23.03.05

MARLENE KUNTZ - BIANCO SPORCO

"It is an ancient Mariner,
And he stopppeth one of three.
"by thy long grey beard and glittering eye,
Now wherefore stopp'st thou me?"

Samuel Taylor Coleridge da The Rime of the Ancient Mariner.

[…] Aduna i versi, rimaneggia, lima
bilancia il manoscritto nella mano.

- Pochi giochi di sillaba e di rima:
questo rimane dell'età fugace?
E' tutta qui la giovinezza prima?

Meglio tacere, dileguare in pace
or che fiorito ancora è il mio giardino,
or che non punta ancora invidia tace.
Guido Gozzano da I colloqui.

"Un giorno presto capirai piegato all'evidenza di ogni verità"
Marlene Kuntz da Aurora.


"Questo disco è bianco perché bianchi come fantasmi sono i personaggi dei testi.
Questo disco è bianco sporco perché il loro lenzuolo non è immacolato.
E questo disco è bianco perché è assenza di colori e sua somma, nascita, rinascita, morte, purezza, innocenza, silenzio, rivelazione, illuminazioni.
Ed è bianco sporco perché tutto ciò è vero sino a un certo punto.
In fine questo disco è bianco perché celebra il pudore.
E quando lo fa spudoratamente... si sporca
".

MarleneBiancoSporco.jpg Questa è l'accattivante presentazione di "Bianco sporco" , il nuovo lavoro in studio dei Marlene Kuntz, come la potete leggere sul sito appositamente predisposto. Accattivante nell'idea che sta alla base della scelta del titolo ("bianco sporco" in fondo non è poi un gran titolo, ma è sempre meglio di altri quali "il vile" o "senza peso" o "che cosa vedi", ma per i Marlene il tonno è sempre stato più importante della scatola, la sostanza delle canzoni più importanti dei video o della bellezza delle foto di copertina degli album, per fortuna) e nelle tematiche che legano davvero come un concept gli undici pezzi del cd. Il disco, dice Cristiano Godano, doveva intitolarsi "La fuga", una fuga necessaria dalla società, da "damerini e cicisbei", dagli inganni e dalle menzogne della vita e degli uomini, per conservare invece il pudore, la parte autentica di sé; la ricerca della Verità e della Bellezza, pur sapendo che esse sono, per quanto si cerca di fare e di agire, per le nostre limitate possibilità e capacità, irraggiungibili.
"La fuga è nella bellezza. Ma come e dove si andrà a finire non è dato saperlo", sottolinea Cristiano (e lo canta ne Il solitario). La disillusione di un intera generazione è messa coraggiosamente nero su bianco; perché bianco oltre alla nostra anima primigenia è anche il foglio di carta su cui scrivere riflessioni, pensieri e, per i pochi veramente ispirati, versi immortali. Bianco sporco è anche il ghiaccio, quello per esempio dell'Antartide, che a tutti noi può sembrare uniforme e dire poco, ma che agli scienziati che in questi ultimi anni stanno estrendo con carotaggi sempre più profondi e studiando alla ricerca di qualche pezzo perduto della storia del nostro pianeta, dice invero molte cose che prima non sapevamo. Occorre dunque saper guardare nella profondità di noi stessi e delle nostre capacità creative per compiere il duro cammino della conoscenza, della ricerca della verità; e oggi come oggi ciò non può essere fatto senza ignorare ciò la scienza e la letteratura hanno scoperto. Nella vita, come nell'arte e a maggior ragione nel mondo musicale, occorre però "sporcarsi l'anima", scendere a patti e a compromessi che spesso segnano e bruciano; i Marlene hanno sempre cercato di mettere le mani avanti, di essere il giusto equidistanti dalle cose - a costo di essere presi per irriverenti saputelli antipatici - ma questo atteggiamento ce li ha in un certo senso preservati da uno scioglimento prematuro o da un disco decisamente più commerciale e "facile". E queste sono scelte di coerenza che premiano nel campo artistico, come in ogni altro campo.

In realtà mi sembra ci siano luci ed ombre a caratterizzare questa sesta fatica dei Marlene. Anche loro, infatti, si sono sporcati l'anima e non sono più puri (sfrontati) come una volta, ma almeno hanno il coraggio e la sincerità di dircelo, di cantarcelo guardandoci dritto in faccia. Sta a noi, come sempre, scegliere di stare dalla loro parte oppure no…

