Tra i concerti interessanti proposti dal NUVOLARI LIBERA TRIBU' nel periodo giugno-luglio al Parco della Gioventù di Cuneo, da segnalare:
15 /6: PERSIANA JONES + SLIDE
17/6 : TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI
18 /6: YUPPIE FLU
19 /6: FRANKIE HI NRG
25 /6: CAPAREZZA
26 /6: MISTONOCIVO
27 /6: YO YO MUNDI + WU MING
29 /6: MEGANOIDI
01 /7: THREE SECOND KISS + ELEPHANT MAN
03 /7: P.G.R.
04 /7: CASINO ROYALE
07 /7: Z-STAR
09 /7: SOPHIA
11 /7: AFTERHOURS
16 /7: VERDENA
17 /7: SKIANTOS + HORMONAUTS
Come riportato sul sito di Maroccolo, il nuovo cd dei PGR che s'intitola "D'anime e d'animali" uscirà nei negozi il giorno 3 di luglio. Presto recensione di disco e concerto.
«E' cominciata all'improvviso questa mania di scrivere, come se a un tratto ci fosse qualcosa che dovessi cacciare fuori a tutti i costi, come se qualcosa avesse continuato ad accumularsi dentro di me durante i mesi passati via, e ora, per non marcire, premesse per venire fuori. Tutto quel silenzio, quello stare da solo. E' bastato tornare a casa per rendermi conto di quanto fosse stato prezioso quel periodo lontano dall'Italia. Le notti a Örebro passate in mezzo alla città deserta, i pacchi dei giornali ricoperti da un sottile strato di neve che recuperavo all'angolo tra Bromsgatan e Rosenhillsgatan. poi il giro di consegne tra le serrande abbassate e qualche finestra illuminata, attraverso la quale, ogni tanto, vedevo apparire una sagoma solitaria. Era facile fantasticare su quelle ombre. Cosa c'era che non andava con la loro vita? Cosa li tormentava al punto di farli alzare dal letto e vagare da una stanza all'altra circondati dai sogni degli altri? Avrebbero acceso la radio per tenere a bada la solitudine? Avrebbero scritto una lettera? Stavano rimpiangendo qualcosa? O forse erano convinti che non c'era altra condizione se non la mancanza di luce per poter afferrare il significato chiaro delle cose e, allo stesso tempo, provare quella sensazione di intimo mistero di cui io, solo adesso, a tremila chilometri di distanza, percepivo l'intensità?
Le prime domande che mi sono posto sulla vita degli altri le ho formulate a venti gradi sotto zero, a cinquantanove gradi di latitudine nord, mentre pedalavo su una bicicletta lungo Holmgatan, e probabilmente, senza che me ne rendessi conto, sono state le mie prime domande da scrittore […] In realtà non so mai trovare una fine alle cose che scrivo, non so mai dove farle andare a sbattere. Mi sono accorto che le mie storie non sono come quelle che leggo nei libri, dove la vita sembra che scorra come un fiume in piena e dal fondo sbuca sempre qualcosa che luccica. Forse perché la mia somiglia a un torrente in secca che si disperde lungo gli argini e a guardarla non capisco mai il senso in cui si sta muovendo. Allora lascio perdere, a metà di una frase che non va da nessuna parte, mi alzo dal letto e comincio a pensare che per avere qualcosa da dire mi occorrerebbe un'altra vita, una di quella ricche e profonde in cui basta immergerci le mani per catturare le storie…»
Emidio Clementi, da "L'ultimo Dio" Fazi Editore.
«Durante il giorno non esco quasi mai. Se lo faccio è solo per andare alle prove. Ho comprato un basso nuovo e ho ricominciato a suonare. Siamo in quattro e mi piacciono le cose che facciamo. Abbiamo preso in affitto un garage sotterraneo dentro un palazzo a qualche chilometro dal centro. Gli inquilini non si lamentano del rumore, ma è scomodo se a qualcuno scappa da pisciare. L'ultima volta che ci siamo visti, ho fatto leggere agli altri le mie cose. Egle e Vittoria si sono guardati tra loro e mi hanno messo di fronte a un microfono. Mi hanno chiesto se me la sentivo di cantare quello che avevo scritto. Ho risposto che non so cantare. «Chi se ne frega», ha fatto Vittoria. «Se non ci riesci mettiti a urlare».
