E' nata la pillola endoscopica. L'ha inventata Paul Swain, un medico inglese del Royal London Hospital. Seguendo la tradizione dei grandi ricercatori del secolo ha voluto provare personalmente questa pillola. Attorno a lui dieci collaboratori osservano il suo volto e il monitor che comincia a trasmettere le immagini chiare della mucosa esofagea, dello stomaco, del piccolo intestino e del colon. Questa volta non vi è la sonda con il tubo fastidioso e ben noto a tutti coloro che si sono sottoposti ad un esame endoscopico. Vi è solo la pillola, con la sua telecamera miniaturizzata che trasmette ciò che vede. L'autoesame effettuato da Paul Swain è stato eseguito su altri dieci pazienti, sempre con ottimi risultati. «Non ho avvertito alcun disturbo e le immagini che abbiamo raccolto sono state nitide fin dal primo esperimento», ha commentato Swain, terminato l'esame, alla prestigiosa rivista scientifica Nature che alla pillola endoscopica ha dedicato un ampio servizio. E' lunga 11 millimetri, larga 30, è composta da una telecamera, una fonte di luce ed un radiotrasmettitore che invia le immagini ad un registratore contenuto in una cintura indossata dal paziente. La pillola, una volta ingoiata, viaggia nell'apparato digerente grazie alla peristalsi, l'azione muscolare del tratto gastro-intestinale. Il paziente non avverte la presenza della pillola che compie normalmente il suo percorso attraverso l'intestino in 24 ore e poi viene espulsa naturalmente e quindi recuperata. « questa tecnologia - afferma Paul Swain - si rivelerà utilissima nella diagnostica di ulcere e tumori ed i medici potranno vedere tratti intestinali che finora erano inaccessibili. Sostituirà inoltre i fastidiosi esami endoscopici che ora vengono compiuti con sonde in fibre ottiche inserite o dalla gola o per via rettale. Il primo immediato impiego sarà legato alla ricerca di emorragie interne, ma prevedo che avrà molte altre applicazioni»., ha aggiunto il gastroenterologo. La pillola endoscopica è l'ultimo esempio di nanotecnologia, la scienza attiva nella miniaturizzazione spinta. Alcuni esperti già prevedono, tra non molto, la realizzazione di robot della lunghezza di pochi millimetri che viaggiando nel sistema sanguigno - proprio come nel film del 1966, con Raquel Welch, "Viaggio allucinante", di Richard Fleischer - liberano le arterie dei pazienti dalle placche aterosclerotiche. Il sottomarino miniaturizzato della fantascienza è stato sostituito per ora da una pillola con telecamera, che viaggia nell'apparato digerente. I grandi gastroenterologi italiani che, all'inizio degli anni Ottanta, crearono a Bologna, Roma, Genova, autentiche scuole il cui valore era riconosciuto anche all'estero per la precisione delle diagnosi e l'efficacia delle terapie, analizzerebbero queste tecniche rivoluzionarie con interesse, ma anche con un certo distacco. «Questi giovani - potrebbero sussurrare - si affidano a tecnologie sempre più evolute, dimenticando troppe volte che una corretta diagnosi è il frutto di una approfondita anamnesi. Se non si conosce la vita del paziente non bastano le immagini, pur nitide, a definire con certezza una patologia.
«La pillola endoscopica è stata per decenni il sogno di medici e pazienti», commenta l'endoscopista Franco Di Pietro, responsabile di alcuni servizi del Gruppo ospedaliero san Donato di Milano. «E' una grande rivoluzione - aggiunge - che necessita di ulteriori sviluppi. Questa pillola in realòtà non consente oggi al gastroenterologo di insufflare aria nella giusta quanmtità e nella sede opportuna, utile per focalizzare la mucosa oggetto di analisi. L'endoscopio tradizionale consente inoltre l'estrazione di polipi, la dilatazione di stenosi e il posizionamento di protesi. La pillola-sonda può essere utile per l'attività diagnostica, ma non ancora per quella interventista che caratterizza oggi la moderna endoscopia».
Tratto da "In Nome Della Vita" di Luigi Cucchi, collaboratore de Il Giornale.
"Solo ritornando al posto dove la si è amata la vita, si vede come stanno da assenti le cose che abbiamo amato, come sono rimaste orfane di noi, però ancora pronte a restituire quel poco che abbiamo saputo mantenere per loro […] A non buttarsi via del tutto ne rimane qualcosa per ritornare, qualche volta, ma bisogna aver coltivato un poco di mancanza per averne fame. Per averne ancora di cuore, quando la vita ci ridà indietro qualcosa di quello che ci ha tolto".
