31.10.04

GIANCARLO ONORATO - FALENE

Con "Io sono l'angelo" (1998) GianCarlo Onorato aveva dato prova di assoluta maturità, dando alla luce un album equilibrato per arrangiamenti, pathos, qualità delle canzoni e delle collaborazioni. Contribuivano al prestigio di quel lavoro, infatti, musicisti come Mimì Clementi e Egle Sommacal dei Massimo Volume, Giorgio Ciccarelli e Christian Born dei Sux, Andrea Chimenti, Lilith (voce storica dei Not Moving), Romina Salvadori e Massimo Lupo degli EstAsia, Peppe Voltarelli (de Il Parto delle Nuvole Pesanti) e Massimo Fantoni. Un disco a cavallo tra canzone d'autore e rock moderno, sincero, sentito, pieno di autentica poesia, come non se ne sentivano da anni.
Tra i migliori episodi da ricordare sicuramente la canzone d'apertura, le nozze chimiche, con echi dei migliori Diaframma, acqua di valium, più notturna e certamente debitrice della passata esperienza negli Underground Life(vedi post sui migliori dischi degli Anni Ottanta), nonché la struggente rabbiosa bellezza di la storia per noi, che invece rimanda al più intenso Battiato.
Ma difficili da dimenticare anche le dolci melodie di lettera al cielo o di punkabaret, le piccole meraviglie acustiche di il ritorno di lei, io sono l'angelo o i giorni amari; e soprattutto il misticismo e la drammatica intensità del trittico lauda del mattino, tutto il niente, mia cattedrale.
Un disco che ha lasciato un segno profondo dentro di me, come solo Linea Gotica, Anime Salve o Parole d'amore scritte a macchina, hanno saputo fare.

Ora, a sei anni di distanza da Io sono l'angelo e dopo tre anni di intenso lavoro, GianCarlo Onorato ha finalmente pubblicato il suo nuovo cd, Falene, suo terzo lavoro solista (dopo Il velluto interiore (1997) e la più recente raccolta, Come i fiori in mare, (2001), rivisitazione insieme ad altri artisti delle canzoni di Tenco, nonché numerose pubblicazioni letterarie tra cui spiccano il romanzo Filosofia dell'aria , edito da Feltrinelli e due libri di racconti, L'officina dei gemiti e L'ubbidiente giovinezza).

Falene, contiene dodici nuovi episodi musicali, dalle atmosfere cupe e riflessive, “infestati” , come dice lo stesso Onorato, da personaggi immaginari simili appunto a lepidotteri: “I protagonisti delle mie nuove canzoni sono dodici personaggi che vivono ed amano fino all’estremo, fino a farsi male, fino ad un epilogo fatale, proprio come le falene – le farfalle crepuscolari e notturne – che si spingono talmente vicine alla luce delle candele che finiscono col bruciarsi”. Parole emblematiche per capire l'intero album e per aiutarci nel giusto approccio con un disco che per molti versi raggiunge la bellezza e l'intensità di Io sono l'angelo e riesce negli episodi più riusciti anche ad andare oltre, indicando nuove strade per la canzone d'autore italiana, con uno sguardo a due grandi "maestri" internazionali come Nick Cave e Nick Drake.
A co-produrre l'album, insieme con lo stesso autore, è Mario Congiu, mentre in qualità di musicisti collaboratori ritroviamo la chitarra di Massimo Fantoni e quella del ex Scisma Paolo Benvegnù e poi Lorenzo Monguzzi e Piero Mucilli de I mercanti di Liquore. Infine, ha collaborato alla stesura dei testi la scrittrice Anna Lamberti Bocconi (già con Ivano Fossati).

Parole chiave: sole, luce, cielo, amore…

Si può suddividere l'ascolto dell'album in tre gruppi di quattro canzoni:

- Le biscie d'acqua: è il pezzo d'apertura e uno dei più suggestivi di tutto il disco. Atmosfera soffusa e decadente tra Nick Cave (periodo Henry's dream) e l'ultimo Cesare Basile. Vengono in mente davvero le femminee crudeli creature dipinte da Klimt; "Io ti guardo e ascolto il tuo dolore / troppi laghi di profondità / e i lampi vedo e i cerchi sul tuo manto verde / come biscie d'acqua, come biscie d'acqua / oh madre luce oh madre luce/ perché castighi i figli tuoi?" recita - tra i sospiri - il testo.
- Il bene e il nulla: è il rovescio della medaglia: solarità, melodia, aulici coretti. Pianoforte in primo piano; il testo parla dell'oblio e dello stato di beata spensieratezza dell'innamoramento: "Lei era una tale disarmante folle di una folle bella felicità / e come sbaragliava bene tutto il male dei miei giorni peggiori…".
Sulle stesse lunghezza d'onda le successive ho sete (un po' troppo da catechismo per i miei gusti se devo essere sincero) e la più letteraria e classicheggiante boncourage, dove si sente più fortemente l'intervento della Lamberti Bocconi.

- The bossanova sweet menage; da qui in avanti si entra nel cuore pulsante dell'album. E' il lamento di un raffinato omicida, in ritmo di tango. Perfetta colonna sonora d'un b-movie metà anni settanta, con strizzatina d'occhio a Paolo Conte.
- Ballata dell'estate sfinita: ricorda davvero molto Ho difeso il mio amore dell' Equipe '84 (se non erro), più la celebre Where The Wild Roses Grow (dalle Murder ballads, duetto Cave-Minogue), grazie ai vocalizzi nel ritornello di Bianca Iannuzzi, aggiungete un pizzico di De Andrè e di Cure e otterrete questa affascinante ballatona western-noir. Come il precedente una prova di gran classe.
- Pace di guerra: è decisamente il mio pezzo preferito. Dice lo stesso Onorato che è la sua prima canzone politica (nel senso che si ispira ad un avvenimento, quello dell'immigrazione, che ha a che fare con la realtà in cui viviamo tutti i giorni). Mi auguro ne seguano altre di siffatta bellezza e intensità, perché penso che si tratti semplicemente di una delle migliori canzoni (italiane) che abbia mai ascoltato (fa accoppiata magnifica per esempio accanto a Princesa di De André). Per gli azzeccati arrangiamenti, con quell'armonico crescendo di basso, chitarre, tastiere e batteria, per lo splendido coro finale che prende alla gola e mozza il fiato, per il modo originale in cui è narrata la storia. Si narra infatti di una giovane ventenne dell'est europeo che, forse per scappare alla guerra, arriva in Italia, a fare però la vita da strada, a prostituirsi. Prima con molta poeticità viene introdotta la protagonista: "[…]il suo volto è la grazia, è un antico dolore, che risplende sui fianchi di una che è ancora bimba / e sua madre l'ha avuta solo vent'anni prima / quasi senza dolore in un giorno d'aprile". Poi viene descritto l'ingannevole e spietato mondo che l'accoglie ("ti vendono auto, telefoni e pasticche di sogno / ti vendono aria e fantasmi di pubblicità") e il punto di vista è sia quello della giovane, che vede l'Italia come un paradiso che offre la possibilità di arricchirsi facilmente e di fare la "bella" vita, sia quello degli ipotetici clienti e di tutti noi che ci sbattiamo alla ricerca di felicità effimere e illusorie ("e si sogna l'Italia e un rovescio d'amore / discoteche, cantanti, coca a tutte le ore / oggi sei un disperato e domani un signore / fare intera la vita non voler mai dormire"). Il tutto è visto con una certa amarezza e con sottile ironia, quella sprezzante del primo Vasco Rossi (grazie a quell' "e già", ripetuto alla fine delle strofe). "[…] L'hai imparato da sola anche senza la scuola / che la vita è un corteo e hai una fiaccola in mano / solo c'è troppo vento ed è un giorno di sole / e non serve il tuo fuoco neanche a farti calore / costa come una birra questo schifo d'amore / questa pace di guerra che non vuole parole / ti ha lasciata a vent'anni eri un bocciolo un fiore / e ritrova a ventuno una tariffa a ore […] costa meno di un ballo questo schifo d'amore / che ti svuota la vita ed è senza sapore / e ripensi ai tuoi anni in un brutto momento (/ che ricade sui fianchi di chi era bambina / brucia come petrolio questa europa riunita / questa pace di guerra che fa ancora morire" .
- La vivace Mia neve chiude degnamente questa seconda tranche di canzoni; non avrebbe stonato nell'ultimo disco di Zamboni o nel repertorio degli ormai sciolti Üstmamò, grazie all'incrocio delle chitarre psichedeliche di Fantoni e Benvegnù e ai coretti anni sessanta. Omaggio a Caterina Caselli?

