30.10.03

Omaggio ad Allen Ginsberg

In omaggio ad Allen Ginsberg, il grande poeta beat, ho deciso di trascrivere alcune delle sue liriche:

[la traduzione è di Fernanda Pivano]

CANZONE

Il peso del mondo
è amore.
Sotto il fardello
della solitudine,
sotto il fardello
della insoddisfazione

il peso,
il peso che trasportiamo
è amore.

Chi può negarlo?
Nei sogni
sfiora
il corpo,
nel pensiero
costruisce
un miracolo,
nell’immaginazione
langue
finché è diventato
umano -

si affaccia al cuore
ardente di purezza –
perché il fardello della vita
è amore,

ma trasportiamo il peso
stancamente,
e così dobbiamo riposare
tra le braccia dell’amore
finalmente,
dobbiamo riposare tra le braccia
dell’amore.

Non c’è riposo
senza amore,
non c’è sonno
senza sogni
d’amore –
pazzi o gelidi,
ossessionati da angeli
o da macchine,
il desiderio estremo
è amore
- non può essere amaro,
non può negare,
non può contenersi
se negato:

il peso è troppo greve

- deve dare
senza nulla riavere
come il pensiero
è dato
in solitudine
in tutta l’eccellenza
del suo eccesso.

I tiepidi corpi
brillano insieme
nel buio,
la mano si muove
verso il centro
della carne,
la pelle trema
di felicità
e l’anima viene
gioconda nell’occhio –

sì, sì,
è questo che
volevo,
ho sempre voluto,
ho sempre voluto,
ritornare
al corpo
in cui sono nato.


NOTA A URLO

(SI CONSIGLIA DI ASCOLTARE LA VERSIONE MUSICATA & INTERPRETATA DA PATTY SMITH, SUL CD “PEACE AND NOISE” O NELLA VERSIONE DAL VIVO PRESENTE SULLA RACCOLTA “LAND”)

Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo!Santo! Santo! Santo! Santo!
Il mondo è santo! L’anima è santa! La pelle è santa!
Il naso è santo! La lingua e il cazzo e la mano e il buco del culo sono santi!
Tutto è santo! Tutti sono santi! Dappertutto è santo! Tutti i giorni sono nell’eternità! Ognuno è un angelo!
Il pezzente è santo come il serafino! Il pazzo è santo come tu mia anima sei santa!
La macchina da scrivere è santa la poesia è santa la voce è santa gli ascoltatori sono santi l’estasi è santa!
Santo Peter santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Burroughs santo Cassidy santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti e sofferenti santi gli orrendi angeli umani!
Santa mia madre nel manicomio! Santi i cazzi dei nonni del Kansas!
Santo il sassofono gemente! Santa l’apocalisse del bop!
Santi gli hipsters di jazz & marijuana pace & streppa & tamburi!
Sante le solitudini dei grattacieli e delle strade! Sante le cafeterias piene di milioni! Santi i misteriosi fiumi di lacrime sotto le strade!
Santo il juggernaut senza compagni! Santo il vasto agnello della borghesia! Santi i pazzi pastori della ribellione! Chi capisce Los Angeles è Los Angeles!
Santa New York Santa San Francisco Santa Peoria e Seattle Santa Parigi Santa Tangeri Santa Mosca Santa Istanbul!
Santo tempo nell’eternità santa eternità nel tempo santi gli orologi nello spazio santa la quarta dimensione santa la quinta Internazionale santo l’Angelo in Moloch!
Santo il mare santo il deserto santa la ferrovia santa la locomotiva sante le visioni sante le allucinazioni santi i miracoli santa la pupilla santo l’abisso!
Santo perdono! pietà! carità! fede! Santi! nostri! corpi! sofferenza! magnanimità!
Santa la soprannaturale ultrabrillante intelligente gentilezza dell’animo!


POESIA D’AMORE SU UN TEMA DI WHITMAN

Senza rumore entrerò nella camera da letto e mi stenderò tra lo sposo e la sposa,
quei corpi caduti dal cielo sdraiati in attesa nudi e irrequieti, braccia posate sugli occhi nel buio,
affonderò il mio volto nelle loro spalle e nei seni,respirando la loro pelle,
e accarezzerò e bacerò il collo e la bocca e farò che il dorso sia aperto e conosciuto,
gambe alzate piegate a ricevere, uccello spinto nel buio tormentato e aggressivo
duro dal buco alla testa eccitata,
corpi nudi allacciati tra brividi, fianchi caldi e natiche avvinte
e occhi, occhi lucenti e maliardi, spalancati nell’abbandono,
e gemiti dei movimenti, voci, mani nei capelli, mani tra le cosce,
mani bagnate, su labbra intenerite, palpitante contrazione di ventri finché lo sperma bianco fluisce tra lenzuola sconvolte,
e la sposa implora pietà, e lo sposo è coperto di lacrime di passione e di compassione,
e io mi alzo dal letto sazio di ultimi gesti intimi e baci di addio –
tutto prima che la mente si svegli, dietro persiane e porte chiuse in una casa oscurata
dove gli abitanti vagano insoddisfatti nella notte,
nudi spettri che si cercano nel silenzio a vicenda.

Posted by SergioG at 21:54

29.10.03

PLACEBO - Sleeping With Ghosts

Sleeping with ghosts” è il quarto album dei PLACEBO. Nella versione uscita più di recente è incluso un secondo cd tutto di cover.
Devo dire che pur seguendo questa band praticamente dai primi singoli che ha pubblicato, avrei forse acquistato l’album solo per la splendida foto di copertina (e in questi casi rimpiango sempre il formato vinile, dove le foto e le note erano ben più grandi!)
L’inizio è di quelli scoppiettanti con lo strumentale “Bulletproof Cupid”: vengono in mente i Pixies più duri (“Cecilia Ann”, “Planet of Sound”). Una sventagliata di suoni elettronici fa invece da contraltare alla tristemente morbida “English Summer Rain”, dalle atmosfere cupe, darkeggianti e ossessive.
“This Picture” riporta ai tempi del primo cd dei Placebo, quello del bambino con la maglia rossa in copertina (e dei storici singoli “Bruise Pristine”, “Teenage Angust” , “Nancy Boy”): chitarre in primo piano e ritmica piacevole e avvolgente, come un raggio di sole in pieno inverno, semplicemente perfetta.
Il terzo brano dà il titolo all’intero album: i ritmi sono quelli lenti della ballata, la lucidità quella dei migliori Placebo, basso in primo piano, chitarre effettate, sintetizzatori a dare supporto all’arrangiamento (“ ‘cause soulmates never die…”).
Ancora la ritmica in primo piano nella splendida “Bitter End”, il primo singolo estratto da questo cd (nel video i nostri suonano dentro a un enorme ripetitore), con echi di Cure, Joy Division, Therapy? e quant’altro: un classico (“See you at the bitter end”).
Poi tornano i suoni elettronici e le atmosfere malaticce: “C’è qualcosa di marcio qui dentro”, recita il titolo. La voce si fa impastata e smelensa quanto basta. Il rumore prende il sopravvento per un attimo scuotendo l’ascoltatore come un martello pneumatico per poi avvolgerlo come in un bozzolo, imprigionandolo con ritmi ossessivi, echi di voci, suoni elettronici e di armonica distorta.
Sempre decisamente rumorosa la successiva “Plastiline”, riscattata dal bellissimo testo: La bellezza giace nell’occhio / di un altro sogno giovanile / che non s’è venduto l’anima per autostima / Non è di plastilina / La bellezza giace dentro al desiderio / ed in ogni cuore ostinato e redento / che non si è venduto l’anima per autostima / Non è di plastilina / ...Non dimenticate di essere nel modo in cui siete.../ Non andate a vendervi l’anima per autostima / Non siate di plastilina…
“Special Needs” è l’ultimo singolo e ammalia per l’andamento conturbante e la semplicità degli arrangiamenti (siamo dalle parti dei Coldplay, con un pizzico di Marlene Kuntz): semplicemente sublime.
“I’ll Be Yours” gioca con gli elementi, l’acqua e l’aria in particolare, ma parla di amore e sofferenza: “I’ll be your father / I’ll be your mother / I’ll be yours”. Gli strumenti sono ridotti all’osso poi man mano il ritmo cresce, dando spazio alle chitarre e alla batteria. Nulla è lasciato al caso.
“Second Sight” riaccende con l'andamento sostenuto e indiavolato, come una corsa notturna tra le strade di una metropoli, dove ci si rincorre per sfiorarsi un attimo e per non incontrarsi mai…
Un dolce arpeggio di chitarra introduce la struggente “Protect me from what I want”, con in evidenza le tastiere d’un organo e suoni taglienti e metallici. Anche qui l’elettronica e gli effetti delle chitarre sono curatissimi. Certo nulla viene concesso al sorriso, le atmosfere restano cupe, tenebrose, tristi e solo quando i ritmi si fanno più lenti e fluidi, come in “Centrefolds”, dove ad accompagnare la struggente voce di Brian Molko ci sono i suoni di un pianoforte, si "alleggeriscono" per toccare le corde della malinconia (si parla della perdita devastante e inevitabile della persona amata). E’ l’epilogo.
Ma un gruppo che sia autentico e onesto (e i Placebo sono sempre stati professionisti seri, nonostante si siano comportati da superstars-cafone durante la loro apparizione al festival di Sanremo - ma non li si può certo biasimare per questo - non sono finti come per esempio i super cissati MUSE!) sa suonare e soprattutto sa far propri anche i pezzi di altri: così nel secondo cd è possibile ascoltare le covers di storiche canzoni rifatte dai nostri. Tra le tante brillano le prime tre tracce e cioè “Running up that hill” (di Kate Bush), “Where is my mind” (guarda caso dei Pixies) e “Bigmouth strikes again” (degli Smiths, già inclusa da diversi anni nel repertorio dal vivo del gruppo e che era anche apparsa sul retro del singolo “Nancy boy”, qui magnificamnete reinterpretata).
Seguono poi “20th Century boy” (dei T-Rex di Marc Bolan), “I Feel you” (dei Depeche Mode), Johnny and Mary (di Robert Palmer), “The Ballad of Melody Nelson” (di Serge Gainsbourg), Jackie (di Sinead O’Connor) più una intensa e funerea versione di “Holocaust” (scritta da Alex Chilton, che ricordo in un’altra meravigliosa interpretazione dei This Mortal Coil, negli anni d’oro della 4AD)…Forse non si può parlare di vero e proprio capolavoro (l’unico album capolavoro di covers che ricordi è “Kicking Against the Pricks” di Nick Cave), ma è comunque un ascolto molto piacevole ed emozionante (insomma una volta tanto i soldi sono spesi bene), un bel viaggetto indietro nel tempo, prevalentemente nei tanto bistrattati anni ottanta.