Solo il nome mi lascia perplesso: Massimo Volume. Il resto del gruppo è convinto che quel nome serva a dare l'idea di qualcosa di potente e corrosivo, ma quando la gente lo sente la prima cosa che chiede è: «chi è Massimo tra di voi?».
Emidio Clementi da "L'ultimo Dio" Fazi Editore.
Così nacquero i Massimo Volume, uno dei gruppi italiani più interessanti a cavallo tra anni ottanta e novanta, di cui Emidio Clementi, detto Mimì, era il leader carismatico. Un gruppo che ha saputo coniugare atmosfere letterarie e musicali come nessun'altro in Italia, merito della voce unica e inconfondibile del parlato che ne animava le canzoni, ma anche dei bassi ossessivi e delle chitarre rumorosamente inquiete, lasciate in scomodo sottofondo.
Riascolto spesso tra i loro album proprio "Lungo i bordi", dove in apertura si cita "Il primo Dio", il libro di Emanuel Carnevali, che ha segnato la vita musicale e quella di scrittore dello stesso Clementi.
Quell'inquietudine, quella rabbia che sta per esplodere, quel senso di profonda insoddisfazione che trasmette la voce di Emidio, con le sue frasi lasciate a metà, le sue urla epilettiche, le sue disperate e claustrofobiche descrizioni, è quello che mi accompagna ogni giorno, quando mi accorgo di quanto poco mi riconosco nel mondo che mi circonda. "Emanuel Carnevali, Rimbaud…è nella pioggia oggi il vostro grido!"
I Massimo Volume, con i Franti più introspettivi, i primi Diaframma di Nicola Vannini e Federico Fiumani, sono stati tra i pochi a percorrere nella musica rock una strada difficile e alternativa, fatta di argomenti scomodi, di atmosfere notturne, di incomunicabilità e solitudine dell'uomo moderno (i cui maestri primi e ancor oggi insuperati restano gli inglesi Joy Division). Un filo sottile li lega e li avvicina come frammenti raccolti su una spiaggia in momenti diversi di uno stesso oggetto andato in pezzi. Una strada che si avvicina molto agli abissi squarciati dalla poesia, quella autentica, quella sola in cui so riconoscermi.
Una settimana in Olanda (come la Svezia di Mimì) servirà forse a farmi ritrovare l'ispirazione, dopo tutti questi mesi di accumulo?
"Spegnetemi o incendierò il mondo".
Sul numero di Rockerilla di maggio un articolo di Giancarlo Susanna ha particolarmente attratto la mia attenzione. L'articolo si intitola The Dream Syndicate - Storie di fantasmi e nella parte iniziale dice:
"Vi sarà di sicuro capitato di leggere da qualche parte affermazioni del tipo "non bisogna mai incontrare di persona i musicisti e men che mai diventare loro amici; ne va dell'obiettività dei giudizi, eccetera eccetera"… Con tutto il rispetto delle opinioni altrui, mi viene proprio da dire "Balle!"
Dopo tanti anni di mestiere, ho più amici tra i musicisti che tra i colleghi. Il destino ha voluto che io non sia mai riuscito a vedere i Dream Syndicate dal vivo - alcuni dei loro concerti italiani sono entrati nella leggenda - ma nel lontano 1990 ho avuto occasione di assistere a una serata di Steve Wynn al Macabre di Bra (CN). Lo avevo intervistato nel pomeriggio e ovviamente gli avevo manifestato tutta la mia stima e la mia ammirazione. Per me Dream Syndicate era sinonimo di Stereonotte, di una musica bellissima e per niente "allineata" con le mode e le tendenze degli anni '80. E ognuna delle edizioni che mi avevano visto al microfono fino al 1989 era stata segnata da un loro album. Trasmettevamo da una riserva indiana anche allora, ovviamente, ma adesso che non c'è neppure quella specie di zona franca (è rimasto solo il sabato notte su Radio Uno), le cose sono davvero peggiorate a Radio Rai.