- L'ultima parte del disco si apre con L'androide Mirna, che ritorna alle atmosfere notturne, malaticcie e mittleeuropee, un po' Marlene Kuntz, sia per le parole, sia per gli inserti del pianoforte. Bello l'uso dell'organo, il lavoro alle percussioni e l'inserimento del violino finale.
- Canzone dell'oscurità , altra struggente classica ballata, introduce il tema che dà il titolo al disco: "Ho l'affanno quando la falena converge sorda verso la candela / in volo piatto, con l'ovatta agli occhi / le antenne bruciate ancora prima […] se la farfalla muore in mezzo al fuoco / io passo tra le tenebre d'amore / perché io più son cieco e più mi vedo al vivo / e l'aria è velluto verso il tuo sentire". Anche qui i riferimenti possono essere tantissimi, dal primo De Andrè a Andrea Chimenti, da Nick Cave a Nick Drake, dai Cure di Lullaby per certi suoni, a certe colonne sonore stile Frantic per l'uso del pianoforte.
- Cronache di primavera è un gospel-blues che fa incontrare Zucchero Fornaciari e Andrea Chimenti. Peccato forse per quella voce femminile gospel del ritornello, che sa di "troppo sentito". "Saranno queste le eterne mete d'amore?".
- Infine chiude Un morbido silenzio, ninna nanna intensa e struggente con in sottofondo ben tre voci femminili, che ancora si rifà, non solo per la somiglianza della voce, ma anche per gli arrangiamenti classicheggianti, al migliore Andrea Chimenti. "Non servono parole per le nostre verità / si sente che ora piove cancellando la città / il mondo vibra il mondo trema / il mondo c'è anche senza noi…"
Già il mondo ci sarebbe anche senza GianCarlo Onorato. Un mondo sicuramente meno interessante.

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24.10.04

I TULIPANI DI SYLVIA PLATH

I tulipani sono troppo eccitabili, è inverno qui,
guarda quanto ogni cosa sia bianca, quieta e innevata.
Imparo la pace, mentre si posa quieta a me vicina
come la luce su questi muri bianchi, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; niente a che fare con le esplosioni.
Ho dato il mio nome e i vestiti alle infermiere
la mia storia all'anestesista e il mio corpo ai chirurghi.

Hanno appoggiato la mia testa tra cuscino e bordo del lenzuolo
come un occhio fra palpebre bianche che non si chiuderanno.
Stupida pupilla, di tutto deve fare incetta.
Le infermiere passano e ripassano, non disturbano,
passano come i gabbiani verso terra nelle loro cuffie bianche,
facendo cose con le mani, uguali l'una all'altra,
così che è impossibile dire quante siano.

Il mio corpo è un sasso per loro, vi si apprestano come l'acqua
ai sassi sui quali deve scorrere, levigandoli garbata.
Mi danno il torpore con i loro aghi luccicanti, mi danno il sonno.
Adesso ho perduto me stessa sono stanca di bagagli -
la mia borsa di pelle come un nero portapillole,
mio marito e il bambino sorridono nella foto di famiglia;
i loro sorrisi mi agganciano la pelle, piccoli ami sorridenti.

Ho gettato cose in mare, io cargo di trent'anni
tenacemente attaccata al mio nome e indirizzo.
Hanno strofinato via tutti i miei affetti.
Impaurita e denudata sulla plastica verde della barella
ho guardato la mia teiera, il comò della biancheria, i miei libri
affondare lontani, e l'acqua arrivarmi sopra la testa.
Sono una suora adesso, mai stata così pura.

Non volevo fiori, volevo soltanto
sdraiarmi a palme in su completamente vuota.
Come si sia liberi, non avete idea quanto liberi -
la pace è così grande che abbaglia,
non chiede nulla, un'etichetta col nome, qualche bazzecola.
Con questa, alla fine, chiudono i morti; li immagino
masticarsela come un'ostia da Comunione.

I tulipani sono troppo rossi in primo luogo, mi feriscono.
Anche attraverso la carta da regalo li sentivo respirare
piano, attraverso la bianca fasciatura, come un bimbo mostruoso.

Rossastri parlano alla mia ferita, le rispondono.
Sono traditori: sembrano ondeggiare, anche se mi tirano giù,
scompigliandomi con le loro lingue inattese e il colore,
una dozzina di rossi piombi intorno al mio collo.

Prima nessuno mi sorvegliava, adesso sono sorvegliata.
I tulipani si voltano verso di me, e la finestra dietro
dove quotidianamente la luce si allarga e si assottiglia,
io mi vedo, piatta, ridicola, ombra di carta ritagliata
fra l'occhio del sole e gli occhi dei tulipani,
non ho faccia, ho voluto cancellarmi.
I vividi tulipani consumano il mio ossigeno.

Prima che arrivassero l'aria era abbastanza calma,
pulsava, respiro dopo respiro, senza scompiglio.
Poi i tulipani l'hanno riempita di un gran rumore.
Ora l'aria spinge e gli vortica attorno come un fiume
spinge e vortica attorno a una macchina rosso-ruggine affondata.
Concentrano la mia attenzione, che era felice
giocando e riposando senza impegnarsi.

Anche i muri sembrano riscaldarsi tra loro.
I tulipani dovrebbero stare dietro le sbarre come bestie pericolose;
si aprono come la bocca di un grosso felino africano,
ed io mi accorgo del mio cuore: apre e chiude
la sua ampolla di rossi boccioli per vero amor mio.
L'acqua che assaggio è calda e salata come il mare,
e viene da un paese lontano come la salute.
[Traduzione di Elio Grasso]

Vorrei dedicarla a una donna speciale, una cliente della farmacia, Silvia B. Non so in quale altro modo poterle esserle accanto in questo momento e come poterle far arrivare il mio incoraggiamento a non mollare.