Posted by SergioG at 22:46 | Comments (10)

25.10.03

depressione e creatività

Questa settimana ho frequentato un corso di aggiornamento organizzato per i farmacisti della provincia di Cuneo, avente per tema la depressione.
Penso che possa essere interessante (anche se un po’ lungo da leggere) estrapolare dalla parte introduttiva delle dispense del suddetto corso (curate dal Dott. Savino Roggia e dalla Dott.sa Costanza Ravbar) le pagine riguardanti l’inquadramento della patologia depressiva e il suo superamento attraverso un lento cammino di auto-consapevolezza, che può trovare anche completa risoluzione nella trasformazione chiave della sofferenza in creatività…
Con l’augurio di poter tutti quanti far tesoro di queste parole (ma la lezione di vita vale in special modo per il sottoscritto).

La depressione, scriveva Richard Burton nel 1621, è l’inferno in terra. E se è vero che essa si sta impadronendo della razza civilizzata vuol dire che l’inferno sulla terra c’è ed è da ricercare nel cuore di questo uomo depresso, incompreso dal mondo. Un desiderio di comprensione del suo universo che è sempre figlio di una incomprensione subita, in genere da parte degli altri, di un collettivo che lo rifiuta, che lo giudica, di una vita che sembra ostinarsi a non regalargli nemmeno un tiepido raggio di sole.
Non sembra, ma il rapporto con i nostri simili può infliggerci ferite più profonde e dolorose di quanto qualsiasi arma non sia in grado di fare. L’isolamento, il rifiuto, il disprezzo degli altri colpiscono la nostra anima con spietata violenza, lasciandovi sempre impresse cicatrici profonde.
Alla legittima domanda se “è possibile vivere serenamente nonostante quel senso di solitudine e quella sofferenza che rendono l’anima schiava di se stessa” oppure se “è possibile convivere con una situazione che alla maggioranza delle persone risulta insopportabile” gli esperti sono concordi: è possibile convivere con simili lacerazioni, solo a condizione di attribuire senso agli eventi che ci provocano tanto dolore.
Per chi ha fatto esperienza, la solitudine e la sofferenza vengono caratterizzate dalla straziante sensazione di non poter fare affidamento su alcun sostegno al di fuori di te stesso. L’unica convinzione che ti accompagna è che nessuno può darti una mano, nessuno è disposto ad aiutarti, ed altri non hai ad eccezione di te stesso. Quando si è soli e in preda alla sofferenza, si avverte la sensazione di essere isolati dal resto del mondo, si è costretti a vivere in una dimensione che si nutre da sola, quasi narcisistica, e con amarezza constatiamo che possiamo contare soltanto sulle nostre forze, che il resto del mondo non potrà mai comprenderci.

“Le ferite dell’anima, però, possono trasformarsi in principi attivatori del nostro risveglio psicologico, capaci di innescare la nostra rinascita, il cambiamento a cui tutte le esperienze vissute ci hanno preparato. La particolarità della sofferenza, infatti, consiste nella possibilità, che essa ci offre, di trarre nutrimento dallo sviluppo della nostra vita interiore. Non dovremmo dunque arretrare impauriti quando ci troveremo al cospetto della sofferenza giacché essa, al di là di quanto si potrebbe pensare, offre una serie di opportunità, di “vantaggi”. Il più importante di essi è dato dal fatto che la sofferenza e la “prigionia” della nostra anima illuminano e rendono visibile il patrimonio più prezioso e nascosto delle nostre risorse psichiche.
Quando si è prigionieri della depressione e nulla e nessuno sembrano poter accorrere in nostro aiuto, dovremmo essere così coraggiosi da lasciarci precipitare nel baratro, da affrontare quella discesa verticale verso l’oscurità che tanto temiamo. Per quanto vertiginosa e devastante sarà la caduta, per quanto fitta sarà la nebbia da cui saremo avvolti, per quanto tetro apparirà il buio nel quale saremo immersi, dovremmo confidare nella luce, nella lieve ma persistente luce che, sempre, fa seguito all’oscurità” (A. Carotenuto).
La depressione, quindi, si configura come un singolare stato d’animo che costringe la persona in una condizione di prigionia emotiva e allontanamento dal mondo. La “prigione” è data dall’individuo stesso, dal suo mondo interno che lo inghiottisce ogni giorno di più, dalle tenebre dentro le quali precipita accompagnato solo dalla spiacevole sensazione di non poter più far ritorno. Non c’è nulla, ma proprio nulla, nella realtà esterna che possa sollecitare l’interesse del depresso, meno che mai accendere un barlume di progettualità. Quando sentiamo parlare della cosiddetta “mancanza di interesse” che caratterizzerebbe le persone depresse, non facciamo altro che confrontarci con un banalissimo luogo comune, un buffo eufemismo che riesce a spostare l’attenzione solo sulla punta dell’iceberg. La depressione distrugge gli interessi della persona, li sgretola fino al punto di farli diventare finissima sabbia. E per quanti sforzi l’individuo compia, per quanto impegno possa metterci, per quanto aiuto possa ricevere, i suoi granitici interessi e le sue solide attività sono solo sabbia che sfugge tra le sue dita. Uno stato depressivo non lascia spazio alla forza d’animo, alle motivazioni, alla capacità di progettare. In questa cupa sensazione di disperato abbandono l’unico “ desiderio” che è possibile avvertire è che l’incubo finisca il prima possibile. E per un buffo segno del destino è il depresso stesso a procrastinare sempre più il risveglio dall’incubo: dormendo quasi tutto il giorno, oppure aspettando con ansia di poterlo fare, la persona depressa si arrende supina alla letargia della sua vita.
Eppure, sebbene possa sembrare paradossale, soprattutto quando sopraggiunge una depressione profonda è il caso di dire “non tutti i mali vengono per nuocere”.
Lo stato di grave prostrazione e l’abbattimento che si vengono così a creare, infatti, costringono giocoforza l’individuo a confrontarsi con gli aspetti più oscuri, segreti e imprevedibili della sua personalità. Sprofondando fino negli abissi dell’anima, prima o poi giunge il momento in cui “si tocca il fondo”. Gli elementi che permettono di comprendere di aver “toccato il fondo” variano da persona a persona, ma in genere è la consapevolezza di aver calpestato se stessi, di essersi lasciati risucchiare da una condizione di degrado personale e psicologico, a far si che il depresso si senta percorso da un brivido raggelante. E’ questo un breve ma preziosissimo momento in cui una flebile luce rischiara per qualche istante il buio in cui si è immersi. Sono attimi da prendere al volo, in cui si deve decidere rapidamente se distendersi su quel fondale oppure usarlo come una piattaforma di lancio da cui ripartire ed emergere. Soltanto chi avrà vissuto sulla propria pelle l’avventura spaventosa e affascinante di un viaggio nei sotterranei della propria anima potrà capire questo discorso, tutti gli altri dovranno accontentarsi di assistere increduli alle evoluzioni della psiche altrui.

