non capite un cazzo, questa è avanguardia, pubblico di merda! (freak antoni)


7/1/2006

i concerti del 2006/ sembrano assai sintetic(e?)i. che mi sia perso qualche evoluzione della cultura pop italiana negli ultimi mesi passati in germania e` chiaro subito, non appena entro dentro lo zenzero di bari per il concerto dei baustelle. sono le 11 (orario quasi da sound-check, per gli standard baresi) e invece il locale e` gia` cosi` gremito che, nonostante tutte le buone intenzioni e i frenetici tentativi, il sodale ed io non riusciamo ad avanzare oltre meta` sala.
a dire il vero, il gruppo spalla sta gia` suonando: i toys orchestra me li aspettavo - o ricordavo - diversi, piu´ pop; invece ieri sera tirano fuori una musica parecchio acida e poco orecchiabile. not my cup of tea, almeno non ieri sera. cantante assai caruccia, pero`.
dopo i toys orchestra la sala, invece di svuotarsi un po’ per i rifornimenti di birra, si riempi ulteriormente, e io inizio a capire con terrore che assai probabilmente non riusciro` neanche a vedere da vicino rachele. mmm. il gruppo entra in scena e si scatena il delirio, una roba che non vedevo per un gruppo italiano dai tempi d’oro dei subsonica. evidentemente avevo sottovalutato il passaggio alla warner, eppure continuo a pensare che - per suoni, ma soprattutto per temi trattati - i baustelle non siano esattamente una boy-band ultrapop. o forse vale davvero che ogni gruppo, financo john zorn, messo in heavy rotation per un tempo sufficientemente lungo riesce ad entrare nelle orecchie di chiunque.
insomma, i baustelle entrano in scena e subito qualcosa non mi torna: bianconi sembra davvero un badly drawn boy italiano (col casco di banane in testa a sostituire il cappello di lana da pusher), rachele mi spezza il cuore presentandosi quasi come l’irene grandi d’antan, e il resto del gruppo non si fa molto notare, a parte le bizzarre pose blues del chitarrista (nella foto qui a lato).
il concerto e` parecchio normale, musicalmente niente di piu´ e niente di meno di quanto aspettassi; purtroppo, sociologicamente assai piu´ sopra le righe di quanto sperassi. la gente salta, canta in coro anche le canzoni piu´ vecchie (capisco conoscere la malavita, ma le loro prime cose? dov’erano tutti questi esegeti quando io per un anno intero ho cercato inutilmente su soulseek il sussidiario illustrato, all’epoca fuori catalogo?), poga addirittura (oddio) - ma discretamente, come se si trattasse dei no doubt -, c’e` costantemente in aria una selva di telefonini scattanti, ad un certo punto una ragazza sale sulle spalle del suo compare e ci rimane ad ondeggiare per mezza il corvo joe - ed e` subito festivalbar.
della musica non c’e` molto da dire, un po’ perche´ l’acustica era persino peggiore di quella solita dello zenzero, un po’ perche´ avrei poco da aggiungere a quanto scritto da daniele in occasione del concerto di roma: giusto che i suoni, sia per composizione della scaletta sia per esecuzione dei pezzi, erano assai meno electropop di quello che mi aspettassi (per dire, niente reclame); e poi rachele era molto sulle sue, passando la sera seduta a suonare tastiere molto in secondo piano, di fronte ad un microfono dal volume bassissimo - un’interpretazione maliziosa e` che fosse una scelta precisa fatta per limitare i danni; lo stesso bianconi, sempre sotto i riflettori, non ha azzardato nessun acuto - la cosa si e` fatta imbarazzante su la canzone di alain delon, durante la quale i ritornelli erano cantati sempre un’ottava sotto, fino ad allontanarsi impercettibilmente e nei momenti piu´ impegnativi, per uscire dal raggio del microfono. dopo un’oretta i baustelle escono di scena, tre minuti e sono di nuovo sul palco a fare i quattro bis, tra cui la richiestissima canzone del riformatorio (boh: ma la gente i testi li ascolta?).
di positivo c’e` da dire che alla fine, quando rachele si attarda sul palco, la massa di cani e porci e` piu´ interessata a farsi scattare foto abbracciata a lei e/o a guardarle le tette che a inseguire psicoticamente la tracklist: ecco perche´ io sono riuscito elegantemente ad entrarne in possesso (nei commenti la trascrizione integrale), prima di fermarmi a mia volta a guardarle le tette. non mi giudicate male: e` stato solo l’estremo tentativo di risollevare una mia attrazione in caduta libera, non ultimo per colpa del suo fighettissimo abbigliamento (aveva persino delle scarpe coi tacchetti, sotto i jeans…).
alla fine la blocco e, guardandola per lo piu´ negli occhi, le chiedo disperato “rachele, dimmi che non andate a sanremo, ti prego” “no” “…” “no, non ci voglio andare". ma lo dice triste: secondo me non ci credeva granche´ neanche lei, ahime´.

21/11/2005

la coscienza di delio. essere chiamato da françoise cactus sul palco a cantare e ballare liebe zu dritt e non potervi offrire foto (in compenso ho queste). ora come blogger potrei anche morire contento; ma non lo farò, almeno non ora, almeno non ufficialmente.

