15.11.03

TRE ARGOMENTI

Ad uno scrittore famoso di cui non ricordo con sicurezza il nome, credo Henry Miller, fu chiesto di quali argomenti era solito preferibilmente scrivere. La risposta fu che esistono solo tre cose valide ,di cui si può veramente parlare: Sesso, Dio e Morte.
Sul primo credo di aver fatto sufficienti tentativi poetici, soffermandomi con dovizia di particolari sia sul sesso vissuto in realtà, sia soprattutto su quello fantasticato – è curioso come il linguaggio poi renda il sesso di cui si è fatta reale esperienza, solo più verosimile, mentre quello vissuto nella fantasia diventi in qualche modo plausibile. Così, le donne di cui parlo non appartengono solo alla vita vissuta rispecchiando gli innamoramenti e le esperienze passate e presenti, ma spesso incarnano figure ideali, in cui caratteristiche vere delle persone che ho conosciuto si mescolano a caratteristiche completamente inventate e fittizie. Ho cercato di affrontare il tema dell’eros, come dice il professor Renato Scavino, usando “descrizioni senza veli eppure di una innocenza assoluta”, come si trattasse “di vedere in azione Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, prima del peccato originale”.
Il secondo argomento l’ho scartato per scelta: per insufficienza d’argomenti, per ignoranza, per mancanza di preparazione, ma anche per una certa qual forma di umiltà. Che so io di Dio? Che ne so io che credo in un entità superiore, ma che non sono praticante (ok, non è indispensabile essere cattolici praticanti per poter parlare di Dio, anzi forse è del tutto fuorviante), io che ho solo trentacinque anni, che conosco pochi libri della Bibbia – solo alcuni dell’Antico Testamento- e che non pratico certo i Vangeli… Questo non vuol dire che in alcuni miei componimenti non possa scaturire una profonda religiosità e talvolta, in certi versi più felici, un certo qual misticismo autentico. Talvolta, la figura di un essere superiore diventa perfino palese e strettamente connessa con il sentimento di stupore del poeta nei confronti di tutta la Creazione. Ma la mia ricerca di Dio è diciamo così, solo all’inizio (é lui che ha perduto me o io che, pur cercandolo, sono in esilio da lui?). Forse un giorno non lontano potrò affrontare l’argomento con qualche sicurezza (fede) in più.
Così mi sono buttato a capofitto sul terzo tema: la morte. Ho raccolto le poche cose già scritte (alcune liriche de “La Giostra Di Venere”, come Similia Similibus Curentur, Chrisallys e l’ultima che chiude il libro, ovvero Herba Est Ex Luce) e ho concentrato le idee che avevo in proposito, ossia che la morte sia soprattutto una fase di trasformazione e di passaggio per arrivare ad altro, che sia rinascita, forma divina o – se non si crede nella sopravvivenza dell’anima -il vuoto assoluto.
Sto cercando di leggere a più non posso, insomma sto tentando di accumulare una certa conoscenza bibliografica sull’argomento (e qui suggerimenti sarebbero ben accetti): cominciando dal “Libro Tibetano Dei Morti”, per continuare con vari "Libri Egiziani Dei Morti", salmi più o meno funerei, racconti macabri, ecc. (Qualcuno mi ha suggerito di leggere qualche romanzo della anatomo-patologa Patricia Cornwell).
In realtà il lato della morte che più mi interessa approfondire é quello biologico: sintomi di morte evidente (rigor mortis, ecc.), fasi della decomposizione, chimica della putrefazione, forme batteriche e insetti connessi con la decomposizione e così via… insomma tutto ciò che pur nella fase post morte rimane febbrile attività della vita. Descrivendo la decomposizione di un cadavere, come un evento del tutto naturale, come se si trattasse della trasformazione delle foglie in fertile humus. Ma affrontando anche l’argomento come fosse l'ennesima prova che dobbiamo affrontare, come l’esame ultimo di tutto ciò che si è fatto nella vita (e qui vengono fuori le radici del cattolicesimo represso...). Che altro dovrei dire? Spero che tutto questo lavoro porti a qualcosa (come nel caso dei versi del parto), a qualcosa di valido. Dovrei forse intervistare qualche rappresentante di pompe funebri?