Un aspetto veramente interessante della depressione è dato dallo sfacciato contrasto tra la sterilità di giorni trascorsi come creature prigioniere della propria vita e la grande fertilità del momento in cui si decide di ricominciare a vivere.
In quel momento infatti l’individuo porta sulle proprie spalle un pesante carico: si tratta di tutte le esperienze psicologiche e delle riflessioni generate dalla depressione stessa. Non si tratta di zavorra, ma di un prezioso bagaglio che l’individuo potrà decidere di mettere a frutto. Anche da una depressione, come dopo ogni malattia, non si emerge mai come prima di sprofondarvi: la depressione, però, più di altre patologie è soprattutto metamorfosi e, spesso, arricchimento interiore. La sofferenza dell’anima e la depressione che da essa scaturisce è un vero incendio creativo, la volontà di occuparsi di rinnovati interessi.
A quanti invece si domandano “ se questa sofferenza di base di cui stiamo parlando può essere fonte di un certo equilibrio di vita o paradossalmente un sostegno, una risorsa”, rispondiamo che questa è la sintesi dominante tra gli addetti ai lavori.
L’argomento è controverso perché per raggiungere un equilibrio interiore e una certa serenità attraverso la sofferenza, bisogna che il sofferente si evolva, diventi capace di valorizzare determinate condizioni psicologiche, condizioni che generalmente il collettivo disprezza. Non c’è dubbio che, per chi è preparato, un pizzico di sofferenza unita al silenzio possano essere premesse di una crescita interiore unica, feconda e sconosciuta a chi vive in nome dell’utile immediato, del superficiale.
Talvolta, sembra impossibile uscire da una situazione di sofferenza, soprattutto perché ciò implicherebbe un ulteriore patimento. Esistono però momenti della nostra vita in cui è davvero necessario rimettere tutto in discussione e riesaminare gli eventi della nostra esistenza. Ma quanti di noi sono disposti ad una simile rielaborazione? Quanti sono pronti a guardare dritto negli occhi la loro più intima realtà e a gettare luce sulla loro vita? Sono pochi gli eletti che desiderano veramente uscire dalle tenebre dell’inconsapevolezza per diventare “coscienti” dell’errata erranza, per puntare l’infinito. La consapevolezza, infatti, implica sempre un prezzo elevato e un lungo cammino irto di ostacoli e in salita. Nessuno può preservarci da questo percorso perché, se davvero vogliamo uscire dalla nostra sofferenza psicologica, è necessario iniziare a comprendere. A ognuno di noi, seppure in maniera differenziata, la vita offre l’opportunità di rimettere in discussione, di accettare la sfida e di lottare per acquisire consapevolezza, ma tutto ciò implica uno sforzo enorme e molti si chiedono se ne valga la pena. Certo che ne vale la pena, perché dopo aver percorso il nostro cammino individuale al giusto prezzo potremmo incominciare a capire e, quindi, a vivere.

A prescindere dagli eventi e dalle circostanze, non tutti reagiamo allo stesso modo al dolore psicologico. Chi è più superficiale non potrà che avvertirne meno: non si pone domande e, comunque, non penetra mai la realtà di una situazione o di un problema. La superficialità, com’è ovvio, si esprime anche a livello della dimensione relazionale, laddove un rapporto privo di ogni volontà introspettiva non potrebbe nemmeno definirsi tale.
In base al tipo di esperienze e di rapporti vissuti, dunque, modifichiamo e plasmiamo noi stessi. Pertanto, la nostra serenità psicologica o la nostra sofferenza interiore andranno lette e interpretate alla luce del rapporto con gli altri e delle relazioni che riusciamo a imbastire nel mondo. Le relazioni interpersonali sono il fulcro della nostra esistenza, anzitutto perché vivere un rapporto con gli altri ci permette di imparare e comprendere cose che, altrimenti non potrebbero essere apprese. Nell’ambito di una relazione, inoltre, non soltanto si ha la possibilità di imparare, ma anche di insegnare, di dare all’altro ciò di cui si ha bisogno.
Alla luce di ciò comprendiamo come mai le persone che soffrono di più e che stanno male sono proprio quelle che non hanno la possibilità di dialogo, di rapporto, di interagire e confrontarsi con gli altri. Da un punto di vista psicologico, infatti, le patologie più gravi sono proprio quelle che non consentono all’individuo di entrare in contatto e in relazione con gli altri. Le persone più disperate sono dunque quelle senza relazione, quelle isolate, che non riescono mai a coniugare se stesse con le altre. Si tratta di una sofferenza enorme, talmente grande che l’isolamento viene ormai da tutti considerato come una delle punizioni peggiori che caratterizzano le cosiddette “carceri dure”. Noi tutti siamo spinti prepotentemente ad avere e ricercare rapporti in grado di veicolarci delle emozioni. Le relazioni interpersonali sono dunque determinanti per il nostro sviluppo psicologico, ma celano una grande insidia. Essendo le relazioni il fondamento della nostra vita, comprendiamo anche quale sarà il rovescio della medaglia: esse possono distruggerci. Vi sono persone, ad esempio, che sembrano essere attratte, addirittura calamitate, soltanto da situazioni impersonali disastrose, fallate già sul nascere, che inesorabilmente condannano l’individuo a uno sterile isolamento. Certo, è innegabile che vi sono momenti in cui si ha più bisogno di un dialogo con se stessi piuttosto che con gli altri. Tutto ciò è legittimo, a patto però che queste rimangano “fasi”, episodi circoscritti limitati nel tempo. Dopo aver trascorso una fase di solitudine, meglio di silenzio, di “ritiro interiore” fino alla sofferenza, viviamo letteralmente una “seconda nascita”un momento in cui ci riappropriamo di forze a cui non riuscivamo più ad attingere. Le difficoltà, le carenze, i disagi, in realtà ci permettono di sviluppare le nostre dimensioni migliori.
Ciò che in tal senso è davvero fondamentale capire, peò, è il fatto che la sofferenza e la solitudine possono acquisire un significato e valore positivi, in quanto costruite da noi stessi. L’elemento che più di ogni altro può “creare il mondo” e ricevere frutti dalla solitudine, è l’immaginazione: tanto più saremo ricchi di immaginazione, tanto meglio riusciremo a sopportare il gravoso peso dell’esistenza. Le persone che possiedono questa prerogativa e facoltà, tuttavia, sono sempre giudicate in maniera inadeguata, vengono ritenute dal collettivo un po’ strane, quasi anormali. Esse, però, possiedono uan frattura, una apertura nel loro mondo interno, che diventerà la loro forza, permettendo loro un contatto fecondo e vivificante con la solitudine. Anche la fragilità che alcune persone manifestano, non dovrebbe essere considerata in maniera negativa, ma osservata nei suoi aspetti più positivi, come una fertile apertura. A volte il mondo esterno è particolarmente spietato, ci fa sentire inadeguati, criticati, messi in disparte, i classici “pesci fuor d’acqua”. Per sopravvivere in momenti come questi non c’è altra via che ripiegare su noi stessi e cominciare a cercare nel nostro mondo interno il senso degli eventi. Ma il ripiegamento su noi stessi ci porta ad accorgerci che abbiamo una ferita aperta, profonda, che ci fa male e ci costringe a fare i conti con un mondo che non corrisponde alla nostra aspettativa. Ci si accorge così di essere troppo sensibili per prestare orecchio al rumore incessante di una realtà esterna che pretende di assoggettarci e omologarci.
La sofferenza ferisce, è chiaro, ma le lacerazioni che infligge alla nostra anima possono trasformarsi in straordinarie aperture verso gli altri e la realtà circostante fino al punto, addirittura, di stimolare in alcuni individui lo sviluppo della loro dimensione creativa. Addirittura, è possibile affermare che quanto più nell’anima di una persona la vita infliggerà delle ferite, tanto più aumenteranno le probabilità che questa persona inizi ad interessarsi dell’inconscio e della psiche.

L’impulso creativo, comunque, nasce essenzialmente in quelle persone che sono portatrici di una ferita interna. Si tratta di individui che, in un certo momento della loro vita, sono stati colpiti, feriti da un certo tipo di esperienza, da una situazione che ha lesionato qualcosa in loro. Ecco quindi che tutta la nostra vita, nel momento in cui siamo portatori di una ferita, viene spesa nel tentativo di rimarginare, risanare quell’antica ferita. Il concetto di “ferita-feritoia” riassume e rappresenta brillantemente il fulcro del nostro discorso: da un punto di vista psicologico, la ferita rappresenta qualcosa di estremamente importante perché essa è al contempo anche una feritoia, ossia una finestra aperta sulla sofferenza dell’altro, sulla dimensione più interna.
In quanto esseri feriti, diventiamo diversi e ci comportiamo di conseguenza. Ha così inizio un processo di differenziazione quasi inesauribile, che ci porta a interessarci sempre più al regno dell’inconscio. Le persone di questo tipo denunciano un malessere generalizzato che impedisce loro di vivere serenamente; la vita diviene gravosa, quasi insostenibile. La ferita di cui stiamo parlando non si rimargina mai, tuttavia, con il trascorrere del tempo si trasforma e assume le sembianze e le funzioni di una feritoia, cioè di uno strumento formidabile per guardare dentro di noi e diventare “terapeuti” senza neppure rendercene conto. Infatti, si può dire che si diventa psicoterapeuti nel momento in cui si incomincia a nutrire interesse per il mondo interiore. Ma il mondo della psiche è territorio privilegiato, è popolato da fantasmi, è colmo di paure e si esprime attraverso un linguaggio metaforico spesso complesso.
Quello della psiche è un territorio riservato a pochi eletti e la selezione avviene in virtù della problematicità della persona: solo se si hanno delle reali difficoltà e una ferita sempre sanguinante, sarà possibile accedere al regno dell’inconscio. I problemi, però, nascono quando non si riesce ad attribuire il giusto peso agli eventi dolorosi e, in linea più generale, a dare loro un significato. Come ognuno di noi ben sa, capita a volte di vivere esperienze che, interiormente, ci fanno molto male e sono generatrici di una sofferenza straziante. In un primo momento avvertiamo in maniera nitida la sensazione di non essere in grado di venirne fuori, ma poi, con il trascorrere del tempo, e grazie ad un profondo dialogo con noi stessi, riusciamo a mettere a fuoco quelle esperienze, e a vederle da una luce completamente diversa. E’ così che talvolta si comprende come esse siano state significative e rivoluzionarie per la nostra vita.
E’ diffusa la convinzione che sebbene la dimensione della sofferenza costelli l’esistenza di tutti noi, non sempre siamo in grado di osservare il dolore dell’anima dalla prospettiva corretta. La sofferenza infatti non dovrebbe essere trattata alla stregua di un nemico da combattere e vincere ma, più semplicemente, come una preziosa opportunità per entrare in contatto con aspetti e risorse di noi stessi che altrimenti non avremmo mai avuto l’occasione di scoprire.