Vinicio Capossela da "Non si muore tutte le mattine"
Sul numero di aprile del mensile Poesia, edito da Crocetti, nella rubrica "Per competenza" curata da Roberto Carifi, una segnalazione ha inevitabilmente attratto la mia attenzione:
"Un appello, se mi è permesso esprimermi con una certa enfasi su qualcosa che mi sta a cuore. Altre volte ho parlato di Elda M. F., della sua solitudine, del suo desiderio di comunicare.
Elda è "poetessa, scrittrice, saggista, chiromante, cartomante ed astrologa". Dalle sue lettere traspare il dolore di una vicenda esistenziale di dolori e abbandoni. Mi ha scritto di nuovo chiedendomi di pubblicare il suo indirizzo, nella speranza che qualcuno voglia contattarla. Elda M. F….via…, 15046 San Salvatore Monferrato (AL). Ecco anche un suo testo, come altri suoi testi apparentemente dimesso e invece tagliente come una lama.
Ho un amico per passare la vita.
I parenti con loro non m'hanno
Voluto. Non sentivano la voce del
Sangue, l'affetto, la pietà.
Loro stan chiusi in se stessi
Come tartarughe
Guardano il mondo della televisione
E non vengono mai a trovarmi.
Senza nessuno al mondo si sta male
Ma io ho un amico
Che mi accende la stufa
Mi chiama migna (Miciona)
E mi fa le coccole.
A volte è cattivo.
Non vuole che viaggi da sola
Non vuole che spedisca cartoline
Ma poi si fa perdonare
Preparandomi da mangiare.
Peccato che non ami la poesia.
Proprio non vuole sapere quello che scrivo".
Non è stata solo la storia umana di questa donna ad attrarmi, la sua sofferenza o la sua solitudine. Non è stata la sua passione per la poesia, né le sue presunte abilità da "sensitiva" o cartomante. E' stata la località di provenienza. Talvolta è il Destino che chiama e quando il Destino chiama occorre essere pronti a rispondere. Così ho preso carta e penna e le ho scritto una lunga e appassionata lettera…
Gentile Sig.ra F.
Ho visto il suo indirizzo nella rubrica curata da Roberto Carifi sul mensile Poesia, edito da Crocetti editore.
Mi chiamo Sergio Gallo ho trentacinque anni e vivo in provincia di Cuneo, dove svolgo la professione di farmacista.
Non ho resistito e mi sono permesso di scriverle per una serie di motivi che ora mi accingo a spiegare. Sicuro che potremo in qualche modo e per qualche oscuro piano del destino, esserci l'un l'altro utili. Lei che è "cartomante, chiromante e astrologa", sa meglio di me che certi incontri non sono voluti solamente dal caso.
Sono passati ormai ventiquattro anni da quando, adolescente, lasciai S. Salvatore Monf.to. Era l'estate del 1981. A S. Salvatore ho trascorso i sei anni più belli della mia vita, dalla terza elementare alla terza media. Mi ero trasferito al seguito della mia famiglia nell'alessandrino nell'ottobre del '76, per seguire la carriera impiegatizia di mio padre, che è stato prima direttore della Banca Popolare di Novara, poi vicedirettore nella filiale di Alessandria (Molte persone si ricordano del ragioner L. Gallo a S.Salvatore…)
Dopo sei anni, mio padre ottenne di poter tornare nella provincia dove si trovavano i parenti e le radici della mia famiglia e dove tuttora risiedo.
Ormai i ricordi di quegli anni lontani si confondono nel mio immaginario, e i luoghi, le facce, i nomi delle persone, nonché le piccole avventure della giovinezza vanno via via sbiadendo e mescolandosi a ricordi più recenti…assomigliano sempre più a sogni fantastici.
Eppure è un mondo quello del S.Salvatore di quegli anni, da cui traggo ancora ispirazione quando scrivo e a cui ritorno spesso involontariamente quando sogno…è un mondo che sta ancora nel profondo del mio cuore e che paradossalmente sento di dover sviscerare, esorcizzare, perché sento di dovere in qualche modo recuperarlo per poter essere completamente felice.
Per questo chiedo umilmente il suo aiuto. Ho perso tutti i contatti con le persone che allora avevo conosciuto e frequentato e mi piacerebbe, se lei può darmele, avere qualche notizia della vita odierna di questi perduti compagni di gioventù. Mi piacerebbe, anche solo per un giorno, poter riabbracciare qualcuno dei compagni di scuola o dei vicini di casa di allora, sapere se si sono sposati, se hanno figli, che cosa fanno nella vita, ecc.
