26.03.04

Uomini & Pesci

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Da un articolo di Guido Ceronetti su Genova, pubblicato su LA STAMPA, martedì 23 marzo 2004:

"[…] Capitale europea della cultura 2004 è una scelta consapevolmente felice: un'occasione meditativa, un gesto propiziatorio. Tuttavia se per cultura non s'intendono che manifestazioni e spettacoli, restauri di palazzi e personaggi in transito, il senso di questo ammiragliato provvisorio si perde. Bisogna non farsi sviare, essere turisti dell'anima, ascoltare le voci emesse dai punti dove la città non è stata crocifissa da chiodi di materia bruta, senza vita, e guardare con simpatia e refrigerio al suo decadimento industriale, sperando si approfondisca e duri, perché questo segnala in superficie l'insofferenza delle correnti spirituali al cataletto perpetuo, un'attesa delle foglie ingiallite che il verde torni, un'attesa di altro. Dal decadimento industriale nascono i luoghi misteriosi di una speciale bruttura archeologica da cui invece delle colate pestilenziali zampilla una poesia rara, astrattamente oscura: sacer est locus, quantunque di sacro straccione.
Non dagli animali domestici viene il senso profondo della diversità, della non-ominità del vivente: bisogna tuffarsi nei pesci. E Genova da pochi anni si è dotata di un Acquario imbattibile per la ricchezza degli abissi che squaderna, per l'innovazione continua, per l'inaudita abbondanza di conoscenza che offre in cambio di un biglietto di pochi euro. Se ti vuoi disintossicare per un poco di questa immondizia storica che ci tocca trangugiare ogni giorno, che ci stritola, che ci fa qua e là per il mondo carne per assassini, che ci abbrutisce al solo presentirla, fèrmati qua, osserva il tremolio degli ombrelli delle meduse vaganti, la microforesta tentacolata dell'anemone di mare: il demiurgo li ha liberati dall'orrido peso delle vertebre, si ripetono da miliardi di anni e non hanno avuto il cancro dell'evoluzione, né un Cesare a governarli militarmente, né bisogno di un Shakespeare per consolarli di essere nati.
L'Acquario non è soltanto una passeggiata meravigliosa per filosofi un po' sonnambuli, perché informa con precisione, mette il sogno nel surgelatore e fa il mestiere dell'Adamo della Genesi, distribuisce i nomi; per la nostra veramente povera mente, se non li nominassimo, tutti quegli esseri non esisterebbero.

L'Evoluto commette anche nel fondo dei mari crimini inespiabili: ha imparato a catturare vivi gli squali, li tirano su e gli segano le pinne come i potatori comunali segano i rami appena gemmati, poi li ributtano nell'acqua così mutilati, lo squalo è cieco, ha il cane e il bastone bianco, le pinne sono la sua luce e la sua salvezza, va giù a crepare sul fondo. Il racconto non finisce qui: con quelle pinne, frutto di milioni di squali amputati, si fa la celebrata Zuppa di Pinne di Pescecane, specialità cinese e prodotto di salsamenteria nobile, e al ristorante costa cara a chi l'ordina, ma dopo qualche ora il mangiatore di pinne potrà esclamare, davanti allo specchio o a un paio di gambe rassegnate: - Oh finalmente, ce l'ho duro! - Se ogni tanto qualche squalo strappa una gamba di bagnante innocente è Nèmesis.
L'Evolutissimo ha inventato la Stella Rossa della paura e della violenza, ma il Demiurgo ne ha inventata una, infinitamente prima del 1917, che è molto più rassicurante: la Stella Rossa mediterranea, che al sangue umano preferisce le spugne. Non si fa altro che mangiare ed essere mangiati nel mondo submarino, ma qui la direzione dell'Acquario provvede alle vettovaglie secondo orari precisi, perché questo è un Ospizio dorato e ben protetto, la strage endogena ed esogena perpetua della giungla oceanica e dei mari interni è esclusa, e anche la selvaggia libertà degli abissi: tutti godono del Welfare, in silenzio.
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Adoro Ceronetti, il suo spolverino beige, i suoi abiti colorati e clowneschi, il basco portato a sghimbescio, la sua magrezza, la sua camminata, il suo sorriso (la fisiognomica talvolta ci dice così tanto d'una persona, prendete una foto del vecchio Ungaretti, prendetene una del vecchio zio d'America Walt Whitman, per esempio). Adoro il suo teatro e le sue marionette splatter, le sue -sorprendenti - traduzioni bibliche dei Salmi o del Cantico, le sue poesie (tra le pubblicazioni più recenti ha curato la splendida antologia"Siamo fragili, spariamo poesia" Edizioni Qiqajon Bose), le sue -sempre argute e intelligenti - osservazioni in pillole scritte nella rubrica "La Lanterna" su LA STAMPA…