Come sosteneva lo stesso Pasolini, l’impulso alla poesia nasce nella feroce e contraddittoria densità dell’essere che si deprime e si esalta, nel suo stesso darsi in modo fenomenico e liberatorio. Sia che sondi tra i più oscuri abissi dell’animo umano, sia che tenda sulle più elevate e spirituali vette, la poesia (quella vera) è gesto, è liberazione, è conquista, è rivelazione e terapia.

Posted by SergioG at 23:35 | Comments (5)

24.10.03

I VERSI DEL PARTO

Avevo solo il primo verso piombatomi addosso dal nulla (c’è chi direbbe per ispirazione), un giorno chissà quando: “Rivoglio la stretta espulsiva del canale del parto”.
Sapevo che dovevo dargli un seguito. Sapevo quale era l’argomento di cui dovevo parlare (la voglia di rinascere – in senso fisico - di un trentacinquenne in crisi…) e come avrei dovuto esprimerlo (usando come metafora proprio la descrizione di un parto, elencando minuziosamente tutte le sue fasi, ma dal punto di vista del feto che sta per nascere – un feto di trentacinque anni…)(In realtà a tutto ciò ci sono arrivato dopo un po’ di tempo).
Doveva essere la descrizione di un parto naturale (visto che quello che mi ha visto nascere peraltro settimino nel lontano maggio del ’68 era stato un parto cesareo…).
L’idea e l’unico verso di partenza mi giravano ossessivamente in testa già da alcune settimane, senza che fossi riuscito a concludere alcunché. Brancolavo nel buio, insoddisfatto.
Ho chiesto suggerimenti a qualche amico durante le cene di rito (aiutato ad affrontare l’argomento da qualche buon bicchiere di vino o da un po’ di fumo), raccontando della mia idea, del mio progetto di scrittura rimasto abbozzo incompleto.
Poi mi è venuto in mente di interrogare tutte le mie amiche diventate madri (Laura, Danila, Monica, Michela), chiedendo loro di raccontarmi l’esperienza vissuta del parto, le aspettative, le sensazioni, i timori, facendomi descrivere anche i particolari del travaglio e i momenti clou di questa esperienza unica per una donna. Attraverso le loro parole ho cominciato a farmi un idea più chiara, ho cominciato a immedesimarmi più concretamente con quel feto.
Ma non bastava. Ho trascorso un intero pomeriggio in biblioteca a documentarmi, a scartabellare in diversi libri di biologia, a imparare i termini scientifici più adatti, a ripassarmi un po’ di anatomia…
Alla fine è arrivata quasi come per magia la prima stesura, che ha assunto poi una veste definitiva dopo svariate correzioni e rielaborazioni nei giorni passati a Monterosso Grana, spesi caparbiamente alla ricerca delle giuste parole e della giusta musicalità. Si tratta in tutto di quaranta versi, anche se si potrebbe parlare più giustamente di prosa lirica…in cui saltano fuori anche altri aspetti non preventivati: per esempio l’attaccamento alla vita e il bisogno di fuga attraverso un continuo rinnovamento.
Il rapporto tra feto e madre è visto come un'unica realtà vivente in evoluzione: dapprima in stretta simbiosi (utero-paradiso), necessario alla crescita fisica psicologica e sensoriale del feto, poi generatore di un necessario conflitto (utero-prigione) che porta all’evento della nascita (un conflitto che anticipa quello nella futura vita del bambino-adolescente-adulto con la madre stessa e con il mondo esterno).
E’ per me un punto di arrivo e allo stesso tempo spero anche un nuovo punto di partenza. (C’è chi ha detto che sono i migliori versi che io abbia mai scritto…ai posteri l’ardua sentenza…).
Da allora non ho scritto più niente, avendo in un certo senso concluso una fase creativa a cui deve per forza seguire un certo periodo di quiescenza, di accumulo di nuove idee e esperienze…E resto in attesa che il filo dell’ispirazione riprenda non so bene in quali direzioni, magari facendomi scrivere un giorno qualche cosa di superiore intensità e valore…


Rivoglio la stretta espulsiva del canale del parto.
E con l’impegno della testa nel materno bacino,
cavalcare le ritmiche ondate delle contrazioni.
Rivoglio il trauma - negatomi – della nascita,
in cambio delle ferite inferte negli anni a venire.

Essere nuovamente marcato dal sacro fuoco della vita.
Testimonianza avita del miracolo d’esistere.
Essere luce di gloria, robusta febbre, carne rinnovata!
E come corolla che s’apre ebbra di vento e di rugiada,
sentire dilatarsi tra le dita il pervio collo dell’utero.

Vincere dei muscoli in tensione ogni resistenza,
porre l’assedio alle mura finché non cedano le difese.
Con il sussulto d’un terremoto scuotere il sacco amniotico.
Seguire il cono di luce sottile che squarcia le grevi tenebre.
Abbandonare al più presto l’angusto e ostile cunicolo.

Con la nuca che preme sulla sinfisi del pube,
sentire esplodere la vulva come un frutto maturo.
Essere gettati nel mondo come il seme del coloquintide.
Alle soglie di spazi immensi condurre il tenero occipite,
spingere fuori dal grembo il volto rubicondo e raggrinzito.

Liberarmi dalla prigionia delle pareti uterine.
E come evaso che getta via la divisa da carcerato,
sbarazzarmi del velo ottenebrante delle membrane.
Non basta più il sonno fetale a questa vita da embrione,
non basta a questa larva pasciuta il volo dell’immaginazione!

Rivoglio il trauma della nascita in cambio d’una vita migliore!
Far uscire le spalle dalla morsa di coccige e vagina
e con un ulteriore sforzo far espellere il resto del corpo.
Poi, fradicio filugello appena tratto dal bozzolo,
stendere le umide ali al calore del materno addome.

Al pulsare dell’ultimo battito del reciso cordone,
sui pendii del seno trarre il primo autonomo respiro.
Sentire il richiamo del colostro sotto l’ingrossato capezzolo.
Ora – finalmente! – odo, tocco, mangio, dormo, respiro.
Distinguo le ombre dai colori, acri olezzi da soavi profumi.

Verso lacrime copiose: di gioia, di fame, di stupore.
Piango d’ansia, di turbamento, del primo inaspettato dolore.
L’emorragia di sangue lentamente si trasforma
nell’emorragia dei giorni. L’espulsione delle placente
dà inizio alla perdita dei primi uterini ricordi.

Posted by SergioG at 14:53 | Comments (2)

19.10.03

Doppio lutto

“…Abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l’ingannevole desiderio dell’immortalità.
Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque tra tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più…”
(Epicuro, dalla Lettera sulla felicità).

E così al nostro risveglio oggi ci siamo ritrovati con il cuore colmo di tristezza per la dipartita di uno dei nostri due pesciolini rossi, Gilda. Lei che era stato un regalo di compleanno per Nadia di tanti anni fa e che aveva resistito a tutto, anche a una caduta fuori dell’acquario che l’aveva resa invalida per qualche tempo…lei che è stata per tanti anni compagna di Pedro, prima di ritrovarsi dall’anno del matrimonio mio e di Nadia, ossia dal gennaio del 2000, insieme al mio fido Aspirina. Era solo un pesciolino rosso eppure nella nostra casa ha lasciato un vuoto…

Lutto che si va a sommare con una perdita certamente più rilevante per la nostra società occidentale, ossia quella dello scrittore catalano Manuel Vazquez Montalban, deceduto per un infarto all’aeroporto di Bangkok all’età di 64 anni. Mente eccelsa e di grande cultura, che sapeva unire l’amore per la politica, quello per la cucina e quello per la letteratura e la storia…
In onore del suo immortale alter ego Pepe Carvalho innalziamo un calice del nostro migliore vino delle Langhe e in sua memoria ricopiamo alcune delle sue pagine migliori:

Goduriosa

1350 g di zucchero
1350 g di mandorle tostate e macinate
3 bicchieri d’acqua
36 tuorli d’uovo (n.d.r. !!!)
1 bastoncino di cannella
la scorza d’un limone

Sbattere i tuorli per un paio di minuti. Mettere in una casseruola lo zucchero, la cannella e la scorza di limone. Mescolare. Cuocere sino a quando lo zucchero sarà sciolto e comincia ad addensarsi leggermente. Versare le mandorle poco a poco, mescolando sempre e facendo attenzione a non bruciare l’impasto. Togliere la cannella e la buccia di limone, che si buttano via. Continuare a cuocere perché si addensi, fino a quando si mescola a fatica. Aggiungere poco a poco i tuorli, continuando a rimestare sempre nello stesso senso. Togliere dal fuoco appena comincia a bollire, altrimenti impazzisce. Servire freddo.