13/8/2005

una band di idioti. abbandonati gli ascolti sperimentali (ahem) della terza giornata, stasera si torna all’ordine. e ordine vuol dire ordine: due concertini minori in apertura, e poi tutta la serata di fronte al palco principale.
si inizia con la metà finale dei maxïmo park: sarà che sono arrivato troppo tardi per l’unica loro canzone che davvero mi piaccia, sarà che col passare degli anni trovo sempre più insopportabile l’estasi euforica degli inglesi di fronte ad ogni loro nuovo gruppetto poco più che mediocre, ma me la sono spassata assai poco. tanto più che il live mi è sembrato grosso modo una copia conforme del disco. dispiace mettere in dubbio, una volta tanto, la Sua autorità, ma davvero non ci vedo neanche una qualsivoglia ombra degli smiths.
dopo di loro, veloce puntata sul palco del sr. chinarro, presentati sul giornaletto del festival come dei belle and sebastian spagnoli. in fondo, sostanzialmente inutili. pare abbiano dedicato una canzone al primo fiber morto in campeggio nell’undecennale storia del festival, la sera prima, ma io non ero ancora arrivato, quindi anche questo loro lato umano me lo sono perso. uno di quei gruppi, a conti fatti, che hanno probabilmente avuto un gran ruolo nello spazzare via la merda post-grunge nella seconda metà anni ‘90, ma che oggi non sono chissà più quanto significativi.
dopo di loro potrei scegliere se andare a vedere i wedding present o controllare un po’ la mail. il ricordo di una giapponese entusiasta che undici anni fa mi ha strillato e calpestato i piedi per un’ora ad un concerto dei wedding present a reading ancora mi tormenta, quindi lascio perdere. in fin dei conti il primo concerto che davvero mi interessava in serata era quello degli hot hot heat.
mi sposto verso il palco principale e mi stendo sul prato. che dire? le loro cose che avevo ascoltato finora erano assai indie, saltellanti e, al limite, mi ricordavano i beat happening (a pensarci bene, non so neanche perché). dal vivo, invece, sono assai più chitarristici e ballabili, persino easy a tratti, e in effetti non sfigurano sul palcone. suonano un’ora ma non mi lasciano moltissimi ricordi - a parte la capigliatura da simply red del cantante, una bella cover di just dei radiohead e la finale goodnight goodnight, già finita in numerosi miei nastroni - matrimoniali e no.
dopo gli hot hot heat una parte dei presenti (pazzi!) scappa su un palco secondario ad ascoltare daniel johnston (la giusta pena per la loro hybris sarà che daniel johnston, pur presente dietro le quinte, si rifiuterà di suonare - “tiene los nervios", è la dichiarazione ufficiale), mentre io rimango ad aspettare il concerto di nick cave and the bad seeds.
faccia cattiva e gomiti alti pronti ad attaccare gli zigomi di chi mi stesse davanti riesco ad arrivare in quarta o quinta fila. non avrei sperato in tanto. nick cave sale sul palco in gran forma, in giacca nera e camicia bianca, spiritato come non mai, e attacca a pestare. strano, io me l’immaginavo un vecchietto in carrozzella che sgrana rosari e ricorda i bei tempi, e invece salta e urla e rotea gambe e fa cadere aste del microfono come non faceva neanche nei birthday party. d’accordo, ha i capelli tinti: ma glielo si può perdonare, no? tanto più che ha il buon senso di saltare a piè pari tutto la sua discografia più recente (vale a dire gli infami the boatman’s call, nocturama e quell’altro di cui non voglio pronunciare neanche il nome) e concentrarsi sulle cose che contano, qualcosa dall’ultimo doppio (non 50 special, per fortuna) e parecchio da the murder ballads e let love in - tra cui una incredibile stagger lee che sarà durata almeno dieci minuti. sul palco ci sono tre inquietanti coristi gospel che però fortunatamente non disturbano più di tanto, e compariranno solo sul finale, in there she goes, my beautiful world - che, va ammesso, dal vivo ha molto più un suo perché che su disco, lancinante e dilatata com’è. ritorna sul palco per un inconsueto bis, e tutti si aspettano where the wild roses grow, ma non ci sono né kylie (ovviamente) né blixa, e quindi ripiega su the mercy seat, per la gioia degli astanti. bel concerto, forse corto - non più di un’ora - ma occorre lasciar posto ai buzzurri.