Adoro Genova a cui sono profondamente legato essendo la città che mi ha fatto nascere per la seconda volta (quando avevo circa un anno fui operato all'Ospedale Gaslini dallo scomparso dott. Soave)…Su "Uomini & Pesci" ho scritto anch'io qualcosa…e umilmente ve lo ripropongo, ma i miei pesci -invece di farci osservare, come in Ceronetti, una natura certamente diversa e forse migliore della nostra, si portano dentro il riflesso caricaturale dei pregi e dei difetti umani…
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SIGNATURAE

Hanno la fragilità dei pensieri
le evoluzioni degli ippocampi
il loro nuoto a scatti, le code a spirale.

Repentini cambiamenti d’umore
richiamano la facoltà di mimetizzarsi
delle piovre, la maestosità tentacolare.

Fantasmi di luminescenti meduse
con moti ad ombrello pulsante
ricordano le manie di protagonismo,
i modi a volte scortesemente urticanti.

Simultanei cambi di direzione
d’argentei banchi di acciughe
suggeriscono un destino comune.
Le danze delle mante: il soffio vitale.

Sergio Gallo da "LA GIOSTRA DI VENERE".

E ancora in NAIADE:

[…]
Ignari sono gli uomini:
come pesci non sanno
dell'acqua in cui vivono.

Sergio Gallo da "LA GIOSTRA DI VENERE".

Posted by SergioG at 11:57

25.03.04

INCONTRO CON BARBERI SQUAROTTI N.2

L'incontro col Prof. Barberi Squarotti alla Biblioteca del Castello degli Acaia di Fossano di cui avevo parlato in precedenza, e che era saltato per indisposizione dello stesso, sarà recuperato sabato 3 Aprile. A presentare la poesia del noto critico letterario ci saranno oltre a Beppe Mariano e al sindaco di Fossano Prof. Beppe Manfredi, lo studioso e giornalista Carlo Luigi Torchio (che sostituirà Mauro Ferrari, impegnato con la presentazione del suo ultimo libro). In onore del prof. Barberi mi sono permesso di riportare altre due tra le sue liriche più importanti:

AMMAESTRAMENTI (da "La Declamazione Onesta", 1965)

La tua astuzia non sia quella del passero
che rapisce la briciola caduta
al suolo dalla mensa, non il cauto
strisciare della faina per il colpo
netto alla gola, il piacere acre del sangue
nel buio della notte, ma il paziente
esistere del ragno nelle parti
segrete della casa, la formica
nella ghiaia del giardino, la vespa
nel buco del muro vecchio, in attesa
dell'esplosione che cancelli ogni altra
vita e dominio, e li faccia signori
del mondo.

GRAMIGNA (da "Le Vane Nevi", 2002)

Nell'orto, il vecchio professore strappa
la gramigna, le radici delle viti
selvatiche, ossa e crani un po' sbrecciati,
poi il turgore ardente per coltivare
delle fragole, la fragilità
candida d'un ciliegio, la speranza
delle future mele rosse, l'oro
dei fior dell'alloro, il melograno
e tutte le altre immagini del tempo
che egli crede con la primavera
trionfalmente si rinnovi. Oh fede
vana della ragione più che voce
vuota nell'ombra di un cespuglio debole,
neppure appare un nome che lì voglia
mostrarsi un poco per fargli capire
che il tempo non esiste, ma soltanto
l'attimo eterno del bel corpo nudo.