Dopo aver fatto l’amore, soprattutto se la donna è bruna e della costa cantabrica o di quella di Huelva, ma sempre di una costa, è necessario qualche tempo di coccole d’intrattenimento, perché le brune della costa sono asciutte come un prosciutto iberico e non si espandono come le bruna di pianura. In questi tempi di coccole di mezza stagione non c’è nulla come la pasticceria popolare fornita, contrariamente alle regole, non dalla donna ma dall’uomo. Perché sarà segno di delicatezza e di antica e tradizionale affettuosità che l’uomo prenda dal frigo un vassoio di Goduriosa attribuita a una mamma che veglia i riposi del guerriero suo figlio. Chi non ha, per sua sfortuna, una mamma sotto tiro, può sostituirla con una madrina o vecchia vicina o portinaia con il dono della generosità. Piatto che suscita nostalgie di sapori e profumi di infanzia, un’età della vita in cui la pasticceria è una patria e il mondo sono i quattro punti cardinali di una casa mentale e immaginaria. Dopo essersi ben goduti la goduriosa si constaterà, irrimediabilmente, che le nuove pratiche amorose sono più sussiegose e tenere, meno aggressive, piene di quel soave tocco disarmato con cui si esplica l’amore vero. Si corre il rischio, tuttavia, che l’amore continui nel tempo ed esiga relazioni stabili, galeotta senza ombra di dubbio la goduriosa. Coloro che non vogliono incorrere in un simile rischio, possono sostituire questo nostalgico dessert con le frittelle al miele, altrettanto buone e profondamente dolci, ma meno sentimentali.
Tratto da "Ricette immorali"

“L’idea fissa di una cena al ristorante indonesiano prese il sopravvento sui suoi lambiccamenti. Ad ogni passo che muoveva verso l’Indonesia gli aumentava l’appetito. E non glielo diminuì certo il breve viaggio in ascensore al piano del ristorante. Davanti alla vasta carta spiegata decise di non poter ordinare altrimenti: un rijstaffel, il più costoso. In qualsiasi altro luogo del mondo sarebbe stato un’eresia non prendere il rijstaffel col vino. Ma in Olanda era un’eresia non farlo con un paio di bicchieri di birra ben ghiacciata”.
Tratto da “Tatuaggio

[in memoria anche di una mitica serata al Kantijl And De Tijger di Amsterdam con Elena/Comidademama e Marco.]

Posted by SergioG at 15:19 | Comments (1)

17.10.03

Bertolucci - The Dreamers

E’ l’incontro nella Parigi del sessantotto di tre adolescenti figli della borghesia (fratello e sorella francesi più un giovane studente americano conosciuto al Cinemateque, luogo frequentato in quegli anni dai cinefili, dagli studenti e dagli intellettuali, p. es. i giovani registi della Nouvelle Vague, Godard, Truffaut, etc). Essi vivono insieme un periodo irripetibile e magico, fatto di forte amicizia e di reciproco innamoramento, d’iniziazione amorosa, di accesi dibattiti e discussioni su politica, poesia, cinema, musica e tutto ciò che stimola i loro interessi. Periodo che col passare dei giorni trascorsi insieme diventa sempre più un “menage a troi” dove si fanno vivere senza alcuna inibizione i rispettivi desideri (sperimentazione fisica e sessuale), si mettono in scena i sogni, le aspettative, le delusioni nei confronti della società (degli adulti, dei genitori), nonché occasione di confronto e di messa in discussione delle rispettive personalità e idee, descrizione e scoperta di ogni tipo di nuove sensazioni…quindi un lento cammino verso la perdizione e l’oblio attraverso l’uso dell’alcool e delle droghe (sperimentazione della coscienza), attraverso il totale abbandono alla bella vita (grazie agli assegni elargiti con complicità e noncuranza dai genitori) fino al raggiungimento d’uno stato di assoluto degrado, prigionieri e vittime di loro stessi all’interno dell’appartamento.
Ma la realtà delle manifestazioni sessantottine irrompe alla fine e - attraverso il vetro rotto di una finestra prima che sia troppo tardi e si compia il suicidio dei tre con il tubo del gas - li salva da questo pericoloso tunnel senza via d’uscita - dal loro stato vegetale, di parassiti totalmente dipendenti gli uni dagli altri, stato di beato non ritorno, ma anche di profonda alienazione, di felicità e allo stesso tempo di frustrazione - li trascina sulla strada per manifestare e vivere finalmente il loro tempo: ciò significa che per quanto i nostri sogni possano essere forti, la realtà alla fine cerca sempre di prevalere, non può essere costantemente tenuta da parte (se non sviluppando una patologia mentale) e ovunque ci si sia rifugiati occorre prima o poi affrontarla (e scendere a compromessi). Ciò segna però inevitabilmente anche la fine del momento magico, dell’innamoramento furibondo e fatale, la fine del rito di passaggio dell’adolescenza, la fine degli anni spensierati e ribelli. Si inizia a crescere.
Il film di Bertolucci è senz’altro un’opera da non perdere, che certamente fa discutere, anche perché si presta a diverse chiavi di lettura, da quella storico-sociale, a quella psicologica (la più interessante per i dettagli fornitici sulle personalità dei tre protagonisti), a quella di costume (sessuale-morale) a quella politica. Tutti coloro che hanno vissuto storie d’amore [adolescenziali] così forti e disturbanti della routine quotidiana, trascinanti e coinvolgenti in modo così devastante e totale per passione, follia e sensualità, ma anche tutti coloro che queste storie le hanno sempre e solo sognate o immaginate, si riconosceranno con i protagonisti del film. Saranno affascinati dal taglio delle inquadrature, dai giochi sottili di luce e di ombre, dall’irruenza dei colori e dalle sinuosità delle trasparenze, dalle nudità ora volutamente nascoste e ora prorompenti; complici e voieurs completamente coinvolti e partecipi, affascinati dall'idea del perdersi come adolescenti nel mondo dei sensi e forse anche un po’ spiazzati dal punto di vista originale con cui il regista ci racconta la storia e le vite di questi tre ragazzi, dell’interpretazione che egli fa di quegli anni. Trascinati peraltro dalle musiche psichedeliche che accompagnano il film, dai pezzi di Hendrix, dei Doors, dei Grateful Dead, etc. (la musica di quegli anni irripetibili).
Siamo anni luce da “Ultimo Tango a Parigi” e quelle scene che allora potevano essere frutto di scandalo (la sequenza del burro, la richiesta del protagonista maschile di essere penetrato da dietro da lei) ora che siamo nel 2003 non scandalizzano più: così in “The Dreamers” la lunga sequenza della masturbazione o quella della deflorazione della protagonista non solo non hanno nulla di scandaloso, ma non hanno nemmeno nulla di erotico: sono anzi scene gelidamente violente e brutali. La nudità dei protagonosti incarna dapprima un atto di ribellione contro la famiglia e la società borghese sessantottina, poi un modo di mostrarsi di fronte agli altri e a sé stessi senza maschere, infine si fa semplicemente espressione artistica, opera d’arte pura, potenza della bellezza, quadro caravaggesco. Il modo per cercare disperatamente di far perdurare uno stato di incoscienza, di felicità e di innocenza assoluta e al contempo la nostalgia e la consapevolezza di aver perduto per sempre quel momento di magia.
Insomma, molti sono i momenti riusciti del film, fatti degli sguardi dei protagonisti che si innamorano e che ci fanno innamorare, delle tante citazioni di spezzoni di celebri films che sono storia del cinema e contemporaneamente anche dichiarazioni d’amore del regista stesso nei confronti del cinema.
Grazie a Bernardo Bertolucci.

Posted by SergioG at 22:59 | Comments (4)

13.10.03

Nick Cave & Bad Seeds: Nocturama

Un altro artista che ha raggiunto la piena maturità e che ha inciso l’ennesimo piccolo capolavoro. Del resto la band che lo accompagna da tanti anni è ormai così affiatata e in stato di grazia (come poche se ne vedono sui palcoscenici), che tutto - dagli arrangiamenti ai cori agli assolo – sembra raggiungere la perfezione.
Questo “Nocturama” sta un po’ a metà strada tra le brillanti atmosfere rock-blues di “No more shall we apart” (sicuramente uno dei dischi in assoluto più ispirati di Nick Cave per qualità e intensità delle canzoni) e le sdolcinate e struggenti ballate del precedente “The boatman’s call” (il disco invece più religioso e tranquillo del nostro).
Si alternano infatti magnifiche ballate a pezzi più scatenati come “dead man in my bed” e soprattutto la suite finale di “Babe, I’m on fire”. Ma andiamo con ordine:

