07.11.06

Lepidotteri

Fortune presents gifts not according to the book

San Salvatore Monferrato.jpg Sabato, poco prima della pennichella pomeridiana, abbiamo notato uno splendido esemplare di vanessa atalanta; s’era tranquillamente posato sul tappeto lasciato a prender aria sul davanzale della finestra della camera da letto e, agitando vivacemente le sue antenne clavate, gettava qui e là la lunga spiritromba cercando di suggere qualche delizioso succo d’acaro, qualche prelibatezza di polvere liquefatta in rugiada. Di tanto in tanto, ad un alito di brezza, per mantenersi in equilibrio sbatteva le ali, permettendoci di ammirare le splendide decorazioni a macchie bianche e rosse delle sue ali squamose. E’ rimasta lì per un paio d’ore prima di spiccare il volo, quando Nadia ha cercato di fotografarla con la fotocamera digitale. Ma era ormai tardi, l’aria s’era fatta più umida, i raggi del sole più inclinati e deboli.
Subito, mi è tornato in mente un episodio d’una decina di giorni prima, quando sul marciapiede che collega la farmacia dove lavoro e la piazzetta dove sono solito lasciare l’automobile, ho scorto un altro esemplare della stessa famiglia (Nymphalidae); con le ali completamente nere chiuse sopra al dorso stava pericolosamente passeggiando in mezzo all’acciottolato, probabilmente cercando un luogo dove ibernare. Istintivamente, preoccupato che qualcuno potesse calpestarla, l’ho fatta salire sul dito e l’ho depositata su un muretto lì vicino; come per ringraziamento la farfalla ha aperto le ali mostrandomi in uno sfavillio di colori le caratteristiche decorazioni a forma di occhio di pavone; si trattava infatti di una vanessa io (Inachis io) che a differenza della “cugina” atalanta è in grado, mimetizzandosi negli angoli più oscuri, di sopravvivere ai rigori dell’inverno senza bisogno di migrare.
Domenica poi, mentre io e Nadia camminavamo nei pressi della Torre di San Salvatore, abbiamo scorto un’altra vanessa atalanta che, appoggiata su una delle pareti assolate della torretta, come se fosse stata lì apposta per salutarci, ritmicamente apriva e chiudeva le ali. Anche in questa spiccavano su un sfondo nero luccicante le macchie color bianco sui lati delle ali anteriori e quelle d’un rosso acceso al centro e sui margini delle ali posteriori.
Era forse lì per avvertirmi, per accompagnarmi in quel momento per me importante della vita? Dio solo sa quanti ricordi, quanti sogni di ragazzino, quanti affetti ho lasciato su quella collina, quanto quel monumento offeso dal tempo e dalle cannonate napoleoniche sia a me caro (più dell’ermo colle leopardiano?).
Io con le farfalle ho sempre avuto un rapporto speciale; sia da bambino quando studiavamo scienze e nei pomeriggi andavamo in giro per i prati in cerca di ogni genere di reperti naturali, sia quando da adolescente ho aiutato mio cugino Domenico studente di agraria e per un intera estate vagammo a caccia di insetti col retino per il suo insettario; inoltre quando, più cresciuto, all’università ho studiato in tossicologia e fisiologia molecole come i feromoni e le strabilianti capacità di certe farfalle notturne di percepire grazie a questi le femmine a chilometri di distanza. Sia quando innamoratomi della letteratura mi sono tuffato nei versi delle celebri epistole entomologiche di Guido Gozzano, e ancora nei miei tentativi poetici (vedi nella “Giostra di Venere” liriche come Amata phegea, Noctua pronuba, Pavonia, Hesperidae, Chrysallis, ecc. che parlano tutte del mondo delle farfalle). Quest’estate in Portogallo, sulla rocca medievale di Castelo de Vide, uno splendido macaone dopo averci danzato attorno più volte si è fatto fotografare posandosi direttamente sul berretto nero che avevo in testa.
Questi fragili e meravigliosi insetti simbolo di cambiamento (le metamorfosi e le varie mute da larva a pupa a forma adulta o imago), di bellezza e di aspirazione alla maturità, alla crescita (fisica, psicologica e spirituale), sono da sempre monito che la vita è breve e che bisogna cercare di viverla intensamente (e si torna all’oraziano carpe diem).
Ma in tutti questi casi che ho citato sorge spontanea una domanda: sono questi incontri frutto della Casualità o sono angeli mandati dal cielo? Erano lì per ringraziarmi di aver salvato una di loro, perché mi sentono come uno di loro (magari in una precedente reincarnazione…) o per qualche oscura missione del destino?
Il destino (quello che con volontà e determinazione e anche un po’ di fortuna si cerca, non quello che fatalmente e passivamente molte volte si subisce) domenica mi ha riportato a San Salvatore.
Cari amici alessandrini (compagni di scuola delle elementari e delle medie) quante volte in questi anni (ventiquattro!) ho desiderato, immaginato, sognato di rivedervi? Solo ora che quando chiudo gli occhi vi rivedo tutti posso dire di essermi riconciliato con quella parte di me che avevo perso e di essere in qualche modo anch’io una forma adulta migliore.
Non lasciamo che la crisalide dell’oblio ancora una volta si richiuda!


P.S. Tornando a casa, domenica uno splendido tramonto dall’aranciato al rosso porpora ci salutava.
Ancora oggi, mia madre dice che i tramonti più suggestivi della sua vita sono quelli che vedeva da San Salvatore Monf. Un altro giorno che nel mio cuore non passerà mai.
San Salvatore Monferrato1.jpg

Posted by SergioG at 07.11.06 16:18