"Settanta metri al secondo è la velocità massima che può raggiungere un corpo in caduta libera nella nostra atmosfera…un chicco di grandine, una desueta bomba a gravità, un paracadutista sfortunato o un suicida che si getta dalla Tour Eiffel, poi l'aria lo frena e gli impedisce di essere più rapido. Questa è la velocità a cui viaggia questo album …" queste sono le parole che introducono all'ascolto del nuovo cd di Giorgio Canali, per l'occasione coadiuvato dai Rossofuoco ovvero: Luca Martelli alla batteria, Claude Saut alla chitarra basso e ai cori, Marco Greco alle chitarre e ai cori. Ospiti d'onore Gianni Maroccolo al basso, Reverendo Sam all'organo e Marc Simon alle trombe. Come promesso a Giorgio Canali in persona, non ho lasciato passare due anni per fare la mia recensione…che sia ben chiaro non è oro colato ma solo la mia discutibile opinione personale.
Giorgio Canali & Rossofuoco è un disco rabbioso, veloce, potente, ben curato nei suoni, un disco omogeneo e coerente, che non dà tregua né attimi di respiro, con parole appropriatamente affilate, impregnate d'intelligenza e che all'occorrenza sanno farsi mazzata nello stomaco e perché no anche calcio nei visceri. Una fotografia spietata degli infelici giorni nostri, delle nostre ipocrisie-pigrizie-nequizie, insomma di tutti i difetti, le debolezze, le schiavitù, le manchevolezze della nostra "moderna" società. Un disco che usa rabbia e ironia miscelate a pessimismo e disillusione, ma che ti obbliga a non stare passivo, ma a scegliere la parte in cui schierarti, a combattere per i tuoi sogni, contro tutto ciò che non va e prima che sia troppo tardi, un disco nobilmente incazzato e profondamente politico. Dieci canzoni infuocate che sarà certo esaltante proporre dal vivo (quando gli impegni con i PGR lo permetteranno), magari alternate con gli episodi migliori tratti dai due album precedenti…
"Precipito" è appunto il pezzo d'apertura (sconsigliato a chi deve viaggiare in aereo...), col basso di Maroccolo ben in evidenza, una sferzata d'energia accompagnata dalla tipica visione amara-ironica-strafottente di Canali: "Il sogno è precedere tutti nello schianto, in barba alle regole. E' l'estetica edonistica del nichilismo, mica balle!" (dall'intervista su "Rumore"). "Precipito, guarda come brillo mentre scendo / precipito, incandescente come una cometa risplendo / …come un fulmine a ciel sereno…/ che è più spettacolare e coreografica, se ti schianti, la furia degli elementi / giù, vertiginosamente giù, senza dimenticare di girarti verso le telecamere / fare "cheese ai fotografi…/ precipito, guarda che precisione la mia rotta di collisione con il mondo…"
"Guantanamo", all'inizio ha un giro di basso che richiama le atmosfere di "Questa è la fine" e "Pesci nell'acqua" e poi si trasforma in un combat rock alla Fratelli di Soledad: "Bastò meno di un minuto / alla ricerca del tempo perduto / per rendersi conto che era stato / solo tempo sprecato / gli anni della ricostruzione / mai più guerre e un nuovo mondo possibile…restano le scorie del sogno di un attimo / e del sogno di pace di un'epoca intera / solo sette colori su una bandiera / ma che fine hanno fatto gli altri colori / che fine hanno fatto i figli dei fiori…ma si può sapere dov'è? / questo paradiso di pace e amore / seguivamo tutti la stella del nord / invece era un satellite militare".
"Fumo di Londra" un po' primi Police (quelli di "Fall Out" e di "Roxane") un po' primi Clash, è più trascinante nel ritmo, ma anche più pessimista nel testo: "Fumo di Londra giù nella strada / pattuglie di netturbini in corsa / a raccattare i pezzi dei nostri nervi e i coriandoli di questa farsa…fumo di Londra sirene urlanti piogge più dure stasera / V2? Autobomba? Stellefilanti? O è la solita merda nera?".