Posted by SergioG at 11:44 | Comments (0) | TrackBack

18.10.04

Tom Waits - Real Gone

"Nessuno degnò calcolare il sole e il suo
straziante dolore umano in quella eterna
lagrimosa gioconda aurora d'artiglierie
"

Filippo Tommaso Marinetti da "L'aeropoema del Golfo della Spezia"

Mi sembra un buon modo di iniziare questa calata agli Inferi con sosta purgatoriale e salita alle vette del Paradiso. Sarò il vostro Caronte, sarò il vostro Virgilio. Sarò lo specchio infranto dei vostri sogni, la carezzevole mano che vi quieterà dopo il peggiore dei vostri incubi. Ma andiamo con ordine, signori miei, lo spettacolo è di quelli imperdibili…

LA STORIA
Possiamo suddividere in linea di massima il percorso artistico di Tom Waits in tre grandi periodi (che poi corrispondono all'incirca ai tre decenni: anni '70, '80, '90 e seguenti), senza contare le canzoni scritte per altri agli esordi (p.es. Ol'55 portata al successo dagli Eagles) e le numerosissime collaborazioni con altri artisti o per colonne sonore:

- primo periodo - i cosiddetti "Asylum years" - da Closing Time (1973) a Blue Valentine (1978) [passando attraverso dischi ormai classici come The Heart of Saturday Night (1974), Small Change (1976), Foreign Affairs (1977)]

- secondo periodo, da Heartattack and Vine (1980) al live Big Time (1988), [comprensiva della trilogia capolavoro "Swordfishtrombones" (1983), Rain Dogs (1985), Frank's Wild Years (1987)]


- terzo periodo, da Bone machine (1992) a Real Gone (2004) [passando attraverso piccoli capolavori come Mule Variations (1999) e lavori dalla più altalenante ispirazione come The Black Rider (1993), Alice e Blood Money (2002)]

LA MIA APOCALISSE
Ho cominciato ad ascoltare Tom Waits con le meraviglie sonore di Rain Dogs e da lì sono tornato indietro all'immenso e teatrale Swordfishtrombones, per poi scoprire il Tom Waits più blues di Blue Valentine o dello splendido doppio dal vivo Nighthawks At The Diner (1975). Ho seguito passo passo tutto quello che è uscito dopo, a dir la verità sempre più meravigliato, ammaliato dalle stranezze musicali malate e notturne del nostro, innamorato da certi personaggi strampalati, perdenti, sfuggenti, "underground" del suo (e del nostro) mondo, stregato da quella voce di volta in volta aspra, rauca, brutale oppure disperata, ma anche strappa cuori e dolcemente sussurrata e ancora poetica, triste e malinconica; ammirato insomma dalla sua genialità e bravura interpretativa e dai sempre validi collaboratori di cui ha saputo negli anni circondarsi, primo fra tutti il chitarrista Marc Ribot.

L'ULTIMO SERMONE DEL PROFETA
RealGone.jpg Real Gone ne è - se ce ne fosse ancora bisogno - l'ennesima conferma. Un lavoro assai complesso e "pesante", con luci ed ombre, e che richiede di una giusta dose di impegno e di attenzione per essere compreso. Un lavoro di famiglia visto che oltre al consueto e sempre più fondamentale apporto per i testi e non solo della moglie Kathleen Brennan, in questo disco appare come percussionista e batterista anche il loro figlio Casey. Insieme un nugolo di validi collaboratori, alcuni come Les Claypool, Brain Mantia (rispettivamente bassista e batterista dei Primus) e Larry Tailor già collaudati in passato, altri scelti per l'occasione, altri imprescindibili compagni di lavoro da tanti anni come il già citato Marc Ribot.
Un disco che sicuramente al primo impatto sconcerta, spiazza per poi lentamente conquistare e comunque appagare nei suoi episodi migliori. D'altronde, anche grandi dischi del passato, come Swordfishtrombones o Frank's Wild Years difficili a suo tempo da mandare giù ai primi ascolti, oggi suonano come meravigliosi classici. Tom Waits ancora riesce a stupire, scuotere e fare discutere, sa colpire, sia pure con pugni nello stomaco e calci in bocca, quando necessita. Consegnarci come ai tempi migliori i suoi demoni e le sue elucubrazioni. Farsi predicatore pazzoide con la pistola in mano, profeta del ritmo maledetto sia del blues nero delle origini che del rock invasato di Elvis, del pentolame primitiveggiante o dello scratch rappante dei moderni djs metropolitani.
Sa rendersi nuovamente testimone di quella umanità "di serie b o z" sciagurata, diseredata, ferita, masticata vomitata e poi cancellata dalla spietata arroganza dei giorni nostri. E ancora una volta sa andare magnificamente a bersaglio…

Prendete un po' del trombone a forma di pesce spada, un po' degli anni selvaggi di Frank, un po' della macchina d'ossa e delle variazioni del mulo, shakerate il tutto con energia, aggiungete un aspirapolvere e un tritatutto, moltiplicate per due col resto di un rutto e forse otterrete qualcosa di lontanamente simile a Real Gone…Buon viaggio.

Tutto ha inizio con quel volutamente confuso armamentario rap-funkettone che è Top of the hill, manifesto sonoro del nuovo Tom Waits e che si va ad affiancare per qualità ad altre filastrocche strampalate utilizzate quali geniali pezzi d'apertura di dischi del passato, come Big in Japan, Earth Died Screaming o Singapore. Lo scratch e la chitarra qui sono gli elementi portanti insieme alla voce, che è usata non solo per la tiritera solista, ma anche per fare ogni possibile parte ritmica, "sovrassaturando" i suoni, per così dire. C'è materiale sufficiente da lasciarci le penne da subito, per chi è abituato solo alle deliziose ballate blues al pianoforte del nostro, strumento che in quest'album intero è stato messo in un angolo e usato forse come bancone per appoggiarci i cadaveri delle bottiglie con gli abbeveraggi dell'intera ciurma…
Non fatemi parlare del testo, immagino solo la scena finale del "Settimo Sigillo" di Bergman, con la Morte che prende per mano i vari personaggi e li porta su per la collina in una spettacolare ballata macabra…ecco, solo che il personaggio vestito da scheletro che invita a seguirlo nel cammino è Mr Waits in persona e più allucinato che mai, con i soliti tocchi ironici fatti di coloriti gustosissimi non-sense: "Opium, fireworks, vodka and meat / scoot over and save me a seat", oppure "Turn a Rolls Royce into a Chicken coup" e cosi via.

E' la chitarra di Ribot a farla da padrone nel secondo brano, Host that rag, una rumba metallizzata cantata da un elefante e ballata da un topolino in bilico su un monociclo. La chitarra s'incarna in una lussuriosa regina hawaiana o forse nella tabaccaia di Felliniana memoria: tatuata sulle sue curvose abbondanze è la sua stessa dannazione. Vorresti fuggire da questo mondo oscuro e maledetto, ma ne sei già prigioniero murato vivo, paralizzato da un sorta di incantesimo come l'ospite ascoltatore di "The Rime of the Ancient Mariner": "The smell of blood / the drone of flies, / You know what to do if the baby cries" - appare il fantasma di Nick Cave, quello delle Murder Ballads, naturalmente - "The ghost birds sings and the gods go begging here, so just open fire as you hit the shore / All is fair in love and war". Tutto è bello - e lecito - in guerra e amore.