Luci ed ombre: non so quanti altri gruppi musicali in Italia in questo momento potrebbero permettersi il lusso d'un Gianni Maroccolo al basso, di un Giorgio Canali a registrare le voci e di un Rob Ellis praticamente musicista aggiunto a campionatori e tastiere, marimba, celesta e quant'altro, nonchè come abile curatore degli arrangiamenti. A scegliersi un Victor Van Vugt ai missaggi. E bravi dunque i Marlene apparentemente rimasti in tre - "Tre di tre, la mischia gaia di vipere" - che fanno di necessità virtù e fanno di tutto - con professionalità rara in Italia occorre sottolinearlo - per non tradire loro stessi e il loro pubblico, e soprattutto i loro affezionati amici di sempre…quelli che vogliono bene a Cristiano, Luca e Riccardo e che ascoltano sempre il disco in anteprima…(e che io sotto sotto un po' invidio per questo privilegio).
Luci ed ombre, dicevamo: il canto di Cristiano, per esempio, migliora - seppure impercettibilmente - di disco in disco, acquistando sicurezza e sempre sfumature nuove… Bianco sporco è comunque molto cantato e ciò potrebbe d'altro canto stufare facilmente chi lo ascolta in modo superficiale. E' un disco (escluse forse un paio di canzoni, tra cui il singolo) difficile al primo impatto, ma che sa migliorare col passare degli ascolti. I suoni sono ottimi, densi come ci hanno abituato negli ultimi due album, lontani da certe pesantezze del passato (alludo ai primi tre dischi che pur avendo pezzi indimenticabili presentano anche alcuni vistosi difetti: Catartica troppo carico di sovraincisioni, Il vile troppo pesante in alcuni passaggi, Ho ucciso paranoia con inutili effetti ed echi a volte troppo ricercati). Nulla qui sembra essere fuori posto, dai violini, ai violoncelli, ai cori, alla resa delle chitarre. Non mi sembra però nemmeno che ci siano pezzi memorabili come in passato, né pezzi dall'impatto immediato e quindi potenzialmente fortunati da un punto di vista commerciale, come alcuni dei singoli finora pubblicati: Canzone di domani, La canzone che scrivo per te, Canzone di oggi o A fior di pelle. Questo è indice che altre erano le priorità nella composizione dei nuovi brani.
Ombre e luci, torno a ripetere: poche sono le novità dal punto di vista musicale, in un certo senso ci si limita a riproporre quello che di positivo (suoni, arrangiamenti) è stato sviluppato negli ultimi due album, ovvero Che cosa vedi e Senza peso, più qualche caratteristica che appartiene da sempre ai Marlene, al loro suono, al loro modo di concepire musica e testi. Occorrerebbe, insomma, dal mio personale punto di vista, cambiare di più - di sperimentazioni e improvvisazioni tipo "Spore" credo ne abbiamo avute abbastanza -. Occorrerebbe andare oltre a quelli che ormai sono diventati gli stilemi "classici" (e questo lo dico con stima infinita e affetto per i Marlene, ma ciò che un tempo poteva suonare come nuovo, come assolutamente originale, come caratteristica peculiare, ovvero moderno e coraggioso, a forza di ripeterlo sbiadisce in consuetudine ed emoziona sempre meno), abbandonare dunque i cliché marleniani e osare di più. A me non spaventa che questo disco sia più cupo e lento degli altri, mi basta che i contenuti e le idee siano forti - e questi a ben vedere ci sono, eccome. I Marlene continuano a maturare e questo è dimostrato in primo luogo dai testi delle nuove canzoni. Mi va bene comunque che sia un disco più calmo e riflessivo. Quanti gruppi musicali in Italia sono arrivati più o meno compatti e con le idee chiare al sesto album? Senza tener conto di Catartica, l'album di debutto uscito nel '94 che conteneva canzoni composte in un arco di tempo di circa quattro anni, quante altre band in Italia hanno inciso cinque dischi più tre mini c.d. con inediti (Come di sdegno, Cometa e Fingendo la poesia) più un doppio live in una decina d'anni di attività? Rispetto per i Marlene dunque, lode alla loro caparbietà, alla loro dedizione, alla immensa mole di lavoro svolto in sala prove; lode alla loro professionalità! Sono stati bravi e anche fortunati a incontrare chi ha potuto dare loro la possibilità di crescere e di suonare la loro musica come volevano loro, nonostante sia un mestiere non facile da svolgere, soprattutto nel "mondo cattivo" e difficile di oggi.

E Mondo cattivo è appunto la canzone di apertura di Bianco sporco. Ha il piglio di altri importanti pezzi d'apertura dei Marlene, diciamo che è un brano a metà strada tra Cara è la fine e Sacrosanta verità. Più lenta e indolente nel canto, con parole toccanti per sincerità e che descrivono senza peli sulla lingua la realtà, certo "angusta" e "affollata di equivoci", colma di delusioni e disillusioni: - "Sì ma quale gusto se sto perdendo fiducia e stimoli?" - si domanda Cristiano e aggiunge poco dopo: - "Beh, io mi ritiro: è un mondo cattivo in vari modi e ovunque vai". E nella convincente parte finale: "E forse, magari è vero, mi piacerebbe di più scivolare su tutto (si torna qui ai concetti espressi nel ritornello de L'uscita di scena, in Senza peso, mentre le ripetizioni degli "E forse" e il tono della voce rimandano alla parte finale di Canzone di domani)[…] converrebbe di più essere semplici in tutto / E forse, mi pare chiaro, funzionerebbe di più vivendosi bene tutto. E forse, anzi: sicuro, io so che non riuscirò a fare questo del tutto. Mai".

A chi succhia: le strofe iniziali potrebbero essere lette come la descrizione dello sconforto e del disprezzo suscitato dal divorzio con il bassista Dan Solo, che ha "voltato le spalle al gruppo e se n'è andato" questa volta in maniera definitiva "a seguito di disagi divenuti insanabili" (come da comunicato ufficiale rilasciato dai Marlene a dicembre): "Lascia stare / non mi chiedere più niente, fallo per favore. / Hai succhiato / sufficientemente energia: ora vattene via. / E portami con te, se vuoi, / nelle ciance vergognose che farai. Ti odio: tutto qua. Come i soldi e come la slealtà"…Poi il discorso diventa generale e moraleggiante: "Non c'è volontà di comprendere / e questo corrompe la società, / cui riesce più semplice credere / che i buoni son qua e i cattivi là"…Che sia una stoccata alle banalità dell'ultimo di Vasco Rossi? - scherzo - le reminiscenze più che altro rimandano ad un altro pezzo di Catartica, Mala mela: "Non dovrebbe essere impossibile usare le forbici quando è proprio così che si vuole…" dove è presente lo stesso tono di critica ai comportamenti deplorevoli del singolo individuo rispetto al sociale. E' uno dei pezzi che preferisco del disco. Il desueto e ricercato termine "blandizie" poi, è caro proprio a Guido Gozzano (vedere la poesia "Il responso" ne La via del rifugio).