perché rimango al concerto degli oasis?, mi chiederete, e anzi, perché faccio il possibile per rimanere ben davanti? in realtà non lo so bene. so che gli oasis, undici anni fa, per me hanno rappresentato il primo gruppo che ho scoperto da solo, prima ancora che mi aiutasse a farlo planet rock. so che definitely maybe e (what’s the story) morning glory? li ho ballati quasi pezzo per pezzo, quando ancora andavo a scuola; anzi, è sulle canzoni di quei dischi che ho iniziato in assoluto a ballare. solo che ora gli oasis sono oggettivamente impresentabili, trasformati nella parodia di sé a molto meno di 40 anni. il paradosso sta tutto nell’immagine di noel gallagher, che non compone più una canzone buona da dieci anni ma si porta dietro sul palco 7 (sette) chitarre. il concerto si apre con l’ultimo singolo, o qualcosa del genere. una canzone tutt’altro che memorabile, ma che non evita di trascinare nell’entusiasmo tutta l’immensa folla presente (mutatis mutandis, fanatici come i fan dei cure, solo con quindici anni di meno). il pogo (o saltellìo, o come altro si può definirlo) è così intenso che dopo neanche trenta secondi devo scappare via. è il delirio quando, come terza canzone, arriva (what’s the story) morning glory?. la gente urla, salta, le inglesi salgono sulle spalle dei loro amici, gli stranieri devono essere davvero pochi, soprattutto nelle prime file, gli oasis sono - pur senza parlare - incredibilmente scostanti e molesti alla vista. il tipico stile che liam ha di cantare - piegato in avanti, con le mani unite dietro e con la bocca in basso rispetto al microfono - dopo un po’ diventa un tic immensamente fastidioso. eppure - eppure gli oasis ogni tanto sanno ancora cantare grandi canzoni, magniloquenti eppure trascinanti. è ovvio, è banale, eppure champagne supernova fa ancora adesso la sua porca figura, e rock’n'roll star (dedicata a robin cook, morto il giorno prima) ancor di più. finalone per una strana cover di my generation, piuttosto tirata e riuscita.
dopo di loro salgono sul palco i kasabian, come teorici headliner della serata (ma si è detto come il concetto di headliner fosse fallace a benicassim). tom meighan è vestito da guru di una setta orientale, con un lungo camicione bianco senza bottoni e i capelli al vento. su disco i kasabian mi erano sembrati molto elettronici, con canzoni che sembravano quelle che i music avrebbero dovuto fare se non si fossero persi per strada (e quindi, alla fin fine è sempre a primal scream e stone roses che si risale); e invece in effetti il concerto è più che altro rock vecchia maniera, à la oasis appunto - tanto che ad un certo punto una canzone viene dedicata ai fratelli gallagher, che vengono tosto inquadrati dietro il palco (certe cose neanche a buona domenica succedono) tutti compiaciuti. chiudono finalmente con club foot, l’unico pezzo a darmi il senso della loro (presunta) grandezza.
finisce il concerto e un’arena da 30.000 persone si svuota in due minuti. oddio. gli lcd soundsystem non li vuole vedere proprio nessuno? alla fine non sarà così tragica, ma davvero non c’è confronto con la presenza ai concerti dei gruppi inglesi. james murphy sale sul palco vestito con una maglietta bianca (ben aderente per mostrare bene il suo ventre tonico) appena più elegante di quella del cantante dei !!! e seguito da tre persone, bassista tastierista e batterista. james murphy stesso si limiterà a cantare, e saltuariamente a suonare campanacci e picchiare scriteriatamente tom tom. il concerto si apre con una beat connection da favola. oltre agli arrangiamenti anche i testi cambiano, e qualcuno del giornale del festival si perita di controllare che in daft punk is playing in my house il testo è in effetti completamente nuovo; e in generale, i pezzi sono forse accelerati ma un po’ meno nervosi e groovy così che su disco, e si finisce per saltare e dimenarsi, sì, ma un po’ meno di quanto non si fosse fatto la sera prima coi !!!. fanno eccezione la punkettona movement e soprattutto tribulations, semplicemente eccezionale. finalone su yeah, con i due o tremila presenti in totale delirio, a saltare e dimenarsi in un’arena forse un po’ troppo grande per il loro standard. gran concerto, comunque.
si rimane qualche ora ancora, a urlare ossessivamente yeah yeah yeah yeah yeah yeah yeah yeah yeah e a tentare di ballucchiare nel tendone in cui c’è la serata monotematica dfa (prima i black dice a fare una strana sorta di electropunk con tastiera, moog e theremin, e poi delia & gavin, due pazzi hippy impegnati per tre quarti d’ora a fare drones con una tastiera e un moog e due ventilatori a sparargli i capelli indietro e lo sguardo perso verso l’orizzonte), ma il festival sta evidentemente finendo. si ascolta la musica ad occhi chiusi, un po’ perché fa fico farlo e un po’ perché davvero si è quasi addormentati, si comprano le ultime birre e gli ultimi panini in offerta, si tracanna orrido liquore al cranberry (finito quello di mela) e si pensa che sì, fra due giorni si sarà via.
ancora un micro-post sulla festa dance in spiaggia e poi se dio vuole avrò finito coi post su benicassim 2005.

