“Al fondo della poesia c’è una sorta di impudicizia che fa emergere quel che non sapevamo di aver dentro (Ed allora restiamo con gli occhi spalancati come se una tigre, con un balzo, ci si fosse parata davanti e se ne restasse lì, alla luce, agitando la coda)”
C. Milosz
“Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero”Alda Merini
“I classici possono consolare, ma non abbastanza”Derek Walcott
L’esigenza primaria che ho sentito ogniqualvolta che ho provato a seguire quell’istinto indomabile, inestinguibile che – vuoi per insoddisfazione, vuoi per bisogno di comunicare – mi spingeva a prendere in mano la penna e a mettere nero su bianco gioie e sofferenze, visioni del mondo, visioni interiori o oniriche, tensioni intellettuali erotiche o spirituali, inquietudini, insofferenze, dubbi esistenziali e chi più ne ha più ne metta (e che qualcuno, spesso impropriamente, chiama “ispirazione”), è soprattutto quella di conciliare sapere e linguaggio scientifico con conoscenze e linguaggio letterari. Ora, man mano che gli anni passano e i tentativi poetici - con alterni risultati che non sta a me giudicare - si sommano, altre esigenze saltano man mano fuori reclamando sempre più la loro parte, il loro ruolo, ribadendo con sollecitudine la loro importanza - e la mia noncuranza, la mia ignoranza -, non senza aumentare difficoltà, dubbi, ore ed ore di faticoso e insoddisfacente lavoro. Più passano gli anni e più capisco i miei limiti. Anche per questo non mi sento di definire i miei componimenti come poesia. Alla Poesia forse ci arriverò un giorno, se riuscirò a coltivare e a far maturare il mio talento. O forse arriverò al punto di smettere di scrivere assolutamente convinto della mia mediocrità poetica e quindi della mia incapacità a comporre versi di una certa qual rilevanza. Prima di rovinarmi definitivamente la salute. Ma se uno ha un ottimo orecchio e una passione innata per la musica, è davvero un peccato che rinunci a diventare, facendo i dovuti studi e le dovute esercitazioni, un compositore o un musicista. Ecco, io da autodidatta mi sto ancora esercitando, cercando un maestro o forse avendone davvero troppi da seguire…Occorrono anni per inventare nuovi e originali linguaggi poetici, anni per diventare consapevoli della propria visone del mondo; occorrono il continuo confronto con gli altri e il lavoro in solitario fatto di letture, letture e ancora letture. E leggere possibilmente ad alta voce e con attenzione, non solo i classici, gli autori del passato, gli illustri morti, ma anche i viventi, che ci danno le coordinate e la misura del nostro tempo. Poi occorre il tempo di metabolizzare e di fare proprio il tutto prima di risputarlo fuori.
Premesso ciò, le mie concezioni poetiche (“intenzioni di scrittura” come dice Luciano Jolly, mi sembra davvero una felice allocuzione, perché il più delle volte ciò che dichiariamo o vogliamo fare restano intenzioni mancate) si possono idealmente riassumere nei seguenti punti:
- La poesia deve essere “autentica”. Essere specchio fedele dell’autore, nutrirsi di esperienze realmente o intimamente vissute o filtrate grazie alla sua sensibilità. Ciò esclude che la vera poesia possa essere imitazione, plagio, mistificazione. Se ci si rifà a qualche modello, occorre sforzarsi di metterci qualcosa di personale.
- La poesia deve possedere un linguaggio moderno. Il poeta è volente o nolente figlio del proprio tempo e di esso fornisce testimonianza. Per questo la poesia moderna è contaminata con la prosa, con il parlato, con i linguaggi mediatici, con i linguaggi tecnico-scientifici: non può più essere poesia lirica o contemplativa. Ma deve comunque restare poesia, assolutamente distante, diversa e superiore dalla narrativa eda ciò con la quale si sporca.
- La poesia deve parlare dell’inconoscibile: occorre parlare di storie, sogni, miti. La poesia è come dice Nelo Risi “concreta e astratta, come per un fedele la sua religione rivelata” e “una continua ricerca del mito del proprio tempo”. Che si parli d’amore, di morte, di Dio (o della mancanza di Dio) è affrontare territori mai esplorati prima, o almeno da cui mai nessun viaggiatore sia tornato. Occorre parlare dell’oltre, dell’inafferrabile, del misterioso, dell’inesprimibile. Di ciò che nutre la nostra anima, delle voci provenienti dal nostro inconscio (o subconscio). Far emergere ciò che non sappiamo di aver dentro (Milosz). Occorre cercare noi stessi: “Conosci te stesso – parti alla ricerca - riporta il Graal”, è l’appellativo di tutto la letteratura dell’Occidente; ad esso bisogna cercare di continuare ad ispirarsi. A costo di sondare abissi infernali, di toccare il fondo di abissi senza ritorno. Anzi, proprio lì si trova la poesia migliore, quella che è fame di Verità, di Assoluto, di Altrove. Nonostante tutto sia già stato scritto, sappiamo ancora così poco dell’Uomo.