Il solitario: pezzo assolutamente autobiografico. Pregnante e grondante del tipico autocompiacimento godaniano, non privo comunque di un certo sguardo ora sottilmente amaro ora ironico. "Solitari si schermiscono dal mondo. Un sorriso gli scalda il cuore. Un ghigno glielo priva di battiti" scrive sul sito Cristiano. E il personaggio descritto ha in fondo le sue fattezze, ("accavalla le lunghe gambe") e i suoi tic nervosi ("si tocca il mento"), ma anche inonda del suo fascino ciò che lo circonda e ha la smorfia del suo sorriso. In questo personaggio un po' misterioso, un po' indecifrabile, in realtà riconosciamo anche un po' di noi stessi, perché anche noi in fondo viviamo "in sintonia con i fatti nostri, quand'anche siano sostanzialmente guai, perché nel nostro mondo è pace ed è per questo che lo abitiamo".
Le chitarre si accendono supportate da violoncello e violino e dalla seconda voce, in un classico crescendo alla Marlene, che lentamente sfuma ai morbidi tocchi di basso di Maroccolo.

Bellezza è singolo di struggente bellezza - scusate la ripetizione. Piccolo inno generazionale che sprona ciascheduno - anche il più mediocre poeta, come il sottoscritto - a ricercare la parte pura di sé, a interrogarsi su che cosa è per lui la bellezza ( "Ninfa immortale, sposa di Nessuno" scrive di lei J. Joyce nel suo Ulisse) e dove ancora può ricercarla. I violini di Rob Ellis portano direttamente al miracolo della liquefazione del sangue di San Nick Cave. Bello l'ingresso della seconda voce di Giulia Villari nell'apertura del finale. Semplicemente disarmanti le parole, per es.: "Noi puri e candidi o un po' colpevoli per voglie che ardono". Personalmente avrei fatto un video totalmente diverso, con i tre Marlene che camminano come angeli luminescenti o trasparenti in mezzo a una folla di persone affrettate nell'ora di punta. Con lo sguardo di una bambina che unico tra tutti incrocia lo sguardo di Cristiano. Ma tant'è.

Poeti: s'alza il ritmo e non si "finge più poesia". Qui si combatte a suon di metafore: "Sono il tuo poeta e scendo le acque erratiche e limpide di una venerazione-fiume, senza temere le rapide" - la metafora dell'acqua come flusso di ispirazione, ricerca e bisogno di verità, di dare un senso alle cose, ma anche di trovare un equilibrio spesso difficile da mantenere, nei rapporti con gli altri e nelle intransigenze verso se stessi. Appare una figura femminile, sedotta e illusa d'amore da "un gioco di sillabe" del giovane poeta (e qui viene citato un verso intero dello stesso Gozzano, ma il poeta è Godano stesso); una donna a cui però egli non può e non vuole dare, ricambiare amore; "Non mi chiedere amore che non credo sia tempo di guerra per me" egli confessa e aggiunge, impietoso ma sincero: "Se ho bisogno d'amore non vuol dire che amo l'idea di te. Mi dispiace, tesoro: io non ho nessun progetto per noi. Sto bene come sto. Se è una colpa un giorno la pagherò". Costei può essere però amica e soprattutto incarnare in un certo momento la figura della musa ispiratrice, una persona con cui avere un rapporto di complicità del tutto speciale, "passeremo minuti ed ore nell'ardore più complice" e "sillaberemo le coccole", una persona da non deludere. Questo, per una canzone può e deve bastare.
Scrivere versi, come ogni processo compositivo richiede passione, applicazione e dedizione, una disciplina che porta alla rielaborazione continua e al cosiddetto labor limae, e proprio per questo è molto spesso fonte di sofferenza e di frustrazioni (come anche di soddisfazione e di estatici piaceri): è un dolore che si deve concentrare, convogliare e poi liberare. Ciò lega chi s'appresta a questo difficile compito in maniera profonda e indissolubile con la sua "Musa" ispiratrice; è un rapporto di odio-amore, una sottile forma di tossico-dipendenza, una malattia da cui è difficile liberarsi - la scrittura, come scrive lo stesso Gozzano è "male che non ha rimedio" -. Ma c'è di più: lo stesso vale credo per il musicista, che deve affrontare le frustrazioni del processo compositivo e i vari stadi della fase realizzativa delle sue "canzoni-creature": seguirne la nascita e la crescita e poi lesciarle andare al loro destino. Il concerto poi è il momento elettivo della catarsi e il rapporto con i fans la realizzazione più lampante dell'illusione d'amore (ma anche il modo di toccare con mano se il proprio lavoro creativo ha funzionato).
Infine, la metafora dello specchio (si riscontra prontamente nella foto al centro del libretto, dove due dei tre Marlene vengono ritratti doppi, in immagini riflesse da specchi): in fondo agli occhi di lei, il poeta trova rime di cui scintillare, mentre gli occhi del poeta sono lo specchio in cui si può trovare "quello che si è per lui in ogni istante", ma anche "quello che non si è più". Non chiedete al poeta verità assolute o risposte alle domande fondamentali. Non chiedetegli di più, se non di testimoniare il proprio tempo.
L'atmosfera è decadente, il ritmo incalzante e frenetico, la voce sprezzante il giusto, senza essere cattiva.