12/8/2005

il problema di un matematico. il problema di un matematico non è, come forse avrete immaginato, l’etna o il traffico, ma piuttosto la continua necessità di una programmazione - dirò di più, di una politica: sulle prime la cosa è divertente, alle lunghe diventa pallosa ed estenuante, ve lo assicuro.
insomma, la mia politica per benicassim era la seguente, mutuata dal purtroppo mortale bombolo: ho pagato e voglio ascolta’ - il che voleva dire, papale papale: fanculo i concerti dei gruppetti fichi che comunque vedrei sotto casa a due lire, concentriamoci sui megagruppi di cui pur me ne fotte poco, ma che mai più potrò vedere in concerti così economici. è questo il peccato originale che mi ha portato a vedere la seconda sera i cure e l’ultima gli oasis, ahimè: e ora posso anche pentirmene, ma in quel momento ero certo della scelta. invece, la terza sera del festival il palco principale presentava una scaletta così inguardabile - keane e lemonheads, nell’ordine - che oppormicivisi era un punto d’onore, e dunque la mia politica è andata a farsi fottere, per una volta.
il pomeriggio inizia* alle 18:00 con il concerto di devendra banhart - pardon: avrebbe dovuto iniziare. in realtà il piano mio e della sodale era di sorbirci il suo concerto sorbendoci simultaneamente, seduti sotto il palco, un bel litrozzo di gazpacho (di quello sincero) con relativa baguette**, ma la security non è dello stesso avviso (un litro di gazpacho, benché travasato in un bicchierone di plastica, era evidentemente un proiettile troppo pericoloso), quindi fanculo al signor cocorosie, rimango sotto il sole a fare scarpetta sotto gli occhi attoniti dei presenti, ascoltando comunque un concerto dai suoni che sembravano assai più rocchettari che su disco.
subito dopo di lui i kings of convenience, piazzati in maniera assai discutibile in un palco piccino e alle sei e mezza di pomeriggio - ma il tendone è comunque pienissimo. questioni logistiche a parte, che dire? fantastici. li adoro. erlend øye è più bello del solito, e la mia eterosessualità vacilla - ma si riassesta tosto quando, a fine concerto, lui annuncia di essersi dotato, una settimana prima, per la prima volta, di lenti a contatto. niente più occhialoni, dunque e ahimé. per la cronaca, è stata la versione ridotta del concerto del tour della scorsa estate, con in più misread e un inedito non male, e in meno la big band (a metà concerto sono saliti sul palco solo una viola e un curioso basso acustico). come al solito, delirio finale su i’d rather dance with you (io ci riprovo un’ultima volta: erlend, should you ever bump into this blog, listen to me: please please please, release a remix - any remix - of i’d rather dance with you).
finito il loro concerto vado a vedere gli xiu xiu. pochi minuti, ché ho altro in programma: ma abbastanza per decidere di andarli a vedere sul serio, quando mai dovessero passare dalle mie parti con un concerto serio. ah, per la cronaca caralee mcelroy, la sig.na xiu xiu, è a pari merito con la chitarrista dei polyphonic spree (chi mi aiuta a trovare il suo nome?) la donna più innamorevole salita su un palco di benicassim.
il mio primo obiettivo grosso, in serata, è ascoltare i raveonettes sul palco principale. la sorpresa è vedere che di fronte al migliaio di presenti non ci sono solo i due raveonettes ufficiali ma un intero gruppo; e forse, bisogna ammettere, è la cosa più sensata. lui è nervoso e cool, lei è una bambolona giunonica avvolta in un vestito celeste da maestra dell’oklahoma anni ‘50. è chiaro che ormai hanno scelto un sound, retronuevo anzichenò, e ci livellano su tutti pezzi, vecchi e nuovi. è un po’ un peccato, perché se il nuovo disco fatto di pezzi da girl-band anni ‘60 virato garage è piacevole, i vecchi pezzi con tanto feedback e tanto twee ci piacevano ancora di più; e invece sentir suonare attack of the ghost riders e let’s rave on esattamente come ode to l.a. un po’ fa male al cuore - tanto più che così ballare diventa davvero difficile. peccato.
finiti i raveonettes, scappo ad un palco secondario e faccio in tempo a beccarmi gli ultimi dieci minuti di mouse on mars, anche loro moltiplicati per l’occasione; ma sono giusto pochi minuti. l’obiettivo principale è arrivare a essere molto davanti per il concerto dei !!!, e ci riuscirò - ah!, se ci riuscirò. in effetti finisco in terza fila, giusto di fronte al microfono; e ne vale la pena. nic offer sale sul palco in perfetta tenuta da venditore di polpi barese, maglietta rosa con paillettes, ventrozza di birra ben evidente, calzoncini blu da mare e mocassini di pelle ben consunti. un dio. il concerto fila come l’olio e io abbandono tutti i dubbi che avevo su louden up now: rispetto al disco, il concerto è tutta un’altra cosa. veloce, tirato, incredibilmente groovy, molto più funk e molto meno punk, si balla dal primo all’ultimo momento; e la canzone del giorno è davvero un inno generazionale, ancorché demente. e quando dico inno generazionale voglio dire che nel recinto del festival un solo grido è risuonato dall’1 alle 6 del mattino di quel giorno: tuwru-thu-thu-thu! tuwru-thu-thu-thu-thu! tuwru-thu-thu-thu! tuwru-thu-thu-thu-thu! (o almeno, io l’ho fatto risuonare).
finiti i !!! mi tolgo la maglietta, la bagno, riprendo fiato, me la rimetto addosso, cerco di riassettarmi, e vado - ingenuo! - a sentire i jeans team. invece di asciugarsi, la maglietta si riempie di nuovo sudore: i jeans team dal vivo sono assai meno glitch che su disco, molto più disco, e la fine del loro concerto scuote ben bene in vista dell’ultimo appuntamento davvero atteso della serata.
i robocop kraus salgono sul palco vestiti come i kraftwerk di die mensch-maschine virati grigio. partono piano, ma poi accelerano. partono impacciati, ma poi si sciolgono. partono robotici, ma poi si trasformano sempre più nella riedizione dei talking heads in cui l’elettronica è ferma all’os/2 1.0. partono sostenuti solo da poche decine di persone, ma poi nell’ovvio finale di fake boys (qui nell’ascii disko remix) il tendone quasi crolla dalla gente che salta. grandissimi, anche se ancora poco conosciuti. thomas lang si muove a scatti, poga a scatti, fa stage-diving a scatti, e a un certo punto finisce per scavalcare le transenne e inoltrarsi nel pubblico come due giorni prima aveva fatto il tamburino dei polyphonic spree. a noi piace pensarli ancora camminare sempre dritti, sempre avanti, e magari un giorno incontrarsi, piacersi e iniziare una fantastica storia d’amore electro-hippy.
l’errore della serata è di non accontentarmi del passaggio !!! -> jeans team -> robocop kraus ma di voler strafare e andare a sentire la fine dei dinosaur jr.; che con tutto l’amore dovuto a j mascis, in confronto fanno davvero la figuraccia dei matusa alternativi. che peccato; per fortuna che, col liquore di mela già entrato in circolo, di loro ricordo davvero poco. cercherò di rivederli in un altro stato mentale, magari.

* a dire il vero il pomeriggio era già iniziato con la partita di beneficenza per la oxfam tra squadra degli artisti e squadra della stampa (chissà perché nel resto del mondo nessuno dice “nazionale” ma solo “squadra"?), in un tremendo solleone dell’una di pomeriggio. visto anche il livello tecnico-tattico dell’incontro non ne ho particolari ricordi, se non che la birra vi era venduta a 1€/mezza pinta e che inclusa nel biglietto c’era anche un’abbondante razione di paella alla valenciana, ma che la mia proverbiale inappetenza mi ha impedito di nutrirmi con più di un sei-settecento grammi del piatto suddetto. sapete, il caldo estivo.
** il piatto indie dell’estate, ascoltatemi!