“Wonderful life” è posta in apertura ed è semplicemente un gioiellino per il lento e coinvolgente crescendo e per il testo struggente e poetico:
“Vieni piccola, attraversa questi campi di porpora / il sole è affondato dietro di te…Avanti ammettilo, piccola / E’ una vita meravigliosa / se riesci a trovarla…Rivela il nostro segreto nelle tue mani e tienilo racchiuso / tuffa le mani nell’acqua e affogalo nel mare / tra noi non ci sarà niente, piccola / tranne l’aria che respiriamo / non piangere è una vita meravigliosa / se riesci a trovarla / è una vita meravigliosa quella che mi dai…”
Un testo che stupisce per lucidità e ispirazione e che dalla meditazione sulla fugacità della vita e dell’amore riesce a farsi rivelazione:
“A volte i nostri segreti sono tutto ciò che abbiamo / dobbiamo difenderli a costo della nostra vita”, “A volte è saggio deporre i guanti e arrendersi”.
“He wants you” altro dolcissimo lento ricamato dagli accordi del pianoforte e dalle corde del violino di Warren Ellis, riporta alle atmosfere di “Loveletter”, “Sweetheart come” e “Lime tree arbour”. Immaginatevi un interminabile tramonto sulle acque deliquescenti del mare…puro distillato di nostalgia d’amore “sotto le scogliere sporgenti e le molte stelle”.
In punta di dita anche il pezzo successivo “Right out of this hand”: sempre le note del pianoforte e del violino in splendido rincorrersi, ricercarsi e completarsi fino al coro finale che ti rapisce al punto da liquefarti il cuore:
“Gli storni volteggiano sospesi nell’aria / sopra i campi coperti di gelo / la malvarosa ricade innocente / e il vecchio leone si arrende / mi hai ridotto a mangiare / mi hai ridotto a mangiare dalla tua mano…”
Altro piccolo gioiello per intensità è la successiva “Bring it on”, splendidamente cantata insieme a Chris Baley. Qui tornano in mente i pezzi dell’album “Let love in”, in particolare “Red right hand” e “I let love in” appunto. “Dammela ogni piccola lacrima / dammela ogni inutile paura / tutti i tuoi sogni infranti io li getterò in mare…”
Così la scatenata “Dead man in my bed” ricorda le atmosfere malate di “Thirsty dog” e del Nick Cave del passato, ovvero quello più oscuro e maledetto… Tastiere e schitarrate distorte in primo piano, ritmo corrosivo e frenetico.
Poi tornano le atmosfere dolci e struggenti; “Still in love”, confessione di un criminale innamorato che mentre viene arrestato dalla polizia ha il coraggio di confessare alla sua amata: “penserai che sono pazzo / ma sono ancora innamorato di te”.
“There is a town” è l'ennesimo crescendo meraviglioso caratterizzato da intrecci di pianoforte, violino e chitarra "awayana". Le parole sono sfumate da un velo di tristezza, autobiografiche: “C’è una città dove sono nato molto molto lontano al di là del mare / E in quella città dove sono nato sognavo che un giorno sarei partito / e avrei attraversato il mare”. Ma “Dio vive solo nei nostri sogni” e così “ Adesso vivo in questa città / cammino per queste strade buie / su e giù sotto un cielo scuro / e sogno che un giorno tornerò a casa”.
“Rock of Gibraltar” ci dà il colpo di grazia: “sarò costante e sincero e il mio amore non vacillerà mai…Io sarò per te la rocca di Gibilterra”, mentre “She passed by my window” ci culla tra le dolcezze del “giardino sentimentale” e della vita di tutti i giorni: “La Natura l’aveva annunciato in primavera / con la mela, la prugna e la pera / hai tempo per star con me?…devi santificare il mio amore”. Altro bellissimo e struggente coro...che non si vorrebbe far smettere mai...
Infine i 14 minuti e 47 secondi della già citata "Baby I’m on fire": semplicemente il più lungo testo nella storia del rock’n’roll (dopo “The gift” e “Sister ray” dei Velvet Underground?), un infinita parata in cui appaiono come in un’antica danza macabra tutti ma proprio tutti i personaggi della moderna e malata società, dal presidente degli Stati Uniti all’ultimo dei barboni, da Bill Gates ai santi della chiesa, ai guru, dai peggiori criminali ai poeti senza tempo quali Garcia Lorca e Walt Whitman. Una sferzata di pura e incandescente energia che ci ricorda che anche se Nick Cave è padre di famiglia, anche se s’è convertito ed è diventato religioso, anche se ha raggiunto la maturità e forse un po' di serenità e percè no di benessere economico, anche se ha appeso al chiodo gli anni drogati e maledetti, non ha certo rinnegato il passato ed è ancora pieno del sacro ed eterno fuoco del rock. Lunga vita al rock!

Che dire ancora? Se qualcuno conosce solo i dischi di Nick Cave del passato, suggerisco tra gli ultimi tre che sono stati pubblicati l’acquisto di “No more shall we part”.
Se invece non si ha nulla di questo immenso artista occorre optare per il best uscito un paio di anni fa oppure il live con il meglio del suo repertorio.

Se invece mi chiedeste quali sono i miei albums preferiti, quelli da comprare assolutamente e da portarsi sulla famosa isola deserta (dove non c'è certo elettricità), beh la scelta si fa più difficile: oltre al su citato “No more shall we part” certamente sceglierei le “Murder ballads” e per terzo forse “Henry’s dream”… ma c’è chi sicuramente con tutto il cuore e con la stessa convinzione/devozione vorrebbe “The good son” piuttosto che “The mercy seat” o ancora “Let love in”, semplicemente perché sono stati la colonna sonora degli anni della sua adolescenza o il sottofondo di una indimenticabile storia d’amore.
Le fotografie nel testo sono tratte dal sito nickcaveandthebadseeds

Posted by SergioG at 23:10 | Comments (7)

11.10.03

Questa la dedico a chi magari ha più di trent’anni e l’amore (quello vero) lo sta ancora cercando…

Vince in amore
chi resta, chi fugge
chi ride, chi piange.
Vince il seduttore
se conquista il prescelto.
Il collezionista che
delle amanti incrementa
il gelido elenco.

Vince il cacciatore
che cattura la preda,
il vampiro che succhia
della vittima il sangue.
Vince il ricattatore
che estorce l’ostaggio,
l’aguzzino che tratta
il reo con rigore.

Vince il piagnone se ha
un funerale per il lamento.
Il narciso che ignora
l’illusione dello specchio.
Vince il passionale
se trova nell’amato
legno per il fuoco
del suo ardore. Vince

chi cambia con coraggio.
Per necessità, ogni volta
muore e resuscita
il piccolo dio dell’amore.

P.S. devo scrivere versi pornografici per ricevere qualche commento?

Posted by SergioG at 16:53 | Comments (7)

09.10.03

David Sylvian Blemish

Echi e distorsioni di chitarre (quelle di Derek Baley), poi la voce, quella voce che da sempre amiamo…allo stesso tempo sfuggevole e decisa. E’ l’inizio di “Blemish” la canzone che dà il titolo al nuovo cd di David Sylvian. Tredici minuti intensi, disturbati e inquieti, che parlano forse di crisi di coppia, di solitudine nella vita moderna, di crisi esistenziali in una gigante metropoli (?) “Blemish” significa “macchia, imperfezione” e l’intero album è in un certo senso imperfetto, sperimentale e difficile. “I fall outside of her… and mine is an empty bed, I think she’s forgotten…” I suoni sono ridotti all’osso, la voce è un sussurro in primo piano, sempre più inafferrabile, “like blemish upon the skin”…sempre più (per voluta scelta) sfuggente, una voce che vuole infrangere il silenzio o il tappeto sonoro solo quando è assolutamente inevitabile.
Occorre dimenticare tutto quello che nella sua lunga carriera il nostro s’è permesso di incidere: lontano è il pop levigato, raffinatissimo e ricco di esotismi dei Japan o dell’album “Dead bees on a cake”. Ancora più lontano il delicato splendore di “Brilliant trees” e di “Secrets of the beehive”; distanti anche gli sperimentalismi elettronico-danzerecci delle canzoni composte insieme a Ryuichi Sakamoto.
Occorre invece rifarsi alle cose meno immediate, sparse qua e là nella storia del Sylvian più introspettivo: i suoni psichedelici e ipnotici dell’album con Robert Fripp “The first day”, i pezzi più lenti e soffusi di “Gone to earth”, gli eps quasi totalmente strumentali fatti in collaborazione con Holger Cruzai, p.es.”Plight and premonition”.
Dopo vent’anni di contratto con la Virgin, David Sylvian ha deciso di far da sé e di fondare una sua casa discografica, la samadhisound, dapprima rendendo disponibile il frutto di questo recente lavoro solo agli affezionati che lo richiedevano sul suo personale sito, poi per fortuna ha propeso per una distribuzione più ampia.
Benché si tratti di un disco che richiede di parecchi ascolti prima di farsi apprezzare (e quindi si immagina come sia facile limitarsi a un paio di ascolti e ad una conseguente stroncatura), si tratta comunque di un lavoro importante, che a tratti sa ammaliare e affascinare, che non rinuncia comunque alla melodia, ma che la raggiunge solo dopo una lunga ricerca attraverso percorsi di rarefazione totale dei suoni, attraverso stillicidi di parole e frasi che a volte si interrompono e si sovrappongono, un lentissimo ma soave dipanarsi del canto, quasi uscisse fuori solo dopo una lunga e necessaria meditazione.
Trovare un senso alle cose anche quando la verità è lontano, anche nei gesti ripetitivi e spesso inutili che fanno parte della routine quotidiana, fermarsi a riflettere col rischio di perdersi in idealismi o in timori e ossessioni…Un languido svanire nei labirinti dell’esistenza, in fragili sogni, in ancor più fragili sentimenti, per ritrovarsi accanto d’improvviso la magia della persona che si ama (forse Ingrid, la moglie di David, o le loro due figlie).
Così procede anche la seconda traccia del cd, i cinque minuti di “the good son” (niente a che fare con l’omonimo brano di Nick Cave), storia di un adolescente in crisi(?). Arpeggi stonati di chitarra acustica e latrare in sottofondo di quella elettrica, atmosfera claustrofobica, con la voce che si fa tremolante, si assottiglia in fragili echi che si ripetono all’infinito…una canzone nuda, spoglia di qualsiasi orpello, un nudo blues strampalato…che ci fa sentire spiazzati.
Le difficoltà di comprensione si acuiscono, e ciò è dovuto anche alla mancanza della stampa sul cd dei testi (che sicuramente hanno una loro dignità poetica e forse per questo verranno pubblicati insieme ad una poesia inedita dell’autore in un libro a parte): è però un peccato, non poterli leggere mentre si ascolta il cd.
“The only daughter” è ancora più oscura, soffusa, rarefatta; fruscii di suoni ovattati, interferenze di loop ripetuti a comporre un labile sottofondo sonoro, le note di una chitarra spaziale. Fantasmi e ombre di una casa vuota nel cuore della notte. Voci che si spezzano e si sovrappongono “she was a friend of mine”, come se si trattasse solo di un fastidioso sovrapporsi di pensieri. Una vita che si ferma immobile ad ascoltare nel buio.
“The heart knows better”: ancora colpi sul pick up della chitarra (al posto delle note), una suite musicale di oltre sette minuti, che sonda le difficoltà di una mente che si sforza di seguire in una sorta di commino interiore, che getta ponti sul mondo esterno, appunto “ciò che il cuore sa meglio”. “…every night is a wedding night…nothing really matters in the end… the air is umid, my face is wet…she is sitting in my place devastating beauty in my place…”
“She is not” è un flash di poco più di trenta secondi: lei è tra i suoi bambini in casa, con quadri e fotografie sparsi ovunque per la stanza, ma lontana col pensiero…
“Late night shopping” il secondo gioiellino di questo cd, filastrocca spaziale che pulsa al ritmo di un ripetuto battito di mani e allo stendersi dei suoni di un sintetizzatore; canzone dall’atmosfera metropolitana che si ripete ossessiva e inafferrabile eppure così affascinante e misteriosa. La voce chiede “Perché non mi porti con te? Nessuno ci guarda, possiamo prendere la macchina e perderci in uno shopping di tarda notte”, e ancora: “Dimmi di che cosa abbiamo bisogno”.
“How little we need to be happy” dà voce ancora alle inquietudini del mondo moderno, dove tutto cambia velocemente e niente resta. Arpeggi d’una chitarra maltrattata.
Infine la piccola meraviglia di “A fire in the forest”: ancora sintetizzatore su una melodia da ninna nanna spaziale. Nostalgia dell’infanzia perduta (?). E frammenti di poesia il cui significato sfugge: “there is always sunshine above the grey sky / I would try to find it, yes”…”there is a fire in the forest, it takes down some tree”…
Ai giapponesi piacerà questo disco? E a chi è andato a vedersi David Sylvian in turné in Italia in questi giorni (a Bologna, Verona, Torino) sarà piaciuto?