Posted by SergioG at 21:20

21.03.04

LISA GERRARD - IMMORTAL MEMORY

ImmortalMemory.gif"Immortal memory" è il nuovo disco di Lisa Gerrard, registrato nel suo studio australiano presso le Snowy Mountains, insieme al musicista e compositore irlandese Patrick Cassidy (abile arpista, nonché fine conoscitore di poesia). Questo lavoro conclude un'ipotetica trilogia con le precedenti prove soliste "Mirror Pool" (1995) e "Duality" (1998), ma grazie all'esperienza fatta dalla Gerrard in questi ultimi anni, come vocalist e autrice in numerose colonne sonore - tra tutte quella assolutamente eccelsa de "Il Gladiatore" - aspira a diventare l'opera della raggiunta maturità artistica, in quanto riesce a superare la pura ricerca strumentale, le influenze darkeggianti o etniche passate per farsi musica nuova e pura, vicina in tutto e per tutto ormai alla musica classica o meglio alla Musica Assoluta.
Lisa Gerrard insomma è cresciuta come musicista, cantante e compositrice e chiede oggi a noi fans della "vecchia guardia "di crescere insieme a lei come ascoltatori.
E' - ancora una volta - "musica senza tempo", come dicono le note introduttive che si possono leggere sul sito dell'artista, musica capace di condurre l'ascoltatore in un memorabile viaggio dagli abissi infernali alle gioie estatiche dell'anima e dove le dieci canzoni si chiudono "come un cerchio a delineare un cammino di vita nuova e rinascita, fino toccare il mistero stesso dell'esistenza".
Dice la Gerrard: « La musica è un posto dove cercare rifugio, un santuario - dove prendere distanza - dalla mediocrità e dalla noia [della quotidianità]. E' un posto innocente dove ci si può perdere in labirinti di pensieri e memorie ». E ancora: « Per me cantare è un'esperienza di tipo non-intellettuale. Ha più a che fare con il sentimento, con l'emozione. Ma è proprio questo che conferisce al canto la sua innata purezza ».
E basta la sua presenza magari in un lungo abito bianco merlettato e il dolce oscuro vibrare delle sue strabilianti corde vocali per farci capire che ciò che lei afferma è più che mai assolutamente vero.
E allora addentriamoci in questo percorso mistico, in questa avventura sonora "colma di straordinaria trascendenza", dove Lisa alterna ai vocalizzi che ammiriamo da sempre, le parole di ben tre lingue "morte" (ma mai così vive): gaelico, aramaico (l'antica lingua di Cristo) e latino frutto di lunghi e approfonditi studi per arrivare alla corretta pronuncia sillabica…

La prima traccia dell'album, "The song of Amergin" parte proprio dall'antico mondo celtico: è basata infatti su di un vecchio poema gaelico di mille anni d'età, mai musicato in precedenza. L'inizio è solenne e ancestrale, grazie alle avvolgenti tastiere, poi quando entra la voce di Lisa i nostri ricordi vanno immediatamente a gioiellini appartenenti alla tradizione irlandese o medievale cantati già all'epoca dei Dead Can Dance, come "The wind that shakes the barley (da "Into the labirinth"), "Tristan" (da "Towards the within"), "Song of Sophia" (da "Serpent's egg")…con un crescendo lento e inesorabile che ci percuote dentro, in una sorta di purificazione dalle immonde nefandezze di noi stessi e del mondo. Dice Lisa, senza bisogno di traduzione: « To me it's sounds like a sunrise ».

Segue "Maranatha" pezzo con cui si è catapultati contemporaneamente in una dimensione mistica e si entra nelle tematiche alla base dell'album; maranatha è una parola che in aramaico significa "Vieni Signore, vieni Maestro", e viene ripetuta come fosse un canto meditativo, un mantra tibetano o orientale, capace di "portare pace e benessere interiore". Vengono in mente pezzi come "Ignis de orbis" (sempre da "Serpent's egg", DCD) e "The rite" (da "Mirror pool"), ma qui si respira un superiore afflato mistico…siamo in un getsemani fiorito o meglio siamo noi stessi il contorto "uluru tree" della copertina, che gemma e trasuda resina in un getsemani fiorito. E' un piccolo capolavoro.

L'aramaico è - come scritto nel libretto interno del disco magnificamente illustrato (come nei due dischi precedenti di Lisa) da Jacek Tuschewski e arricchito dalle splendide fotografie di Greg Barrett e Mark Magidson - il linguaggio dell'antico popolo Semita, fu utilizzato e assorbito dal grande Impero Assiro-babilonese e divenne il vernacolo del popolo ebraico in fuga dopo la prigionia in Egitto e perciò anche lingua nativa di Gesù. E proprio per questo motivo è stato scelto in "Immortal memory", non solo per meglio farci arrivare le parole ancora attuali del più grande personaggio della storia, ma soprattutto per tentare di riprodurre attraverso il suo dialetto i suoni il più possibile autentici e originali della sua voce. E' l'ebreo Gesù, che come maestro conoscitore di una antica saggezza, come testimone scomodo e controcorrente del suo tempo o come semplice uomo che incarna il dolore e la sofferenza di tutta l'umanità, proprio da qui si fa avanti per parlarci - come mai prima d'ora - in prima persona; novello Virgilio che viene a noi miseri e confusi uomini moderni per farci riflettere sul significato della storia e soprattutto per farci guardare con occhi diversi al nostro tempo e a noi stessi (e nota bene tutto ciò lo dice anche a un eterno dubbioso e non praticante come me).
Qui sta il punto di partenza anche per il lavoro che Lisa Gerrard ha fatto per il tanto discusso film di Mel Gibson sulla passione di Gesù…musiche che però per questioni di tempo sembra non siano state incluse nel commento sonoro del film…e che ci auguriamo vengano magari pubblicate in un prossimo futuro.