Posted by SergioG at 18:50

08.11.03

PERSONE METEORE

Ci sono persone che piombano improvvisamente nella nostre vite, per un periodo limitato anche solo per pochi giorni o pochi mesi e che hanno la capacità di scuoterci, di farci sentire all’improvviso più vivi, di renderci più attivi e pieni di ispirazione. Non solo. Ci fanno sentire migliori dandoci la possibilità di esprimere in maniera più completa tutte le nostre potenzialità, ci travolgono con la loro verve e la loro energia irrefrenabile, illuminando il nostro cammino con la loro sensibilità fuori dal comune, dandoci la possibilità concreta di cambiare e di crescere come persone, facendoci aprire in modo nuovo e inatteso agli altri.
Si crea, insomma, tra noi e questi particolari individui un certo qual rapporto magico, caratteristico di quel momento e irripetibile, un rapporto in grado di trasformare gli avvenimenti quotidiani in poesia, i piccoli spostamenti in grandi avventure, le persone che magari hai conosciuto in maniera superficiale fino a quel momento in incontri nuovi e interessanti.
Come se due pianeti diversi mettessero in compartecipazione un pezzo delle loro orbite e senza scontrarsi, ma soltanto sfiorandosi ne avessero entrambi grandi benefici, e si creasse per questo una nuova energia, un nuovo mondo, un po’ come la sfera esclusiva che avvolge gli amanti e gli innamorati…Come se fossero angeli in carne ed ossa.
Sono "persone meteore". Persone che senza volerlo sono in grado di lasciare un segno profondo nelle nostre vite (ma di questo ci si accorge solo dopo che le abbiamo perdute).
Persone di cui a poco a poco ci si innamora (al di là dell’attrazione fisica si tratta di un amore intellettuale e platonico, un amore fatto d’affinità d’anime). Persone grazie alle quali non solo si ritrovano le nostre affinità elettive, ma grazie a cui tutto nella nostra vita acquista un nuovo senso. Persone che ci fanno star bene e con cui ci sentiamo felici, alle quali vorremmo affidarci completamente, con cui vorremmo fare tutte le nostre più importanti esperienze. Persone al fianco delle quali non vorremmo mai smettere di camminare. Persone che invece restano misteriose, affascinanti e inafferrabili.
Pietro Benso detto Pepo era una di queste persone. Pepo1.jpg

Non ho sue notizie da undici anni. Da quando la sua scelta definitiva di far parte dei testimoni di Geova non gli ha imposto di tagliare i ponti con tutto, perché il suo mondo di allora era considerato, secondo le limitate e fuorvianti idee di questa setta, demoniaco (musica, amicizie, frequentazioni, ecc.).
Ma non è questo di cui voglio parlare. E’ di ciò che mi è rimasto di lui a distanza di tanti anni. E' di ciò che lui era allora e che lo rendeva un amico e una persona davvero speciale e unica. Non voglio parlare del suo aspetto fisico, del suo modo originale e demodé di vestire, della sua gestualità, del suo modo buffo di camminare o di comportarsi in mezzo agli altri. Solo accennare a qualche particolare della sua vita e delle sue idee di allora che mi è rimasto impresso…

Portava sempre un quaderno con sé, dove annotava come in una sorta di diario i piccoli e grandi avvenimenti della sua vita, meditazioni, riflessioni, descrizioni delle persone che conosceva e che frequentava, scritti rigorosamente a mano (ripudiava l’idea di ricopiare il tutto con la macchina da scrivere o peggio con la fredda tastiera d’un computer, repelleva l’idea di ritoccare e riscrivere ciò che aveva partorito in un momento d’ispirazione).
Era molto geloso di questo quaderno e ti concedeva di leggerlo solo a piccole dosi (anche se poi mi aveva concesso il privilegio di tenerlo per interi pomeriggi). La sua calligrafia rimane ancora oggi affascinante e arzigogolata: era come affrontare la decifrazione d’una antica scrittura sconosciuta e misteriosa, come leggere un documento d’epoca medioevale o una ricetta redatta con mano assai leggiadra, occorreva farci l’occhio prima di poter procedere spediti, ma tutto ciò invece di scoraggiare ne aumentava il fascino di scoprire i preziosi segreti che vi erano custoditi…