Circa quattro anni fa è venuto a trovarmi in farmacia il signor S. P., che faceva (e credo faccia ancora) il rappresentante per una ditta orafa di Valenza Po' e che aveva riconosciuto - dopo tanti anni - mia madre (!) per le strade di Savigliano. Anche lui era venuto a cercarmi perché curioso di sapere che cosa ero diventato nella vita, ma l'incontro è stato molto breve (a causa del fatto che in quel momento ero molto occupato) e non ho neppure avuto il tempo di chiedergli il recapito telefonico. Desidererei, se lei è d'accordo mandarle una foto di classe delle elementari o delle medie con tutti i nomi e cognomi dei miei coetanei (la leva è quella del '68) e vedere insieme a lei se riusciamo a raccogliere qualche notizia, qualche indicazione su che cosa fanno oggi queste persone, e se ci sia ancora qualcuno che si ricorda di me o disposta a incontrarmi.
So che non ci saranno solo buone notizie: per esempio, so per certo che uno dei miei migliori compagni di giochi delle medie, di nome G. M. è morto alcuni anni fa per problemi connessi all'uso di sostanze stupefacenti…ma questa è la vita o meglio sono scelte che nella vita si pagano…
Tra l'altro, può darsi che la mia tanto amata maestra delle elementari, Ada F., possa essere una sua parente (chissà se è ancora viva?). Ci sono altre persone a me un tempo care, vicini di casa, amici, con cui vorrei rientrare in contatto se possibile (Le farò i nomi).
Ma c'è di più (non vorrei comunque mettere troppa carne sul fuoco). Sto cercando in questi anni di scrivere una raccolta di poesie avente per tematiche gli anni della giovinezza e quelli vissuti a S.Salvatore in particolare. Gliene mando volentieri una perché so che lei ama la poesia. Mi piacerebbe molto approfondire la storia del suo paese e in particolare sarei interessato a notizie inerenti la storia dei suoi due monumenti più importanti, ovvero la Torre e il Campanone. Purtroppo, per i chilometri che ci separano e il poco tempo libero non posso permettermi di frequentare la vostra biblioteca per informarmi. Le sarei invece infinitamente grato se potesse mandarmi lei qualche fotocopia tratta dal libro del Gobbi ("S.Salvatore, tradizione…storia") oppure da quello del Ricaldone ("S.Salvatore dall'età romana al XIX secolo"). Le risulta che ci sia stato un passaggio sotterraneo di collegamento tra Torre e Campanone usato dai militari o dalla popolazione durante una delle due guerre mondiali?
E qui faccio una pausa.
“Ven as la mea culimna, n’avrà pas et boneur”
Canto tradizionale, S. Salvatore Monf.to (AL).
VI
Cammino tra i sentieri della collina
sgranando la fotografia di quei giorni
luminosi, micelio dai filamenti sottili.
Di quei pollini bramo l’esile fragranza:
mantengono il profumo nobile dei fiori,
si staccano in volo come semi piumosi.
Depongo le larve d’una dolce ossessione.
L’amicizia illumina i volti dei bambini
e tiene lontane le ombre minacciose.
Erta sulla cima è la torre medievale
con una breccia a forma di pera
per le cannonate ai tempi di Napoleone.
Postazione d’avvistamento, prigione,
punto di segnalazione con falò accesi.
Baluardo di difesa contro i francesi,
avamposto per le milizie sabaude.
Rifugio di partigiani nella Resistenza.
Ora rudere come tanti nel Monferrato.
Ma per i bambini luogo d’arditi giochi
d’arrampicate e coraggiose esplorazioni.
Di raffiche di vento e d’innocenti capriole.
Di patti di sangue, di primi innamoramenti.
Scrigno di segreti, di sogni fantastici.
E’ un placido gigante nei meriggi di sole,
ma avvolto dalle nebbie può incutere timore.
Un benefico miraggio che si staglia nel cielo
come nella notte la coltre di stelle.
Sulla torre un tempo v’era una bertesca
di legno e pelle, riparo a chi fosse di vedetta.
Al suo posto sorge ora un albero deciduo.
E’ un pioppo tremolo dall’intimo rimorso,
un albero di Giuda dai legumi porpora
o un acero minore dalle alate samare?
No, è il fico sacro della poesia! Le radici
affonda tra macerie di miti e storia;
il fusto contorce sotto il sole inesorabile.
I frutti marciscono alla pioggia, preda
d'insetti e uccelli voraci, per noi uomini
irraggiungibili, dopo il crollo delle scale!