E' inutile dire che Steve fu gentilissimo. Tanto rilassato durante la conversazione in albergo quanto scatenato sulla piccola pedana del Macabre. Quel giorno è nata un'amicizia che mi onora e che è diventata col trascorrere del tempo sempre più salda.
Quando la Rykodisc ha annunciato la ristampa di "Ghost Stories" e "Live at Raji's", è stato naturale pensare di scrivergli per saperne qualcosa di più…"
Io ero presente al Macabre quella sera di quattordici anni fa. E' stato semplicemente il concerto più bello di tutta la mia vita. La scaletta scelta per l'occasione da Steve Wynn & soci mescolava le canzoni del suo primo magnifico album solista "Kerosene Man" (del 1990), con il meglio del repertorio degli allora appena sciolti Dream Syndicate. Ricordo che c'era addirittura uno dei componenti storici del gruppo, ovvero il chitarrista Karl Precoda. Fu una serata indimenticabile non solo per Giancarlo Susanna - a cui va tutta la mia ammirazione e i miei ringraziamenti non solo per l'articolo in questione, ma per tutto quello che ha fatto e ancora fa per la musica rock- e per il poco ma caldissimo pubblico presente, ma anche per il sottoscritto…Mi trovavo infatti in prima fila proprio davanti al signor Wynn, e come fan assai devoto mandavo a memoria tutte le sue canzoni fino ad allora incise ed ero notevolmente impressionato in primis dalla sua grande umiltà e carica umana, nonché dalla sua notevole tecnica chitarristica…
Mi ricordo peraltro che durante l'esecuzione di uno dei pezzi del nuovo disco, "Here on earth as well" se la memoria non mi inganna, una pausa più prolungata del solito nella versione dal vivo prima dell'entrata della voce di Steve, mi permise di fare - per un attimo breve ma intenso - un piccolo "duetto" con lui , dato che non riuscii a trattenermi e cantai al suo posto l'attacco che dava il via al crescendo finale ("that man say it ain't got no justice / he was stupid and he fell") che si sentì benissimo trovandomi a una trentina di centimetri dal microfono… Al ché Mr Wynn, sorridendo rispose scherzosamente con la battuta: "Here is my cousin!…" prima di continuare col bellissimo finale della canzone. Avevo i brividi dalla punta dei piedi alla punta dei capelli…Fu un concerto davvero straordinario per energia, qualità dei suoni e resa dei musicisti che accompagnavano Wynn (oltre al citato Precoda c'erano un bassista cowboy con stivalacci e cappello texano e un formidabile batterista, di cui però non ricordo i nomi) e progressivamente incendiato dai cavalli di battaglia dei Syndicate fino al conclusivo e interminabile bis di "John Coltrane stereo blues".
E così sono diventato - in una serata davvero speciale "cugino" italiano di Steve Wynn, che ha fatto dell'Italia un po' una seconda patria, non mancando mai di presentare in concerto negli anni a venire i suoi lavori appena pubblicati…
Inutile dire, per chi quei dischi non li ha mai ascoltati che ancora oggi sia "Ghost stories" (ultimo disco in studio dei Dream Syndicate, anno 1988) sia lo splendido "Live at Rajii's" (compendio dal vivo del meglio del gruppo) suonano genuini e validi a tutti gli effetti. Suggerisco quindi di non farseli scappare (tanto più che ci sono pezzi in più rispetto agli originali), così come non dovrebbero mancare - e spero vengano presto ristampati - gli altri loro capolavori, ovvero il primo disco "The day of wine and roses" (1982) e il secondo mitico "The medicine show" (1984) rintracciabili in vinile in qualche mercatino per collezionisti, a prezzi credo ancora accessibili.