"Amergin invocation" ha il respiro delle grandi colonne sonore: "Il Gladiatore" in primis, ma anche "L'ultimo dei Mohicani" , il Morricone di "C'era una volta il West" e l'elettronica lieve degli inglesi In the Nursery (ma ognuno può citare le sue preferite). L'andamento è maestoso ed epico, grazie a riusciti arrangiamenti di violini ricreati a partire da samplers rielaborati dai sintetizzatori. La voce è uno strumento aggiunto. Non si può far a meno di notare che la musica per film nel panorama odierno sta acquistando sempre maggiore importanza…

Anche la successiva "Elegy" riecheggia le musiche de "Il Gladiatore" nell'episodio della morte di Maximus. Il suono dei violini in sinergia con la dolce e suadente voce di Lisa trasporta direttamente tra le nuvole, da dove si ammirano sterminati paesaggi e da dove non si vorrebbe scendere più…è pacificazione dell'anima.

"Sailing to Bysanthium" prende il titolo da una poesia di W. B. Yeats, il maggiore poeta irlandese…"And therefore I have sailed the seas and come to the Holy city of Byzanthium" e facciamo immediatamente anche noi rotta verso la sacra enclave di Costantinopoli, crogiolo di razze e culture diverse e metafora (simbolo e meta) della ricerca di noi stessi e della Vera Sapienza.
Grazie alla poesia e alla musica si possono oltrepassare tutte le barriere di tempo e di spazio, superare tutti gli ostacoli posti dalla nostra ignoranza, fragilità e pochezza. Costruzioni monumentali, battaglie epocali e sanguinarie, migrazioni ed esodi d'interi popoli, antiche civiltà scomparse… tutto si ripresenta davanti ai nostri increduli occhi…

Si arriva così al cuore del disco: "Abwoon". E' la parola che in aramaico sta per "Padre nostro", ovvero la preghiera che ci ha insegnato Gesù. E le sette invocazioni della preghiera ci vengono qui presentate nella versione testuale detta di Peshitta, tratta da originali e antichi manoscritti. Dice il libretto del disco: "Chi oggigiorno meglio di Cristo, il principe della pace, con le sue parole di amore e perdono nella sua lingua nativa, può far da contrappunto alla retorica pseudo-religiosa dei leaders occidentali ?"
Forse tutto cambierà quando saranno tradotti in maniera completa e saranno diffusi i papiri dell'Antico Testamento trovati a Qunram. Forse, quelle parole antichissime e al contempo nuove riusciranno finalmente ad avvicinare e non più a separare cristiani, musulmani ed ebrei. Si afferma nel sito della Gerrard: "Come possiamo continuare a essere divisi se le parole di questa preghiera sono la testimonianza più evidente della nostra unica antica radice? "
L'aramaico è al contempo antica lingua degli arabi, antico dialetto per gli ebrei e lingua da cui sono si originati il greco, il latino e da cui discendiamo anche noi moderni occidentali.

"Immortal memory" è la settima traccia del cd. La prima che è stata scritta e registrata da Lisa e Patrick durante il loro sodalizio artistico e che per questo forse è stata scelta per intitolare l'intero album. Ricorda più da vicino alcune performances vocali della Gerrard solista. Vocalizzi sublimi e diafani su un tappeto di tastiere...