Non sarà per tutti così, ma al sottoscritto sembra che le cose che abbiamo vissuto acquistino maggior valore nel momento in cui si ha la possibilità di raccontarle (in versi o in prosa, fa poca differenza). Scrivere, diventa il modo più naturale per incanalare quel flusso impetuoso e confuso che è l'esistenza, per liberarci dal male di una separazione, da una esperienza negativa, dal dolore che ci portiamo dentro…l'unico modo che abbiamo per cercare di durare un poco di più, prima di scomparire definitivamente.
Inutile dire che leggerei volentieri anche qualcuno dei suoi versi…ricambierei mandandole, se lo desidera, le mie due raccolte di poesie.
Avere un contatto, un'amicizia a San Salvatore sarebbe per me importante. Anche solo per avere una scusa per poterci tornare, per fare la sua conoscenza se lei lo vorrà, ma anche solo come turista o come nostalgico…A vedere ciò che è cambiato e ciò che invece è rimasto sempre uguale (in realtà in tutti questi anni vi ho sempre fatto le mie "anonime capatine" - con mia moglie oppure con amici e ancora da solo - quando per una ragione o per un'altra mi trovavo nei paraggi).
Non so se posso aiutarla a lenire "il dolore di una vicenda esistenziale di dolori e abbandoni", ma le offro la mia amicizia e la mia piccola esperienza umana.
Il pensiero precede il cuore, affermava Baudelaire nella prefazione ai Fiori del male e mi creda, anche se non la conosco, le mie parole sono scritte col cuore.
A quasi trentasei anni sento l'esigenza di rallentare e di guardarmi indietro per cercare di tirare le somme di quello che ho combinato nella mia vita, di quello che è stato e di quello che poteva essere. Si è accresciuta l'esigenza di mettere un po' d'ordine, e di recuperare quella parte di me che ho perduto e che quando la mia famiglia ha traslocato nel cuneese è rimasta lì a S. Salvatore, dove c'erano i primi amici e i primi ingenui ma indimenticabili amori.
Mi fermo qua. Spero che lei apprezzi questa mia lettera , mi auguro di averle dato qualche spunto di riflessione e di averla stimolata ad essermi d'aiuto. Naturalmente spero di avere presto una sua risposta.
Ho diverse cose ancora da raccontarle, sulle quali mi farebbe piacere conoscere la sua opinione. Un cordiale saluto
Firma
Se ci sarà una risposta, un incontro, una telefonata…allora la mia semplice storia avrà una continuazione…
"Si può esimersi dal venerarlo? Se Dio ha deciso di trovarsi nelle sonate, nei distributori, nei quartieri tangenziali, nelle strade sterrate, nei motel, nei lamenti del porto, nell'alba che tutto spazza, nelle ruote che tagliano da sotto…ci si può opporre a questo? Se Dio ha deciso di non lasciarci in pace! Poteva fare una pianta soltanto, nutrirci di una cosa sola, e invece niente. Egli ha voluto la quantità! Perché Dio è nella quantità![…]A ognuno si rivela come può…ai viaggiatori, ai carcerati, ai musicisti, ai riparatori, ai rinchiusi! Ognuno alla sua altezza, ognuno alla sua portata, basta affacciarsi al livello dove Dio si fa vedere, dove ne regala in quantità!"
Vinicio Capossela da "Non si muore tutte le mattine"
Sabato sera, durante la veglia pasquale, il mio migliore amico Simone è stato battezzato nella cattedrale di Torino da Monsignor Poletto in persona.
In un mondo che va in tutt'altre direzioni (dove conta solo più il Dio Denaro), dove in generale ci si sbattezza e si rinnega Dio, abbracciare la Fede ed i valori cristiani è comunque una scelta coraggiosa, una scelta controcorrente.
Simone poi, proviene da una famiglia della media borghesia dove solo la figlia primogenita è stata battezzata, una famiglia che lo ha educato e spinto a seguire ben altri valori, ovvero idee politiche vicine a quelle di Rifondazione Comunista, libertari ideali "sessantottini" accanto agli slogan dei no global…insomma alla moderna e talvolta contraddittoria cultura di sinistra…
Ma il suo percorso di catecumeno va inquadrato non solo come un affrancamento dai valori suggeriti dalla famiglia, ma soprattutto come la scoperta di nuovi valori e di una nuova consapevolezza con cui affrontare la vita, per ottenere il raggiungimento d'una maturità personale.
Per vivere forse in maniera più piena il rapporto con sua moglie, Chiara, che lo ha aiutato e sostenuto fin dall'inizio in questa scelta che segnerà la sua e la loro vita d'ora innanzi.
Io rispetto la scelta di Simone (come a suo tempo avevo rispettato quella di Pepo di diventare testimone di Geova, anche se ciò aveva segnato l'inizio della fine della nostra amicizia), ma per una serie di motivi, non la posso condividere...