Amen: La "verde milonga" dei Marlene. Ma niente a che vedere col tema contiano della sensualità della musica e della musicalità dell'amore. Qui l'argomento è completamente diverso, più sottile e sfuggevole, più letterario e disperato. Viene descritta la figura di un moderno Don Chisciotte a cavallo del suo ronzino o per usare nuovamente le parole di Cristiano: "Una specie di Don Chisciotte viene avvistato in sella al suo vuoto pneumatico, in cerca di soffi vitali o gocce di spirito". Fa coppia perfetta con l'Ulisse spossato e delirante di Un delirio. E' il simbolo del "guitto dell'anima", del fantasma dell'uomo che forse s'è scordato d'avercela avuta, un'anima. Un personaggio braccato e senza pace che fugge "per strade ostili e ben dure", fugge da "false paure e nascondendosi pure", ridotto "a parlare con fisime / in tono d'acredine", uno straccio d'essere che parla con le proprie fissazioni, perennemente incazzato e con "negli occhi un'ombra ferale". Caricatura di se stesso, ma anche di chi nella vita procede cavalcando il vuoto, senza uno scopo fisso, che si lascia vivere ed è in realtà un fallito in tutto o meglio riesce solo nell'auto distruzione, come un alcoolizzato indefesso che non vuole essere curato da nessuno, ma solo affogare i propri dispiaceri nel fondo del bicchiere. E' l'ombra di un destino maledetto con cui ognuno di noi deve confrontarsi. Apprezzabile nel testo il gioco di parole che sfrutta la diversa interpretazione della parola "spirito", che si può intendere sia come l'anima in pena di Don Chischiotte che non trova pace ("Un soffio di spirito, per carità! / Un soffio gli basterà…"), sia come richiesta di un ubriacone incallito - che si crede o crede di vedere il celebre personaggio di Cervantes, e che, insistentemente quanto miserevolmente, chiede l'elemosina d'un po' di alcool ("Un goccio di spirito, per carità! / un goccio di spirito gli basterà…", rafforzato in precedenza dalla strofa: "Affronta assurde paure / in nebulose avventure / il guitto dell'anima / che sbronzo si spegnerà").
E' una ballata dal crescendo suadente, fino all'esplosione finale, marlenianamente barocca. Cori western e violini esotici, che poi si coagulano in lampi di chitarre sferraglianti. Senza l'aggressività di Le putte o i pugni allo stomaco di Ape regina. A tratti magica, coinvolgente e onirica, come una colonna sonora. Non mi sorprende che possa essere piaciuta al maestro Morricone.

Il sorriso: altro pezzo particolarmente riuscito, grazie ai suoni vivaci della chitarra, al felice giro di basso funky-blueseggiante e ai coretti anni '70. Dove ancora non si finge poesia, ma si tenta di farla, a ritmo sostenuto, peraltro. Per tematiche è la continuazione di Bellezza; o meglio è la descrizione di dove ancora è possibile trovarne un po': nella magia di un sorriso. "Un sorriso ha una forza piena […] Un sorriso può fare molto", "Uhh se il mondo sapesse, se il mondo ne scoppiasse"…Semplice, toccante, senza cadere nella banalità.

L'inganno: un'altra evanescente figura femminile, che si materializza come in un sogno, che non accende sentimenti, ma inganna, con un semplice bacio, la vittima predestinata. Il sogno però diventa presto incubo e la tensione si fa drammatica; vengono in mente pezzi come In delirio, L'agguato o il finale di Ineluttabile, ma grazie al basso di Maroccolo affiorano echi di Brace (nell'introduzione iniziale e nel finale) e di Linea gotica dei CSI. L'uso dei cori, invece, ha un non so ché di litfibiano (ma guarda che combinazione!).
E' l'inganno della vita? L'inganno dell'amore che finisce o diventa illusione? O lo scherzo di un Dio deforme e mostruoso? E' l'inganno di una donna che ti si sveglia accanto al mattino senza trucco, scialba e invecchiata, per cui non provi più attrazione, ma soltanto ribrezzo. L'inganno, tra l'altro, è anche il titolo di un'altra poesia dello stesso Gozzano. Tutto torna dunque in una spirale che è stretta mortale e inesorabile d'anaconda.

La lira di Narciso: "Un mito trito viene armato di lira e di abilità poetiche", scrive Cristiano di questo pezzo, uno dei primi a essere stati composti per il disco, insieme ad A chi succhia (battezzato in embrione "Shadow") e a Poeti. Da accordi in punta di dita sprigionati dalla chitarra di Riccardo Tesio, si arriva alla celesta di Morriconiana memoria, fatta rivivere per l'occasione da Rob Ellis. Nel contempo, seguendo i biascicati e un po' sdolcinati vocalizzi di Cristiano, in tre momenti diversi e con la stessa struttura usata nella descrizione della storia degli amanti di La canzone che scrivo per te, l'illusione d'amore diventa dolceamara certezza: 1) La solitudine di Narciso, del poeta che si specchia "nella sua finitudine" tra "delucidazioni e fuggevoli illuminazioni". L'incontro con lei, "la ninfea di bianco fascino", che lo ispira e gli apre "una sola immagine vibrante di ogni sospiro". 2) Il rapporto che nasce si sviluppa e muore. Dice infatti la voce narrante: "Ci guardammo e ci ascoltammo: silenzi e parole a corredo del testo della seduzione e il suono segreto delle brame a musicare la scena. Poi finalmente un dì ti presi fra le mani e le tue foglie si adagiarono sui miei palmi, ma il soffio della vita e il suo schiaffo ti fecero presto volare via". 3) L'abbandono e il lamento del poeta, Narciso che ora si specchia e "nell'acqua ciò che è intorno a me / si specchia con me / riflesso in un 'immagine / che si anima di quello che anima me", ovvero solo se stesso, perché "più nessun profumo sa di te / Non ci sei più". Non resta che l'attesa. E la consapevolezza che la vita è perdita. E brevi momenti fulgidi da custodirsi nel cuore.