Posted by SergioG at 16:11

05.10.03

Lisa Gerrard Whalerider

Brendan_Lisa.jpgNon finirà mai di stupirmi, Lisa Gerrard!
Dopo averci rapito il cuore con la sua voce sublime negli anni irripetibili dei Dead Can Dance, cantando di tutto, dai canti gregoriani ai madrigali di Catalano della fine del quattrocento, da esotismi d’ogni genere a melodie africaneggianti, dalle ballate irlandesi o persiane ai ritmi più moderni e sperimentali;
dopo essersi inventata una carriera solista (vedi il cd “The Mirror Poll” e il più vario ma forse troppo elaborato “Duality”) in cui ha ribadito che l’anima più mistica e nel contempo più inquietante e darkeggiante dei D.C.D. era lei;
ora è riuscita, grazie a preziose collaborazioni con artisti del calibro di Micheal Mann e Hans Zimmer, a reinventarsi una carriera, specializzandosi in colonne sonore.
Così dopo il clamoroso successo delle musiche de “Il Gladiatore” e dopo il bis (sempre con Hans Zimmer) di “Ali” (film sulla vita del pugile Cassius Clay), ora Lisa s’è buttata in questo nuovo progetto intitolato “Whalerider”.
In realtà ella ha partecipato alla colonna sonora di molti altri films, come “Heat” (con Al Pacino e Robert De Niro), “The insider”, “Mission Impossible 2” e il Re Leone (In Italia se non erro c’era Ivana Spagna!), e altre pellicole da noi mai arrivate.
Allo stesso modo mai credo vedremo le immagini di questo film, “Whalerider”, la cui colonna sonora è stata dalla nostra interamente composta, arrangiata e suonata (In realtà il film è in uscita nelle sale italiane ai primi di novembre col titolo "La ragazza delle balene ndr).
Lisa2003.jpg
Forse tra tutti i progetti di Lisa Gerrard questo è quello più strettamente collegato con il paese che le ha dato i natali e dove a tutt’oggi vive (sposata con Jacek e con una figlia dall’affascinante nome: Lashna): la Nuova Zelanda. Si tratta infatti di un disco e di una storia che prende origine dalle antiche leggende del popolo Maori. Recita infatti la copertina interna del cd:
“In Nuova Zelanda secondo la mitologia Maori, la balena è considerata uno spirito guardiano che veglia sulla popolazione quando è in mare, ma è nel minuscolo territorio di Whangara che si colloca di diritto la leggenda di Paikea, il cavalcatore di balene. La gente di Whangara crede infatti che il-la suo-a progenitore-progenitrice Paika, sia arrivato-a sul dorso d’una balena e che nei secoli che seguirono una distinta discendenza di capi abbia da lui-lei preso origine. Così in ogni generazione, di primogenito in primogenito, fino ai giorni nostri”.
Sono in tutto quindici pezzi, le atmosfere in generale sono cupe, i suoni elettronici. Ma nulla a che vedere con il classico dark. Sono musiche scritte per commentare immagini “documentaristiche” tratte dagli abissi dell’oceano (anche se il film ha in realtà dei protagonisti, una storia con azione).
Le mie reminiscenze musicali vanno ad alcune splendide colonne sonore d’inizio anni novanta degli inglesi In The Nursery, maestri dell’elettronica, oppure alle atmosfere pianoforte-sintetizzatore di uno tra i gruppi italiani che ho amato di più i Black Rose, di Brescia (anche se la voce della Gerrard e quella di Mara hanno sfumature diverse).
Su una base dove prevale il sintetizzatore con suoni inquietanti ed ovattati più percussioni varie, si inseriscono altri strumenti: la chitarra, lo Yang ch’in (quello strumento che Lisa suona con delle specie di piume, già dai tempi dei primissimi Dead Can Dance) e più spesso il pianoforte (suonato da Phil Pomeroy). La voce viene usata soprattutto nei toni bassi come sottofondo al tappeto sonoro.
Quando poi viene liberata e messa in evidenza (p.es. nella traccia n.4 o nella traccia n.7, “Pai calls the whales”), vengono letteralmente i brividi (riporta alla mente “Host of Seraphim” dei D.C.D.). Altre voci (quelle di Keisha Castle-Hughes, di Keriana Thomson e di Rawiri Paratene) sono inserite qui e là come intro dei pezzi: recitano frammenti di preghiere, leggono brevi brani tratti - suppongo – dalla sceneggiatura del film; si sentono perfino le voci di un coro di ragazzi locali (pescatori, marinai?) che recitano una specie di urlo d’incitamento tipo quello reso famoso dalla nazionale di rugby, il tutto per dar voce alla storia e alla identità d’un popolo da noi assai lontano, ma proprio per questo assai affascinante.
Per maggiori informazioni vedere il sito di Lisa Gerrard: www.lisagerrard.com (dove si possono trovare fotografie di tutta la sua vita e l’intera discografia) e quello del film: www.whaleriderthemovie.com

Un'altra collaborazione musicale “The immortal…” dovrebbe vedere la luce nel gennaio 2004. Per chi s’è perso il cofanetto dei “Dead Can Dance” uscito un paio di anni fa, è stato ristampato in questi giorni il dvd del concerto “Towards the within”, con vari video e filmati inediti del gruppo di Lisa e Brendan Perry (imperdibile).

Posted by SergioG at 18:41 | Comments (5)

04.10.03

L'anima gemella

Chi crede nel mito dell’anima gemella ha forse trovato la pezza d’appoggio che gli mancava. Il 28 agosto 1982, al Bolitho Hospital di Penzance in Cornovaglia, un bambino e una bambina venivano al mondo a distanza di tre ore. Essendo gli unici nati di quel giorno, all’infermiera sembrò naturale depositarli in due culle affiancate, dove Adam Redgrave e Melanie Sommerville trascorsero la loro prima notte di vita a strillarsi meraviglie non comprensibili da orecchie adulte. Poi le famiglie li separarono, come forse succede ancora solo a quell’età.
Ma vent’anni dopo il destino assoldò uno sceneggiatore esaurito di Hollywood e fece scontrare i loro carrelli al supermercato. “Sorry, ma … non ci siamo già visti?”. Tirarono l’alba a parlare e, tipico dei colpi di fulmine, pensarono di conoscersi da sempre. Però nel loro caso era vero: lo hanno scoperto mentre preparavano i documenti per il matrimonio.
Adesso su Adam e Melanie (Adamo e la Mela?) grava una certa responsabilità. Se in futuro divorziassero, magari scannandosi sugli alimenti, come la metteremmo con l’anima gemella? Riguadagnerebbe terreno il partito di chi pensa che la metà che abbiamo perso al momento dell’incarnazione, e che per tutta la vita cerchiamo nel sorriso di un nostro simile, non abiti fuori, ma dentro di noi. E ci aspetti oltre lo specchio, al termine di questa esperienza terrena. L’amore per un altro essere umano sarebbe lo strumento magico che ci è stato dato per riconoscerla.
Massimo Gramellini, La Stampa, 4 ottobre 2003

Posted by SergioG at 15:47 | Comments (2)