In primo luogo perché Dio ancora lo sto attendendo. Sono stufo del Suo silenzio, così come sono stufo del baccano che si fa quando lo si nomina (il più delle volte a sproposito, come quando si proclamano guerre in Suo nome). Ma sono stufo e confuso della Sua onnipresenza, della Sua debordante e invadente presenza, mi sento affine a Vinicio Capossela quando parla del "Dio della quantità".
Ho rifutato da molti anni ormai i dogmi della Chiesa e il suo essere "Una, Santa e Cattolica", (perché per me non è né una, né tantomeno santa e non più solamente cattolica…); ho rifiutato la ripetitività vuota dei riti cattolici (spesso solo banale riproposizione di più antichi riti pagani), la mentalità opprimente, castrante e ipocrita di alcuni tra i suoi adepti, la visione mentale ristretta di certi parroci poco illuminati e illuminanti. Non ho smesso però di approfondire il mio rapporto, per esempio, con l'amico giornalista paolino Don Dario e non ho mai smesso di ammirare quei preti che si sono rimboccati le maniche per salvare interi quartieri dalle grinfie delle mafie, bambini dalle violenze e dalla strada, uomini dalla schiavitù delle droghe, donne dalla prostituzione ecc. Quelli che si sacrificano ogni giorno per l'umanità derelitta, per i nuovi poveri, per i malati mentali, per i senza tetto, i vagabondi, gli stranieri senza punti di riferimento, ecc.
Al contempo, in questi ultimi anni, è cresciuto esponenzialmente il mio bisogno di religiosità, il mio bisogno di spiritualità, di elevazione dell'anima. Il mio bisogno di preghiera vera, ma rivolta più a un Dio personale, al Dio cristiano-ebreo-musulmano-buddista che non a quello solo cattolico.
La parola "cattolico" mi sta stretta, mi sa di vecchiume, marciume, di concezioni vetero-medievali, con le sue assurde regole, gli assurdi diritti e doveri. Le sue assurde pretese, le sue violente imposizioni.
Resto un discepolo senza maestro. Forse ne saprò di più quando avrò approfondito i miei studi biblici, quando avrò letto qualcosa in più del Talmud, del Corano, dei testi Vedici…quando avrò cercato meglio nelle profondità di me stesso…ma resto con i miei dubbi sull'immortalità dell'anima, con i miei tormenti di sempre e le mie difficoltà a scindere in maniera netta il bene dal male (sò solo che "Mala tempora currunt", di lucreziana memoria); resto con le mie perplessità a coniugare sapienza antica e verità scientifiche del cosiddetto progresso. Resto con la mia inquietudine, con il mio pessimismo e il mio scetticismo di fondo. Resto un piccolo e pigro "poeta" dal talento non coltivato, come dicono quelli di "Atelier".
Quello che ho imparato in questi anni è che la bontà non è (per fortuna) solo la bontà cristiana; che l'ipocrisia è anche protestante (conosco un prete protestante considerato da qualcuno un sant'uomo, un pozzo di scienza e cultura, che sa predicare assai bene, ma sulla cui vita presente e passata pesano non poche ombre…) e non risparmia nessuna fede, nemmeno quelli che si dichiarano atei.
Che certe parole vere (pur nella bolgia e nel caos della modernità) continuano a valere e a durare. Che certe parole dette (o meglio scritte) una volta, valgono per sempre.
E che nella vita ad esse occorre possibilmente far seguire un gesto, un'azione, dei fatti, al momento giusto e prima che sia troppo tardi. Non ha grande importanza se si dovrà affrontare una vittoria o un fallimento.
E' l'unico modo che abbiamo di entrare nella storia, il solo modo per innalzare il nostro piccolo grido di protesta, dato che non si può far molto altro per cambiare il mondo, per cambiare gli uomini, non si può sconfiggere il male e la morte, per esempio.
Non mi aspetto che Simone cambi comportamento o mentalità. Mi aspetto che il mio confronto con lui cresca di livello e che la nostra amicizia duri per sempre.
Sabato sera al concerto degli Ulan Bator ho rivisto Cristiano Godano. E ho colto l'occasione finalmente di dagli una copia della mia raccolta di poesie (non sono ancora bravo come Manu che è riuscita a dare il suo libro a Renato Curcio, Guccini, Pacifico, ecc…ma si sa qui in provincia le occasioni sono meno numerose…).
Sono legato a Cristiano da una amicizia che risale a molti anni fa, al periodo 86-87 quando lui suonava nel suo primo gruppo i Jack on fire, che talvolta provava nelle campagne saviglianesi, presso un amico in comune che suonava la batteria (e che sarebbe stato il batterista anche nei primissimi Marlene).