La cognizione del dolore: rielaborazione personale e concentrata dell'omonimo romanzo di Carlo Emilio Gadda, ma anche omaggio sentito di Cristiano e soci al grande scrittore romano. Musicalmente siamo dalle parti de L'uscita di scena, con chitarre taglienti, voce sprezzante e ritmo incalzante.
"Gli occhi in fissità sull'indefinibile abisso di afflizione universale […] Lenta un giorno fiorirà, e tumore diverrà, la cognizione del dolore […] E più grande di ogni colpa avrà inviolabile sovranità su chi non potrà più vivere felice, mai / e più d'ogni colpa porterà al verdetto della verità: "pagherai scrivendone".
La scrittura come espiazione delle colpe. Il verdetto della spada di Damocle della verità: l'impossibilità d'essere felici. Un pezzo che farà parlare.

Nel peggio: l'epilogo. L'arpeggio della chitarra ricorda Quasi 2001, la batteria L'abbraccio. Torna un'altra metafora cara ai Marlene: quel linguaggio marimaresco che usa termini come "marcescente ormeggio", "chiglia", "deriva" , parole che hanno a che vedere con la vita marinaresca, la navigazione e il naufragio. Qui, però, c'è un'atmosfera sinistra e malsana, direttamente presa in prestito dalla "Ballata del Vecchio Marinaio" di S. T. Coleridge, coi suoi sguardi allucinati e i suoi malefici incantesimi; un'atmosfera caratterizzata da odori indicibili, carcasse marcescenti e dove il mare stesso è un paludoso e osceno stagno…Una visione di morte, sembrerebbe un suicido per impiccagione - Ricordo parlava invece di un suicido secondo modalità diverse, un tuffo nel vuoto - ma chi è l'abietto di cui si parla, questo essere vizioso e dolente, che non ha più nella da chiedere alla vita? La corda, marcia si sfilaccia allenta la presa al collo, si spezza, quando ormai l'uomo è già cadavere e allora egli sprofonda in fondo al mare - ho i miei dubbi che il cadavere di un impiccato con i polmoni svuotati d'aria, incapaci di respiro e quindi anche impossibilitati a riempirsi d'acqua, possa andare a fondo senza restare invece a galla…ma questi sono particolari irrilevanti -.

Un album che non si limita a strizzare l'occhio alla letteratura, con qualche citazione colta, in questo caso i versi di Guido Gozzano, le parole metabolizzate di Gadda , le atmosfere di Coleridge o i personaggi di Cervantes (ricordo ancora una frase di Lolita di Nabokov in Ho ucciso paranoia), ma che è canzone per canzone, testo per testo, tentativo ambizioso e letterario (anche in questo caso gli esempi nel passato dei Marlene sono numerosi, dalle parole pronunciate da Cristiano ne La vampa delle impressioni, a pezzi in cui la sua voce veniva scandita su un sottofondo musicale, come in E poi il buio o in Il vortice….a certi versi di Aurora o di La lezione che fece male, alle dichiarazioni camuffate in anagramma su Che cosa vedi). La parola è ricerca, ritmico e magmatico flusso, catarsi, dolore che esce fuori, verità che contorcendosi si fa rivelazione, fragile stato d'animo, ma anche fantasma opaco e sfuggente, menzogna che non ci rappresenta mai totalmente e che solo parzialmente rappresenta ciò che sentiamo, vediamo e viviamo ogni giorno. Giocarci un privilegio e una responsabilità che ognuno si deve assumere, e i Marlene l'hanno fatto con questo loro ultimo lavoro ("Sono muto per difficoltà" cantava Cristiano in Un sollievo, quanta strada ha percorso per arrivare alla presa di posizione di Sacrosanta Verità e alle ammissioni di Poeti!). Non possiamo che essergli grati. Grazie dunque al professor Godano per questa ennesima lezione che non fece che bene.

Posted by SergioG at 00:03

22.03.05

CONCERTI TARGATI HIROSHIMA - PRIMAVERA 2005

APRILE 2005

Ven 1 - AFTERHOURS
Sab 2 - DESKADENA
Mer 6 - EMERGENZA FESTIVAL 2005
Gio 7 - EMERGENZA FESTIVAL 2005
sala Modotti: ZEROTICKET CABARET con LABORATORIO ZELIG
Ven 8 - YUPPI FLU
Sab 9 - 24 GRANA
Mar 12 - BLONDE REDHEAD
Mer 13 - EMERGENZA FESTIVAL 2005
Gio 14 - EMERGENZA FESTIVAL 2005
sala Modotti: ZEROTICKET CABARET con POZZOLI & DE ANGELIS
Ven 15 - N.A.M.B.
Sab 16 - FLAMINIO MAPHIA
Lun 18 - LUDOVICO EINAUDI al Teatro Regio di Torino
Mar 19 - EINSTUERZENDE NEUBAUTEN al Tealro della Concordia di Venaria
Mer 20 - TARWATER
Gio 21 - THE SELECTER per la presentazione del libro CARDIF DEAD di JOHN WILLIAMS
sala Modotti: ZEROTICKET CABARET con LABORATORIO ZELIG
Ven 22 - ORCHESTRA DI RITMI MODERNI ARTURO PIAZZA
Sab 23 - MERCANTI DI LIQUORE
Dom 24 - EMERGENZA FESTIVAL 2005
Mar 26 - MICAH P. HINSON
Mer 27 - EMERGENZA FESTIVAL 2005
Gio 28 - MARLENE KUNTZ
Ven 29 - PERTURBAZIONE
Sab 30 - RUFUS WAINWRIGHT