03.10.03

Letture

Scrivendo la storia de La Giostra di Venere (sempre per il famoso sito), ho avuto modo di ripercorrere attraverso i vari quaderni di appunti, tutto quello che mi sono letto durante gli undici anni di tempo che coprono la sua stesura…
E’ incredibile la mole di lavoro che c’è dietro a pochi sentiti versi, e quanto sia dura la ricerca dell’ispirazione…
Le liriche più vecchie, del periodo 1991-92 e 1994-95 (in pratica i primi due capitoli del libro) sono coincisi con gli anni universitari e sono stati soprattutto influenzati dagli studi di quel periodo, quindi da materie come botanica, anatomia, farmacologia, tossicologia, meno dalla chimica (che ci hanno fatto uscire dalle orecchie e che nella professione di farmacista serve relativamente), e poi da tutti gli studi sulla storia della farmacia e gli inventari dell’ottocento esaminati per la tesi di laurea e da quelli dei due anni della Scuola Superiore di Omeopatia.
Le liriche successive, del periodo 1999-2002, sono state influenzate dalle letture più disparate che in parte sono riuscito a ricostruire e che vi elenco qui di seguito, per cercare di stuzzicare la vostra curiosità:

- Poesia: Zanzotto (meteo, il galateo del bosco), Ginsberg (jukebox all’idrogeno), Hikmet, Neruda, Garcia Lorca, Rimbaud, Baudelaire (I fiori del male), Rilke (i sonetti di Orfeo, le le elegie duinesi), Caproni, Penna, Rebora, Gozzano (le epistole entomologiche),Campana, Ferlinghetti, Oscar Wilde (Salomé), Iacopone da Todi, Cielo D’alcamo, Saffo, alcuni Inni omerici, etc.
I Carmina burana e una raccolta di magnifici Haiku giapponesi (“Il muschio e la rugiada” della Bur)

- Ampi spezzoni di: Andrea Castellano “De Amore”, Ovidio “Ars amandi”, “Le metamorfosi”, Apuleio “L’asino d’oro”, Orazio “De rerum natura”, Guillame de Lorris “Romance de la rose”, Dante “Vita nova”
- Letture esotiche: medicina ayurvedica, il libro tibetano dei morti.
- Letture bibliche tratte soprattutto dall’Antico Testamento: Qoelet (Ecclesiaste), Cantico dei Cantici, Proverbi, Primo Re, alcuni Salmi, le litanie lauretane. Dai Vangeli: L’apocalisse di Giovanni.
- Letture esoterico-mitologiche: Paracelso, Alchimia ed ebraismo, Antichi culti misterici, danze macabre medievali; L'epopea di Gilgamesh.
- Letture scientifiche: vita degli insetti, mitologia degli alberi.
- Letture varie: Montalban (“Tatuaggio”, “Le ricette immorali”), Tim Robbins (“Natura morta con picchio”, “Coscine di pollo”), Henry Miller (i due tropici, “Primavera nera”, “Paradiso perduto”, “Sexsus”), Anais Nin (“Il delta di Venere”), Jack Kerouac (“I sotterranei”, “Sulla strada”, “Angeli di desolazione”), William Borroughs (”Il pasto nudo”, “La scimmia sulla schiena”).

[Escluso ciò che ho letto nell’ultimo anno.]

Posted by SergioG at 22:10 | Comments (1)

E' scritto nell'orizzonte

sergio Rovistando tra le liriche del mio primo libro, PENSIERI D’AMORE E DI DISASTRO, dove si raccolgono le mie meditazioni adolescenziali dal 1984 al 1991, ho scelto questa per il blog (tra le poche che si possono salvare). E’ un anticipazione in attesa di poterne leggere altre, quando il mio sito che sta facendo Elena da Amsterdam sarà pronto…Serve anche di buon augurio per le molteplici recensioni musicali che sono in programma e che potrete leggere non appena saranno terminate (David Sylvian, Nick Cave e Lisa Gerrard).

E’ SCRITTO NELL’ORIZZONTE


dove le parole non possono arrivare,
dove le aquile non possono volare,
dove sboccia e prende forma
il fiore della speranza
e le onde sospiranti
vanno a riposare


dove i comuni mortali
non potrebbero mai osare

là…
osa
la musica.

Posted by SergioG at 22:08

01.10.03

Montesole - P.G.R.

Impressioni all’ascolto di Montesole dei PERGRAZIARICEVUTA:
Sicuramente il primo raffronto è con gli altri dischi dal vivo dei CSI, "In quiete" e il concerto di Alba dedicato a Beppe Fenoglio. Stessa intensità e raccoglimento (da “Guardali negli occhi” a “Unità di produzione”, di cui vengono date due emozionanti riletture, al lento e funereo procedere di “Cupe Vampe”). Poi il disco si fa più pesante, difficile e sfuggente. Le canzoni (non solo gli inediti ma anche i vecchi pezzi CCCP/CSI) diventano accenni, musicali frammenti, sfuggenti citazioni (a conferma di quel particolare momento senza direzioni né altri programmi del gruppo).
Già a partire dal bellissimo strumentale “Stellare”, i suoni elettronici si rarefanno in un tappeto di sottofondo su cui s'amalgamano i suoni del pianoforte. Lo stesso si ripete in “Campestre”, trasformata in una ninna nanna spaziale, resa vibrante dal gioco delle note di chitarra di Giorgio Canali.
Il racconto di Elie Wiesel con la voce secca di Giovanni spalanca abissi di terrore. Una trapanata allo stomaco che continua subito dopo con l'inedito poco riuscito a mio parere PC - Popular Correct (dove Ferretti si "diverte" a rifare i CCCP più “punkettosi” , con la voce che sempre più cantilenante si trasforma in delirio profetico-ereticheggiante).
Seconda parte: Libera me domine (non nella versione dei CCCP di “Socialismo e Barbarie”, ma come pezzo sacro tradizionale per intero): carica di pathos come sempre la voce di Ginevra. Seguito dallo strumentale: “Montagne fin quante ne vuoi...” non ricordo un momento così mistico e sublime in tutta la carriera dei nostri. Le tastiere di Magnelli dominano su pochi e celestiali arpeggi di chitarra (vengono in mente i Primal Scream!). Un volo planato su paesaggi sconosciuti. Si atterra in piena cattedrale gotica illuminata a giorno con in sottofondo l'annus horribilis in decade malefica di “Finisterrae”. Poi le luci si spengono e si fa buio d'improvviso. Solo un cono di luce bianca illumina il volto spiritato di Giovanni in saio bruno, immobile, un basso alla Litfiba dei tempi d'oro (sempre di Gianni Maroccolo si trattava) lo accompagna con un ritmo ossessivo e solenne...i versi cantilenati sono quelli in latino del “Veni creator spiritus”, altro tradizionale sacro. Siamo al culmine. Le tastiere elettroniche divengono interferenze disturbate...scatta un applauso spontaneo della "vecchia guardia" che riconosce le note di “Morire”, ma l'atmosfera diventa sempre più gelida e inafferrabile. Le canzoni si sfaldano...i suoni si atrofizzano in inbuti metallici...e proiettati negli abissi oceanici con scafandri da palombari cerchiamo una qualche direzione da prendere alle parole di Ferretti che "Spia nella notte ciò che si farà aurora". Le tastiere piano piano ci riportano in superficie tra creature marine fosforescenti, coralli infuocati e pesci dalle pinne multiformi e dai colori fantastici. E' il rifacimento di “Madre” (ma a questo punto ce l'aspettavamo), con al giusto posto (mai come ora) le litanie lauretane pronunciate da Giovanni e il ritornello intonato dalla voce (mai così dolce) della Di Marco.
Ci si avvia alla conclusione, ormai in deliquescenza. Sintetizzatori ed effetti vocali...le voci di Ferretti si sdoppiano, si moltiplicano in echi alla Battiato o alla Marinetti (Zang Tum Tum!), si clonano in futuribili Ferretti robotizzati che combattono le future guerre del mondo...”Uomini Donne e Bambini” cita il titolo. Scorre un film con le immagini di tutto un secolo di storia, delitti, sciagure, manifestazioni, umane resistenze sulle colline, tra le mura delle città bombardate, ma anche tra le macchine disumanizzanti delle fabbriche, tra i meccanismi stritolanti del progresso, quello che non tiene conto delle persone che soffrono e che pagano per il benessere dei pochi...Il finale é un concentrato tra “Linea Gotica” (di cui è fatto solo il ritornello) e “Irata” (di cui è fatto solo il coro)...il senso di tutta la serata è racchiuso qui e forse anche il succo di tutto quello che sono stati i CSI. Stringe il cuore e un po' resta l'amaro per quello che fu. Struggente è il pezzo finale “1/365”, dove si ritorna al pianoforte di "In quiete", al cantato classico, alle visioni poetiche di sempre...ma è solo l'ultimo frammento di poesia ferrettiana, l'ennesimo sguardo sulla bellezza e sulla fragilità dell'essere ("fragile e instabile, rido e mi dispero"), sulla speranza per un domani migliore ("la solitudine la penetra la luna" ,"poi spunta il sole denso il mondo si fa più leggero") .
Due minuti che sanno di miracolo e di rivelazione. Ma noi sappiamo che questa storia ha già un seguito (il disco già uscito dei PGR) e che i nostri sono già per le città d'Italia a suonare...(con il mago dei suoni elettronici Hector Zazou ormai fisso nell’organico del gruppo) e ciò ci conforta e ci fa sentire meno soli.
Alla fine resta una domanda (fondamentale): in tutto questo viaggio / cd / vita: - dov'è finito Dio? - Forse l'ha potuto scorgere il buon monaco ubbidiente Dossetti o forse "è appeso alla forca", perché in definitiva siamo noi ad averlo ucciso.

Posted by SergioG at 23:12 | Comments (2)