E' stato per me il primo gruppo musicale locale serio che ho sentito, insieme ai braidesi Ann Mary Oil e a pochi altri tra i molti che strimpellavano in quel periodo. Quando i Jack on fire hanno suonato a Cuneo a Movimenti 87, insieme al meglio della musica rock italiana di allora (Litfiba, CCCP, Denovo, Not Moving, Gang, Boppin' Kids e tantissimi altri) mi sono sentito orgoglioso e fiero come non mai (e c'era gente che era venuta apposta dal sud Italia per sentire dal vivo i Jack on fire, "il migliore demo oggi sulla piazza"). Ma poi quell'esperienza giunse al suo compimento, portò allo scioglimento del gruppo (che a risentirlo oggi non suona poi nemmeno così originale, anche se fu importante premessa a quello che venne dopo, con le chitarre alla Gun Club e le cantilene di Godano in inglese) e alla nascita qualche anno dopo dell'esperienza Marlene Kuntz.
In quegli anni e in quelli successivi (1988-1989) ci si incontrava soprattutto ai concerti, si andava a sentire i CCCP-FEDELI ALLA LINEA, per esempio. E fu un concerto, quello degli EINSTUERZENDE NEUBAUTEN al Lingotto a Torino nel 1990 a sancire la nascita delle future Fighe di Marlene. Il resto, negli anni a seguire (1991-1993) appartiene alla storia dei Marlene (e della musica italiana degli anni 90). I primi demo-tapes, i primi concerti al Macabre di Bra davanti a pochi irriducibili e così via fino all'incontro fatale con Maroccolo e Ferretti…senza i quali probabilmente i Marlene che allora erano veramente innovativi, grezzi, e ostici, ma che già avevano un piccolo seguito di culto, avrebbero avuto forse una vita diversa. Allora Godano per vivere e per pagarsi gli strumenti, faceva il professore di matematica all'Ipsia…
Poi, più di recente gli incontri con Cristiano si sono fatti più radi a causa naturalmente dei suoi impegni e delle diverse scelte di vita. Ricordo comunque sempre con piacere la sua disponibilità e gentilezza (perché fuori dal palco è una persona diversa, non ha atteggiamenti scontrosi o da primadonna, almeno non li ha mai avuti col sottoscritto e penso in generale neanche con altre persone). Ricordo un colloquio molto piacevole con lui dopo un concerto ad Alba di Vinicio Capossela, all'epoca del "Live in Volvo" e della breve "svolta" balcanica, e ricordo una piacevole serata passata in compagnia dei Marlene al completo al Nuvolari di Cuneo a parlare dell'album "Che cosa vedi" e di musica in generale, dopo aver visto il concerto degli Shellac di Steve Albini.
Anche i cinque minuti di ieri sera sono stati intensi come se ci conoscessimo e ci frequentassimo da sempre. …mi ha chiesto cosa faccio nella vita e gli ho risposto che continuo a fare il farmacista perché ho scelto di non mescolare passione e lavoro, ma che comunque cerco di dedicare più tempo possibile agli amori di sempre, ovvero musica e poesia; in risposta mi ha citato Shopenhauer e Borges, come nel suo stile…
Gli ho chiesto se si riteneva soddisfatto dell'ultimo album e mi ha risposto che ne è orgoglioso (e anch'io penso sia il migliore lavoro dei Marlene dai tempi di "Catartica") anche se ha manifestato il suo disprezzo per quella parte della critica e della gente che li ha accusati - come al solito e prima di aver ascoltato bene il disco - di tradimento per aver fatto un album troppo tranquillo (!). E' il solito vecchio discorso, un giorno ti incensano, il giorno dopo ti lapidano…e che come giustamente si lamentava Cristiano (ma della stessa idea è il cantante degli Ulan Bator) "Siamo stufi di ascolti sempre più veloci e di giudizi sempre più superficiali"…ma "bisogna imparare a sbattersene i coglioni e a tirare dritto per la propria strada".
