"L'Oceano e il Ragazzo li scorta
il vento di cenere e d'erica
è un Canto il Ragazzo ora, è un Canto
nato appena, invincibile.
Giuseppe Conte da "L'Oceano e il Ragazzo camminano…"
Dopo l'avventura coi Moda, Andrea Chimenti ha intrapreso la carriera solista esordendo con "La maschera del corvo nero e altre storie" (1992). Il Consorzio Produttori Indipendenti, ovvero il duo Maroccolo-Magnelli ha prodotto il suo secondo album "L'albero pazzo", del 1996. Si tratta di un piccolo capolavoro, rilettura originale e matura della nostra migliore canzone d'autore, con inserti classicheggianti e suoni pop di respiro più moderno; un disco ancora oggi stupefacente per bellezza delle canzoni, raffinatezza dei testi e della interpretazione vocale, qualità degli arrangiamenti. Da qui la discografia del "maestro strabilio" Chimenti, si è dispersa nel corso degli anni in originali esperimenti sonori, come la rilettura acustica di alcuni pezzi de "L'albero pazzo" inserite insieme alle musiche scritte e suonate insieme a Fernando Maranghini per accompagnare brani di Ungaretti, Pessoa e versetti del Qohelet (1997), oppure quelle condivise con la voce femminile della compianta Anita Laurenzi per musicare la lettura di un altro libro dell'Antico Testamento, Il Cantico dei Cantici (1998).
Si arriva così al punto più alto del lavoro artistico di Andrea Chimenti, lo spettacolo "Il porto sepolto", dove il nostro si cimenta nell'interpretazione musicale dei più bei versi scritti dal poeta Giuseppe Ungaretti. Un estratto da questo spettacolo, suonato e composto insieme a Massimo Fantoni e Matteo Buzzanca, viene pubblicato su cd nel 2002. Ed è incomparabile meraviglia.
Da allora la lunga gestazione che ha portato nei primi giorni di ottobre alla pubblicazione della nuova e attesa raccolta di canzoni di Chimenti, intitolata "Vietato morire", anticipata dall'uscita di un cd dal vivo con canzoni registate durante la turné de "L'albero pazzo".
"Vietato morire" prende spunto da un dipinto di Ivan Kramskoj ed è introdotto dalle parole dello stesso Chimenti riguardanti un piccolo episodio accaduto nell'ultimo giorno delle registrazioni, quando ha liberato un insetto rimasto prigioniero nello studio: «attratta dalla luce, sbatte sui vetri una mosca. La guardo, mi alzo e le apro: oggi qui è vietato morire». In questa frase c'è tutta la positività e il senso del disco. Vi sono compresi dodici piccoli capolavori sonori, che ancora una volta fanno centro, e si legano per affinità assoluta ad alcune canzoni portanti de "L'albero pazzo" (Era il momento, Ora o mai, Si dirada la nebbia), diventandone l'ideale continuazione. La squadra di collaboratori è la stessa de "Il porto sepolto", con in primo piano Massimo Fantoni (alle chitarre) e Matteo Buzzanca (a dirigere gli archi e al pianoforte). Sono presenti, però, tantissimi altri musicisti: Patrizia Liquidara (alla voce), Steve Jansen (batteria), Alessandro Fiori e Enrico Gabrielli (dei Mariposa rispettivamente al violino e alle ance), il Quartetto Euphoria (agli archi), Gianni Maroccolo (basso) e Fabio Fecchio (dei metallari Ephel Duath, sempre al basso) e ancora Filippo Pedol (contrabbasso), Andrea Franchi e Daniele Abbinante (batteria), Maurizio Cenni e Paolo Giusti (corno e trombone), Guglielmo Gagliano e Lorenzo Tommasini (al mixer).
Accattivante la grafica e magnifiche le fotografie di Alessandro Grazian, Matthieu Spohn, Michėl Morh. Un disco che conferma quanto di buono Chimenti ha fatto in passato, anche se a mio personale giudizio mi mancano certi sperimentalismi di "Qohelet" e non si arriva alla quieta perfezione de "Il porto sepolto".
La sua classe comunque è cosa rara e preziosa di questi tempi.
"Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l'immaginazione. Tutto
il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente
immaginario. Ecco la sua forza.
Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto
inventato. E' un romanzo, nient'altro che una storia fittizia. Lo
dice Littré, lui non si sbaglia mai.
E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi".
Céline, incipit a "Viaggio al termine della notte".
- La cattiva amante: la metafora del deserto.
Il deserto della conoscenza, il deserto che ognuno di noi, come moderni Abramo, dobbiamo attraversare per arrivare a noi stessi (il mio riferimento è a Moni Ovadia). Ma anche il deserto che ci circonda (l'incapacità a comunicare, la mancanza d'ascolto degli altri) che fa della nostra fragile voce - così straboccante di dubbi, così povera e bisognosa di certezze - del nostro grido disperato di moderni "ecclesiasti", una vox clamantis anche nel mare magnum di internet e tra le autostrade e le cattedrali della modernità.
Allo stesso modo ciò si rispecchia nella canzone dove la tensione drammatica creata dal coro iniziale e dalle distorsioni della chitarra in sottofondo, si stemperano non appena parte la rasserenante voce di Andrea Chimenti (ormai non più rivelazione, ma certezza) e si scioglie al fiorire degli archi, con il bicchiere del cuore che piano piano si colma di liquido sentimento grazie al crescendo del pianoforte e agli stacchi del ritornello. E la musica è tutt'uno con il testo (a cui è stata credo perfettamente adattata): "Ragazzi avete mai provato il buio del deserto? / Le dune come balene addormentate / la sabbia nella bocca / e poi un pensiero pesante…come roccia […] Si muove qualcosa lontano / e si avvicina con violenza / animale, uomo, donna, non capisco". E' questa la cattiva amante, "una presenza", "la notte stessa che con il deserto si mescola", la parte oscura di noi stessi, ciò che dobbiamo affrontare e dominare per crescere, il confrontarsi con l'altro, il non conoscibile, che sia fuori o dentro di noi, anche se è una prova dura da superare perché: "Amo, amo, amo e niente che risponda". Il mondo va per un'altra strada.
- Prima delle cenere: la metafora della fiamma.
Ovvero il susseguirsi inafferrabile, spesso inspiegabile degli avvenimenti, il dipanarsi a volte incontrollabile del destino, il tempo inesorabile che passa; "Nel lampo di un fiammifero / prima della cenere […] nel tempo prima di accendere" accadono istantaneamente molteplici eventi: "Si spegne un uomo e un altro nasce / un fiume straripa, un addio si consuma / un vaso, un uomo, un sasso cade / non so dove ma di certo accade". Lo scandire netto delle parole e il tono basso della voce rimandano vagamente a Jovanotti e alla Nada di "Miccia prende fuoco" di Zamboni. Poi il ritornello esplode riportandoci in pieni anni settanta, alla Premiata Forneria Marconi, e così il piano jazzato del finale. Poeticissima e assai felice l'immagine della morte (prima solo accennata nei versi "si spegne un uomo" e "un addio si consuma") vista con gli occhi di un bambino (gli occhi del poeta Chimenti), vista come un qualcosa che ha solo lievemente disturbato una festa (e nel mondo anglosassone celebrata in vero e proprio funeral party): "Nel tempo prima della cenere / un lampo, un grido, qualcuno ferito / forse una festa di compleanno / un uomo disteso, girato su un fianco". Girato su un fianco, come le fredde norme di pronto soccorso vorrebbero, ma è troppo tardi, perché è già…il tempo della cenere.
- Oceano: la metafora del viaggio.