E si arriva a Sins of the father: una cold cold ground iperdilatata (10 minuti e trentasette secondi!), una lunga camminata nelle paludi dell'anima, una ballatona spossante come implacabili raggi di sole sotto un cielo soffocante. Sembra fatta apposta per liberarsi dalle brutture del mondo, dalle lordure dell'umanità - comprese le proprie - ed espiare i peccati: "Porterò i peccati di mio padre / porterò i peccati di mia madre / porterò i peccati di mio fratello / giù nello stagno" recita il ritornello fino all'ossessione (confessione d'un omicida pentito che va a farla finita?). Ancora una volta mirabolanti e spaziali accordi di chitarra e banjo guidano la processione [d'ascolto], tra umiliazioni di Caino, soppraffazioni dei più deboli, incantesimi, parole di consolazione di Gesù il Nazareno: "Oh the heart is heaven / but the mind is hell" […] e di Barabba il ladrone: "Everything I done is between God and me / Only he will judge how my time was spent / 29 days of sinning and 40 to repent".

Siamo solo alla quarta canzone, Shake it, che già si torna a capofitto tra i gironi infernali, con il delirante rap di un giocatore d'azzardo (o puttaniere?) incallito. "You know I feel like a preacher waving a gun around". Pentolame vario a scuotere le budella e chitarrame+basso benedetti da Elvis e dai più infuocati Cramps. - Pausa pisciata -.

Altrettanto veementi gli imperativi gracchianti di Don't go into that barn, dove ancora le percussioni sono fatte dalle espressioni gutturali e catarrose dello stesso Waits, impastate da colpi di frusta e svisate delle sei corde. E' l'incontro con il re dei Trogloditi vestito di sacchi della spazzatura e con la barba incolta e pidocchiosa lunga fino alle ginocchia? O forse solo le farneticazioni del principe degli ubriaconi nell'ennesimo delirio alcolico? Oppure gli ammonimenti moraleggianti della più balorda e inacidita delle vedove?
No, forse è solo l'incontro col diavolo in persona, affabile, fascinoso e vestito in frac. "Did you bury your fire? Yes sir / Did you cover your tracks? Yes sir / Did you bring your knife? Yes sir / Did you see your face? No sir…"

Finalmente un lento a pettinarci il cuore e cotonarci le orecchie, sciogliendo i vecchi tappi di cerume. Si tratta di How is gonna end, classica ballata alla Waits, notturna, sorniona e maledetta: "The barn leaned over / the vultures dried their wings / the moon climbed up an empty sky / the sun sank down behind the tree on the hill / There's a killer and he's coming thru the rye / But maybe he's the Father of that lost little girl / It's hard to tell in this light" e "Voglio sapere la stessa cosa che vogliono sapere tutti: come andrà a finire?" [Le traduzioni sono mie per cui vanno prese con le molle.]

Segue il "funk cubista" (come lo ha definito lo stesso Waits) di Metropolitan Glide, altro esperimento di taglia-e-cuci sonoro, con la voce che deglutisce, soffia, sbuffa, bofonchia, scorreggia e salmodia come un sedano in salsa di salamoia. Si tratta di un beat funkeggiante e coinvolgente come pochi. Siamo comunque dalle parti delle variazioni del mulo, a metà strada tra Eye ball kid (accellerata) e Filipino Box Spring Hog (rivoltata). Deliri culinari amfetaminici di un cuoco d'alta scuola in un sushi bar.

Dead and lovely ci parla con struggente (ironico e macabro) cipiglio di una strana coppia di individui: lei ,una ragazza della "middle class" che "pensava di avere la luna in tasca", lui con un "sorriso antiproiettile(?)" che "portava lei al braccio in bella mostra come fosse un gioiello"; ma la storia naturalmente finisce male perché "Now she's dead, she's so dead, forever dead, dead and lovely now" insomma ora soltanto che la bellona è proprio morta stecchita è diventata per sempre amabile, perché come sottolinea Tom Waits, "I've always been told to remember this / Don't let a fool kiss you / never marry for love". Non c'è bisogno che ve lo traduca.

"Piazzammo il nostro tendone su una collinetta verde e buia, fuori città vicino alla ferrovia…", così inizia il racconto di Circus, una torbida storia narrata dalla voce di Tom un po' come in passato in pezzi mitici come Frank's Wild Years, Frank's theme e The ocean doesn't want me today. Una parata di strani personaggi del circo come Myra, "the queen of the Galley trained the Ostrich and the camels" che guarda il protagonista col suo "One good eye in a Roy Orbison t-shirt" oppure come Yodeling Elaine, la regina dell'aria che indossa un "dollar sign medallion" , porta una "tiny bubble of spittle" attorno alla sua narice e ha una "piccola lacrima arrugginita" a causa della storia d'amore fallita con un "altro marinaio ubriacone preso al laccio e poi perduto".

Trampled rose - biascicata lamentazione d'un innamorato in agonia per aver trovato in strada una rosa calpestata, la stessa rosa probabilmente donata al suo amore, evidentemente non gradito - e Green grass - ballatona consolatoria sull'amore perduto - , ci trasportano cullandoci alla parte conclusiva dell'opera, dove brilla ancora il rauco rhythm'n'blues di Baby gonna leave me, che chiude il ciclo descrivendo un altro personaggio piantato dalla sua tipa che è fuggita in autostrada a bordo di una Ford del '49.
Lui si sente come "un albero tagliato" e un "letto sfatto", ha portato il cane fuori mentre pioveva, ma nemmeno questo ha voluto saperne di tornare a casa; insomma niente lo può consolare, neanche se "qualcuno mi ha detto non è mai esistita una rosa senza una spina".

Clang boom steam, è un frammento di 46 secondi concentrato di motore a scoppio + martelli da fabbro su incudini + catene ciondolanti da vecchio porto + macchinari vari da catena di montaggio in fabbrica. Lascio a voi la traduzione dell'epigrammatico testo, ma è sempre sull'amore fallito.

Make it rain è un blusaccio alla Hendrix che più classico non si può e parla di un'altra anima in pena fregato dalla ex fidanzata che gli ha portato via tutti i soldi e il migliore amico… "It's the same old world but nothing looks the same / Make it rain". Speriamo almeno che piova di brutto, o per meglio dire a catinelle.

Day after tomorrow commovente finale, è la struggente lettera alla fidanzata di un ragazzo partito soldato e spedito al fronte suo malgrado. Lacrime assicurate a go go. La vita si sa può essere così dura, e spesso è difficile farsene una ragione. Meglio consolarsi - se si può - ascoltando il vecchio amico Tom Waits. E dopo tutto questo il Paradiso ci sembra più vicino.

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17.10.04

QUATTRO POETESSE

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M'hanno sempre attratto le suburre
e le discariche dimenticate da Dio…
Non la pagnotta, ma le croste del pane.
Non le gru, ma le brutte cornacchie.

Le vie
se tortuose
I boschetti
se radi
I visi
non belli
Gli sgabelli
zoppi.