6/8/2005

quant’è poco indie l’espressione “oh my gosh"? ho sempre frequentato poco i giri dark, e ne so ancor meno del fanatismo che gira attorno ai cure. mi ha fatto quindi una certa impressione, ieri sera, vedere trenta dark occupare militarmente l’accesso (ancora sbarrato) al palco principale per il concerto dei cure che non sarebbe iniziato prima di quattro ore. il sole battente. i dark quarantenni. i cure ormai bolliti. la ressa ai cancelli senza per altro la concorrenza di alcuno se non gli altri ventinove compagni di fan-club. il tutto mi ha fatto una tristezza infinita.
ieri sera a benicassim alle 8 era in programma il concerto dei kills. ci vado come un bimbo goloso, ma è una triste delusione. lei è bellissima, lui è sufficientemente cooool, ma il concerto proprio non funziona. lei si muove nevroticamente sul palco come un’attrice di terz’ordine, la batteria elettronica è troppo minimale, le canzoni del nuovo disco sono quelle che sono; o forse, semplicemente, due chitarre non bastano a riempire un palco - alla fine ricordano piú i d.a.f. che i velvet underground. e poi non hanno fatto neanche wait, vergogna.
dopo di loro scappo verso il palco principale per dare uno sguardo agli athlete. mal me ne incoglie: sono teribbili. un gruppo pop tremendamente sdolcinato, con testi tutti amorecentrici, suoni tutti pulitini, pubblico tutto di inglesine perbenine in delirio. da paura.
scappo quindi a dare uno sguardo a solex per una mezzoretta. purtroppo non si trattava di solex ma di solex - e chi se lo aspettava? comunque è stato un concerto piacevole - ma con un tempo di sopportazione di circa dieci minuti. loro sono in quattro, fanno una roba a metà fra sperimentazione free-jazz ed elettronica - o al limite un punto d’incontro tra frank zappa e il reverendo lovejoy quando tenta di suonare il tema della stangata. però divertenti.
di corsa verso il palco verde in tempo per mangiucchiare prima dell’inizio del concerto degli yo la tengo - personalmente, una delle cose piú attese di questo festival. invece il concerto è ambiguo. loro sono bravi, le canzoni sono carismatiche, però - cazzo! - qualcuno abbia finalmente il coraggio di dir loro che non possono sempre bisbigliare. il loro ultimo disco mi era sembrato stranamente sottoamplificato, ma pensavo ad un difetto del mio stereo; ma quando lasciano un amplificazione da radiolone in un palco da trentamila persone c’è qualcosa che non va. non esagero: mentre i miei vicini parlavano non riuscivo a sentire le canzoni. poi per fortuna ad un certo punto si decidono ad attaccare lo spinotto e tutto va in ordine. poco da dire, bel concerto, essenzialmente incentrato sugli ultimi due dischi - immancabile autumn sweater a parte, ma niente di davvero trascinante. e anche loro hanno consapevolmente evitato di farmi let’s save tony orlando’s house, stronzi.
dopo di loro i cure. i cure. bah. i cure. credo che nella vita ognuno debba vederli dal vivo almeno una volta: che dire?, io per fortuna ieri sera mi sono tolto il pensiero.
il gruppo di richiamo dance della serata dovevano essere i basement jaxx. ora, qui qualcosa non funziona: io ero sicurissimo che le ultime cose loro che avevo ascoltato, tre o quattro anni fa, fossero una specie di tech-house facilotta ma piacevole. invece sul palco sale un chitarrista vestito come gli eagles, un percussionista cubano e due donnoni a forma di coriste rythm’n'blues (una vestita da tina turner in vestito da sposa - ma piú attillata -, l’altra da madre di famiglia andata a fare aerobica, e iniziano a cantare canzoni pazzesche. sul serio: immaginate una canzone dance cafona cafona cafona, e non riuscirete a immaginare il livello dei basement jaxx. anche qui, diecimila inglesi in delirio*, e dopo tre canzoni (una delle quali ha come ritornello un tremendo e odiatissimo “oh my gosh!") non ce la faccio piú e vado via.
prima di andare a dormire, ancora solo un set di elettronica minimale di terrestre, un messicano armato di solo powerbook che tentava di aggirarsi dalle parti di fourtet. niente di pazzesco, ma una buon’ora di chill out.
scappo ché fra poco ho xiu xiu e raveonettes.

* qui occorrerebbe davvero che qualcuno rifletta sul paradosso di un festival in spagna, sedicente internazionale, in cui gli artisti ringraziano dicenco “muchas gracias", ma in cui è chiaro che in alcuni concerti (basement jaxx, appunto, ma anche altri) il pubblico contiene inglesi al 95% (mi tengo basso). per adesso si riesce ancora ad avere un buon equilibrio: quando sul palco principale c’è caciara brit basta scappare sugli altri palchi, ma temo non sfuggirà agli organizzatori che per loro sarebbe mlto piú redditizio organizzare un intero festival a dimensione di inglese. speriamo che accada il piú tardi possibile.