"No Pasaran" ancora più scarnificata e dura, un vero e proprio inno di battaglia contro tutto e tutti (giornalismo, televisione, moda, banche, luoghi comuni, ecc.): "Padani, mediolani, stlisti morti, cani / e qualche mostro fotogenico / uno nessuno centomila quotidiani / il nonpensiero unico / mammamiamammamia dammi cento lire / chiederò all'esperto come investire / nei tuoi fondi azionari leggi il mio futuro / cicciobomba ragioniere con tre buchi nel culo e a ogni cambio di stagione in telerevisione / le "sempre più feroci" brigate partigiane / e ancora giù cazzate / come se piovesse / dal cilindro dal mago le brigate rosse / e giù sorrisi e canzoni e cazzate e ulteriori cazzate a reti unificate…[e noi "orfani di sinistra", come direbbe Ferretti,] "con i nostri pugni alzati ad illuderci beati che no pasaran, no pasaran…"
A seguire la trascinante "Mostri sotto il letto" (che inizia lenta e tranquilla, e poi "spacca" al momento giusto), con quel ritornello azzeccatissimo: "Sarà che le ragazze con cui esco hanno tutte mostri sotto il letto / le ragazze con cui esco hanno sempre un incubo nel cassetto" che è un po' la frase che si sente dire da chi è ancora single a trent'anni suonati, oppure è divorziato o separato o ha una lunga storia finita alle spalle ed esprime così tutte le difficoltà nel cercare d'instaurare altri rapporti validi con l'altro sesso (diciamo che anche le donne potrebbero dire lo stesso dei maschietti…)
Il reggae di "Fuoco Amico" ancora si collega al precedente "Rosso Fuoco" e apre la seconda parte dell'album: è la miccia accesa che fa scoppiare la bomba (le successive "Savonarola" e "Rime con niente")…"Si balla anche senza voglia / quando canta la mitraglia / è indice però di un evidente problema / se la mitraglia ti colpisce alla schiena / dettagli irrilevanti / accidentali inconvenienti / sprechi inevitabili / solo effetti collaterali… / L'uomo della digos travestito di nero / lancia sassi, urla slogan, sembra quasi vero / talmente vero che poi prende e porta a casa / le manganellate del collega in divisa / sfortunate coincidenze / malaugurate circostanze / esiti imprevedibili / indesiderate conseguenze…"
Poi arriva la fine del mondo (a Ferrara) di "Savonarola" che da sola vale l'acquisto del cd. Chitarroni a meraviglia, ritmi sincopati, basso trascinante e un racconto stile fumettone "noir" che narra appunto di un'Apocalisse dei giorni nostri con l'arcangelo San Michele e la sua spada fiammeggiante che sembra un "chitarrista metallaro" coperto di "borchie d'oro e aureola scintillante", un arcangelo peraltro "stronzo e misogino e per di più aggressivo" che trucida "mandrie di bionde all'ora dell'aperitivo (!!!); con il Leviatano che "emerge dal Po e striscia verso il centro" a fare strage "di tailleurs e di commesse" con le sue innumerevoli e bestiali teste; con i sepolcri che si scoperchiano, le orde di cadaveri che -ovviamente- pedalano nella città delle biciclette, pioggia di pantegane, nuvole di zanzare, insomma come dice Giorgio Canali: "Dio per guastarci la serata di più non potevi fare"; piogge di fuoco, di angeli trombettieri e in questo frastuono Savonarola che dal suo secondo rogo tuona incazzato come non mai: "ve l'avevo detto io, io che sono cenere, ora tocca a voi!". Perfettamente godibile per l'equilibrato alternarsi alle descrizioni apocalittiche dei toni sarcastici: "Mi sarei vestito meglio stamattina / se solo l'avessi immaginato / avrei trovato il modo di commettere qualche peccato in più" oppure "mi sarei fatto trovare molto, ma molto più ubriaco" ma è "troppo tardi per pentirsi, troppo tardi per i pentimenti / troppo tardi per i pianti / troppo tardi per l'happy hour… e "troppo tardi per rifarsi il guardaroba con gli sconti…"
Ma non è ancora abbastanza perché segue la Nick Caviana indemoniata e maledetta "Rime con niente", canzone non per niente presa in prestito e dedicata da Giorgio Canali all'amico Bertrand Cantat, voce dei Noir Desir, il "lupo" la cui voce appare in "Ah le monde" dei PGR, e che di certo in prigione per le note vicende, non se la sta passando di certo bene. "Resta l'insonnia, resta il vento bastardo / le carezze violente - il neretto è mio -, le rime con niente. / Ogni volta si riparte in un mondo diverso / con dentro lo stesso caos / che ha generato l'universo".