Asse portante di tutto il disco. Viaggio = navigazione = vita. "Quale rotta stabilita alla partenza / quale stiva colma di tesori / quale vento a gonfiare le mie vele / quale albero maestro alto da sfiorare il cielo / quale mare senza scogli né tempeste / quale approdo, quale porto, quale terra da avvistare…". Classici gli arrangiamenti, che rimandano ai pezzi più riusciti de "L'albero pazzo", all'epicità di certe colonne sonore. Ma c'è un elemento nuovo: la voce magistrale e perfetta di Patrizia Laquidara, a sostenere il ritornello e poi da sola ad alternarsi, inseguirsi e sovrapporsi con quella di Chimenti. Una voce magica che sa mettere i brividi nel finale. Una presenza femminile che fa dirottare il senso del testo, fa respirare l'argomento ampliandolo da ricerca solitaria della conoscenza a incontro d'amore e proseguimento nella ricerca della verità per mezzo dell'esperienza d'amore: "Quale amore ad aspettare il mio ritorno" diventa nel ritornello sostegno indispensabile, tappa fondamentale per portare a compimento il viaggio, il "perdermi", "l'abbandonarmi" diventano "perdersi come naufraghi", "incontrarsi in questo oceano / lasciandosi portare via dove tutto è pacifico". Ancora un tema biblico, dunque, quello della conoscenza, caro al già citato Moni Ovadia: "Il pensiero ebraico sollecita l'uomo e la donna ad incontrarsi sul ponte della conoscenza fertilizzata da una pietas interiore per fondare con dolcezza un mondo di fratellanza universale, di giustizia, di santità, di libertà". E poco prima: "L'atto d'amore per non essere cupio dominandi, istinto di possesso, uso strumentale, cannibalismo o violenza, deve sgorgare come afflato cognitivo che accolga l'altro nella pienezza della sua dignità e alterità specifica" ( Moni Ovadia da "Vai a te stesso"). L'uomo e la donna (o la persona amata in senso lato, per carità non facciamo discriminazioni) insieme si completano e possono - nel rispetto reciproco - aspirare alla Verità della Conoscenza, attraverso però le dure esperienze della vita, non certo attraverso la scorciatoia del frutto dell'albero proibito.
Basterebbe fermarsi qua: le prime tre canzoni (e l'ultima che chiude il disco), valgono già da sole l'acquisto del cd. Ma c'è di più…
- Il momento del passo: la metafora dell'arco.
Dell'equilibrio con se stessi e con gli altri. "E' questo il momento del passo […] il momento della parola / come la forza del braccio tende l'arco / così la forza del cuore, la mente. / Anche se arriva la notte, non importa / anzi sarà la benvenuta / se arriva la tempesta, non importa" e poi "Arrivano uomini dal deserto / con carri carichi di pietre / arrivano i giorni / che non mi sarei aspettato e forse non avrei voluto / sederanno alla mia tavola / e saranno i benvenuti / perché saranno loro a tendere il mio arco, / loro alle mie spalle ad indirizzarmi verso il bersaglio". Sembra di sentire i saggi ammonimenti del "Profeta" di Gibran. La sontuosa struttura sonora riporta a pezzi come "Si dipana la nebbia".
- Tra la terra e il cielo: la metafora dentro alla metafora.
Stavolta per spiegare la sostanza di cui siamo fatti, a metà strada tra la terra-fisicità-i sensi e il cielo-spirito-tensione all' ideale . Dice Chimenti: "Il vento soffia dolcemente / nel fragile flauto delle mie ossa" (altra immagine felice) e ancora "il cuore è fatto di paglia"; poi riprende l'immagine della fiamma, stavolta per spiegare la necessità al distacco dalle cose futili e al bisogno naturale di elevazione: "Dimmi quale è il tuo nome / Scrivilo sul mio cuore". "Ho mani di terra / per frugare il cielo […] nasce una fiamma / tra la terra e il cielo / avanza e s'innalza". L'uomo, questo essere straordinario ma inadeguato e fragile. Adatto più a fare qualche domanda che a trovare delle risposte. Affascinano l'apertura del ritornello (veramente una fiamma che s'illumina) - grazie al lavoro del pianoforte e alle chitarre psichedeliche - e la coda finale strumentale alla Fossati, caratteristica già di altre canzoni di Chimenti, per es. "La finestra sul melo".
- Quieta notte:
Ancora la metafora del navigare, ma attraverso la notte e al fianco dell'amata. Comincia con un piano e atmosfere trasognanti alla 4AD. Una ninna nanna dal tema amoroso che riporta subito a pezzi come "Era il momento", "Si dipana la nebbia" e "Senza un'alba". Ma qui, la poeticità è evidenziata dalla struttura a stanze di quattro versi e dall'uso in quantità di rime e assonanze: "Con una carrozza d'acqua viva viaggeremo senza ritorno / e con arpa di legno teso navigheremo sopra le onde"; "Quieta notte, cielo terso, neve bianca, manto sordo / amore, strada senza ritorno, amore, aspettiamo il giorno".