Arriviamo così agli oltre sette minuti della suite "Paradise Lost". E' la musica composta da Lisa Gerrard per un progetto inizialmente sviluppato insieme con Russel Crowe dopo che questi aveva terminato di girare "Il Gladiatore". Doppia è qui la citazione letteraria: il libro "The Long Green Shore" di John Hepworth e naturalmente l'omonimo poema di Milton, da cui sono presi i versi iniziali:

"Della prima disobbedienza dell'uomo, e del frutto
dell'albero proibito, il cui gusto fatale condusse
la morte nel mondo, e con ogni dolore la perdita
dell'Eden
…" (trad. di Roberto Sanesi)

L'atmosfera, inutile dirlo, si fa più cupa e drammatica, vengono in mente i pezzi iniziali e finali di "Mirror pool" e alcuni dei primi lavori con Brendan Perry nei Dead Can Dance (p.es. "The Protagonist"). E' un viaggio immaginario nei peccati, nelle violenze, nelle torture, nelle ingiustizie perpetrate dall'umanità .
Lisa Gerrard ha sempre avuto questo suo lato amante dell'oscuro, del "dark", del drammatico, ai confini con il lugubre. Ed ha sempre contrapposto al toni più aulici e paradisiaci della sua voce, altri timbri più bassi, cupi e drammatici .
Anzi, in realtà si può dire che mai come stavolta la voce di Lisa abbia la capacità di andare oltre le lingue cantate, oltre le singole parole, per approdare ad un linguaggio più profondo - e universale (ciò che solo i grandi artisti sanno fare) - che si libera dalle sfumature del significato letterale per farsi pura emozione dell'anima.

Siamo al finale con la preghiera di "I asked for love", dove sono citati versi di Dolben (ma a questo punto potremmo aspettarci le meditazioni di Santa Teresa D'Avila , San Francesco D'Assisi o i salmi di Re Davide):
"I asked for Peace / My sins arose, And bound me close, / I colud not find realese.
I asked for Trust / My doubs came in, and with their din / they wearied all my youth.
I asked for Love / my lovers failed, / and griefs assailed / around, beneath, above.
I asked for Thee / and thou didst come / to take me home / within Thy heart to be
".

La via per uscire dall'oscuro baratro e ritrovare la luce. Anche noi ora aspettiamo il nostro ritorno a casa. E l'organo da messa di "Psallit in aure dei" funge da vettore di trasporto…E' un elegia funebre scritta da Patrick Cassidy in memoria del padre morto un paio d'anni or sono, a cui Lisa offre un'interpretazione vocale assai intensa…il testo latino, ammonizione che il devoto biografo francescano Tommaso di Celano ha intagliato nel coro della chiesa di San Damiano in Assisi, recita:
"Non clamor, sed amor / Non vox, sed votum, Non cordula, sed cor / Psallit in aure Dei" (che sta più o meno per: "Non clamore, ma amore, Non vane voci, ma impegno concreto, non strumenti di violenza, ma intelligenza / sono la musica per l'orecchio di Dio")…"Un pezzo catartico" che - tra marmoree candide pareti d'una cattedrale gotica, tra accecanti esplosioni di luce - chiude il cerchio dell'opera ci dà la benedizione eterna. Amen.

Posted by SergioG at 19:02

CESARE BASILE - Gran Cavalera Elettrica

Altro disco intenso, obliquo e notturno, capace di mettere inesorabilmente a nudo l'anima è "Gran Cavalera Elettrica" di Cesare Basile (alla sua terza prova solista dopo "La Pelle" e "Closet Meraviglia"). Un disco che sa di saline abbandonate colpite da un sole implacabile, di orti di ulivi resi neri e contorti dal tempo, di vecchie bettole dagli interni fumosi e scrostati, di stracci di donne e strade polverose, su cui camminano dure scorze di uomini che vanno incontro al loro destino…
Un pugno di ballate "western" all'italiana scarnificate fino all'osso, grondanti di psichedelica tristezza e di magnifica poesia. Le ombre di Johnny Cash, Hank Williams si proiettano sul muro, mentre Nick Cave, Tom Waits e Blixa Bargeld fanno capolino (e scusate se è poco)…
La produzione è di un certo sig. John Parish (Polly J. Harvey, tanto per fare un nome). Per trovare qualche disco italiano con le stesse atmosfere "malaticcie" bisogna ricorrere ai Santa Sangre e più indietro negli anni ai Carnival of Fools (che poi erano gli stessi con in più un Mauro Giovanardi - voce dei futuri La Cruz - che cantava ancora in inglese…)