5/8/2005

qualcuno salvi benicassim dagli inglesi! eccomi in spagna, bloggo da un tendone del fib grazie ad una connessione internet gratuita offerta da telefónica (un bell’applauso per la parola “gratuita"!) in una pausa fra il concerto di un gruppo francese (che il sodale preannunciava come i nuovi serge gainsbourg ma che a me sono parsi piú i dirotta su cuba francesi) e i kills in programma fra un’ora. benicassim è infestata di inglesi (si dice 7000 su forse 10000 campeggiatori), è terribile, qualcuno intervenga!, sono tutti pallidi e sguaiati e grassocci e tiratissimi come andassero ad un club fighetto di ibiza. non sarò io a fare l’indiesnob, ma davvero qui qualcuno ha frainteso lo spirito del festival; accanto a me una ragazzoccia che sembra del fan club inglese di dj francesco sta chattando (7 (sette) finestre di msn messenger, con trenta faccine per frase, e - quel che è peggio - in comic sans) col ragazzo che sta al computer alla sua sinistra.
va detto che benicassim è un posto orrendo, una cattolica con molto piú cemento e con un mare piú sporco, ma in compenso tutto è molto economico (un litro di heineken a 5€ dentro il recinto del festival, e ci si lamenta perché in paese si trova la stessa quantità persino a 3€) ed efficiente, il festival funziona piuttosto bene e il clima è straordinariamente libero e amichevole, niente risse e nessun approccio sgradevole a ragazzi o ragazze; persino il clima è caldo ma molto migliore dell’afa di roma o di milano, in questi giorni.
il festival è iniziato ieri, e oggi si è già abbastanza sconvolti. a differenza dei grandi festival inglesi, qui tutto è piú fluido, si inizia ad orari piú umani (ieri sera alle 20) e si finisce quando si vuole, all’alba o anche dopo; il concetto di “headliner” perde dunque abbastanza significato, visto che si va avanti all’infinito e nessun gruppo puó andare avanti con la musica quanto gli pare.
ieri sera ho iniziato coi deluxe, degli spagnoli davvero pessimi, una specie di pop che vorrebbe essere indipendente ma solo perché non incide per una major; il suono oscillava dalle parti degli ultimi perturbazione, ma l’apoteosi di pubblico rimandava ai subsonica. da dimenticare, comunque.
poi i posies; ricordavo di loro giusto qualche canzoncina anni ‘90, e lì sono rimasti, dei succedanei dei pixies che ahiloro non hanno mai azzeccato la canzone della vita (e il look non li aiuta). invecchiati, qualcuno imbolsito, qualcun altro con una faccia scavatissima, l’unico punto un po’ divertente del concerto è stato quando hanno improvvisato una versione di wonderwall con pitch a +20% (sembrava la famosa versione accelerata della terra dei cachi). che tristezza invecchiare male.
dopo di loro i polyphonic spree. una rivelazione assoluta. davvero. andateli a vedere, costi quel che costi. su disco fanno una roba incasinatissima, barocca e un po’ à la spiritualized; ma dal vivo spaccano sul serio. salgono sul palco vestiti da hippie quali sono (a proposito: hippie in spagnolo si dice “jipi"), con delle assurde tuniche turchesi con delle onde rosse su; e sono in 23 (ventitre), salvo manager e passanti casuali gentilmente invitati a suonare con loro di tanto in tanto. due o tre chitarre, una intera sezione di fiati (incluso il corno), un’arpa, otto corist*, insomma un delirio: ma un delirio piacevole. il primo pezzo, che è poi la canzone del giorno, dura forse venti minuti, ma sempre trascinante e delirante, mai dilatata o peggio ancora sfilacciata: bellissima. continueranno così per un’ora e mezza, con un pubblico di fan in delirio (davvero, non immaginavo fossero così popolari) intenti a cantare a squarciagola i loro testi (per altro vergognosamente e figli-dei-florealmente banali e buonisti).
finiscono i polyphonic spree e attaccano i tears, vale a dire il gruppo della storica riunione, dopo dieci anni, di butler e anderson dei suede. butler e anderson. anderson e butler. una lacrimuccia scende sulla mia faccia al solo pensare a quello che i suede hanno significato per me a metà anni ‘90. purtroppo i tears non valgono nemmeno un decimo di quello che rappresentavano i suede. salgono sul palco vestiti come degli strokes di periferia e attaccano con un guitar pop inglesino assolutamente dimenticabile, che sembra preso di peso da uno degli ultimi dischi degli oasis (e ho detto tutto). certo, nel concerto ogni tanto brilla la voce e la chitarra che furono, ma sono lampi fuggenti. avessero fatto almeno qualche loro vecchia canzone, chessò, so young, si sarebbero comunque meritati uno stentato cinqueppiú; ma invece niente, ed è evidente che sono fieri della loro nuova creatura. e allora andate affanculo.
l’ultimo gruppo della serata erano gli underworld. lo ammetto: non li ascoltavo davvero da otto anni, ma mi hanno sconcertato. non amo la tech-house, non amo particolarmente ballare unz-unz, non era solo l’attesa di born slippy (se la sono tolta davanti dopo due soli pezzi - ma che versione!): è semplicemente che hanno fatto un gran set. è complicato spiegare come e perché, e forse ha molto a che fare con le sensazioni del momento; ma ballare rez in mezzo a quindicimila fibers in delirio è stata l’emozione piú forte della giornata.
si chiude col dj set d(egl)i optimo djs: routine electro, anche divertente tenuto conto della sua funzione dichiarata (far arrivare svegli alle 6 di mattina qualche miglaio di persone distrutte dall’ora e mezza degli underworld), ma banalotta. tre canzoni dei depeche mode in poco piú di un’ora sono davvero troppe, e i citazionismi piú o meno vintage (paint it black, la versione originale di tainted love, atomic dei blondie) un po’ scontati. in piú, la versione remixata unz-unz di stand by me era da denuncia, e be my baby messa come lento (in versione originale e integrale!) non la sentivo dalle feste di diciott’anni dei miei compagni di liceo. insomma, abbastanza dimenticabile. stasera in compenso ci sono i basement jaxx, e spero non rimpiangerò di aver preferito yo la tengo e cure a fischerspooner e four tet.

16/5/2005

loro hanno suonato per neanche tre quarti d’ora: perche’ dovrei sprecarmi io a parlarne meglio?
il cantante aveva un look da billy idol ma si muoveva come billy joe armstrong.
il bassista era evidentemente il figlio di uno degli zz top.
il batterista era identico a begbie di trainspotting.
violoncellista, chitarrista e tastierista erano insignificanti.
la musica era di base scipitamente chitarristica - a’ la faith no more, secondo me - ma in alcuni momenti evolveva verso melodie acide molto interessanti.
purtroppo i paperchase hanno smesso di suonare dopo neanche tre quarti d’ora, proprio quando il concerto iniziava a riscaldarsi e quindi:
vaffanculo.

