra. Seguito dallo strumentale: “Montagne fin quante ne vuoi...” non ricordo un momento così mistico e sublime in tutta la carriera dei nostri. Le tastiere di Magnelli dominano su pochi e celestiali arpeggi di chitarra (vengono in mente i Primal Scream!). Un volo planato su paesaggi sconosciuti. Si atterra in piena cattedrale gotica illuminata a giorno con in sottofondo l'annus horribilis in decade malefica di “Finisterrae”. Poi le luci si spengono e si fa buio d'improvviso. Solo un cono di luce bianca illumina il volto spiritato di Giovanni in saio bruno, immobile, un basso alla Litfiba dei tempi d'oro (sempre di Gianni Maroccolo si trattava) lo accompagna con un ritmo ossessivo e solenne...i versi cantilenati sono quelli in latino del “Veni creator spiritus”, altro tradizionale sacro. Siamo al culmine. Le tastiere elettroniche divengono interferenze disturbate...scatta un applauso spontaneo della "vecchia guardia" che riconosce le note di “Morire”, ma l'atmosfera diventa sempre più gelida e inafferrabile. Le canzoni si sfaldano...i suoni si atrofizzano in inbuti metallici...e proiettati negli abissi oceanici con scafandri da palombari cerchiamo una qualche direzione da prendere alle parole di Ferretti che "Spia nella notte ciò che si farà aurora". Le tastiere piano piano ci riportano in superficie tra creature marine fosforescenti, coralli infuocati e pesci dalle pinne multiformi e dai colori fantastici. E' il rifacimento di “Madre” (ma a questo punto ce l'aspettavamo), con al giusto posto (mai come ora) le litanie lauretane pronunciate da Giovanni e il ritornello intonato dalla voce (mai così dolce) della Di Marco.
Ci si avvia alla conclusione, ormai in deliquescenza. Sintetizzatori ed effetti vocali...le voci di Ferretti si sdoppiano, si moltiplicano in echi alla Battiato o alla Marinetti (Zang Tum Tum!), si clonano in futuribili Ferretti robotizzati che combattono le future guerre del mondo...”Uomini Donne e Bambini” cita il titolo. Scorre un film con le immagini di tutto un secolo di storia, delitti, sciagure, manifestazioni, umane resistenze sulle colline, tra le mura delle città bombardate, ma anche tra le macchine disumanizzanti delle fabbriche, tra i meccanismi stritolanti del progresso, quello che non tiene conto delle persone che soffrono e che pagano per il benessere dei pochi...Il finale é un concentrato tra “Linea Gotica” (di cui è fatto solo il ritornello) e “Irata” (di cui è fatto solo il coro)...il senso di tutta la serata è racchiuso qui e forse anche il succo di tutto quello che sono stati i CSI. Stringe il cuore e un po' resta l'amaro per quello che fu. Struggente è il pezzo finale “1/365”, dove si ritorna al pianoforte di "In quiete", al cantato classico, alle visioni poetiche di sempre...ma è solo l'ultimo frammento di poesia ferrettiana, l'ennesimo sguardo sulla bellezza e sulla fragilità dell'essere ("fragile e instabile, rido e mi dispero"), sulla speranza per un domani migliore ("la solitudine la penetra la luna" ,"poi spunta il sole denso il mondo si fa più leggero") .
Due minuti che sanno di miracolo e di rivelazione. Ma noi sappiamo che questa storia ha già un seguito (il disco già uscito dei PGR) e che i nostri sono già per le città d'Italia a suonare...(con il mago dei suoni elettronici Hector Zazou ormai fisso nell’organico del gruppo) e ciò ci conforta e ci fa sentire meno soli.
Alla fine resta una domanda (fondamentale): in tutto questo viaggio / cd / vita: - dov'è finito Dio? - Forse l'ha potuto scorgere il buon monaco ubbidiente Dossetti o forse "è appeso alla forca", perché in definitiva siamo noi ad averlo ucciso.

Posted by SergioG at 23:12