Si comincia con il lamento in sottofondo di Uccio Aloisi e le percussioni stile "pizzica" de il "Cantico dei tarantati", dove la mesta voce di Basile recita: "Che questo petto è fatto / cembalo d'amore / e tasti i sensi miei / accesi e pronti / e corde sono i pianti sospirati / ed i dolori / rosa è il cuore mio / colpito a morte […] Maestra è la donna mia / che a tutte le ore / cantando canta lieta / la mia morte". Dura pochi minuti, ma è un manifesto di poetica.
Gli accordi di nevrotiche chitarre e spaesanti violini aprono la successiva "A che serve lo zolfo?", dove le parole si fanno più concise e taglienti: "L'acetilene ingialla i muscoli / scova l'inferno nelle viscere / non verremo mai / tratti all'altare / neanche dentro / una cassa di legno / la domanda è / a che serve lo zolfo? " e in un crescendo di folgoranti chitarre la sua voce si fa universale lamento di tutte le vite maledette…con un vago senso d'inquietudine che sale ogni volta che si ripete la domanda del titolo…

E' la volta del banjo e del lento incedere della ballata macabra intitolata "In coda", in cui vengono snocciolate le morti per vicende diverse di ben diciannove persone…"Che talento ha la morte" dice Basile non senza un velo amaro d'ironia, un po' Branduardi ("Ballo in fa diesis minore") un po' Capossela ("Marcia del Camposanto", "Signora Luna") ma in versione cajun…Un pezzo di memoria rubato a un Caronte ubriaco…

L'incedere più rockettaro di "Apocrifo" ci riporta dalle parti di De André e di Andrea Chimenti, storia del profondo sud, di un uomo (d'onore) crudele e potente che ha forse tradito se stesso e non solo…"Perché sei stato vicino / a chi ha il potere di uccidere / solo per fuggire / la tua insana paura / di crepare […] Ma non dimenticare / le doglie di tua madre / quando addobbi le case distrutte / e dai feste / nel lutto degli altri / la superbia ti arrotola addosso / ed ancora ti chiedi / chi le ha dato la spinta / Perché hai sparso l'aceto / nelle stanze del vino / consumato le labbra / ad un muro di baci e promesse"…gli arrangiamenti sempre più scarni e graffianti, due occhi feriti che si riflettono negli oggetti quotidiani colmi d'indignazione che impasta le parole di sabbia e metallo…

Poi arriva la conturbante voce di Nada Malanima (ancora lei, ben prima della collaborazione con Zamboni e sempre superba!) a dare vita a "Senza sonno", descrizione tutta femminile della scena d'un delitto commesso per disperazione da chi ha subito una violenza di troppo…"Quel taglio è la mano / che ora la / porta via / dalla miseria che / si mastica…" con un delirante e stupendo crescendo che sa di liberazione dell'anima dal deserto - delle miserie umane - in un interminabile tramonto infuocato…

Ancora una voce femminile (Valentina Calvagna) s'alterna - dolce e indolente - a quella di Basile nella successiva "Tutto tranquillo", canzone sulle ossessioni d'una storia d'amore finita: "Portami al luogo dell'addio / dove gli amanti sanno di / morirsi accanto […] scioglieremo col ferro e nel fuoco i voti degli amanti" ribadisce l'autore, quasi sommerso dalle distorsioni di chitarre alla Birthday Party

Il walzer strampalato di Waltz # 4, chiude molto tomwaitsianamente la prima parte del disco e ci catapulta nella ninna nanna di "Trave", consolazione alle piccole grandi paure che impediscono di dormire, agli incubi che ci fanno sudare e tremare nel sonno: "E' solo un'altra trave che scricchiola / non c'è nessuno, no / e questa notte non sarà l'ultima / c'è ancora del tempo / Spegni la luce / non hai alcun motivo per / aver paura no / quell'ombra è solo / la giacca sul mobile / non può farti male…"

Seguono i due episodi più impegnativi dell'opera: "Nell'orto degli ulivi" e "L'albero di Giuda". Qui al tema della morte (che rincorre come un ombra - come nella vita del resto - in tutte le canzoni) della solitudine, della paura, del destino ineluttabile, si affiancano quelli della sofferenza e della colpa, del dolore e dell'infamia…Nella prima, dall'incedere solenne e dal cinematografico arrangiamento orchestrale, il testo recita: "Nell'orto degli ulivi / a perderci eravamo in due / fuggendo le risposte e il senso a pregare […] io stavo coi mercenari / e tu vendevi giri di ballo fino all'alba […] Così quando hai rubato / la legge dei profeti per me / tradire è stato un dono […] Intrecciami una buona corda / io taglierò la croce così / chi mangerà di noi / avrà per sempre fame…"
Nella seconda, nervosa ballata alla Nick Cave si dice: "Ma nel campo del vasaio / metteranno gli spostati / sotto l'albero di Giuda / ci sarà sempre da bere / perché un giorno è magico / e questi altri orribili / a tutte feriscono / ed è l'ultima che ti toglie la vita…" con le chitarre di Basile e Marcello Caudullo che ancora sanno stridere, piangere, distorcersi e poi quietarsi in un malato blues…