A tutto ciò che è così imperfetto
donerò, da faziosa come sono, la bellezza…
Quello che davvero è bello, certo
non ha bisogno di me per sopravvivere.


L'ALBERO SUL TETTO

Sono un albero cresciuto sul tetto,
più gracile, più contorto, più basso
di quelli normali, autentici, sicuri
che io sia più superbo e più alto di loro.

Si radicano al suolo con possenti radici
simili ad ancore arrugginite,
mentre in punta di piedi io tremo per loro
che mi mancano tanto, vicini, lontani.

Sradicato, ma ben distante dal cielo.
Mi udite? Come mi sento solo,
confitto dal caso in questa fenditura!
Solo il vento mi carezza la frangia fulva.

Tatjana Bek
(trad. a cura di Gario Zappi, tratto da Arca 10, quaderni di scrittura, edizioni Joker, settembre 2004)


LA CURVATURA DELLE COSE

Su entrambi i lati della risposta indubitabile
cresce la certezza della malerba
per un lungo tratto sulle sponde delle domestiche acque.
Se solo restasse ancora, a volgersi di lato all'enigma.
Si calano forse poesie con la corda, e procede
il discorso lieve come l'acqua?
Nulla imparano le viscere
e un bianco discorrere nevica verso sud
frugando, le isole del Nord si cullano
quel che successe: asciutti e nudi
con i guanti nel Nulla estraniato.

Lieve come l'acqua…e si alza il vento
maree e animali, discorsi
iridunei salgono in sella a cavalli marini
cavalli marini scivolano contro l'aria
affondano i piatti della bilancia, istinti e cose rivoltati
nella testa del macellaio dormono i macellai
lieve come l'acqua lavato tagliò dunque un discorso
attraverso socievoli tappezzerie, pieno sino all'orlo è il mondo
di ossa, costole, lische di pesce
(acquario dei pesci del Mare del Nord?)
lei riflette riflette la figura del proprio svanire
vista con gli occhiali. Noi non siamo di malumore.

_

Non può esser qui
Non può esser là
Dove è la candela, deve essere un lucignolo
Dove scorre il sangue, può essere un omicidio
Può nella stanza non avvertire neppure un vento
Può nel vento non attizzare neppure un pensiero
Dove è il Qui, sarebbe là
Qui come là un luogo estraneo.

Ursula Krechel
(trad. a cura di Riccarda Novello, dalla rivista Poesia, Crocetti editore, giugno 2004)


MI HAI INVENTATA…

Mi hai inventata. Una così sulla terra non c'è.
Non può esserci. Non la guarirà un medico,
non la placherà un poeta: è l'ombra di un fantasma
che ti angoscia giorno e notte.
Ci incontrammo in un anno inconcepibile,
quando languiva l'energia del mondo,
tutto era lutto, tutto piegava sotto la sventura,
ed erano fresche soltanto le tombe.
Senza fanali. Nereggiava come pece il flutto della Neva,
una sorda notte si ergeva attorno come un muro…
Così, quando t'invocò la mia voce,
cosa facessi io stessa non capivo.
E tu, come guidato da una stella,
venisti da me. In un tragico autunno,
in una casa devastata per sempre,
da cui si alzava uno stormo
di versi arsi.

ALLA MORTE

Tu hai da venire: allora, perché non subito?
Ti aspetto - ho molta pena.
Ho spento il lume e aperto l'uscio
a te, così semplice e prodigiosa.
Prendi pure l'aspetto che vuoi.
Penetra come un proiettile avvelenato
o avvicinati piano, esperto assassino,
o avvelenami col delirio del tifo.
Oppure un pretesto di tua invenzione
a tutti noto fino alla nausea
mi mostri il berretto azzurro dello sbirro
e il capofabbricato bianco di terrore.
Uguale è tutto, per me. Turbina lo Enisèj,
brilla la stella dell'Orsa.
La luce degli occhi amati
offusca un'indicibile paura.

Anna Achmàtova
(a cura di Guido Ceronetti, da "Siamo fragili, spariamo poesia", edizioni Qiqajon, 2003)

COSE DI TUTTI I GIORNI

Continuata, solo continuata
e nemmeno dichiarata
è la guerra.
L'inaudito è il quotidiano.
L'eroe sta
lontano dai campi di battaglia.
Il debole è gettato
nella zona del fuoco.
L'uniforme del giorno è la pazienza.
La medaglia
è una povera stella
di speranza sul cuore.

E te la danno, la medaglia
se non succede più niente
se la mitraglia è muta
se il nemico è invisibile.
Se l'ombra del riarmo eterno
nasconde la vista del cielo.

Sì, te la danno, la medaglia:
se abbandoni la tua bandiera
se affronti l'esercito amico
se tradisci i suoi segreti vergognosi.
Se sputi su tutti gli ordini.


IL GIOCO E' FINITO

Mio caro fratello, quando costruiremo una zattera
per scendere giù lungo il cielo?
Mio caro fratello, presto sarà il carico immenso
e noi affonderemo.

Mio caro fratello, sul foglio tracciamo
molti paesi e binari.
Sta attento, su quelle linee nere
con le mine potresti saltare.

Mio caro fratello, poi voglio gridare
legata stretta al palo.
Ma tu già cavalchi dalla valle dei morti
e insieme fuggiamo.

Desti nel campo di zingari e desti in tenda nel deserto
scorre sabbia dai nostri capelli,
la tua, la mia età e l'età della terra
non si misura con gli anni.

Non lasciarti ingannare dall'astuzia dei corvi,
da una zampa vischiosa di ragno, dalla penna nel rovo,
nel paese della cuccagna non mangiare e non bere,
schiuma apprezza da padelle e bicchieri.

Solo chi al ponte d'oro, per la fata rubino,
la parola sa ancora, ha vinto.
Devo dirti che con l'ultima neve
si è sciolta nel giardino.

Han piaghe i nostri piedi per molte e molte pietre.
Uno è sano. Con lui salteremo,
finché il re dei fanciulli con in bocca la chiave del regno
non ci prenderà con sé e noi canteremo:

E' una bella stagione, quando il dattero è in fiore!
Chi cade ha le ali.
Purpurea digitale orla il sudario dei poveri,
e il tuo tesoro sul mio sigillo come foglia cala.

Si va a dormire, caro, il gioco è finito.
In punta di piedi. Si gonfiano le camicie bianche,
papà e mamma dicono che ci sono i fantasmi
quando scambiamo il respiro.

Ingeborg Bachmann
(Traduzione di Luigi Reitani)

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16.10.04

Giorgio Canali & Rossofuoco: concerto all'Hiroshima

Giorgio Canali è lì a un metro da me, appoggiato al bancone del bar dell'Hiroshima. Chiacchiera amabilmente, agita un bicchiere di birra che tiene nella mano, chiede da fumare. E' un uomo di bassa statura, con i capelli biondi lunghi che cadono sulle spalle, una giacca beige consunta (ma resterà in maniche di camicia e più tardi in maniche corte, con una t-shirt rosso acceso, naturalmente) due occhi vispi e un sorriso furbesco su una faccia stravissuta (che parla già da sola). Non lo disturbo. Un po' questo suo aspetto da uomo della mala, piuttosto che da rocker di razza, un po' la grande ammirazione e stima per tutto quello che ha fatto con CSI e coi PGR, nonché col suo attuale gruppo musicale, mi mettono in soggezione. E poi non mi piace rompere le palle ai musicisti prima dei concerti, neanche solo per una stretta di mano o per un grazie. Una volta sul palco, imbracciata la chitarra elettrica e impugnato il microfono, questo piccolo uomo dall'aria malandrina - da garçon di strada - diventa un gigante, un maestro del migliore Rock sentito negli ultimi anni, impartendo una lezione di bravura, di umiltà, di grinta e di sacrosanta e ribelle incazzatura, come solo pochi grandi nelle generazioni passate hanno saputo fare...

