29.02.04

Quanto si vive male oggi in Italia

Da un articolo di Lietta Tornabuoni su LA STAMPA di giovedì 26 febbraio:

"Naturalmente non c'è paragone con i Paesi della guerra e della fame, ma si vive così male ora in Italia, fra truffe sistematiche, Berlusconi, costo crescente della vita e perdita costante di valore dei soldi, mix di caos globale e di imposizioni spietate ("Se non paghi sei morto"), disfunzioni di tutto, campagna elettorale permanente, stupidità, squallore: conservare il proprio equilibrio risulta difficile, e i tentativi per riuscirci pigliano più o meno tre strade.
LA PRIMA STRADA, la più frequentata, consiste nell'arrabbiarsi, nel protestare, nello scandalizzarsi, nell'indignarsi: si passano giornate tetre prendendosela con la televisione e con i giornali, con il governo e con la burocrazia, con questo mondo di ladri e con quelli che in autobus entrano dalle porte d'uscita, con i soldi che non bastano ("Altro che arrivare alla fine del mese: neppure all'otto del mese si arriva"), con la disonestà e volgarità collettive.
LA SECONDA STRADA consiste nell'evasione, nel cercare di ignorare la realtà pensando ad altro. C'è chi sceglie la mistica dell'autopunizione (seguire diete dimagranti, controllare le spese sino al pauperismo o all'ascesi di non tirare fuori un soldo, fare niente del tutto se non il lavoro necessario, impegnare energia fisica) e chi tenta l'edonismo (visitare mostre importanti, curare la salute, ricercare e contemplare la bellezza, se è possibile viaggiare altrove, leggere o rileggere grandi opere, fare l'amore e passeggiare dato che non costa un euro). C'è chi si forza a un atteggiamento vitalistico: l'esistenza può essere bella, bisogna saperla apprezzare e sfruttare rifiutando oppressione e depressione, occorre reimmergersi nella propria attività trovando nuovo entusiasmo, viva la leggerezza, allegria.
Ciascuno cerca di salvarsi come sa: ultima risorsa, far finta di non essere vivi, chinare la testa, piegare le spalle, restare fermi, sperare che la sfortuna ci scivoli addosso e vada oltre senza accorgersi di noi, aspettare che passi il peggio (e che per qualche miracolo vengano tempi migliori - aggiunta del sottoscritto). Sono metodi comprensibili, umani, usuali, tante volte applicati nella Storia, ma hanno una spiacevole caratteristica: non funzionano, non servono".

Posso testimoniare sul fallimento di tutte e tre le strade. Perché a fasi alterne le pratico ogni giorno (dando forse la preminenza all'evasione, piuttosto che all'incazzatura o all'abulico attendere). Il problema è sempre più convivere con quel senso di assoluto smarrimento - Dov'è finito Dio? - e con un'inquietudine esistenziale (più subdola di quella adolescenziale, anche se a volte meno violenta) che ti corrode il sangue e che limita la capacità d'agire e di riflettere.
Il problema è alzarsi dal letto ogni mattina e trovare la forza e gli stimoli per affrontare e condurre a termine la giornata. Quando sarebbe necessario essere il più possibile lucidi, motivati e privi di esitazioni…Non riesco ad essere altro che testimone di fragilità e di incapacità a reagire. Anche se sono tra quelli che nella vita si possono dire i fortunati. Ma l'insoddisfazione ormai anche in me s'è fatta patologica…

E dalla mia privilegiata postazione dietro il bancone di una piccola farmacia di provincia, vedo ogni giorno incontrarsi, sfogarsi e "confessarsi" le fasce più deboli della società: anziani, malati gravi, estracomunitari (siano operai africani, muratori albanesi, badanti russe, polacche o ceche) gente comune con i loro piccoli-grandi sintomi patologici e le loro talvolta straordinarie - e uniche - esperienze di vita. E' un guardarsi negli occhi - tra il silenzio delle parole - e riconoscere lo stesso comune disagio. La stessa inappagata voglia di fuggire via o di definitivamente farla finita (almeno con la recita che tutto vada comunque bene o con l'abitudine al lamento che ormai ci devasta ad oltranza e soprattutto con i soprusi e le torture imposte dai prepotenti di turno).
E la piccola fiammella dell'ispirazione non basta (qui occorrerebbe un uragano). Occorrerebbe imparare a ridere (come dice Giuseppe Conte ne "L'Ultimo Aprile Bianco") e…a uccidere. Ma ormai siamo troppo schiavi delle nostre debolezze, incapaci di combattere veramente per qualcosa di nuovo in cui più non crediamo. Non basta guardare negli occhi di un bimbo per ritrovare la speranza.
Non basta un piccolo complimento o un incoraggiamento per farci ritornare il sorriso negli occhi. Ci vorrebbe un'altra vita, una nuova iniezione di speranza.


Ho tinto la mia faccia di nero
Per te per me per loro
Sì, per loro soprattutto
Ma forse più per te
Magari in primo luogo
Per quelli che verranno

Ho tinto comunque
La mia faccia di nero
Mentre il mio cuore
Già da tempo lo era
Pur attraversato da lampi
Più sereni, chiari e illusori

Ho tinto sì la mia faccia di nero
E vedo che tu stai facendo altrettanto
Cosparsa di bitume
Le tue piume anch'esse nere
Albatro corroso dall'olezzo
Di idrocarburo nel mare.

I versi sono del saluzzese Andrea Chiappello strappati alla sua 'zine "LA MACINA".

Posted by SergioG at 29.02.04 21:00