13/4/2005

se i media non fossero in mano alla sinistra. e soprattutto se non lo fossero i blog, sapremmo tutti la verità: che per un presunto paraculo portato alla gogna (conor oberst o micah p. hinson, per dirne due) ce ne sono migliaia di altri che invece saranno sempre nei cuori di tutti (?) noi - come patrick wolf, per dire.
sabato sera al covo la sensazione netta era che, nonostante i post compiacenti di blogger che si affannano a gridare al genio, due terzi della sala fosse piena di giovinette che la primavera aveva riempito a dismisura di ormoni - ormoni fallaci, per altro, ché dell’eterosessualità di patrick wolf è lecito dubitare.
sbrigata abbastanza la triste pratica del gruppo spalla (in questo caso una cantante di terni a metà tra feist e fiona apple, e per quanto mi riguarda non sono complimenti), salgono sul palco patrick e il suo batterista. arduo dire chi dei due fosse vestito in maniera piú improbabile, se patrick con la sua assurda mise tardo-gotica, con un’incredibile camicia nera semitrasparente chiusa davanti e con un immenso spacco dietro o andrew john brown che vedete qui accanto, a destra nella foto, in un momento in cui si era tolto la bizzarra cravattina di raso nero.
dicevo delle giovinette dalle cui boccucce ha iniziato a sgorgare copiosamente bava come sangue da una madonnina anni ‘50 - mentre invece patrick wolf è oggettivamente un tizio improbabile. anche tralasciando i suoi capelli (grassissimi, signora mia), appena salito sul palco provvede a togliersi le scarpe che indossava sui piedi nudi - due fettoni da paura, con degli assurdi alluci delle dimensioni di una piccola cipolla - e a iniziare a cantare a occhi chiusi. ecco, non so a voi ma a me chi canta a occhi chiusi (che si tratti della bambina di about a boy alla recita scolastica o di lisa hanigan ad un concerto di damien rice) lascia istintivamente perplesso. e patrick wolf cantava un sacco ad occhi chiusi, mentre il suo batterista lo guatava fisso dal basso in alto, con uno sguardo innamorato carico di promesse carnali.
oh, la recensione volge al termine e finora si addice piú ad un numero di donna moderna che ad un blog serio come questo, quindi tentiamo di parlare un po’ di musica. lo dico chiaro e tondo: se quello che vi è piaciuto tanto tanto tanto nel disco di patrick wolf era l’alternarsi incerto di voci ed elettronica, come una sorta di will oldham folktronico, ecco, non so se i concerti di questi giorni vi piaceranno granché. nel senso che lui ci sa certamente fare, per carità, alterna ukulele chitarra e violino - se non ricordo male anche una tastiera - ma è tutto drammaticamente piatto. il batterista è lì solo per ammirarlo (l’ho già detto?) e il suono è acustico e asciutto - ma, come dire, non è una cosa buona. non è johnny cash, in fondo: sarebbe come togliere i loop a jim o’ rourke - che rimarrebbe?
spazio finito, temo. ah, per favore: non fate leggere questo post a nessuna delle baccanti che quella sera aspiravano a suggere ogni umore dal pallido corpo di patric wolf; ne va della mia incolumità.
(e sì che per carità di patria ho anche glissato sul vergognoso balletto stile letterina che i due hanno inscenato un’ora dopo su una qualche canzonaccia anni ‘80 che neanche ricordo, nella sala grande del covo).

4/4/2005

mettiamola così: c’era da concludere in bellezza una giornata. e il concerto dei califone sembrava il modo migliore di farlo. il problema è che dei califone, lo ammetto, sapevo poco o nulla: sapevo che hanno un nome su cui poter fare giochi di parole motoristici, sapevo che sono canadesi - che altro?
invece il concerto si è rivelato realmente fantastico – non solo perché doveva esserlo, per non distruggere il ricordo della domenica di sole primaverile e vino bianco a fiumi. ecco, giusto per capirci: i califone sono in effetti nick drake e hugo race messi a suonare insieme, né piú né meno - e quello che ne viene fuori è inevitabilmente travolgente. i due salgono sul palco
del fleurs du mal - in realtà scendono, visto che il pubblico è piú in alto di loro - verso mezzanotte, di fronte ad un locale inaspettatamente pieno: nick drake alla chitarra slide e hugo race al violino elettrificato. nel corso della serata nick drake prenderà anche una chitarra acustica e una tastierina appena-meno-giocattolo-di-quella-delle-coco-rosie, mentre hugo race si barcamenerà tra violino, banjo e chitarra elettrica. dolcezza astratta, melodie sussurrate su basi distorte, drone acidi che sono sempre in bilico tra slowcore e dream syndacate. steve wynn, certo, ma con meno self-consciousness, piú spontaneità. a un certo punto a nick drake suona il cellulare mentre sta suonando: risate generali, ma questo non interrompe il flusso che viene dal palco. musica riflessiva, non triste: c’è una differenza.
dopo un’ora staccano con poca convinzione, dopo trenta seconda hanno già iniziato i bis: tre o quattro pezzi che dureranno un quarto d’ora, forse piú. alla fine si perdono un po’, iniziano a cazzeggiare mescolando le tastierine e le distorsioni e le voci fino a ottenere qualcosa di confuso che ricorda i sebadoh o i primi smog; sinceramente non è la parte migliore del live, ma dura poco.
a conti fatti non è un concerto facilissimo, ma comunque lontano dagli sperimentalismi sterili del post-rock à la gy!be. stasera sono a bologna chiamati da jehovahnee gandolphee, come mi racconta la loro affascinante addetta al merchandise. su, fate una buona azione, lasciate vuoto il divano di fronte all’ennesimo porta a porta sul papa e andate al club 74 a vederli.

(menzione d’onore per il sodale che a fine concerto mi presta 10€ per comprare il loro disco e che mi ha girato la foto qui sopra).