Il concerto fila via spedito e deciso come me l'aspettavo. I pezzi, sia quelli dell'ultimo album, sia quelli dei due cd precedenti ("Rosso fuoco" e "Che fine ha fatto Laslotoz?"), sono uno più bello dell'altro.
La scaletta della serata prevede:
home_02.gif: No pasaran, Mostri sotto il letto, Guantanamo, Fumo di Londra (che solo "pochi hanno capito essere omaggio ai Clash"), Precipito, Rime con niente.
da "Rosso Fuoco" : Testa di fuoco, Corretto e poche storie, Se viene il lupo, Rosso come.
da "Che fine ha fatto Laslotoz": due intensissime versioni di 100.000 e 1,2,3,1000 Vietnam (in chiusura del concerto).
Suggerimenti personali: avrei aperto il concerto con Questa è una canzone d'amore. Avrei spostato l'inno Mostri sotto il letto (per me la migliore canzone dell'ultimo disco) più avanti nella scaletta, facendo a quel punto magari Fuoco amico. Avrei integrato con un "bis" comprendente almeno Questa è la fine e il bellissimo lento Questa no.

I Rossofuoco hanno un impatto sonoro davvero notevole (e forse vengono proprio da Marte, come ci suggerisce lo stesso Canali) grazie alla fisicità prorompente del batterista Luca Martelli (un nome una garanzia, anche se sinceramente avrei timore di incontrarlo per strada), alla statuaria bassista francese Claude Saut e ai controllati rumorismi del longilineo chitarrista Marco Greco. Senza contare la verve, le urla graffianti e le virtù chitarristiche di Giorgio Canali. Fanno da apripista ai Tre Allegri Ragazzi Morti (e questo la dice lungo sull'umiltà di Canali & Soci), e a dire la verità la maggior parte del giovane pubblico presente non ha mai sentito nulla del loro repertorio. Sono venuti lì per Toffolo & Company e certamente non sono il pubblico più adatto per la musica robusta e matura dei Rossofuoco. Ma forse, anch'io se avessi avuto quindici anni, invece che trentasei, sarei stato lì per pogare con "l'increible espectaculo de la vida y de la muerte" (che personalmente m'ha detto ben poco). Ci sarà tempo per tutti questi adolescenti, crescendo, di raffinare i gusti e di imparare a chiedere qualcosa di più dalla musica che non il semplice divertimento.

Posted by SergioG at 18:47 | Comments (4) | TrackBack

14.10.04

Libri & Musica

Artemista ha lanciato giorni fa MY BLOG READING#2? dedicato alla MUSICA. Si tratta di contribuire a creare una bibliografia di libri che hanno qualcosa in comune con la musica.
Ecco qualche veloce suggerimento:

Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi citava parecchia canzoni new wave anni ottanta, tra cui i Cure e un pezzo dei Diaframma.

Alta Fedeltà” di Nick Horby è un must (anche se un po’ maschilista) super chi è appassionato di musica, con le sue classifiche dei migliori dischi da portarsi sull’isola deserta, ecc. e con le sue citazioni di famose canzoni degli anni ‘70 e ‘80.

Non si muore tutte le mattine” di Vinicio Capossela è un buon modo per approfondire il mondo musicale e non di questo autore.

Lo straniero” di Albert Camus ha ispirato il primo singolo dei Cure, “Killing an arab".

Ne “L’ultimo Dio", Emidio Clementi dei Massimo Volume, ci dà qualche notizia biografica su quando suonava il basso nella suddetta formazione.

E l’asina vide l’angelo” è il primo e finora unico romanzo scritto da Nick Cave e pubblicato in Italia nel 1989 da Arcana editrice (ma ristampato di recente). Può servire per approfondire il mondo visionario, notturno e biblico di Cave.

RileggereIl partigiano Johnny” e soprattutto “I ventitrè giorni della città di alba” e “Un giorno di fuoco” per approfondire l’ascolto di “Linea Gotica” dei CSI.

Rileggere i più bei versi di Rimbaud (in francese s’intende) ascoltando la raccolta curata da Hector Zazou “Sahara blue” con Dead Can Dance, David Sylvian, John Cale, Cheb Kaleb, Ryuichi Sakamoto, ecc.

Ma in realtà, si potrebbe continuare all’infinito…

Posted by SergioG at 18:07 | Comments (0) | TrackBack

Immagini dal Reading di Poesia

BiblioAutoriPoesiab.JPG Reading2004b.JPG
Tra le poesie lette nel corso del reading al Castello di Racconigi:
"Versi del parto" pubblicati ne La Clessidra, aprile 2004;
"Ecolalia", inedita, sul numero 7.

Posted by SergioG at 12:06 | Comments (0) | TrackBack

11.10.04

I concerti dell'Hiroshima Mon Amour

HiroshimaLogo.gif
ECCO I CONCERTI ORGANIZZATI PEL L'AUTUNNO 2004 DALL'ASSOCIAZIONE HIROSHIMA MON AMOUR DI TORINO:
Per quanto mi riguarda, spero di non mancare ai concerti di Giorgio Canali, Stefano Giaccone, PGR, Sophia, ma ce n'è davvero per tutti i gusti….e a prezzi decisamente abbordabili.

Ottobre giovedì 7
TO ROCOCO ROT - 8 euro

venerdì 8
ELIO + OSSI DURI - Free

sabato 9
DISCO INFERNO - 8 euro

domenica 10
DEVENDRA BANHART + COCOROSIE - 10 euro

giovedì 14
OLD TIME RELIJUN - 8 euro

venerdì 15
TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI + GIORGIO CANALI - 8 euro

sabato 16
GEM BOY - 8 euro

giovedì 21
STEFANO GIACCONE e MARIO CONGIU - 5 euro

venerdì 22
SOPHIA + THALIA ZEDEK - 10 euro

sabato 23
PROZAC + GUEST - 8 euro

giovedì 28
BANDABARDO' - 10 euro

venerdì29
BUGO + GUEST - 5 euro
Golia e Melchiorre, il doppio di Bugo ora è realtà live.

sabato 30
HORMONAUTS - 5 euro

domenica 31
LA LUNGA NOTTE DI HALLOWEEN - Free

Novembre
mercoledì 3
KINGS OF CONVENIENCE - Teatro dellaConcordia di Venaria - 20 euro

venerdì 5
VERDENA - ore 22 - 10 euro

sabato 6
ORCHESTRA DI RITMI MODERNI ARTURO PIAZZA - ore 22 - 6 euro

domenica 7
ASH - ore 22 - 12 euro

giovedì 11
MACACO - ore 22 - 12 euro

venerdì 12
ANI DI FRANCO - Teatro della Concordia di Venaria - 15 euro

venerdì 12 - sabato 13 - domenica 14
TRA SOGNI E CONFLITTI
Quattro giorni di incontri, musica, cinema, seminari organizzati da FIOM, Il Manifesto, Hiroshima Mon Amour e Radio Flash.