- Limpido: canzone pop luminosa e solare, con riferimenti Beatlesiani e al David Sylvian più melodico; violoncello, pianoforte e glockenspiel in evidenza. Meno felice però il ritornello, rispetto alle strofe e in generale un po' troppo semplicistico il testo, almeno rispetto ai pezzi precedenti.
- Cuore di carne: altra parola chiave dell'intera discografia di Andrea Chimenti è la parola "carne": simbolo di umano desiderio, dello scontrarsi con la propria fisicità e quella della persona amata, ma anche con l'affollata varietà umana del mondo. Canzone più sofferta della precedente, ma sicuramente più emozionante e riuscita. Ricorda strutturalmente pezzi come "Ora o mai" e "Lasciatemi stare", con un briciolo di Sting di "Bring on the night" per l'uso del clarinetto. Bello il coro a svanire del finale. "Case, strade, polvere, luci di città / occhi chiusi, musica per spingersi più in là / mani che si muovono a ritmo con te […] Pregano e cantano mille voci e poi / tornano, risuonano, si cercano e così noi".
- Mipney ma: a questo punto non sorprende che ci sia un canto tradizionale ebraico. Per riportare alla giusta atmosfera mistica e serrare le file per il finale. "Perché, perché - recita il testo - l'anima è caduta giù dal cielo?". "Perché le cadute più grandi / sono preludio / alle più grandi ascese". Solo voce e pianoforte. Ci si avvicina all'ultimo di Lisa Gerrard.
- Il gioco:
altro pezzo incantevole e incantato. Dove stupore e struggimento si mescolano come colori sulla tavolozza di un pittore. La vita è un gioco, che talvolta può costare caro, può far soffrire, comportare sacrifici, addii e bocconi amari. Ma anche momenti di grazia che bisogna saper cogliere, occasioni che non bisogna lasciarsi sfuggire. Prendere o lasciare. Andrea Chimenti non ha nessun dubbio, lui prende. Il basso - con le contropalle - di Maroccolo si apprezza soprattutto nel finale, insieme alle sferraglianti chitarre di Fantoni.
- Se tornassi alla fonte: la metafora dell'acqua.
"Se tornassi alla fonte / al luogo della partenza / ai piedi della montagna / al porto dell'imbarco / al capo del filo / alla prima luce del mattino […] alla prima nota del canto / al primo battito del cuore" . Il percorso della conoscenza visto come viaggio a ritroso, ritorno all'origine, ai bagliori dell'umanità e della vita. Qui il cerchio si chiude perché "meta d'ogni viaggio è il ritorno a casa" (versi miei). Ma dice Chimenti con autentica sensibilità poetica e raggiungendo le vette del Battiato più mistico ("E ti vengo a cercare", "l'ombra della luce", "oceano di silenzio"): "Non porterei nulla con me / solo questa piccola luce / che sta nascendo proprio adesso". Il tempo è scandito dal battito d'un metronomo, mentre Il corno, il trombone e gli archi danno quel non so che di epico a metà strada tra Morricone e gli Spiritualized. Davvero un altro piccolo gioiello.
- Ghost track: è semplicemente uno strumentale dove si incrociano e si riprendono i temi delle canzoni precedenti (il coro di "Cuore di carne", le melodie di "Il gioco", il tema di "Oceano" e così via). Un piccolo incanto che - astutamente - ti fa venir voglia di riascoltare tutto d'accapo, ma anche un pezzo a sé stante, che riesce benissimo a brillare di luce propria, magari utile da tenere in sottofondo mentre si rileggono gli appropriati versi di Pavese:
"L'uomo solo rivede il ragazzo dal magro
cuore assorto a scrutare la donna ridente.
Il ragazzo levava lo sguardo a quegli occhi,
dove i rapidi sguardi trasalivano nudi
e diversi. Il ragazzo raccoglieva un segreto
in quegli occhi, un segreto come il grembo nascosto.
L'uomo solo si preme nel cuore il ricordo.
Gli occhi ignoti bruciavano come brucia la carne,
vivi d'umida vita. La dolcezza del grembo
palpitante di calda ansietà traspariva
in quegli occhi. Sbocciava angoscioso il segreto
come un sangue. Ogni cosa era fatta tremenda
nella luce tranquilla delle piante e del cielo.