"Questa è una canzone d'amore" dà il colpo di grazia, innanzitutto perché è tutto quello che non deve essere una canzone d'amore: urlata, arrabbiata, snervata, violenta, dove volutamente cuore fa rima con tremore e fuoco eterno con rosso inferno; una canzone dove gli aggettivi abbinati al sostantivo amore sono: antisociale, sperimentale, interinale, assistenziale, terminale, funerale, orizzontale, anticlericale; insomma l'ennesimo pretesto per una critica sociale con i contro fiocchi dove amore è più sinonimo di una condizione di moderna "resistenza", in cui diventa sempre più indispensabile tirarsi fuori dal parapiglia e dai cori generali, stare con gli occhi bene aperti e combattere per i propri diritti e per i propri sogni, con tutte le forze e contro il giusto nemico, financo noi stessi.
A chiudere un album intenso e senza neanche una nota superflua la ballata notturna "questa no": "Sento il tuo corpo vibrare / forse è davvero la terra che trema / mi specchio nei tuoi sorrisi / dio, come si è confusi quando si ama / sento gridare più forte e sempre meno lontano / chiudi gli occhi / alza il volume / e vieni più vicino / vieni più vicino / è solo il vento che sbatte le porte sul suo cammino…è solo il mare che stanotte fa un po' troppo rumore / è solo il treno che fischia lontano".
Proprio per le stesse leggi fisiche di cui si parlava all'inizio: più di così non si può.

C'era attesa, SABATO 3 LUGLIO 2004, per il concerto al Nuvolari dei PERGRAZIARICEVUTA nuova formazione (senza Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco), con un disco nuovo fresco d'uscita (D'ANIME E D'ANIMALI) e il Giovanni Ferretti in forma visto in TV al concerto del Primo Maggio.
Devo dire che nel pomeriggio, ascoltando il nuovo disco non ho resistito e ho tentato, cercando i collegamenti tra i pezzi nuovi e quelli storici dei CCCP e dei CSI, d'inventarmi una scaletta (con ciò che mi sarebbe piaciuto riascoltare, io che di concerti di Giovanni Lindo & Company ne ho visti a bizzeffe dal 1986 al 2003!) tenendo conto della formazione del gruppo (con batteria e percussioni e con due bassi elettrici) e devo dire che in generale ciò azzeccato (sarebbe stato molto più difficile indovinare la scaletta del concerto del 2003 al Forte di Vinadio, dove non sapevo cosa aspettarmi e cosa avrebbero potuto suonare del disco omonimo dei PGR):
Ho pensato, per esempio, che i ritmi di "Divenire" potevano ospitare i versi di "A tratti", che un brano autobiografico come "I miei nonni" poteva essere collegato a brani come "Palpitazione tenue" o a "Come bambino"; che a "Cavalli e cavalle" fosse legato "Maciste contro tutti" (non solo per l'assonanza di "piangono i cavalli" del primo con "s'agitano i cavalli" del secondo, ma per la stessa riflessione sulla storia e lo stesso incedere incalzante dei ritmi) e così via, sperando nella rilettura anche di qualche inno "punkettone-orientaleggiante" di più vecchia data. E così è stato.