Solo leggermente meno interessante "Out of grey", il terzo disco uscito nel 1986.
Tra i tanti dischi solisti e in compartecipazione di Steve Wynn, oltre a "Kerosene Man" e al successivo "Dazzling display" (1992) sono senz'altro da ascoltare "Melting in the dark" (1996) e soprattutto il doppio "Here comes the Miracle" (2001), nonchè il primo disco uscito come progetto "Gutterball" (1993). L'ultimo suo c.d. "Static transmission" è datato 2003.
Come suggerito da Claudia e riportato da Linea Gotica il pezzo dei PERGRAZIARICAEVUTA suonato in anteprima al concerto del primo maggio si intitola "Casi Difficili" e sarà probabilmente anche questo il titolo del prossimo disco dei PGR e del tour che ne seguirà.
Il testo cantato da Giovanni Lindo Ferretti recita (versione non ufficiale):
P. G. R.
Casi difficili
(recitato)
Sento d’un foco un freddo aspetto acceso
che lontan m’arde e sè con seco agghiaccia;
pruovo una forza in due leggiadre braccia
che muove senza moto ogni altro peso.
Crudele, acerbo e dispietato core
vestito di dolcezza e d’amar pieno.
(Michelangelo Buonarroti, Rime)
"Io non capisco proprio che succede
ma quello che si vede non si crede, non si crede"
(ndr. citazione da "Tammurriata nera").
Posso essere perplesso se chi fa il bene
dell'umanità mette i propri vecchi all'ospizio?
se chi fa il volontario ci guadagna un salario
ingrassa il suo amor proprio e il nostro obbrobrio.
Un volontario senza eccesso di zelo, fa gratis quel che può e gli par zero.
Curare sevizie di schiavi viola l'umanità
se non si fa la guerra, a schiavisti e schiavitù,
almeno si sostiene chi, a proprio rischio, la fa.
L'abominio fiorisce in pretesa innocenza
che al Bene serve cuore e conoscenza.
Sono perplesso, sono depresso, sono incazzato molto, molto peggio.
Vale più un cuore puro e un cazzo dritto
d'ogni pensiero debole, piagnone, contro.
Solo soddisfatto di sé. Insoddisfatto.
Vale più un cuore puro e un cazzo dritto
d'ogni pensiero debole, piagnone, contro.
Comunque sempre solo insoddisfatto.
IL MONDO NON VI PIACE? ARRUOLATEVI!
IL MONDO NON VI PIACE? ARRUOLATEVI!
IL MONDO NON VI PIACE? ARRUOLATEVI!
Siamo casi difficili, tra chirurgie e analgesici
residui complicati d'infauste ideologie,
psico-sociali, estetiche, religioso-politiche,
vivi di vaccini, trapianti e molti molto buoni sentimenti.
Dove qualcuno muore di lamentele e stenti,
qualcuno ingrassa, s'accarezza il ventre.
Se s'azzoppa l'incassa, se cade si rialza,
dolorante e dritto, dolorante e dritto.
Anima pura che stai lassù in montagna
la vita è un falsopiano non un palo di cuccagna.
Anima dolce che stai tra i cottonfiock
metti i piedi per terra, sentirai che elettroshock.
Anima bella che giochi la tua pelle
il prezzo va alle stelle dovrai pagarlo tu.
Anima forte che cerchi miglior sorte
la forza è qualità e viene giudicata per quel che fa o non fa.
Per quel che fa o non fa.
Per quel che fa o non fa.
Crescere, morire in pace
non c’è assicurazione che vale
c’è terra sotto i piedi
il cielo oltre i pensieri.
Costruirsi l’inferno
a ognuno, ognuno il suo
abitarlo a fatica
imposti manutenzione e costi
perdite in tasca, profitti,
occhiali scuri, non ci sono gli occhi.
