02.10.04

INCONTRO CON MAURO FERRARI

Domenica scorsa ho avuto la fortuna di poter passare un po' del mio tempo in compagnia di Mauro Ferrari e fare con lui due chiacchere su poesia, libri, editori, mondo del lavoro, ecc, in realtà m'è parso di incontrare un amico conosciuto da tanto tempo…
Ho potuto finalmente appropriarmi della sua ultima raccolta di poesie, Nel crescere del tempo, edito nella collana Nightingale's dei "quaderni del circolo degli artisti" (per cui ha lavorato e pubblicato anche lo stimato Gian Ruggero Manzoni), di cui avevo avuto un assaggio nell'ottobre 2002 durante una sua lettura di inediti alla biblioteca di Fossano. E ho avuto dalle mani dell'autore anche una copia del suo prezioso saggio Poesia come gesto, appunti di poetica, uscito qualche anno fa per i tipi delle edizioni Joker, da lui diretta...

Si tratta in questo caso di una serie di articoli pubblicati sul quotidiano alessandrino "Il Piccolo" e aventi come argomento tutta una serie di importanti riflessioni e affermazioni sullo scrivere e sul senso del poetare nella società odierna: una vera e propria dichiarazione poetica, indispensabile strumento di verifica per chiunque voglia cimentarsi con lo scrivere e il leggere versi oggi.
In questo sottile ma importante libercolo Mauro Ferrari, dopo aver sottolineato attraverso le parole di Ezra Pound che l'arte della poesia è tutt'altro che semplice e che occorrono per poterla praticare grande "sensibilità, competenza e applicazione" e dopo aver delineato la figura del poeta come "testimone al centro (anzi: nel fuoco d'ellisse) del proprio tempo", afferma che la poesia è "una lotta quotidiana con le parole, con le cose e con le stesse domande da porsi: è questa la moralità e l’etica del poeta".
Si chiede quindi "Da dove giunge la parola che s'infrange sulla pagina?", si interroga sulle radici dell'ispirazione, sui compiti del poeta "il solo che può sentire la distanza, lo iato fra l'impulso primario, l'ossessione e il testo disteso sulla pagina" e su quale percorso (attraverso il ricordo, il sogno, l'immaginario, o il "mettersi in contatto con la zona limite della propria coscienza", ecc.) egli faccia per giungere alla poesia. Ribadisce che ad essa si arriva in realtà non solo dopo aver appreso le regole base del mestiere ed essersi cimentato con dedizione e "sofferenza" nella sua pratica - e queste sono parole mie - ma soprattutto attraverso "un continuo lavoro di paziente confronto e maturazione critica", nonché un attento lavoro di rinnovamento del linguaggio e delle tematiche e una continua rielaborazione (il cosiddetto labor limae) dei testi.

Interessante poi il discorso dell'unità tra parola e gesto (non solo l'inglese "jest" e il francese "bon mot", ma anche l'ebraico "davar" lega indissolubilmente i sostantivi parola, atto e gesto), che mi vede perfettamente d'accordo, per cui diventa chiaro che "la Letteratura acquisisce il valore di un gesto eroico". Inoltre - continua Ferrari - "anche la letteratura è messaggio di se stessa, metalinguaggio, sistema di segni che si mantiene in efficienza perpetuandosi attraverso le opere e parlando se stesso attraverso gli scrittori […] ma resterà parola alta e fondante finché riuscirà a mantenere alto e ricco proprio il valore del gesto, della pulsione verso la parola scritta che ne perpetua, un modo sempre più precario, una sua "profana perfezione" (ndr qui il riferimento è a Yeats).
Poi si sofferma a chiarire la differenza tra poesia e prosa, la differenza (non sempre facile da cogliere per un neofita, come il sottoscritto) tra poesia e non poesia, sottolinea come "la capacità di costruire bei versi (che comunque conta) non ha nulla a che fare con la Poesia; anzi, un bel verso spesso maschera l'assenza di Poesia e la pretenziosità (il che non vuol dire che per fare Poesia occorra scrivere brutti versi)" . Insomma, Mauro Ferrari non solo s'addentra nella questione etica, morale e filosofica che sta a monte del comporre versi, ma dà pure validi suggerimenti e consigli utili, come quest'altro: "Non c'è nulla di male nell'aver qualcosa da dire alla gente in un linguaggio che tutti capiscono (capita anche al miglior poeta), ma allora non si faccia Poesia, la quale è un'altra cosa: se vogliamo comunicare qualcosa a qualcuno con precisione e immediatezza, la tecnologia oggi ci ha messo a disposizione il fax. E, se vogliamo comunicare e basta, abbiamo il corpo. Solo se vogliamo fare Poesia, abbiamo la Poesia". Inoltre, si sofferma a spiegare le varie fasi compositive della poesia stessa quando "il primo verso è dato dagli dèi" ma poi occorre trovare i successivi - possibilmente all'altezza - e ciò che comporta difficoltà, in quanto "Tutto preso dalla sua lenta avanzata nel tunnel del significato, il poeta rischia di perdere il senso globale della costruzione o di abbandonarsi all'onda della scrittura e perdere il rapporto stretto con la cosa da dire, che è la prima esigenza dell'arte, anzi il suo scopo stesso". Insomma occorre restare in equilibrio, essere funamboli della parola, senza perdere il significato di quello che si vuole dire. Esamina infine il quadro sconfortante del mercato attuale, e la condizione della poesia oggi in Italia (e non c'è bisogno in questa sede di aggiungere altro).