Non solo sono stato accontentato per la scelta dei brani, ma ho potuto assistere a una serata con Ferretti in forma strepitosa, forse come mai l'avevo visto: soddisfatto di sé, sorridente, sempre con un bicchiere di vino con cui brindare un po' alla Guccini, in salute, sicuro nel canto, chiacchierone e polemico e stimolante al punto giusto…insomma invecchiato bene, nonostante tutto, forse più saggio, sicuramente più consapevole d'essere esempio per tanti senza essere maestro per nessuno, essendo uomo imperfetto ma dalle mille risorse, dai mille input creativi, consapevole però di poter dare tanto ancora (comprese le sue a volte discutibili e originali idee politiche).
Ancora una volta tengo a ribadire che personalmente Ferretti l'ho sempre amato, rispettato (magari talvolta anche non compreso e altre maledetto) ma non l'ho mai idolatrato, né preso per oro colato tutto quello che lui ha detto.
Il concerto è iniziato con l'ultimo brano del nuovo disco, "Si può", poi è proseguito, dopo il saluto di Giovanni Lindo al pubblico, con due fenomenali versioni di "Narko$" (Epica, Etica…) e "Forma e Sostanza" (T.R.E.).
Ascoltare e vedere il buon vecchio Gianni Maroccolo riprendere in mano il basso elettrico e suonarlo in quel modo è stato per me che lo seguo dai tempi dei Litfiba di "Desaparecido" e"17 Re" particolarmente emozionante. Dall'altra parte Giorgio Canali controllava con maestria le distorsioni delle sue chitarre, cercando al meglio di sopperire alla mancanza di un Zamboni o delle tastiere di Magnelli.
Il nuovo disco è stato suonato quasi nella sua interezza: oltre a "Si può", abbiamo potuto ascoltare "Alla pietra", "Casi difficili" "Divenire", "Orfani e vedove" (il brano più discusso), "Tu ed io", "I miei nonni", "Cavalli e cavalle" (vero e proprio inno, fatto ben due volte!), "S'ostina".
E alternati a questi: una lunghissima versione di "Barbaro" (su CODEX) miscelata con "Maciste contro tutti", poi "Unità di produzione" (T.R.E.), "A tratti" (KODEMONDO), "Come bambino" (1°PGR), e "Tu menti" (SOCIALISMO E BARBARIE, anch'essa rifatta a furor di popolo come secondo bis, quando tutti gli amplificatori erano già stati spenti!).
In più, un pezzo inedito sull'Occitania ("Occitania: il nome femminile di Dio in Occidente", scandiva la voce di Giovanni) con letture da documenti storici che annunciavano le crociate contro gli Albigesi e i Catari del XIII secolo, i cui roghi sono diventati funebre simbolo a precedere i roghi dei forni crematori della Shoah. Chiara la ballerina, con in testa un elmetto medievale, si impalava alla Fatur, arrampicandosi e lasciandosi penzolare su un'insegna issata coi colori provenzali - giallo e rossi - del regno di Tolosa.
Tra le frasi scandite da Ferretti durante la serata ricordo:
Una precisazione sul ritornello di "Forma e sostanza", secondo cui "voglio ciò che mi spetta" significa avere "solo il giusto che spetta a ogni essere umano e niente di più, considerato che nel mondo la maggior parte delle persone non possiede che l'appena necessario per sopravvivere".
Ha ribadito la sua condanna contro i pacifisti (di cui tanto s'è discusso) e che mi sembra vada inquadrata allo stesso modo con cui Ferretti condanna il volontariato fatto per profitto. Ciò non significa che lui sia contro il volontariato e allo stesso modo non credo sia contro il pacifismo. Penso sia contro un certo modo falso e ipocrita di essere pacifisti. Ha sottolineato il fatto che "Ce ne vorrebbero di più di nemici contro cui combattere! "
E verso la fine del concerto: "Siamo soddisfatti di noi, ora tocca a voi essere soddisfatti di voi stessi!" Così dopo la performance dei "I miei nonni": "Si può invecchiare con dignità" e mi sembra di poter dire oggi che egli sia invecchiato bene o comunque molto meglio di altri.