sabato 13
TRA SOGNI E CONFLITTI -APRES LA CLASSE in concerto

domenica 14
TRA SOGNI E CONFLITTI

mercoledì 17
PGR

giovedì 18
MOUSE ON MARS - ore 22 - 10 euro

venerdì 19
GONZALES - ore 22 - 10 euro

sabato 20
MAMBASSA - Free

mercoledì 24
MELVINS

venerdì 26
FESTA SOTTODICIOTTOFILMFESTIVAL

Dicembre
giovedì 16
MAX GAZZE'

mercoledì 22
NEW YORK SKA JAZZ ENSEMBLE


Posted by SergioG at 10:32 | Comments (0) | TrackBack

02.10.04

OTTOBRE 2004: DUE APPUNTAMENTI CON LA POESIA

Domenica 10 ottobre presso la Dacia Russa nel Parco del Real Castello di Racconigi (CN), alle ore 15,00 (o se il tempo non lo permetterà, all'interno del Castello):

"La natura delle parole. Incontro con la poesia"

GianPiero Casagrande, Mauro Ferrari, Sergio Gallo, Mario Marchisio, Beppe Mariano, Flavio Russo - A cura di edizioni Joker, Novi Ligure.

La presentazione cita: un incontro di poesia a cielo aperto. Un esperimento per mettere alla prova la capacità delle parole e della poesia di attrarre l'attenzione del pubblico in un ambiente insolito, quello di un parco. (Saranno almeno gli scoiattoli rossi attenti? Dico io).
La sfida è stata raccolta da un gruppo di autori che, attraverso esperienze diverse, si trovano in qualche modo riuniti intorno alle edizioni Joker di Novi Ligure. Ad essi l'onore e l'onere di condurre quest'esperienza che alternerà momenti di lettura ad altri dedicati alla ascoperta degli autori, delle loro esperienze e del loro modo di scrivere…

(Personalmente, spero sia un'occasione utile per potermi confrontare con chi l'arte della poesia la mastica e la pratica davvero. Un'occasione unica per imparare e per maturare. Per ascoltare, ma anche per dire qualcosa di assolutamente mio).


Sabato 30 ottobre presso la sala comunale di Castellazzo Bormida (AL):

Ore 16.45 - RIFLESSIONI SUL PRESENTE

Conduzione: Mauro Ferrari

Interventi: Gabriela Fantato, Paolo Febbraro, Sandro Montalto

Letture: Roberto Bertoldo, Milo De Angelis, Gabriela Fantato, Gabriele Favagrossa, Paolo Febbraro, Mauro Ferrari, Sandro Montalto, Roberto Mussapi, Luciano Neri, Gianni Priano.


Ore 21.00 - INCONTRO CON I POETI

MILO DE ANGELIS
Intervento critico: Roberto Bertoldo, direttore della rivista Hebenon

ROBERTO MUSSAPI
Intervento critico: Mauro Ferrari, direttore de La Clessidra

CONCORSO LETTERARIO "GAMONDIOPOESIA" - III EDIZIONE.

Spero di non mancare.

Posted by SergioG at 23:27 | Comments (5) | TrackBack

INCONTRO CON MAURO FERRARI

Domenica scorsa ho avuto la fortuna di poter passare un po' del mio tempo in compagnia di Mauro Ferrari e fare con lui due chiacchere su poesia, libri, editori, mondo del lavoro, ecc, in realtà m'è parso di incontrare un amico conosciuto da tanto tempo…
Ho potuto finalmente appropriarmi della sua ultima raccolta di poesie, Nel crescere del tempo, edito nella collana Nightingale's dei "quaderni del circolo degli artisti" (per cui ha lavorato e pubblicato anche lo stimato Gian Ruggero Manzoni), di cui avevo avuto un assaggio nell'ottobre 2002 durante una sua lettura di inediti alla biblioteca di Fossano. E ho avuto dalle mani dell'autore anche una copia del suo prezioso saggio Poesia come gesto, appunti di poetica, uscito qualche anno fa per i tipi delle edizioni Joker, da lui diretta...

Si tratta in questo caso di una serie di articoli pubblicati sul quotidiano alessandrino "Il Piccolo" e aventi come argomento tutta una serie di importanti riflessioni e affermazioni sullo scrivere e sul senso del poetare nella società odierna: una vera e propria dichiarazione poetica, indispensabile strumento di verifica per chiunque voglia cimentarsi con lo scrivere e il leggere versi oggi.
In questo sottile ma importante libercolo Mauro Ferrari, dopo aver sottolineato attraverso le parole di Ezra Pound che l'arte della poesia è tutt'altro che semplice e che occorrono per poterla praticare grande "sensibilità, competenza e applicazione" e dopo aver delineato la figura del poeta come "testimone al centro (anzi: nel fuoco d'ellisse) del proprio tempo", afferma che la poesia è "una lotta quotidiana con le parole, con le cose e con le stesse domande da porsi: è questa la moralità e l’etica del poeta".
Si chiede quindi "Da dove giunge la parola che s'infrange sulla pagina?", si interroga sulle radici dell'ispirazione, sui compiti del poeta "il solo che può sentire la distanza, lo iato fra l'impulso primario, l'ossessione e il testo disteso sulla pagina" e su quale percorso (attraverso il ricordo, il sogno, l'immaginario, o il "mettersi in contatto con la zona limite della propria coscienza", ecc.) egli faccia per giungere alla poesia. Ribadisce che ad essa si arriva in realtà non solo dopo aver appreso le regole base del mestiere ed essersi cimentato con dedizione e "sofferenza" nella sua pratica - e queste sono parole mie - ma soprattutto attraverso "un continuo lavoro di paziente confronto e maturazione critica", nonché un attento lavoro di rinnovamento del linguaggio e delle tematiche e una continua rielaborazione (il cosiddetto labor limae) dei testi.