Era dunque una sorta di linguaggio "gotico", a tratti nervoso e sfuggente, dove con noncuranza si mescolavano maiuscole e minuscole, a tratti elaborato e barocco nella forma di certe lettere come la “u” (fatta a forma di vaso o di serpente), le “g”, “v”, “s”, ”n” (le cui pance gambe e braccia partivano per la tangente verso l’alto o il basso, riempivano la spazio tra le righe come un arricchimento grafico). Una scrittura che sapeva però essere anche essenziale e veloce, fatta di lettere piccole e tonde (le “a”, le “o”, le “p”), con le “d” maiuscole a volte goffe e panciute, a volte rigorosamente a forma triangolare di delta (a seconda del suo stato d’animo) e le “e” caratterizzate solo dalle tre sbarrette orizzontali…
Pepo non leggeva volentieri le opere di altri autori di narrativa o poesia, perché diceva che a leggere le cose scritte da altri poi si rimane irrimediabilmente influenzati, perdendo la propria purezza e originalità (è questa un’idea in un certo senso “elementare” che io naturalmente non ho mai condiviso, dato che per maturare occorre passare attraverso il confronto con gli altri, il cui lavoro va certamente letto e poi fatto proprio, metabolizzato se si preferisce, ma era uno dei tanti aspetti della mentalità di Pepo che rispettavo, che mi affascinava e contemporaneamente mi inteneriva, uno dei tanti residui della sua infanzia difficile e della sua scarsa scolarizzazione, che comunque non inficiava il suo acume e la sua spiccata intelligenza).

Che cosa scriveva su questo quaderno?
Scriveva molto di certi aspetti che lo colpivano nelle azioni o nei caratteri delle persone che incontrava e che amava; era come un fanciullo che osservava con attenzione tutto e che da tutto si lasciava stupire.
Ricordo l’ironia con cui descriveva i comportamenti alimentari d’un suo vicino di casa (reso esilarante e stravagante come un personaggio tomwaitsiano); ricordo una commovente descrizione delle mani della ragazza di cui era stato innamorato.
I piccoli difetti o le imperfezioni estetiche, le piccole “deviazioni comportamentali” delle altre persone diventavano grazie a lui dei punti di forza, la loro particolare e irripetibile bellezza (così lo strabismo di Venere o la peluria accentuata vicino alle orecchie di una ragazza, o la sua eccessiva magrezza o rotondità del seno, ecc. e allo stesso modo l’eccessiva timidezza o pudore o chiusura di carattere, erano esaltati come virtù fuori dal comune)(e forse a guardare le giovani d’oggi è veramente così, in quanto si tratta di virtù sempre più difficili da trovare).
Scriveva del suo mondo quotidiano: i suoi abiti (ricordo una descrizione personalizzata del suo gilet, che lui chiamava con confidenza la sua “doppio petto grigia”, come fosse una fedele compagna di vita, una specie di dea minore da venerare), la sua stanza, la sua musica [e qui si potrebbero spalancare mondi infiniti perché ascoltava veramente di tutto, senza essere influenzato dalle mode o dall’artista del momento, perché era lui semmai a fare le mode e a innamorarsi di questo o quel disco del presente o del passato, che acquistava magari per la bella copertina…quindi si poteva spaziare da Battisti, ai canti popolari bulgari o yugoslavi, dalla canzonetta pop al cantautore o al gruppo più sconosciuto e maledetto (dal Battiato di “Fetus” e “Pollution” a Nick Cave, dalla musica classica a Leonard Cohen) Tanto per citare qualche nome e dare uno spaccato del suo mondo musicale, tra i suoi artisti preferiti vi erano:
- Tutti quelli che incidevano per l’etichetta 4AD, vale a dire in primis Dead Can Dance, Cocteau Twins, Clan Of Xymox, Wolfgang Press, Dif Juz, ecc.
- Tutta l’ondata elettronico-industriale: Laibach, Skinny Puppy, Front 242, Einsturzende Neubauten, Weimar Gesang, Pankow (i suoi gruppi italiani preferiti insieme agli Underground Life, ai Franti, ai CCCP e agli Afrodisia-città libera), In The Nursery. ecc
- Tutta l’ondata dark-new wave, per es. And Also The Trees, Sad Lovers And The Giants, Siouxsie And The Banshees, Fields Of The Nephilim, Joy Division (gli piacevano meno Cure o Bauhaus)
- Alcuni gruppi più pop in senso generale, come Lotus Eaters, Simple Minds, It’s Immaterial, The The, Depeche Mode, Japan&David Sylvian e così via…
Insomma all’inizio degli anni novanta lui ascoltava il gruppo innovativo (come potevano essere allora i Nirvana di “Bleach” o i rappers-metallari olandesi Suicidal Tendencies o i bostoniani Pixies) contemporaneamente a tutta la musica degli anni ottanta e insieme il meglio degli allora bistrattati e per nulla riscoperti anni settanta (Battisti, Gaber, Area, tutto il rock psichedelico, ecc.
)].