"E mi sembra di tornare
In un sogno che conosco…"
PG(al cubo)R: ovvero Però Gianni Giorgio Giovanni Resistono.
E con loro alla batteria Pino Gulli (già in Kodemondo), il giovane Cristiano Della Monica (basso, percussioni, cori, già nel tour 2003 dei PGR) e la danzatrice-ginnasta tuttofare Chiara. Una serie di nuovi collaboratori integra il lavoro in studio, in primis Mr Peter Walsh (il nuovo Hector Zazou?) che oltre ad aver suonato in alcuni pezzi e arrangiato gli archi, ha registrato il disco in quel di Bath (UK) negli studi della Real Word di Peter Gabriel nel febbraio-marzo di quest'anno e lo ha missato assistito da Lorenzo "Moka" Tommasini. James Halliwel ha suonato l'organo hammond.
Più o meno tutte qua le premesse al nuovo lavoro dei PGR, scritto da Giovanni Lindo Ferretti "di getto, dormendo poco e male, mangiando pane, formaggio, olive, sempre la zuppa sulla stufa a ribollire e una bottiglia di vino buono, rosso fermo, sempre aperta e presto svuotata, nell'inverno o meglio nel gennaio del 2004 nella sua casa sull'Appennino toscoemiliano".
Ci si aspettava un disco genuino, di rock rumoroso, energico, alla CCCP, ai CSI di Kodemondo. E in parte così è. Si tratta di un opera di 58 minuti, varia e sfaccettata nella struttura, ambiziosa e curata negli arrangiamenti, che bene s'inserisce nella tradizione dei nostri, e che comunque tante cose (alcune importanti) dice, tenta ancora di dire. Certo alcune cose sono state già dette (e forse meglio) dai CSI di Kodemondo e di Linea Gotica. Ma occorre tener presente che Giovanni Lindo ha 51 (splendidi) anni, che anche i maestri Canali e Maroccolo (i cui nuovi dischi solisti sono appena stati pubblicati) hanno una certa età, che certe esperienze passate come i CSI di T.R.E. e il primo disco dei PGR, non si possono dimenticare. E che non possono più permettersi di scimmiottare le icone del punk o del post punk sul palco, come ai tempi dei CCCP, sarebbero ridicoli. Una delle cose che forse colpiscono di più è che il progetto PERGRAZIARICEVUTA resta un progetto aperto, i musicisti non più presenti, ossia Hector Zazou, Francesco Magnelli e la splendida voce di Ginevra Di Marco (la cui splendida voce certo manca tantissimo) non sono stati rimpiazzati in qualche modo. Sono insostituibili. Così come insostituibile è Massimo Zamboni.
Ma consapevoli di ciò i componenti rimasti hanno serrato le fila e si sono messi a fare semplicemente (con qualche incognita in più forse, ma con tanto lavoro e la dedizione di sempre) "ciò che dovevano e sapevano meglio fare". E dalle ceneri dei CSI, così come il Consorzio a sua volta naque dalle ceneri dei CCCP-fedeli alla linea, è nato una nuova affascinante esperienza sonora.
Il disco si apre con le note calme di "Alla pietra - 9 luglio 2003": celebra uno dei momenti più belli del tour dello scorso anno dei PGR: "Un temporale a scrosci, violento, tramonto due arcobaleni splendenti, il concerto non si fa, non ci sarà" , poi lo scenario cambia: " Sera in taverna, caldo di corpi, umido, cibo fumo bevande, tavoli ingombri di gente che mangia, ride sorride sorride, sta bene"…e l'atmosfera - o meglio la musica - cresce fino a diventare - credo nelle intenzioni non troppo celate dei nostri - quella di una nuova "Fuochi nella notte di San Giovanni": "Cadi ubriaco strafatto e stai dritto finchè ti prendono e ti distendono. Fottiti tecnica! Vaffanculo impianto, comincia la festa, si suona, s'amoreggia stanotte, si canta, si balla e si rimpalla…Ginevra canta e Chiara balla…Valentina sorride che la vita è questa, sorride balla che la vita è bella"…Ben consapevoli però che "Gli Dei sono partiti, auotoesiliati, Dio non si sa, ma un atomo divino è conficcato in ogni cuore umano".