- La poesia deve tendere alla perfezione: come un diamante che va con pazienza e maestria intagliato dal materiale grezzo. Come una affascinante ragnatela, intessuta con precisione e pazienza, perché possa attirare la preda inconsapevole: il lettore. Per questo occorrono fatica e sudore: duro lavoro di labor limae: tutto ciò che è superfluo, va tolto. Lasciato solo ciò che è essenziale. La poesia è capacità sintesi, condensazione delle (nostre e altrui) memorie.
- La poesia è impegno. Per questo mi capita a volte di fare venti o trenta stesure. Per questo quello che ieri ho messo nel cassetto più o meno soddisfatto, oggi lo riprendo, lo modifico, lo revisiono. Fino a quando non è stampato in un libro, tutto può essere migliorato ancora. Fenoglio ha scritto e riscritto per tutta la vita lo stesso libro. Montale, anche dopo aver pubblicato “Ossi di Seppia”, scriveva non più di 5 o 6 poesie l’anno. E ha vinto il Nobel per la letteratura. Il faticoso lavoro sui versi ha come obiettivi: personalità, ricchezza, profondità, potenza, purezza.
- La poesia è responsabilità. Meditazione imprescindibile sulla Storia (che non è mai magistra vitae), sugli errori che l’uomo “sapiens sapiens”, continua a commettere. Contemporaneamente è rivoluzione, ritorno all’istante primordiale, all’età dell’oro, speranza nel futuro, in un uomo migliore. Fondamentale è però imparare a prendersi la responsabilità di quello che si dice e tanto più si scrive. E, compito assai arduo, smentire Adorno, trovare una via alla poesia anche dopo Hiroshima, dopo Auschwitz, dopo tutte le stragi commesse da questa contraddittoria obbrobriosa civiltà.
- La poesia è musica. Struttura di silenzi alternati al suono-rumore della parola. Ritmico e primordiale incedere di versi, di sillabe. Sfida al deserto del silenzio e nello stesso tempo lotta contro il limite della parola (significato/significante). Gioco di metafore e delle altre figure retoriche che possa rinominare il nostro mondo e porlo in equilibrio con il mondo là fuori. Trovare il proprio canto, la propria voce. Domare la tigre selvatica (Milosz). Avere il coraggio di esporsi al pubblico. Il coraggio di sperimentare.
- La poesia è terapia, bagno terapeutico, farmaco che cura e non intossica, shamano, magico guaritore, sollievo e consolazione. La poesia è miracolo salvifico, ci libera dalle nostre debolezze, dalle malattie, dalle frustrazioni. E’ rito collettivo di elevazione dello spirito. Per chi legge e per chi scrive.
- La poesia deve essere senza tempo. Cercare di andare oltre, di durare e di farci durare un poco di più. Lasciare un piccolo segno del nostro passaggio. Prima che la morte sopraggiunga e di tutto il nostro meraviglioso bagaglio culturale, del nostro mondo interiore (pensieri, ricordi, immaginazione), non resti più niente, almeno a disposizione dei viventi e dei posteri. Cercare da vox clamantis ovvero da grido personale di farsi messaggio universale, passando dal singolo, al gruppo, alla regione, alla nazione, alla civiltà, al mondo, al cosmo intero…Questa è la qualità più difficile da ottenere, capacità che solo i grandi poeti hanno. Occorre saper guardare in alto, ma anche saper restare con i piedi ben piantati per terra.
E finché mi resterà un briciolo di vita, sono determinato a continuare a scrivere, anche col sangue se occorre.
Testi di riferimento:
Beppe Manfredi – “Angoscia e solitudine nella poesia contemporanea”
Mauro Ferrari – “Poesia come gesto”
Guido Ceronetti – “Siamo fragili, spariamo poesia”
Piero Boitani - “Parole Alate”
Sebastiano Vassalli – “Amore lontano”.
Domenica 16 ottobre, presso le Margarie del Parco Reale di Racconigi, in occasione di Potager Royale, si terrà il reading di poesia:
"Il solco della terra. Poesie di verde e di verdura"
Parteciperanno: Silvia Caffari, GianPiero Casagrande, Sergio Gallo, Luciano Jolly, Mario Marchisio, Beppe Mariano.
Sarà l'occasione per ascoltare nuovi miei versi sulla storia della patata.
Dopo il reading, imperdibile, la presentazione del libro di Enrico Remmert e Luca Ragagnin "Elogio della sbronza consapevole" edito da Marsilio Editore.
Per informazioni: 0172 84005.