Il ragazzo piangeva nella sera sommessa
rade lacrime mute, come fosse già uomo.
L'uomo solo ritrova sotto il cielo remoto
quello sguardo raccolto che la donna depone
sul ragazzo. E rivede quegli occhi e quel volto
ricomporsi sommessi al sorriso consueto".
Cesare Pavese, Rivelazione da "Lavorare stanca".
L'incontro di Castellazzo Bormida (Al) con i due grandi poeti, Roberto Mussapi e Milo De Angelis, è stato veramente emozionante e foriero di spunti riflessivi. E' stato un privilegio innanzitutto poter assistere ad una lettura fatta direttamente da questi due autori, persone in realtà assai diverse per carattere e per modi di intendere e di scrivere poesia.
Il primo, elegantemente vestito in nero, assai colto per maniere e per linguaggio, più abituato a viaggiare e a frequentare ambienti accademici soprattutto all'estero e a cui sicuramente piace di più mettersi in mostra, affascinare chi gli sta di fronte, anche col rischio si sembrare saccente e insopportabile, il secondo più sofferente (ha perso da poco la moglie) schivo e dimesso, almeno in pubblico, ma dalla capacità di toccare con poche giuste parole - e altrettanti silenzi - come nessun altro presente - le corde dell'animo umano...
Il prof. Mauro Ferrari ha presentato magnificamente e in modo assai esauriente la poetica di Roberto Mussapi, soffermandosi in particolare su ciò che sta dietro al suo linguaggio poetico sempre alto e solenne, e sui suoi grandi maestri ispiratori, Dante, Yearns & Shakespeare in primis. Sono state citate tutte le sue più importanti opere, sia quelle che caratterizzano i primi anni della sua attività poetica, con riferimento alle collaborazioni alla antologia "La parola innamorata" e alla rivista "Niebo" - alla cosiddetta poesia neo-orfica - sia soprattutto la produzione più recente, comprendente per la maggior parte poemetti, compresi ne "La polvere e il fuoco" (1997), "Antartide" (2000) e il saggio "Inferni, mari, isole - storie di viaggi nella letteratura" (2002).
Personalmente avevo letto versi sparsi appartenenti alle prime opere pubblicate da Mussapi negli anni ottanta, ovvero da "La gravità del cielo" (1984), "Luce frontale" (1987) e "Gita meridiana" (1990), ma dopo le parole di Mauro Ferrari non potrò fare a meno di affrontare la più impegnativa e importante produzione in versi successiva.
Roberto Mussapi è nato a Cuneo nel 1952, si è laureato in lettere a Torino nel 1977. Si è trasferito a Bologna nel 1979, dove ha lavorato come redattore presso la casa editrice Cappelli, mentre dal 1982 vive a Milano, dove collabora alla casa editrice Jaka Book. Svolge un'intensa attività di traduttore (Marlowe, Emerson, Melville, Stevenson, Walcott, Heaney, Bonnefoy, oltre a classici autori inglesi Byron, Shelley, Keats; notevole la rilettura poetica della "Christmas Carol" di Charles Dickens, pubblicata nel 1995 presso Guanda col titolo "Racconto di natale") e ha al suo attivo anche lavori per il teatro (La prosa lirica "Villon" (1989) e il dramma in versi "Voci dal buio" (1992); Teatro d'avventura e amore (1994)); ha inoltre curato raccolte di fiabe e racconti per ragazzi presso l'editore Salani ("Lo stregone del fuoco e della neve", Le fate del mare", "Il mondo sopra e sotto la terra", "Le avventure di Belsemir", "Il tesoro di Capitan Kid", ecc.), scritto un romanzo, "Tusitala" (1990) e un saggio dal titolo "Il centro e l'orizzonte"(1985). Collabora in trasmissioni radiofoniche e insegna all'Università di Milano.
«Il viaggio non esotico, cioè non evasivo, conduce al proprio centro, all'identità profonda, ed è l'orizzonte che rende possibile la scoperta di sé».
«Il viaggio come lo intendo non è peregrinante, è un'impresa».