Si passa a "Casi difficili", la canzone proposta in anteprima al concerto di Roma del primo maggio. L'intro è una rielaborazione della celebre "tammuriata nera" che, grazie alla straordinaria forza delle parole e alle chitarre dure (siamo dalle parti di Brace e Unità di produzione) si fa manifesto politico e pugno nello stomaco alla faccia del nostro quieto vivere e del nostro conformismo da poco o mal pensanti. Giovanni Ferretti si lancia in un vero e proprio "show" che riprende il meglio del suo repertorio (si passa dai toni polemici-ironici dei migliori CCCP-fedeli alla linea di Ortodossia, Affinità-divergenze, Socialismo e barbarie o Canzoni, preghiere, danze…, alla pseudo-napoletanità moraleggiante di Mozzillo O Re e Aghia sophia, passando per le riflessioni pessimistiche alla Sogni e sintomi, Irata, L'ora delle tentazioni, insomma in sette minuti e mezzo riesce a ripercorrere tutta la sua storia musicale e umana).
"Io nun capisc' e vote ch' succede, ma quell' che s' vede nun se crede, nun se crede"…il testo va letto tutto con attenzione e mandato a memoria, come vero e proprio manifesto del Ferretti pensiero: vale da solo l'acquisto del disco…Sia almeno sano…ascoltare!
Ma non si ha il tempo di perdersi ché già si è tuffati nelle melodie di "Divenire", ballatona circolare alla Settanta (sul primo dei PGR) , alla In viaggio o se preferite alla Fuochi nella notte di San Giovanni. Con le sue chitarre avvolgenti, le tastiere sognanti, i cori e il canto d'un Ferretti davvero in stato di grazia. Un in-canto che riavvicina alla bellezza, alla autenticità, alle magie della vita. Con quella frase messa lì, semplice e pungente, che ti entra nel cervello e non ti lascia più: "destinato alla gioia, l'uomo si nutre di noia".
"Orfani e vedove" : grazie all'incedere del basso di Maroccolo si ritorna di botto ai CCCP di Emilia paranoica, con la lucidità della visione storica di Ferretti (quello di Maciste contro tutti, Millenni) e i felici arrangiamenti arabeggianti degli archi alla Battiato (Nomadi e Voglio vederti danzare)…Pare davvero un miracolo…Giovanni scandisce secco le sue taglienti parole, ricche di immedesimazione fino ad arrivare alla sincerità autobiografica: "Io sto per quel poco che posso, coi più deboli…Fui monaco, guerriero, eretico albigese, bandito, campai d'abigeato…Repubblicano, anticlericale che, da secoli e secoli, sono cristiano, antifascista per indole, di fatto e partigiano" e ancora "Ero comunista del PCI emiliano, il miglior buon governo cittadino…sono una casa, una famiglia, una stalla, so che la geografia è destino, la storia non si fa, signorile, a tavolino…"
Tiene a sottolineare: "So che ci ha liberato l'esercito anglo-americano", ma il tono è ironico, beffardamente carico di rabbia e di sfida; "è per me un dovere amare il popolo ebraico, lo stato di Israele". Incita la vita comunitaria secondo i dettami del socialismo dei "kibbutz" e dei "moshav", parla di libertà, fratellanza, uguaglianza, ma non certo in una società come la nostra dove gli ideali hanno ceduto il passo alle più bieche logiche dello sfruttamento e del profitto, oppure in una terra, quello israelo-palestinese che non ha mai saputo trovare la pace e ha sempre nutrito col sangue il fuoco incandescente di un odio secolare. Veramente un grande pezzo.