Interessante poi il discorso dell'unità tra parola e gesto (non solo l'inglese "jest" e il francese "bon mot", ma anche l'ebraico "davar" lega indissolubilmente i sostantivi parola, atto e gesto), che mi vede perfettamente d'accordo, per cui diventa chiaro che "la Letteratura acquisisce il valore di un gesto eroico". Inoltre - continua Ferrari - "anche la letteratura è messaggio di se stessa, metalinguaggio, sistema di segni che si mantiene in efficienza perpetuandosi attraverso le opere e parlando se stesso attraverso gli scrittori […] ma resterà parola alta e fondante finché riuscirà a mantenere alto e ricco proprio il valore del gesto, della pulsione verso la parola scritta che ne perpetua, un modo sempre più precario, una sua "profana perfezione" (ndr qui il riferimento è a Yeats).
Poi si sofferma a chiarire la differenza tra poesia e prosa, la differenza (non sempre facile da cogliere per un neofita, come il sottoscritto) tra poesia e non poesia, sottolinea come "la capacità di costruire bei versi (che comunque conta) non ha nulla a che fare con la Poesia; anzi, un bel verso spesso maschera l'assenza di Poesia e la pretenziosità (il che non vuol dire che per fare Poesia occorra scrivere brutti versi)" . Insomma, Mauro Ferrari non solo s'addentra nella questione etica, morale e filosofica che sta a monte del comporre versi, ma dà pure validi suggerimenti e consigli utili, come quest'altro: "Non c'è nulla di male nell'aver qualcosa da dire alla gente in un linguaggio che tutti capiscono (capita anche al miglior poeta), ma allora non si faccia Poesia, la quale è un'altra cosa: se vogliamo comunicare qualcosa a qualcuno con precisione e immediatezza, la tecnologia oggi ci ha messo a disposizione il fax. E, se vogliamo comunicare e basta, abbiamo il corpo. Solo se vogliamo fare Poesia, abbiamo la Poesia". Inoltre, si sofferma a spiegare le varie fasi compositive della poesia stessa quando "il primo verso è dato dagli dèi" ma poi occorre trovare i successivi - possibilmente all'altezza - e ciò che comporta difficoltà, in quanto "Tutto preso dalla sua lenta avanzata nel tunnel del significato, il poeta rischia di perdere il senso globale della costruzione o di abbandonarsi all'onda della scrittura e perdere il rapporto stretto con la cosa da dire, che è la prima esigenza dell'arte, anzi il suo scopo stesso". Insomma occorre restare in equilibrio, essere funamboli della parola, senza perdere il significato di quello che si vuole dire. Esamina infine il quadro sconfortante del mercato attuale, e la condizione della poesia oggi in Italia (e non c'è bisogno in questa sede di aggiungere altro).

Per quanto mi riguarda sono in una fase di stallo creativo da ben più di un anno e questo è dovuto a fattori diversi che si sommano; uno è sicuramente la maggior serenità lavorativa che mi ha accompagnato in questi mesi, rispetto a quelli turbolenti e carichi di tensione degli ultimi anni (e lo stress, l'inquietudine, l'insoddisfazione insomma i periodi di crisi di solito accendono l'ispirazione, mentre la troppa serenità o spensieratezza la soffocano, la by-passano). Inoltre, ho sentito l'esigenza di staccarmi dalla poesia, soprattutto dai miei tentativi passati di poesia, avendo bisogno di liberarmene e via via coltivando l'esigenza di maturare altre tematiche che non per esempio quelle sentimentali, nonché un altro e più maturo linguaggio (cosa per cui occorre molto tempo e molte letture). Insomma, vorrei mettere da parte la passata tendenza alla poesia lirica e cercare qualcosa di diverso, pur rimanendo nel mio mondo poetico. Ho sentito d'altra parte esigenze molto forti ad allungare i miei versi, a renderli più semplici e più vicini alla prosa (ma in realtà so che devo stare a metà strada, ovvero mantenere versi lunghi ma discostarmi dalla prosa e dal parlato, il ché e facile a dirsi ma assai difficile da ottenersi…). Forse un giorno ci arriverò a scrivere qualcosa di migliore. Di certo ora sono più consapevole dei miei limiti e spero che il confronto con gli altri (con i poeti veri come Ferrari) possa giovarmi e aiutarmi a ritrovare un'autentica ispirazione da incanalare con nuovi e più affinati strumenti. Altrimenti nell'impossibilità di progredire nella scrittura arriverò semplicemente ad una sana e consapevole rinuncia (meglio un silenzio necessario che una poesia falsa). Dice ancora Ferrari ed è musica per le mie orecchie: "il plus dell’Arte, quell’aggiunta che è insita nel saper rappresentare ciò che normalmente va perso nell’esperienza comune, è precisamente l’atteggiamento, il gesto dell’artista [...] inscindibile dalla dedizione e dalla vocazione (in latino “chiamata del dio”, in cui ci piace tuttavia trovare una traccia del dar voce alle cose, chiamarle dall’inesistente caotico e dar loro un nome”)".
Se sarò anch'io chiamato a seguire quella voce, a tentare la "mia" via alla Bellezza e alla Perfezione attraverso la musicalità della parola, allora ad ogni costo cercherò di essere pronto a questo sacrificio e all'altezza di questo compito. Almeno per il momento però, scrivere non è mestiere per me (Lo so che nessuno vive di poesia, nemmeno i grandi poeti!). Scrivere è talvolta - come ho già detto "sofferenza", in quanto richiede dedizione, tempo e fatica e un lottare con accanimento contro tutto e tutti, ma soprattutto contro una parte di sé stessi, scrivere con autenticità e sincerità poi è difficile come difficile è vivere nel mondo complicato e frenetico di oggi. Ma scrivere è anche, quando finalmente riesce, terapia, liberazione dal male, dal negativo, riscatto dal dolore dalle proprie debolezze ed errori. Andare oltre, andare altrove, superare il proprio limite.
Sono parole queste molto impegnative per me oggi, come d'altronde sono impegnative per un poeta le affermazioni dell'amico Mauro Ferrari, a cui auguro un futuro fatto di immortale poesia.

Concluderei con un paio di liriche (spero che Mauro Ferrari mi perdonerà se le riporto qui). Avevo già scritto (e scelto per un mio reading al Ratatoj di saluzzo i suoi versi in chiusura alla raccolta Al fondo delle cose - tra i miei preferiti di quel libro - e li riporto, insieme alla poesia d'apertura di Nel crescere del tempo (altro caposaldo…); auguro loro lunga vita.

*
Ciò che si annida
al fondo delle cose
sotto la carne
più in basso della carpa
silenzioso abitatore
di tane improponibili
è il rombo cupo del tuono
che sovrasta la mente
e non un Verbo che si dica umano:

e incomprensibile discorre
tra le cime estranee
dove si pascono
di piaceri e nostre pene
Dèi superni e alteri
sotto forme note visitando
di tanto in tanto i nostri luoghi,
meravigliati da tanto corpo in così poca mente.

- - -

PENSARSI LIQUIDI

E' questo il limite, credersi forme solide
e risentirsi degli spigoli che s'urtano -
le linee non combaciano, la storia esige
uno sfondo, un pretesto che renda plausibile
il quadro - tanto spazio occupato per anni;
solidi, però sperduti quanto sradicati
dalla terra, e nomadi nel còncavo
di quei fondali finti che ci fanno veri:
si cresce senza troppo merito
svolgendo la banale formula del nautilo,
che cresce nel silenzio e grida sogni eterni.

E la stocastica degli urti,
le occhiate che s'incrociano
attraverso un tavolo come due spade
sono due masse estranee che si sfiorano,
tangenze che si creano e si deformano;
stridore d'un tocco immaginato.

Più facile pensarsi liquidi, legami atomici più deboli,
quell'inumana miscibilità dei corpi che solo un attimo
un angelo in delirio può avere immaginato
chissà da dove cadendo, forse un soffitto di cielo,
e lui un alito soltanto, né pietra né acqua,
ariele senza superfici né liscia traslucenza,
ancora meno, ancora più, un'altra stato ancora,
aria nell'aria; vinto dalla pietà, spinto a donarci un poco,
un poco farci essere di più.

Posted by SergioG at 23:03 | Comments (1) | TrackBack