Descriveva i luoghi particolari dove ci recavamo a fare fotografie o semplici esplorazioni: luoghi ricchi di storia e monumenti antichi (con torri, castelli, manieri diroccati) luoghi dalla natura incontaminata (sulle montagne valdostane o piemontesi, presso boschi, torbiere, laghi, luoghi di mare, letti di fiumi), luoghi decadenti o ricchi d’archeologia industriale (chiese sconsacrate, vecchie fabbriche in disuso, cascine diroccate, binari abbandonati), luoghi magici o suggestivi (cimiteri, torri delle fate, ponti del diavolo, ecc.), ogni posto aveva per lui un fascino particolare o acquistava un fascino particolare visitarlo insieme a lui.
Descriveva con rara efficacia le sue inquietudini adolescenziali (l’assenza della figura paterna?), con sottile erotismo le sue pulsioni sessuali (il desiderio di essere l’asciugamano con il quale l’amica Giuliana, credo, si asciugava il corpo dopo il bagno), con lucidità e ironia le sue avventure nel mondo ostile (come fosse un cavaliere d’altri tempi) o i suoi deliri influenzati anche dalle variazioni d’umore (la descrizione della birra favorita, la Trapped, così amara e scura; le divagazioni sulla stupidità umana, sull’assurdità di talune regole o consuetudini sociali, ecc.).

Pur non essendo né uno scrittore, né un pittore, né uno scultore, né un attore o un fotografo professionista (ma avrebbe potuto diventare ognuno di essi se solo avesse voluto, se non fosse stato “deviato” da un ambiente che ha sfruttato al meglio la sua troppo ingenua credulità religiosa e che gli ha dato quella sicurezza famigliare che lui non aveva sino ad allora mai avuto), era un’artista nel senso più genuino della parola, compresa la buona dose di “sana pazzia” che solo i veri artisti comunemente possiedono.
Infine, sempre lo guidava un’idea originale riguardo ai suoi scritti (benché ne fosse geloso): che quegli scritti non gli appartenevano affatto(e proprio per questo non li voleva far leggere ad estranei, egli ne era il semplice custode). Pepo, infatti, sosteneva che le sue meditazioni e le sue riflessioni appartenevano di diritto alla persona che gliele aveva ispirate o a cui erano dedicati. E quante volte te lo vedevi piombare in casa inaspettato o alle ore più strane per farti leggere un pezzo che doveva assolutamente leggerti e lasciarti - magari un’intera pagina di quaderno - perché gli era venuto e voleva assolutamente lasciartelo come testimonianza, come una cosa preziosa e solamente tua, di cui lui era entrato "casualmente" in possesso (e questo lo faceva non solo con gli amici, ma anche con i conoscenti, con le persone con cui entrava in contatto magari per poche volte e che lo ispiravano, a cui doveva lasciare il suo scritto o magari la compilation musicale registrata appositamente…così almeno ti lasciava la musica che ascoltava in quel momento - in verità un piccolo pezzo di se stesso - e poi magari spariva per mesi interi e tu ti chiedevi se era vero o un’apparizione e se l’avresti rivisto ancora).
Per questo e per tanti altri motivi Pepo mi manca, mi mancano la sua solarità e la sua sfrontatezza, mi mancano il suo saper improvvisare e la sua poesia, mi mancano i suoi sguardi e il suo sorriso, mi manca il suo entusiasmo e la sua disperazione, mi manca perfino l’odore dei suoi vestiti e della sua pelle…ma so che sarebbe del tutto inutile andarlo a cercare oggi.
Quel che so per certo è che per “l’uomo dalle scarpe tonde o buffe” ci sarà sempre una porta aperta nella mia vita.

Posted by SergioG at 16:59