MAGGIO 2005

Mer 4 - ANTONY & THE JOHNSON
Ven 13 - ROY PACI E ARETUSKA
Mar 24 - MERCURY REV
Mar 24 - SUBSONICA @ PalaMazda

E per un sano pogo tra giovani scatenati segnalo anche una data del PUNKSTER TOUR 2005:

sab 30 aprile Conegliano d'Alba (CN), presso il Cinema Vekkio
MORAVAGINE + MARSH MALLOWS + THE NO ONE

Posted by SergioG at 23:20

18.03.05

Incipit musicali

Gianni mi ha mandato una e-mail proponendo un gioco con dieci incipit musicali. A me sembra decisamente più semplice che con i libri, comunque lo propongo aggiungendo altre dieci scelte personali…le soluzioni fra una settimana…o giù di lì. Mi piacerebbe dare un premio a chi ne indovina di più...

1) Cambiare idea. Si può vincere una guerra in due o forse anche da solo…

2) Orso si sposta goffamente con passo irregolare nel flusso irregolare della gente che scontra…

3) Se tutto ciò che cerco nasconde un movimento quale destinazione può incontrarci…

4) Sono sveglio o forse no ma non mi importa. Tu sei l’unica per me…

5) E son qui e non c’è niente strade, bar: comunque mi difendo non mi arrendo…

6) Jah......Jah gia?… Come già cos’è l’eternità Che certi pomeriggi non finiscono mai…

7) C’è forza nella pioggia che bagna il bordo del lavandino e le mie braccia tese, oggi…

8) L’aria è densa e il fumo si spezza non posso più vivere sempre a metà rincorro le strade della tua mano ed è rossa la terra che va verso il sole…

9) Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo…

10) Sei il colore che non ho e non catturerò ma se ci fosse un metodo vorrei che fosse il mio…

11) Di colpo si fa notte s'incunea crudo il freddo / la città trema, livida trema…

12) La tua stanza aveva finestre sul mare / la tua bocca era finestra da amare…

13) Ho avuto molte donne in vita mia / e in ogni camera ho lasciato qualche mia energia…

14) Quaranta gradi all'ombra di giorno / di notte meno di sei / levatemi gli indiani di torno, anche arrabbiarmi potrei…

15) Un abbraccio convulso e poi la fuga / la verità ha più sapore se è mangiata cruda…

16) Come in sogno la macchina scivola via / la bocca che sa di fumo, di vino / di baci a venire e di frenesia…

17) Poco sole, pochi i giochi, i bambini guardano sù / una scia graffia il cielo, occhi scuri cercano un sé…

18) Io devo bere un po' di questo amaro calice / io devo berne molto fino a toccare il fondo…

19) Non ti sei accorto ancora che siamo più attraenti delle metafore?…

20) C'è solo vecchia musica e se ne muore il secolo / e tu non canti più…

Posted by SergioG at 23:22

13.03.05

NADA E MASSIMO ZAMBONI IN CONCERTO

Adoro i concerti nei piccoli locali, dove pochi eletti si accalcano attorno ad un essenziale palco stringendo d'affetto i musicisti, e dove spesso si crea quell'atmosfera magica, per cui anche i silenzi tra una canzone e l'altra diventano significativi e le parole come tanti invisibili aghi trapassano la pelle per conficcarsi direttamente nel cuore di ciascuno. E' stato così giovedì sera al Folkclub di Torino. Dove quattro musicisti stretti su un palco minuscolo hanno semplicemente messo a nudo le loro enormi qualità artistiche, in primis la voce duttile, matura, sporca, emozionante di Nada Malanima - una scoperta per il sottoscritto - che si sposava benissimo con gli accordi elettrici (e gli amplificatori valvolari) d'un Massimo Zamboni rinato e umile come non mai, e con la sezione ritmica formata dagli ex Ustmamò Luca Rossi (basso) e Simone Filippi (inaspettatamente alla batteria, invece che alle consuete chitarre). Il repertorio ha spaziato da alcune delle canzoni presenti sull'ultimo album di Nada, "Tutto l'amore che mi manca", ad alcune tratte dall'album di Zamboni "Sorella sconfitta", a cui Nada ha collaborato, a pezzi classici della stessa cantante livornese, che appartengono ormai alla storia della canzone italiana, rilette però in chiave assolutamente moderna e rock. E proprio la modernità dei suoni e l'estrema duttilità della voce e dell'interpretazione di Nada, sono sintomi indicatori di quanta strada abbia fatto questa artista passata dalla musica leggera alla canzone d'autore (Ciampi, Conte) e ora giunta (sostenuta da una felice vena, da qualità non comuni, ma anche dai giusti musicisti che l'hanno accompagnata nella crescita attraverso gli anni, per citarne alcuni la Piccola Orchestra Avion Travel, John Parish e Howe Gelb, Cesare Basile e lo stesso Zamboni) ad una sua personale e sorprendente maturità musicale, che si spera darà ancora tanti frutti e - meritate - soddisfazioni.
Fortissime emozioni hanno accompagnato l'esecuzione di brani quali Tutto l'amore che mi manca, Chiedimi quello che vuoi, della bellissima ballata Asciuga le mie lacrime e soprattutto di Le mie madri vera e propria cavalcata poetica e teatrale, con il fantasma della prima Patty Smith ad aleggiare sul soffitto, al contempo urlo viscerale e doloroso, richiesta disperata e rabbiosa di bisogno d'amore, ed espiazione dei peccati. Altrettanto suggestiva la riproposizione dei brani scritti da Zamboni, ovvero degli strumentali Santa Maria Elettrica e Stralòv(accompagnata da breve brano tratto da Emilia parabolica dello stesso Zamboni), di Da solo (originariamente cantato da Lalli, ma straordinario anche nell'esecuzione di Nada), Ultimo volo America (che ne ha guadagnato anche senza la voce del soprano Marina Parente, con l'introduzione di un Miserere e la voce drammaticamente solenne di Nada) e della coinvolgente Miccia prende fuoco (fatta un po' più lenta e meno reggeaggiante rispetto all'originale), preceduta da una altrettanto sorprendente rilettura di Trafitto dei CCCP-fedeli alla linea (dove peraltro non si riampiangeva affatto la mancanza di Ferretti…Grazie Zamboni !!!).
Altrettanto riuscite le riletture del repertorio classico di Nada, per esempio di Ma che freddo fa, o di Il cuore è uno zingaro, mentre nel bis finale una inaspettata base elettronica alla Massive Attack ha accompagnato la celeberrima Amore disperato , riportando alla mente i vocalizzi di Biork. Veramente bravi. Il sorriso timido di Massimo e quello davvero senza tempo di Nada, mi resteranno impressi a lungo.