Il bosco bambino
Nato pagato con la metà dell'aria
della vertebra nera, dall'inciso
soffoco gridavo alle ombre dietro c'è il sole
gli occhi, le seppie sugli occhi di mia madre
a colpi a colpi sbriciolavo le cortecce
assordato dai crolli
gli alberi non hanno ferite o palpebre
sgominano bambini e sogni,
e i sentieri
parlavo alla madre di sera:«Guarda
l'arcana linfa sull'erba stremata» e ridevo.
Dal collo tronco della lonza
decapitata uscivano poetesse vitree
urlavano
di Silvia di me e di te
che non sappiamo morire
che non sappiamo fiorire
sventolano le betulle, le brezze
non più mie, non più
foresta
quella stanchezza vinta prima
delle stelle
ho penetrato l'humus di radici sensibili
ed ero corteccia e mio fratello betulla
(gli darò nome, o assenza
di pietà, silenzio e grido)
E i rami divennero bianchi
nella notte delle pupille,
dell'affiorare (di questo
non posseduto affiorare di sguardi)
aspiravi il sole, tutto
le querce restano insepolte, il fiume
ha sorpreso il suo stupore il suo
ultimo amore di bambola: «Parla!»
(e lei parlò, non per la lama
che premeva la tenera carotide
ma per quegli occhi, per la sua morte bambina)
«Io sono il fiore».
(Da La Gravità del Cielo).
Il sonno degli eroi
Poi in pochi istanti discese il buio
e le anime si staccarono dai corpi prima del sonno
si unirono all'ombra densa e irrorante
che era salita tra le finestre e i lampioni
e un altro respiro unì i guerrieri sotto le stelle.
A terra, da qualche finestra brillava una luce
e nelle lunghe file dei marciapiedi le conche
lucenti e le arcate dei portoni indicavano la salita
che ognuno aveva compiuto al declinare del giorno
verso il cuore segreto del palazzo e del tempo
nella stanza che aveva atteso l'ombra come una sposa
e che nel silenzio delle strade asfaltate, nel respiro
dei platani del viale si congiunse al suo uomo
che chiuse gli occhi nell'abbraccio delle pareti
e in loro fu stretto e dormì guardato
dalla camicia appesa alla finestra come uno scudo
nell'ora in cui l'amico del giorno a venire
respirava il suo stesso respiro, nell'ora
che il buio ancora ricordava nei rossi bagliori
lei che era passata sugli occhi e sui feriti
lasciando l'umida promessa della sua mano fatata,
la dolce, irraggiungibile, materna sera.
(Da Gita Meridiana).
Le voci che parlano
Non è più la certezza d'un cammino
che spinge il passo: il passo oltre se stesso
procede, perché questo è il suo destino.
E, a fargli strada, tutto un universo
che oltre il termine ultimo, oltre il ciglio,
s'espande perché ancora l'attraversi
questo passare senza meraviglia
di moto in moto, lungo uno schioccare
secco, che suona, ma non fa scintilla.
…..
Tutto è stato sognato. Non c'è lume
che guizzi più, né Ospite straniero
che dall'abisso del suo ciglio illune
dischiuda il varco, e al passo degli dei
transiti in terra.
Ormai l'ospite a prova
di bomba dorme; e anch'io - sia onore al vero! -
in questo buio pesto ora mi muovo
quasi a mio agio, né m'occorre lume
per sapere cos'è quel che m'investe
il viso quando avverto
il frangersi dell'onda: è solo spuma!
(da La Polvere e il Fuoco).
Roberto Bertoldo della rivista Ebenon ha poi introdotto la figura e la poesia di Milo De Angelis. La sua prima raccolta di versi pubblicata a soli venticinque anni nel 1976, "Somiglianze", ha scosso il panorama di pubblico e critica di allora, aprendo una nuova stagione poetica e contribuendo a ispirare intere generazioni negli anni a venire. La sua poesia è, a differenza di quella di Mussapi (meditativa, mistica e carica di riferimenti sapienziali e mitologici) più intensamente ricca di tensione drammatica, intrisa di dolore e sofferenza realmente vissuti - colpisce di più al primo impatto - ; sono versi più ragionati ma anche inquietamente spiazzanti, imprendibili e misteriosi, che si confrontano più direttamente con la dimensione tragica dell'esistere, con la visione della morte e del nulla. Versi di cui è più difficile sbarazzarsi una volta assimilati, perché il disturbante carico di disagio che li permea, la disappartenenza al mondo, la disperata solitudine che li genera, frange e spezza, ne fanno il grido che si libra e scuote dal profondo degli abissi ogni essere umano. Gli inediti di De Angelis, soprattutto quelli letti nel pomeriggio, semplici ma intensi e diretti come un pugno nello stomaco, hanno sicuramente lasciato un segno indelebile in tutti i presenti. Queste liriche verranno pubblicate a inizio 2005 nella collana Lo specchio di Mondadori con l'emblematico titolo di "Tema dell'addio" .