Lo stesse discussioni stupide erano state fatte per il disco precedente, reo di aver venduto troppo bene grazie alla fortuna commerciale del singolo con Skin…e si potrebbe andare avanti all'infinito…
Gli ho poi chiesto cosa bollisse in pentola e Cristiano mi ha risposto che sono da poco ricominciate le prove per buttare giù il materiale per un nuovo ep che dovrebbe essere pubblicato a breve e contenere oltre a un estratto dall'ultimo album anche due cover e due pezzi nuovi. Sentiremo. Gli ho augurato buon lavoro e lui mi ha augurato buon concerto, perché le prime note già si libravano in sottofondo…
L'incontro con il prof. Bàrberi Squarotti m'ha rinfrancato sotto certi punti di vista. Bàrberi (come già avevo sospettato) è fondamentalmente un uomo buono, che ha sempre una parola gentile per il prossimo, un uomo dalla vastissima cultura e che con la sua vita di lavoro, studi, saggi e poesia può essere certamente considerato come esempio assolutamente illuminante in questi nostri tempi bui e difficili. Dice - con grande umiltà - che si è messo a scrivere versi con maggior assiduità negli ultimi tempi, in quanto "scrivere versi è più facile e meno faticoso che scrivere saggi critici" e gli crediamo, ma scrivere versi lucidi, pieni di citazioni dei suoi "amori" letterari come i suoi, non è da tutti…Dice ancora con profonda convinzione e non senza un tremito di emozione che "L'arte e quindi anche la scrittura (e in particolare lo scrivere versi), il ricercare la bellezza, può essere davvero un modo soprattutto per i giovani per non rimanere sottomessi dalla violenza del mondo e dalla violenza presente in ciascuno di noi. L'unico modo per dire la nostra e opporre fermamente un qualcosa contro l'impossibilità di cambiare il mondo (eliminando il Male e il "trionfo della Morte"…), un qualcosa - di scritto s'intende - che possa in qualche modo perdurare almeno per un po' oltre al nostro breve passaggio sulla Terra…E davvero ci si augura che i suoi versi possano un giorno essere letti come classici, come oggi si legge Dante, Petrarca o Leopardi. Perché Bàrberi Squarotti, con la sua preparazione e con il suo sentire non comune può e deve essere considerato un vero poeta. Egli ha maturato una saggezza che va oltre il pessimismo che ha caratterizzato certe sue composizioni passate, riguardo soprattutto alla storia e al mondo, visti come continuo perpetrarsi da parte dell'uomo di nefandezze e violenze, di sempre uguali errori e stoltezze, che partono dalle piccole prepotenze della vita quotidiana per accrescersi esponenzialmente a livello di intere società o classi dirigenti e contaminare ogni tempo. Tra oppressori e oppressi, suggerisce lo stesso Bàrberi, occorre sempre schierarsi dalla parte dei secondi, scegliere di stare con i vinti. Occorre però anche saper guardare con occhi diversi, saper godere dei piccoli momenti di gioia quotidiani, rieducarsi ad apprezzare le meraviglie della natura e del creato, saper prendere quello che ci è stato dato e saperne fare dono agli altri con generosità. Al di là d'ogni fede religiosa. Parla di "rinascita" e di "resurrezione" in termini Lucreziani e Leopardiani: tutto cambia velocemente, tutto muore rapidamente, ma il gelo dell'inverno è premessa ad una nuova stagione, dopo ogni tempesta ritorna il sereno. Ribadisce l'importanza del sogno e del saper sognare, del saper cogliere ognuno il proprio sogno cercando almeno di farlo perdurare quando non è possibile realizzarlo…E' un uomo che non ha rimpianti, un uomo sereno con se stesso, un uomo che sa incantare con la semplicità delle sue parole…
C'è una lirica della sua ultima raccolta "Le Langhe e i sogni" che può essere presa come emblematica del suo modo di scrivere versi (che non sembra poi essere cambiato molto in tanti anni); c'è in essa come in altre composizioni, una parte colloquiale, dal registro basso, che ci racconta di una vicenda o di un incontro (in questo caso con una ragazza sul tram), c'è frammischiata una parte descrittiva (dove in genere il poeta usa parole precise e lucide) che qualcuno ha definito "cinematografica" e "iperrealista", del paesaggio o della piccola vicenda o della persona di cui si parla, e poi, di solito verso il finale, il pensiero si concentra e si eleva a piccola summa d'esperienza, a piccola perla di saggezza. Talvolta con omaggi più o meno celati ad altri autori "rivisitati" dal professore (S. Tommaso o Dante, per esempio), talvolta con riflessioni spirituali o meditazioni sulla vita e sulla storia (come qui), o preziosi moniti: è qui si fa più alta e vera la sua poesia.
MUSICHE
Sull'autobus la ragazza ascoltava,
con gli occhi azzurri semichiusi, musiche
remotissime, appena percettibili
nel sogno forse che già sta svanendo:
era ora un dolce urlo di tortura,
ora un'atroce allegria di piacere,
ora la festa del precipitare
di colline di querce di palazzi
di corpi nudi di parole eterne.