Posted by SergioG at 18:23

08.03.05

NADA & ZAMBONI AL FOLKCLUB

L’Apertura" è il nuovo progetto musicale che NADA e MASSIMO ZAMBONI (ex CCCP e CSI) propongono nella stagione teatrale 2004-2005, a metà strada tra reading e concerto, giovedì 10 marzo al Folkclub di Torino.
Lo spettacolo propone letture musicate tratte dalle rispettive recenti pubblicazioni (Nada, "Le mie madri", Arcana 2003; M. Zamboni, "Emilia parabolica", Fandango 2004), insieme a canzoni dei due repertori interpretate e rivisitate coralmente dagli artisti. Saranno proposti molti brani dagli album usciti la scorsa stagione: "Tutto l’amore che mi manca" di Nada (On the Road Music Factory 2004) e "Sorella sconfitta" di Zamboni (Radiofandango 2004), disco col quale è nata la collaborazione tra i due artisti - e dove Nada interpreta tre canzoni scritte da Zamboni. Già questi due diversi progetti musicali esprimevano, con la stessa forza e intensità, una percezione simile del senso del dolore. Un percorso che si specifica e approfondisce con questa nuova produzione. Con Nada e Zamboni, saranno sul palco Luca Rossi al basso e Simone Filippi alle chitarre, entrambi componenti dei disciolti Ustmamò. Per maggiori informazioni vedere il sito.

Naturalmente seguirà cronaca dell'evento.

NOVITA' MUSICALI:

Venerdì 11 esce il nuovo c.d. dei MARLENE KUNTZ, "Bianco sporco". Chi ha potuto ascoltare in anteprima il disco, riferisce di suoni cupi, di ritmi lenti, di distorsioni e violini, di canzoni ammalianti. Il singolo scelto per promuovere l'album sarà "Bellezza". I "nuovi" MARLENE (senza Dan Solo al basso, ma con un Maroccolo a far da supporto nelle retrovie) saranno in concerto all'Hiroschima Mon Amour di Torino il 28 Aprile.
Tra l'altro in uscita ad aprile anche la biografia ufficiale di Chiara Ferrari, dal titolo "Visione distorta ", edita da Giunti editore, con tutte le notizie riguardante gli inizi della storia del gruppo…
Per maggiori informazioni vedere qui.
Seguirà recensione.

Il 15 aprile invece uscirà il nuovo c.d. degli AFTERHOURS, "Ballate per piccole iene". Il disco verrà presentato in anteprima in ben due concerti all'Hiroshima Mon Amour, il 31 marzo e il 1 aprile. Il singolo, "Ballata per la mia piccola iena" uscirà il 25 marzo.
Per maggiori informazioni vedere qui. Seguirà recensione.

Posted by SergioG at 23:11

07.03.05

L'addio a Mario Luzi e Beppe Manfredi

Il cordoglio dentro di me per la morte, quasi in contemporanea all'inizio della settimana scorsa di Mario Luzi e di Beppe Manfredi è ancora vivo. Pesante l'eredità che ci lasciano questi due maestri, questi due grandi uomini. Col loro esempio hanno tracciato una via, che noi mediocri, ignoranti e stolti, coi nostri paraocchi e le nostre piccole menti provinciali e grandi presunzioni, non possiamo neanche sognare di avvicinare…

Una vita di sacrificio al servizio degli altri, quella del Prof. Beppe Manfredi, per 24 anni sindaco di Fossano (la prima volta a 25 anni come sindaco più giovane d'Italia), innamorato dell'insegnamento, della poesia e della letteratura, innamorato della parola, che sapeva usare come fine e affabile dicitore, come critico letterario formidabile. Ex deputato innamorato della politica, di quella nobile, animata dai più sacri ideali, quella delle "nuove frontiere", innamorato della vita e della moglie Adele, che adorava. Un uomo che lottava per non soffocare tra le scartoffie della burocrazia, che sapeva rimboccarsi le maniche per occuparsi concretamente dei problemi degli altri, che sapeva coniugare cultura e azione come pochi. Che non si arrendeva di fronte alle difficoltà della malattia che lo rendeva ormai sempre più prossimo alla cecità; che poneva al di sopra di tutto il valore dell'amicizia e sapeva essere presente e disponibile per tutti e che per gentilezza d'animo e innata predisposizione, raramente sapeva dire di no.
Chi lo ha conosciuto sa che le mie parole non sono esagerate, ma la semplice descrizione di quello che Beppe era ed ha fatto per tutta la sua vita. Mi mancheranno il suo sorriso unico, le sue battute scherzose, il suo spirito arguto e vivace, il suo saper vedere "oltre", il suo saper parlare al cuore delle persone. La sua capacità di ascoltare a cuore aperto anche i mie fragili e ancora acerbi abbozzi di poesia. Mi mancheranno i suoi incoraggiamenti e la sua fede incrollabile.