"Pietra bianca" è cupa e rabbiosa testimonianza dell'impossibilità di amare ma colta da una non comune sensibilità poetica: "[…]Sono un balordo / che ha cercato baci / dandoli via / tu ti alzi e ti muovi / nelle scarpe più belle / e io scopro che lo fai / solo per me […] Tu sei come il tuo seno / dormi tutta in un palmo / di mano / e non voglio che la mano che trema / ti svegli / la mia mano che trema / ti svegli…"

"Primo concime", infine, si concede un po' di scalcinata melodia (a metà strada tra Diaframma e La Cruz): "Le sue mani / sono il mio primo concime / gli occhi di mille caduti in battaglia / o corolle di fiori / questo è il tempo / del mio primo concime / quando tutta la vita / di un uomo / mi veste la schiena / così, comincia da qui / tutto comincia da qui".
E per chi ne ha ancora un po', il disco finisce con la cover strappacuore di Fred Neil, "Little bit of rain".

Difficile resistere alla tentazione di riascoltare tutto d'accapo, senza stancarsi mai, per ogni volta cogliere qualcosa di diverso. Solo coi dischi profondi e non immediati come questo lo si può fare. Anche se questo rimarrà un grande disco solo per pochi fortunati. Così Cesare Basile può oggi essere affiancato a quei menestrelli autentici destinati a rimanere in secondo piano nel panorama musicale italiano, come Giancarlo Onorato (ex cantante degli Underground Life), Stefano Giaccone (ex voce dei Franti) o Mauro Pagani (PFM, De André). Ma è meglio in certi casi continuare a incidere perle e non essere profeti in patria.

Posted by SergioG at 18:13

13.03.04

LE MAGIE DEL NUMERO SETTE

Devo ringraziare Manuela Ardingo per il suo articolo su PORDENONESETTE (in fondo al primo Chakra).
Mi ha dato nuovi spunti per un poesia che avevo scritto un paio d'anni fa sul numero sette e che era rimasta fuori del libro, proprio per una sua forma incompleta (non che non si possa aggiungere dell'altro, ora però mi sembra migliore; si accettano altri suggerimenti).
Dedico a Manu questi versi, con la speranza che possa non solo apprezzarli, ma si senta coautrice (chi non ha mai "rubato" qualcosa a qualcuno? Ebbene la poesia la restituisce a beneficio dell'intera umanità). Mi sembra non si possa chiedere di più a un blog...


ECOLALIA

Scuri platani s'ergono dal fango:
mani di giganti, artigli senza scampo.
Un giovane dal volto adusto, pizzetto incolto,
gambe da grillo in posizione del loto,
dondolante come un ebreo al muro del pianto
si volge ad una ragazzina, cantilenando:

"Sette i chakra, le note musicali, i colori dell'iride.

Sette i Dormienti, i Sapienti, le Pleiadi nel Toro.

Sette gli aromi base, le isole Antille, le stelle dell'Orsa Maggiore.

Sette i tipi di oro, le stole di Iside, le gemme preziose.

Sette i vizi capitali, le virtù calpestate, le opere di misericordia.

Sette i giri del musulmano alla Kaaba, quelli del buddista al monte Kailash, le invocazioni del Pater Noster, i bracci della menorah.

Sette i sacramenti, gli abomini, i gradi di perfezione.

Sette i giorni della settimana, le meraviglie del mondo, i pianeti
nell'antichità.

Sette i veli della danza, le chiavi dell'Universo, le porte del sogno.

Sette i gangli spinali, le ghiandole endocrine, i livelli degli elettroni attorno al nucleo.

Sette i sigilli spezzati, i segreti svelati, le trombe del Giudizio.
__________________________________________________________________
Settantasette in totale.

Regina Reginella, ecco i passi che occorre fare:
sette da formica, sei da canguro,
cinque da coguaro, quattro da struzzo,
tre da gambero, due da elefante".