Non mi accorsi neppure quando scese,
prima del vortice del fiume o dopo
l'apparizione della luna smunta,
ma duravano i suoni nell'assenza
di lei,pallida e bionda, un poco magra
e avvolta solo dalla giacca nera,
come la conoscenza ripetuta
senza fine dell'ambigua ambivalenza
della ferocia della storia e della
speranza dubitosa di chi sa
quale vita.
Torino, 10 maggio 2002.
1,2,3 aprile 2004: tre giorni di passione…rock.
Prima tappa. Giovedì 1 aprile - Concerto dei VERDENA - Hyroshima Mon Amour - Torino.
Tutto esaurito ieri sera all'Hyroschima.
Il concerto conferma ciò che di buono la band ha fatto fino ad ora dando prova di ulteriori potenzialità da sviluppare (sempre che reggano alle tensioni interne al gruppo e alle sollecitazioni dell'esser ormai "famosi" e affermati). I VERDENA 2004 sono in quattro con l'inserimento alle tastiere di Fidel. Le canzoni, sia quelle più vecchie - alcune delle quali ormai pienamente a diritto considerate vere e propri inni, sia i pezzi nuovi già più che rodati, dal vivo acquistano una carica energetica in più, grazie al sicuro talento dei quattro musicisti e all'impatto sonoro assolutamente potente e devastante.
Gli effetti del nuovo impianto luci poi contribuiscono a coinvolgere maggiormente l'ascoltatore, si tratti delle più suadenti ballate acide o dei pezzi più violenti e cadenzati.
Ne hanno fatta parecchia di strada i VERDENA. E molto sono ancora migliorati dal concerto visto da me al Nuvolari, all'inizio del tour del disco precedente, "Solo un Grande Sasso".
Ma l'ultimo cd, "Il Suicidio dei Samurai", ha il pregio di trovare un punto di equilibrio tra le canzoni più melodiche (e semplici) che caratterizzavano il disco omonimo (e che li hanno fatti diventare un "gruppo di culto") e quelle più lunghe, psichedeliche e mature del secondo disco. Restano preziosamente intatte le atmosfere sofferte e disperate, le melodie oblique e malinconiche, l'ansia e l'inquietudine di vivere…Il sorriso un po' amaro e triste di Alberto, la timidezza e la dolce scontrosità di Roberta, la dedizione caparbia di Luca…
I sapori e i sudori della vera musica rock, quella suonata con chitarre basso e batteria, per intenderci.
Il concerto è iniziato con "Le tue ossa nell'altitudine" (sull'E.P. "Luna"). E' proseguito alternando saggiamente i pezzi del nuovo disco al meglio del repertorio precedente: "cazzeggiamenti" psichedelici più limitati rispetto allo scorso tour e più spazio alle canzoni, senza rinunciare però a qualche stuzzicante variazione…
"Il Suicidio dei Samurai" è stato proposto quasi interamente e nonostante qualche attacco sbagliato o fuori tempo, qualche piccolo problema alla batteria (e talvolta l'indolenza e "lo scazzo" dello scontrarsi di due personalità forti e diverse come quella di Alberto, voce e chitarra e quella della bassista Roberta, che sanno però alternare momenti di grande affiatamento musicale) i pezzi più recenti mi sono davvero piaciuti tutti: da "Logorrea" a "Balanite", da "Phantastica" a "Elefante", dal felice e coinvolgente singolo "Luna" a "Far fisa" e "17 tir nel cortile"; su tutti la splendide versioni di "Mina" e della conclusiva ed assai intensa "Glamodrama".
Tra i pezzi "vecchi" prevalgono quelli dal primo album, di cui sono stati riproposti (per la felicità del pubblico): "Ovunque", "Valvonauta", "Dentro Sharon", "L'infinita gioia di H.B.","Viba", mentre del secondo album sono state scelte forse le più belle ovvero "Spaceman", "Nova" , "Cara prudenza" e "Starless".
Sicuramente i VERDENA si confermano tra i gruppi più interessanti dell'odierno panorama musicale italiano e credo che - dopo tre buoni dischi e tanti concerti in giro per il nostro paese - il loro nome possa essere affiancato per importanza a quello di più affermati gruppi quali SUBSONICA, AFTERHOURS o MARLENE KUNTZ.
Sarà - insieme ai progetti musicali di Ferretti e soci e a poco altro - (e aldilà delle statistiche di vendita, non sempre uniformi e attendibili in Italia) la musica che rimarrà di questi anni a cavallo del nuovo millennio.
Seconda tappa. Venerdì 2 aprile - concerto di LISAGENETICA / WAH COMPANION - Le Macabre - Bra (CN).
Terza tappa. Sabato 3 aprile - concerto di KASH / ULAN BATOR - Cinema Vekkio - Corneliano d'Alba (CN).