Il poeta e senatore Mario Luzi, non lo conoscevo personalmente.
Lo si considerava giustamente il più grande poeta italiano vivente. I suoi dati biografici li potete leggere in qualsiasi antologia di poesia italiana del novecento. Le sue raccolte poetiche migliori appartengono a ben cinque decadi diverse (ma la sua prima raccolta La Barca è del 1935!): quelle a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, come Primizie del deserto (1952), Onore del vero (1957) e Nel Magma (1963); quelle degli anni settanta: Su fondamenti invisibili (1971) e Al fuoco della controversia (1978); quelle degli anni ottanta, come Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) e quelle degli anni novanta, ovvero Frasi e incisi di un canto salutare (1990) e Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994). Forse non alla stessa altezza, ma non per questo meno interessanti, le due ultime raccolte poetiche: Sotto specie umana (1999) e Dottrina dell'estremo principiante, uscita l'anno scorso per i tipi della Garzanti.
Difficile non fare i conti con i versi di questo uomo ossuto dal carattere mite e gentile, fiorentino amante della sua città, geniale assemblatore di parole (Verrà per davvero seppellito in Santa Croce, accanto a Michelangelo, Foscolo e Machiavelli?).

Li immagino entrambi in viaggio verso i Campi Elisi, a confabulare di letteratura, di massimi sistemi e di sentieri dell'anima - loro possono.
Quaggiù intanto, ora che non ci sono più, sembrano meno nitidi e più oscuri i segnali da captare, più astruse e misteriose a leggersi "le indecifrabili carte", più sfuggenti e insensate le amate parole, più pesanti e vuoti i silenzi.
Che possano vegliare su di noi con la loro saggezza, col loro animo semplice e indagatore, ma instancabile, e soprattutto con il loro esempio, un poco illuminarci.

E' difficile scegliere quattro o cinque componimenti tra i tanti straordinari lasciatici da Mario Luzi… Scelgo istintivamente tra i miei preferiti quelli che mi sembrano più adatti all'occasione…Vanno letti a voce alta e…a testa alta.

Aprile-amore

Il pensiero della morte m'accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l'erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos'è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l'esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m'aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fina e debole!

E' incredibile ch'io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un'età, la mia
che s'aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L'amore aiuta a vivere, a durare,
l'amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s'annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest'attimo.
(Da Primizie del deserto)

Come tu vuoi

La tramontana screpola le argille,
stringe, assoda le terre di lavoro,
irrita l'acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell'immobilità del mutamento.

Son qui che metto pine
sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,
fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.
A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.

E' un giorno dell'inverno di quest'anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.
(da Onore del vero)

[6]

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.

Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima - cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l'udienza è tolta.
(Da Al fuoco della controversia)

Ispezione celeste

E', l'essere. E'.
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
Come è
diviene.
Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
diviene
se stesso
altro da sé.
Come è
appare.
Niente
di ciò che è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
E' essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
E' forse il paradiso
questo? oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?
(Da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini)

-

Toccò a lei, ultima ventata,
sradicarmi da dov'ero
lì a dimora.
Il tempo successivo
arò il mio corpo dalla mia memoria,
ne spense ogni sentore,
sarchiò quel territorio
e fu materia
nella materia
il mio sfatto sudario,
si dissolse il grumo
casuale o necessario -
non so ancora -
che era stato
il mio nido,
il mio calvario,
se non che celeste e tenebroso
era nel suo deliquio
l'esistente provvisorio.
Oh vita, ascoltai quella loquela
provenire da te,
dal tuo profondo grembo.
(Da Dottrina dell'estremo principiante)

Posted by SergioG at 22:14

Soluzioni incipit-excipit

Ecco le soluzioni al gioco Incipit-Excipit di cui sotto.

Soluzioni:

J.C. Ballard - Inc.: Apocalisse. La mostra…; Exc.: Il presidente era morto…

Ray Bradbury - Inc.: Era una gioia appiccare il fuoco; Exc.: Per ogni cosa c'è una stagione…

Italo Calvino - Inc.: Per arrivare fino in fondo al vicolo…; Exc.: C'è pieno di lucciole…

Jonathan Coe - Inc.: Era l'ultima lite, almeno questo era chiaro…; Exc.: Sul momento non riuscì a dire di più…

Joseph Conrad - Inc.: Solo i giovani vivono certi momenti…; Exc.: esclamò qualcosa e arrossì…

Gunter Grass - Inc.: Non lo nego sono ricoverato…; Exc.: Non chiedere e Oskar che è …

Jack Kerouac - Inc.: Ero una volta giovane e aggiornato…; Exc.: Bimbo sta a te…

Imre Kertesz - Inc. Oggi non sono andato a scuola…; Exc.: Tutti mi chiedono sempre dei mali…

Milan Kundera - Inc.: Quando la madre del poeta…; Exc.: E allora in fin dei conti nient'altro che acqua?

Raymond Queneau - Inc. Macchiffastapuzza…; Exc.: Allora ti sei divertita?

Tom Robbins - Inc.: Nell'ultimo quarto di secolo…; Exc.: L'incantesimo del nuovo amore…

Italo Svevo - Inc.: Subito, con le prime parole che le rivolse…; Exc.: Quel simbolo alto, magnifico…

Posted by SergioG at 11:48