E la ragazzina comincia ad avanzare…

Posted by SergioG at 18:16

06.03.04

GIORGIO CANALI

In attesa del secondo capitolo del progetto PGR con i tre superstiti all'opera (Giorgio Canali, Gianni Maroccolo e Giovanni Lindo Ferretti), ho recuperato l'ascolto del cd "Rossofuoco" di Giorgio Canali (il suo secondo disco solista dopo "Che fine ha fatto Laslotoz" del 1999), uscito nel 2002.
Un lavoro sicuramente da inquadrare nell'ambito del rock cantautorale italiano più arrabbiato e obliquo (mettiamoci dentro un po' di Fluxus, Massimo Volume, primi Marlene Kuntz, Santo Niente, Diaframma, GanG e naturalmente CSI) e interessante sia per i suoni marleniani delle chitarre, sia per i testi non privi di una certa poetica. La voce di Giorgio Canali è aspra e poco concede alla melodia: per tutto l'album è caratterizzata da una vena di sana e autentica incazzatura. Una rabbia che non risparmia niente e nessuno e che si nutre di parole cariche di sdegno (e volgari quanto basta). Ma questo fa parte del personaggio Canali, che ti spara in faccia quello che pensa senza mezze parole; occorre accettarlo, come si accetta il suo indubbio talento chitarristico. Le canzoni scorrono e si lasciano amare proprio grazie a questa febbrile carica di energia che le rende "bastarde" nel profondo dell'anima.
Tra i brani più riusciti di "Rossofuoco" sono da citare:
- il pezzo d'apertura "questa è la fine", ballata acida e disincantata che lentamente cresce fino all'inesorabile esplosione finale: "Togli l'audio amore / non c'è niente da sentire qui/ nei postriboli del post-rock / anemici piagnucolano/ dentro i riverberi". E chi ha da capire (nel giro degli "alternativi" o dei figli di papà che si improvvisano musicisti rock) capisca.
- "corretto e poche storie" per il bel tiro del giro di basso (troppo facile citare i CSI di "celluloide") e l'incedere della voce nel ritornello: "La vita è dura e poi generalmente si muore / ne ho abbastanza di farmi trattare da animale sociale… e poi comunque da che mondo e mondo il mondo è roba altrui e non cambia mai!"
- "pesci nell'acqua" ballatona lenta e malaticcia dall'atmosfera lugubre, notturna e fumosa: "Disarmato e muto come un pesce resto qui / a pensare alla fortuna sfacciata che hanno i pesci in fondo al mare / laggiù…nulla da fare niente feste del cazzo niente stronzi alla tv / solo una due tre…mille bolle blu / che gli frega della pioggia ai pesci nell'acqua".E' il mio brano preferito insieme a "questa è la fine".
- Meno interessanti i tre pezzi cantati in francese, l'arrabbiata "la démarche des crabes", il lento "maman va rentrer" (con il morbido pianoforte di Magnelli), e la mesta suite di "adagio baroche". La voce di Canali in francese s'incendia ancor più dei suoi colori, mettendo in risalto accanto al fascino da rocker stradaiolo quell'alone da cantautore maledetto che non guasta. Il francese però stanca di più dell'italiano e l'ascolto a lungo andare si fa più difficile.
- "se viene il lupo" sferzante ed epico brano rock, carico di energia, con un paio di splendidi assolo di chitarra alla Marlene: "Chissà perché gli amanti hanno bisogno di un posto fisso per morire, come gli indiani, gli elefanti e altre razze strane / chissà perché / chissà perché se guardi in fondo agli occhi degli amanti veri / scritta in grande evidenziata in rosso la parola fine / chissà perché […] ma a cosa serve la poesia?". Quando ti entra in testa non ti abbandona più.
- "fuoco corri con me", titolo Lynchiano per un brano in crescendo alla Massimo Volume, con voce un po' a metà tra la parlata di Emidio Clementi e quella cantilenante di Cristiano Godano.
- L'americaneggiante e rabbiosa "rossocome": "Fatevi fottere voi e le vostre femmine indigene, non sapete ciò che rischiate / quando finirò le paglie mi trasformerò in un mostro sanguinario / che sgozza le sue vittime con i denti / al semaforo rosso / rosso come il vostro sangue / rosso come / rosso come il fuoco".
- Le due canzoni sorelle "testa di fuoco" e "pompieri 2", perfetto incontro in un piccolo e squallido bar di periferia, tra Rino Gaetano, il primo disilluso e ironico Vasco Rossi, Afterhours e CSI: "Pompieri spegnete questo fuoco!".
Tutto sommato un buon disco, ispirato, grezzo e genuino. Come da tempo non se ne sentivano in Italia.

Posted by SergioG at 16:34