Cuori comprati al mercato
Chiamarlo Paradiso e crederci
Chiamarlo Paradiso e crederci
Chiamarlo Paradiso e crederci
Nascere non è caso ideologico, medico, etico
E’ antecedente all’idea di diritto,
divina conseguenza d’amore.
Sia almeno sano scopare!
Sia almeno sano scopare!
UMANO ATTO ANIMALE
UMANO ATTO ANIMALE
Vale più un cuore puro e un cazzo dritto
d'ogni pensiero debole, piagnone, contro.
Solo soddisfatto di sé. Insoddisfatto.
OCCHIO BIMBA, STAI DRITTA
OCCHIO BIMBO, STAI DRITTO
OCCHIO BIMBI, DRITTI! DRITTI!
Altre informazioni sul sito ufficiale di Gianni Maroccolo.
Il sesto disco dei Blonde Redhead si intitola "Misery is a butterfly".
E' edito dall'inglese 4AD e questa è la prima vera novità, dato che gli ultimi due cd erano stati stampati dall'americana "Touch and go". Ma l'etichetta inglese per certi versi calza a pennello con questo gruppo newyorkese anomalo, formato dai fratelli italiani Amedeo e Simone Pace e dalla cantante giapponese Kazu Makino, che amore per certi suoni obliqui e sperimentali, l'hanno sempre avuto. La 4AD, è bene dirlo non è più quella storica degli anni ottanta guidata da Ivo [che aveva edito dischi ormai appartenenti alla storia musicale di quegli anni, come il primo dei BAUHAUS, il battesimo dei BIRTHDAY PARTY e dei THE THE, "Surfer rosa" e "Doolittle" dei PIXIES, le raccolte Vol.1 & 2 delle celebri MISTERE DES VOIX BULGARES, tutti i dischi di COCTEAU TWINS e DEAD CAN DANCE, i tre progetti musicali usciti sotto il nome THIS MORTAL COIL, i dischi di altri gruppi spesso sottovalutati dell'ondata New Wave come COLOURBOX, WOLFGANG PRESS, THROWING MUSES, DIF JUZ, CLAN OF XYMOX, ecc…], perché è passata di mano, ma riesce ancora a puntare su qualche "cavallo di razza", come in questo caso.
"Misery…" era molto atteso dai fans del gruppo e dai critici musicali, dopo il successo ottenuto con il precedente "Melody Of Certain Damaged Lemons" - del 2000- di cui è per molti versi, la continuazione.
E' un disco molto elegante e raffinato, fin dalla foto di copertina ornata di piume di struzzo bluette e un po' demodè, così come nella curatissima grafica e nell'impaginazione del libretto con i testi. E' certamente il disco più maturo e "pop" (proprio nel senso di "popular") che i nostri hanno fatto finora.
E' un disco dalle atmosfere tranquille, malinconiche e tristi, ma è anche un disco pieno di melodia, di riferimenti morriconiani nelle orchestrazioni dei violini, distante dal rock e da certi sperimentalismi (di suoni elettronici e di chitarre) o rumorismi vagamente "Sonic Youth", che avevano caratterizzato i Blonde Redhead degli esordi.
Certo, le voci particolari di Kazu (la "gatta smorta") e di Amedeo sono sempre quelle, con intatte le loro capacità di ammaliare (o di non piacere affatto, a seconda dei gusti), di trasportare nel loro fantastico e malinconico mondo.
Tutto ciò -se si vuole- era già presente nel loro disco che ho ascoltato e amato di più, ossia "La mia vita violenta", il secondo della loro produzione musicale e dal titolo marcatamente pasoliniano -era il 1995- forse ancora giustamente considerato il loro capolavoro. Ad esso seguirono due lavori altrettanto interessanti e sottovalutati quali "Fake can be just as good" del 1997 e "In a expression of the inexpressible" del 1998.