"Tu ed io", fa il paio con la successiva "Io e te": qui si intuisce cosa ha dato la forza a Giovanni Lindo di rinascere a nuova vita, di buttarsi alle spalle tutto e a cinquant'anni suonati ritrovare le motivazioni giuste e l'ispirazione d'un tempo, nonostante defezioni e momenti di stanchezza o scoramento o semplicemente altre priorità ed interessi. Si tratta di due delicate canzoni d'amore, come non se ne sentivano dai tempi di Annarella o Amandoti, ma in cui l'esperienza amorosa - fisica e carica di sensualità nella prima canzone, spirituale e ciclica nella seconda - è vissuta in prima persona: "Ecco che i miei occhi su di te, cominciano a spogliarti e la gola si secca, la pelle si compatta e morbidizza, si compiace la carne…ecco che le mie mani su di te muovono in percorsi, disegnano arabeschi, tracciano diagonali"…Per arrivare ad un vero e proprio excursus anatomico del corpo femminile: "Lobo dell'orecchio, seno, capezzolo, ombelico, ginocchio, l'interno delle cosce, l'esterno e il resto, tutto, scanalature, conche, protuberanze, anche, tendini, ossa, peli, capelli, capelli, bocca, labbra".
"Io e te", dall'andamento elettronico, con tastiere e giro di basso in primo piano, il crescere costante delle chitarre disturbate, è più sussurrata nel canto, ricorda più da vicino le atmosfere del primo disco dei PGR: "…Traverso la carne sfioro, attimo eterno, l'anima s'infuoca, comincia a vibrare ingorda, s'abbevera in piacere di finitezza e dolore…Voglio nascere, rinascere, morire e rimorire d'amore" a sottolineare se ancora ce ne fosse bisogno la necessità di Giovanni d'indagare - e di salvare - l'essere umano nella sua interezza, dalla fisicità alla spiritualità, passando per il carattere di ciascuno, vizi e pregi compresi nel prezzo quando si ama veramente.
Nel mezzo "I miei nonni" ci riporta indietro negli anni a quando Giovanni era bambino e viveva in un casolare in campagna in compagnia dei nonni. Sappiamo già da dichiarazioni di Ferretti dei tempi di Linea Gotica, quanto egli fosse legato alla figura della nonna, menzionata anche in Tabula Rasa Elettrificata nei versi finali di Vicini.
La descrizione è quanto mai delicata e struggente e diventa accorata confessione, disarmante nella sua assoluta semplicità e sincerità: "Rendo onore a chi mi ha preceduto tra mille errori e abominevoli credenze, mi ha fatto vivo, sopravvivere, crescere, il mondo è complesso, incantevole, difficile, rendo onore a chi mi ha voluto, mille e mille errori, abominevoli presenze, io sono vivo, sopravvissuto, cresciuto e il mondo è difficile…Eppure dice Giovanni: "Lo bramo, mi attrae, mi confonde l'apprezzo, divino il suo costo, umano il suo prezzo, è un prezzo, il suo prezzo, l'accetto lo pago l'apprezzo".
Arriviamo così a "Cavalli e Cavalle", pezzo caposaldo dell'intero lavoro. Già in passato Ferretti aveva scritto un pezzo (non molto felice, in verità), Io e Tancredi, sul suo cavallo preferito, ma i cavalli, da quelli citati in Maciste contro tutti a quelli mongoli descritti in Tabula Rasa Elettrificata, sono sempre stati un suo pallino, come egli stesso ci ricorda in pochi illuminati versi prima del testo della canzone:
I cavalli sono per me spettacolo di incomparabile bellezza. La terra si anima del loro passaggio, li nutre, li protegge e di loro si nutre in caotica armonia. Li scalda il sole, li lava la pioggia, li fa robusti il gelo e li seleziona il deserto, il vento li spazzola che possano risplendere alla luna. Sia lode al Creatore.