Milo De Angelis è nato a Milano nel 1951. Laureato in lettere, svolge attività di insegnante al liceo. Ha fondato e diretto tra il 1977 e il 1979 la rivista di letteratura Niebo. Ha tradotto dal francese (Blanchot, Baudelaire, Maeterlinck, De Vigny, Drieu la Rochelle) e dal latino (Ovidio, Virgilio, Lucrezio, Claudiano). Tra le sue raccolte poetiche: "Somiglianze" (1976), "Millimetri" (1983), "Terra del viso" (1985), "Distante un padre" (1989), "Biografia sommaria"(1999). E' autore del saggio "Poesia e destino" (1982) e della fiaba "La corsa dei martelli". Per i tipi della Donzelli editore ha pubblicato l'antologia "Dove eravamo già stati - Poesie 1970-1999".
La goccia pronta per il mappamondo
La goccia pronta per il mappamondo
E per i più sconosciuti
Nomi di ventura
Ha raggiunto finalmente una scorciatoia
A colpi di lima
Ha appoggiato il bicchiere
Su un solo dito, fratello
Della prima volta. Tutto
Il campo, con le
Sue biciclette sepolte, sguizza
Parole di ventriloquo:
metà alla vittoria, metà
all'erba in trappola.
In noi giungerà l'universo,
quel silenzio frontale dove eravamo
già stati.
(Da Millimetri).
-
Ora c’è la disadorna
e si compiono gli anni a manciate,
con ingegno e forbici e
una boria che accosta
al gas la bocca
dura fino alla sua spina
dove crede
oppure i morti arrancano verso un campo
che ha la testa cava
e le miriadi
si gettano nel battesimo
per un soffio.
Memoria (III)
Mi attende, nel legno, una fila di elmi
lenti uomini lungo la campagna
sono una fine che non diventò solenne
seguendo un morso qualsiasi, aggiustando
le coperte e le calze, nell'intero e nel mezzo
dalla radio la figura appare,
senza nulla, occhi attaccati
al nervo, seno terrestre
la materia si strappava già..forse
quaranta gradi…il pendio nel bisturi
Milo, perché la cerchiamo qui?
…perdeva sangue…anche lei…
una mascella rotta…non parlava…
i feriti si confondono nella faida,
l'inchiostro sparisce, incendiato,
un pensiero bianco senza peso
agile schermitrice che vidi buianca
al Saini, un sabato pomeriggio,
mio padre, memore, ci accompagnava
dentro la neve, in salita
eravamo qui?…dicembre?…
… … …
padre, cupo padre del cielo, non
posso vederti, ti cerco con l'atlante
e con questa radio, giro le manopole
con le mani e i denti, do colpi
se oggi taci ancora, accettando
un solo colore per il regno degli amici,
ultima, angelicata fame.
(Da Terra del Viso).
-
Il ragazzo che si tuffa
in un crawl potente e urta un sasso…
…la ciocca insanguinata…
…la giovinezza prese la forma
di un passo oscuro,
di una rosa
appesa alla finestra
"salvami padre, da quest’ora dolorosa"
la gente saliva scendeva cercava
una fune, una cosa
qualsiasi, sputava, gettava acqua
il suo fazzoletto, ciascuno
parlava all’orecchio
di un altro diceva
Dio non ha più desiderio,
una volta aveva freddo, Dio tendeva
le mani per indossare
un cappotto, il primo, anche questo
che è vecchio, guarda,
toccalo, tienilo pure…
un cappotto capisci, non i velluti
scesi dal cielo ma questo,
il mio, persino il mio cappotto.