Per quanto mi riguarda sono in una fase di stallo creativo da ben più di un anno e questo è dovuto a fattori diversi che si sommano; uno è sicuramente la maggior serenità lavorativa che mi ha accompagnato in questi mesi, rispetto a quelli turbolenti e carichi di tensione degli ultimi anni (e lo stress, l'inquietudine, l'insoddisfazione insomma i periodi di crisi di solito accendono l'ispirazione, mentre la troppa serenità o spensieratezza la soffocano, la by-passano). Inoltre, ho sentito l'esigenza di staccarmi dalla poesia, soprattutto dai miei tentativi passati di poesia, avendo bisogno di liberarmene e via via coltivando l'esigenza di maturare altre tematiche che non per esempio quelle sentimentali, nonché un altro e più maturo linguaggio (cosa per cui occorre molto tempo e molte letture). Insomma, vorrei mettere da parte la passata tendenza alla poesia lirica e cercare qualcosa di diverso, pur rimanendo nel mio mondo poetico. Ho sentito d'altra parte esigenze molto forti ad allungare i miei versi, a renderli più semplici e più vicini alla prosa (ma in realtà so che devo stare a metà strada, ovvero mantenere versi lunghi ma discostarmi dalla prosa e dal parlato, il ché e facile a dirsi ma assai difficile da ottenersi…). Forse un giorno ci arriverò a scrivere qualcosa di migliore. Di certo ora sono più consapevole dei miei limiti e spero che il confronto con gli altri (con i poeti veri come Ferrari) possa giovarmi e aiutarmi a ritrovare un'autentica ispirazione da incanalare con nuovi e più affinati strumenti. Altrimenti nell'impossibilità di progredire nella scrittura arriverò semplicemente ad una sana e consapevole rinuncia (meglio un silenzio necessario che una poesia falsa). Dice ancora Ferrari ed è musica per le mie orecchie: "il plus dell’Arte, quell’aggiunta che è insita nel saper rappresentare ciò che normalmente va perso nell’esperienza comune, è precisamente l’atteggiamento, il gesto dell’artista [...] inscindibile dalla dedizione e dalla vocazione (in latino “chiamata del dio”, in cui ci piace tuttavia trovare una traccia del dar voce alle cose, chiamarle dall’inesistente caotico e dar loro un nome”)".
Se sarò anch'io chiamato a seguire quella voce, a tentare la "mia" via alla Bellezza e alla Perfezione attraverso la musicalità della parola, allora ad ogni costo cercherò di essere pronto a questo sacrificio e all'altezza di questo compito. Almeno per il momento però, scrivere non è mestiere per me (Lo so che nessuno vive di poesia, nemmeno i grandi poeti!). Scrivere è talvolta - come ho già detto "sofferenza", in quanto richiede dedizione, tempo e fatica e un lottare con accanimento contro tutto e tutti, ma soprattutto contro una parte di sé stessi, scrivere con autenticità e sincerità poi è difficile come difficile è vivere nel mondo complicato e frenetico di oggi. Ma scrivere è anche, quando finalmente riesce, terapia, liberazione dal male, dal negativo, riscatto dal dolore dalle proprie debolezze ed errori. Andare oltre, andare altrove, superare il proprio limite.
Sono parole queste molto impegnative per me oggi, come d'altronde sono impegnative per un poeta le affermazioni dell'amico Mauro Ferrari, a cui auguro un futuro fatto di immortale poesia.

Concluderei con un paio di liriche (spero che Mauro Ferrari mi perdonerà se le riporto qui). Avevo già scritto (e scelto per un mio reading al Ratatoj di saluzzo i suoi versi in chiusura alla raccolta Al fondo delle cose - tra i miei preferiti di quel libro - e li riporto, insieme alla poesia d'apertura di Nel crescere del tempo (altro caposaldo…); auguro loro lunga vita.

*
Ciò che si annida
al fondo delle cose
sotto la carne
più in basso della carpa
silenzioso abitatore
di tane improponibili
è il rombo cupo del tuono
che sovrasta la mente
e non un Verbo che si dica umano:

e incomprensibile discorre
tra le cime estranee
dove si pascono
di piaceri e nostre pene
Dèi superni e alteri
sotto forme note visitando
di tanto in tanto i nostri luoghi,
meravigliati da tanto corpo in così poca mente.

- - -

PENSARSI LIQUIDI

E' questo il limite, credersi forme solide
e risentirsi degli spigoli che s'urtano -
le linee non combaciano, la storia esige
uno sfondo, un pretesto che renda plausibile
il quadro - tanto spazio occupato per anni;
solidi, però sperduti quanto sradicati
dalla terra, e nomadi nel còncavo
di quei fondali finti che ci fanno veri:
si cresce senza troppo merito
svolgendo la banale formula del nautilo,
che cresce nel silenzio e grida sogni eterni.

E la stocastica degli urti,
le occhiate che s'incrociano
attraverso un tavolo come due spade
sono due masse estranee che si sfiorano,
tangenze che si creano e si deformano;
stridore d'un tocco immaginato.

Più facile pensarsi liquidi, legami atomici più deboli,
quell'inumana miscibilità dei corpi che solo un attimo
un angelo in delirio può avere immaginato
chissà da dove cadendo, forse un soffitto di cielo,
e lui un alito soltanto, né pietra né acqua,
ariele senza superfici né liscia traslucenza,
ancora meno, ancora più, un'altra stato ancora,
aria nell'aria; vinto dalla pietà, spinto a donarci un poco,
un poco farci essere di più.

Posted by SergioG at 02.10.04 23:03