Ma in realtà il pezzo parla di altro, usando i cavalli come metafora per parlare della storia dell'umanità, e attraverso il comportamento tanto assennato degli animali sfruttati e sottomessi ma fedeli all'uomo, riuscire a vedere i comportamenti dissennati e distruttivi dell'uomo stesso. E si parla allora di Islam e Cristianesimo, della loro difficile e sanguinosa convivenza:
Quando l'Islam è comparso e si è imposto nel vicino Oriente e non solo, che boccata per l'umanità! Un quarto di luna nuova. Una civiltà complessa, colta e potente, altra ma a noi comprensibile e vicina e lo scontro, per quanto inevitabile era capace di generosità e di rispetto. Poi sul nostro versante mediterraneo fondamentalismo cattolico e/o protestante hanno oscurato il nostro cielo: secoli e secoli di guerra di religione condita di ogni contorno. Loro intanto fiorivano…Oggi il fondamentalismo cattolico e/o protestante è ridicolo o caricaturale, più preoccupante, a benvedere, quello laicista, ma è il fondamentalismo islamico nella sua deriva eroico-terrorista il problema inevitabile dell'Occidente e nello specifico dell'Europa. E' in gioco la nostra esistenza reale, per quanto poco sia il nostro valore.
E la musica si fa potente di chitarre e bassi elettrici a sussultarci carica di energia e di elettricità, mentre Ferretti con gli occhi allucinati ci "rassicura" sul nostro bel destino da occidentali: "Patroclo va incontro alla morte, e morirà…Cesare va a morire e non lo sa…" e poi sbeffeggiante inneggia al "nuovo" possibile dominatore (così come un tempo inneggiava ad Allah e a Gheddafi, suo profeta): "Profeta, Dio lo ha in gloria, Mohammed".
Era meglio Gheddafi, uno con cui si può venire a patti, uno sufficientemente occidentalizzato. Chi può venire a patti ora con un dirottatore d'aereo o con uno che si fa esplodere su un bus del centro o in mezzo ad un mercato affollato, in odore di paradiso?"
"S'ostina" , è il pezzo suadente che conclude il progetto collettivo di Maroccolo, "ACAU".
Qui riproposto sempre in veste elettronica, con la voce che da agonizzante e pastosa si apre alle armonie d'un ritornello che sa catturare come una luna piena nel cielo. Da segnalare la citazione del Qohelet: "Il tempo per partire, il tempo per tornare, il tempo di guarire, quello che fa ammalare" e l'immagine della madre che allatta il bimbo: "Quando la madre scopre il seno il bimbo inebriato dal profumo di buono impara il vuoto e il pieno impara l'attesa, la gioia e l'abbandono, impara ad imparare le tracce che fanno camminare". Un Ferretti new melodico.
"P.G.G.G.R". si prende il gusto di ripetere il gioco fatto in Kodemondo con Home Sweet Home, facendo il punto sulla situazione del gruppo: Però Gianni Giorgio Giovanni Resistono. E qui si instaura una riflessione assai gustosa sui diversi significati della parola "resistenza". "Resisto perché esisto, resisto finché esisto…Altri hanno Resistito, in altro tempo, per Loro era la vita in gioco, a perdere non poco, né tornaconto, né vanità"- il tema sempre caro a suo tempo elaborato in Linea Gotica - "E se oggi mi dicono: resistere, resistere, resistere (ndr chiaro riferimento alle parole del giudice Borrelli) non so se piangere o ridere, non ci posso credere, non ci posso credere" e non può che ritornare la citazione di tamurriata nera, da cui s'era partiti, ma stavolta col testo capovolto nel suo significato: "mi pare di capire che succede e quello che si vede lo si crede. Io ci crede".
A chiudere "Si può": ballata lenta che prelude al poi e s'apre alla speranza dei buoni propositi: "Me ne voglio andare per monti a camminare, essere migliore, studiare, lavorare…". Ma a Ferretti si può perdonare davvero tutto, anche quando diventa melenso, come in questo caso. Quel suo sorriso posto a sigillo alla fine, ci dà la certezza che anche se non l'abbiamo mai conosciuto, lo porteremo sempre nel nostro cuore.