L'inizio di "Misery is a butterfly" è affidato alle folgoranti note di "Elephant Woman", che è stato scelto anche come primo singolo: il sospiro leggero e malinconico creato dalla voce di Kazu, si fonde con auliche chitarre alla Cocteau Twins e deliziosi arrangiamenti di violini e violoncelli, un vago riferimento a colonne sonore di film fine anni settanta-inizi ottanta ("Frantic" di Polansky, tanto per fare un nome) e a quei suoni "vintage" oggi tanto di moda. "Angel / I can see myself in your eyes / angel won't you feel for me from your heart / do return my heart to me / no don't insist i'm already hurt…"
Più classica ballata alla Blonde Redhead è "Messenger", guidata dalla dolce e stranita voce di Amedeo. Anche qui assolutamente magico è l'intreccio tra chitarre e suoni elettronici, in un crescendo avvolgente e drammatico.
Poi i ritmi rallentano con la struggente "Melody", delicata musa perduta da tutta l'umanità, figura però che ha ispirato l'arte musicale e poetica dei ultimi Blonde Redhead. Canta Kazu: "Why did you kill that poor old man, melody / She said, "he was never good to me" / Sha said, "he was never kind to me".
"Doll Is Mine" arriva in fondo al cuore e lo spacca: ancora si mescolano violoncelli, pianoforte e chitarra, in un armonico crescendo; si parla dell'inevitabilità dell'amore, dell'inevitabilità del suo esplodere e del suo morire, ma amore per una bambola: "Mine is an act of love / mine is a wish to solve / and mine is to sink by your side […] I must have felt so much pain / it's funny how some things do remain /it isn't true that things do change / isn't it strange how pain remains but don't look so sad / cause it isn't sad that I have you to myself…" dice con spietato languore, Amedeo.
Il piccolo capolavoro arriva con la canzone che dà il titolo all'intero album…una melodia di pianoforte che non ti abbandona più, la voce di Kazu capace di farti sognare…Semplicemente una lettera che parla del rimpianto per un amore che poteva essere e non è stato: "…Dearest Jane I want to give you a dream that noone has given you / remember when we found Misery, we whatched her watched her spread her wings and slowly fly around your room / and she asked for your gentle mind / Misery is a butterfly / her heavy wings will warp your mind / with her small ugly face and her long antenna and her black and pink heavy wings". Una farfalla chiamata miseria, inettitudine, incapacità d'amare, durezza della vita, ma anche destino crudele…
La seconda metà del disco comincia con "Falling Man": un più disilluso e concreto Amedeo scruta con sorriso amaro nella pochezza e nelle contraddizioni umane, analizza ogni rapporto con anatomica precisione, con il bisturi tagliente della ragione: "I know a ghost will walk through walls yet I am just a man still learning how to fall" ripete quasi con ossessione e ancora: " When you start doubting me then I start to doubt myself / and never look through me cause I'll keep close to myself / I am what I am and what I am is who I am…"
"Anticipate", grazie a soavi suoni di tastiera - di giocattolo o giostra - e alla mielosa voce di Kazu, porta nuovamente alle soglie del cielo, ad un paradiso di tristezza e bellezza: "Knowing you Knowing me We're deeply sorry You're broken Maybe baby / maybe it didn't happen / maybe all of this would go away…".
"Maddening Cloud" è un pezzo più ritmato e riporta in certo qual modo ai passati Blonde Redhead; il tema quello dell'incomunicabilità, dell'incontentabilità e della follia dei rapporti umani…quando i cori nel finale si fanno sentire di più, ritorna alla mente il crescendo di "For the damaged coda" che chiudeva il cd precedente (era anche nella colonna sonora de "L'ultimo bacio" di Muccino)
La piccola cantilena a spirale di "Magic mountain" rimanda invece a certe magie psichedeliche Sid Barrettiane, alla suadente Alice-prostituta - non più nel Paese delle Meraviglie - della copertina; una fuga nei sogni dell'infanzia, un'infanzia in realtà violata e negata dalla realtà, una fuga in colorati e fantastici mondi onirici. Il canto di un uccellino in una gabbia dorata.
"Pink Love" è la summa di questa magia rinnovata e fragile, ritmata con una bella cadenza di basso e con il lavoro alla batteria di Simone; le voci di Amedeo e Kazu come in passato finalmente si alternano e si sovrappongono a vicenda…camminando sulle nuvole: "…Some say you are, you are just like a butterfly whose wings wings will spread to softly feel your mood over the blue sky full of you, pink love, pink love, pink love, just like a fairtail" - dice lui a lei - " It's not just a fairytail painted by me, it's not just a lonelyness between you and I, if on magic mountain, you find you can breath, then stay and don't look back to the blue woven sky" - e lei risponde a lui - "In my mind, I state myself, the clock is tickin without you. Some may say illness, so called so called love, the sickness of mind" …l'amore resta una meravigliosa illusione di cui non possiamo fare a meno, una malattia che non sappiamo e non possiamo evitare…
Un raggio di luce si apre un varco in una soffitta ombreggiata e polverosa colma di vecchi oggetti, vestiti dismessi, giocattoli, scrigni pieni di stoffe esotiche, biglie di vetro colorato, caleidoscopi, carillion con piccole ballerine semoventi che s'inchinano delicate, mentre marionette bambole e soldatini abbandonati spiano dagli scaffali...
Infine a chiudere la magnifica perla di "Equus", dalla ricercatezza pop ma dalla sferzante cadenza rock -stile Tom Tom Club?- sostenuta quanto occorre da basso e chitarra; miagola irriverente la voce di Kazu, che gioca a fare un po' Lene Lovich, un po' Elisabeth Frazer: ormai, coi suoi urlettini, in una nuvola rosa ci ha stregati per sempre.
Per maggiori informazioni consultare il sito: www.blonderedhead.com.
Una delle cose che ho apprezzato al concerto del primo maggio visto in diretta televisiva dal sottoscritto a partire dall'esibizione di Nada (che nonostante la svogliatezza ha sempre una gran bella voce), è stata la performance di Cristina Donà, insieme a Gianni Maroccolo e agli altri musicisti del progetto ACAU (il disco solista di Maroccolo, che spero di recensire presto...).
Poi, naturalmente la succosissima anteprima del nuovo disco dei PGR, con Ferretti in forma strabiliante (Cazzo, ma è ingrassato!), meno allucinato e secco, ma molto cccpiano nel canto, nell'abito da sobrio punkettone e nell'atteggiamento strafottente…Mai visto un Giovanni Lindo così lucido e in forma (senza eufemismi). La canzone, naturalmente fa molto ben sperare per il c.d. dei PERGRAZIARICEVUTA con i sempre ottimi Maroccolo al basso (meglio che alle tastiere o altre diavolerie elettroniche) e Canali alla chitarra, una versione moderna e ispirata della celeberrima "Tammurriata nera", con Ferretti -che Dio l'abbia in gloria- che fa un bella piazzata su associazionismo e volontariato, su cazzo dritto, pornografia e sesso sano, sulle nefandezze del mondo che ci circonda, in cui niente e nessuno paiono più salvarsi…
Mi ha molto deluso invece l'esibizione degli AFTERHOURS, che non hanno saputo o voluto far nient'altro che le solite "La gente sta male" e "Quello che non c'è" più la rilettura peraltro già sentita de "La canzone di Marinella" di De Andrè. Manuel Agnelli non era in felice serata e si vedeva.
Non fatemi dire niente degli altri omaggi a De Andrè - non ce l'ho con Bisio, giuro, che lui non è un musicista- o dell'ennesimo spezzone tratto da Jesus Christ Superstar.
La Auf Der Maar è una strafiga con quella sua capigliatura rossa e quando si agita col basso, ma in quanto a voce e a originalità musicale…Il resto è quasi tutto da dimenticare... Senza infamia, nè lode Mario Venuti e Frankie H. Energy. Mi sono perso Caparezza e i Modena City Ramblers, credo.
Tuttosommato, Ferretti e ACAU a parte, era meglio andare a Genova al concerto di Capossela...