20/1/2005

filastrocche a denti stretti. ora, io non so voi, ma sinceramente le primissime cose dei pavement non le ho mai ben capite. troppo sporco il suono, troppo introvabili le melodie, troppo piatte le batterie. dice: si chiamava lo-fi apposta, bifolco d’un blogger. vabbé, capisco il principio, ma rimane che ascoltarsi un intero disco era difficile. secondo me se oggi in europa c’è qualcuno che riprende la lezione di quei pavement, questa è solex. nel bene e nel male, appunto, ché the laughing stock of indie rock è per quanto mi riguarda quasi inascoltabile - con tutto il bene che le voglio. un’ora soli con solex, figurarsi.
miracolosamente, ieri sera l’agorà era pieno. forse non 1500 persone, ma 150 c’erano tutte, forse di piú. il che non è poi così male per bari – e forse non male anche per solex-da-amsterdam. (a fine concerto gli organizzatori diranno che si aspettavano di piú, ma questo mi ricorda tanto sartori deluso dalla scarsa affluenza delle primarie in puglia).
e insomma alle 11 solex sale sul palco, e la prima sorpresa è che solex sono in realtà in due. c’è elisabeth esselink, la titolare, dietro la sua postazioncina con moog e ibook 12″ d’ordinanza; ma con lei c’è anche una bella batterista bionda massiccia e sorridente. in due fanno un effetto strano, soprattutto estetico: ché sono abbigliate come due tipiche trentacinquenni nordeuropee, con i jeans troppo corti sulle scarpe col tacco basso della nonna, con una magliettina che è il contrario della indiecoolness (as we know it, and i feel fine), insomma quel tipo di donna che sfreccia sulle piste ciclabili tedesche o olandesi o danesi con i pantaloni arrotolati sul polpaccio destro per non sporcarsi con l’olio della catena, a mostrare improbabili calzini corti. del resto, sul palco si portano pure le samsonite con cui sono arrivate poche ore prima, oltre che i cartoni col merchandise, quindi tutto si tiene.
insomma, due tizie normalissime, che però appena inizia il concerto è chiaro che ci sanno fare. e diventa anche velocemente chiaro che se la piattezza sonora dell’ultimo disco è quella che è, in gran parte è dovuto ad una drum machine probabilmente mal programmata e peggio registrata: ché invece dal vivo il suono è molto piú dinamico, coinvolgente. elisabeth in realtà sul palco non fa molto a parte far partire le basi sull’ibook (fiorello come pioniere dell’indietronica?), cantare e smanettare un minimo (un minimo) sul moog - e bere vino, certo; mentre invece il lavoro serio lo fa la batterista bionda massiccia e sorridente.
ora, è ovvio che nessuno a questo mondo sa distinguere una canzone di solex dall’altra, probabilmente manco lei stessa; epperò dal vivo i pezzi diventano canzoni, assumono spesso una propria personalità, da sofisticata tapezzeria per un continente elettronicamente evoluto si fanno buffe cantilene avant-pop, filastrocche che elisabeth canta assurdamente a bocca semichiusa, spingendo le parole tra i denti stretti come quelli dell’omino della settimana enigmistica. nessuno riuscirà mai a cantarle, d’accordo, ma pezzi come la canzone del giorno o on an ordinary day come minimo la voglia te la mettono, di impararle e magari di metterle in un nastrone, ecco. in fondo non me l’aspettavo.
la gente ondeggia (secondo l’asse giusto), loro sudano e sorridono tanto, il concerto alla fine dura meno di un’ora ma chissenefrega, per 6€ basta pure. e poi via a comprare t-shirt e a sentirsi negare agognate spillette: ‘a solex, te lo posso dire? guarda che un ibook ricoperto di adesivi è persino piú stupido di una giacca spillettata. ho detto.

(per gli incliti: in fondo a questa pagina trovate degli mp3 di solex, e qui un paio di inediti. enjoy.)

13/12/2004

and everybody’s searching for someone to hold. lisa, maxcar ed io arriviamo in una bologna buia, addormentata e apparentemente ignara di stare per ospitare uno dei gruppi piú clamorosi prodotti dall’ondata scozzese di fine anni ‘90. alla fine riusciamo ad arrivare al covo - che nella nostra fantasia provinciale immaginavamo fosse il centro della vita socioculturale della città, e invece nessuno se l’incula e anzi neanche un passante è in grado di dirci dove sia via zagabria. vabbé.
il colpo d’occhio però è clamoroso: anche senza considerare l’eccezionale borsa spillettata di enver, pare di essere nel peggior incubo paranoico di aiki per il numero spropositato di pin, frangette e tutti gli altri irrinunciabili accessori dell’indiepopper che piace e sa piacere.
il concerto è aperto da un set dei micecars. non lunghissimo ma intenso. eviterò di sbrodolare perché se no sembra che siano sempre i soliti pompini fra blogger, ma davvero mi sono piaciuti, a parte il loro suono davvero eccessivamente sfrangiato e sporco (problemi di impianto? di acustica? di soundcheck?). però: davvero un bel tiro, e parecchi pezzi che sembrano già canzoni mature.
i delgados salgono poco prima di mezzanotte, e a vederli non sembrano davvero quelle indiepopstar che invece sono; vestiti senza guizzi, sembrano anche molto meno animali da palco dei belle and sebastian (giusto per fare un paragone), e per tutto il concerto si limiteranno alla formula canzone/graziey-milley/canzone prendendosi con una certa timidezza la marea di applausi che li avvolge. che dire del concerto? il suono è piú scarno che sui dischi, meno leggero e pop, meno flauti e violoncelli. il set è incentrato sulle canzoni dell’ultimo disco, che a me (non lo conosco, ché amazon non si è ancora degnato di consegnarmelo) sono parse piú vicine a quelle dei dischi precedenti che a quelle del cuperrimo hate di due anni fa; di hate, per altro, faranno solo poche canzoni (forse mi sbaglio, ma ora mi ricordo solo all you need is hate e coming in from the cold). va detto che è inutile aspettarsi guizzi particolari dalla resa live, i pezzi vivono come nei dischi dell’alternanza delle voci di sterwart murdoch alun woodward ed emma pollock e dei crescendi che le circondano e le sostengono. in questo senso, si può forse dire a posteriori che la loro estetica è già tutta negli stacchi tra chitarre acustiche e wall of sound elettrico di everything goes around the water, the arcane model e soprattutto the actress che aprono il loro capolavoro peloton, come nelle intuizioni sghembe di the past that suits you best. ecco, è un senso di appartenenza estetica la cosa piú intensa che rimane del concerto.
un ora e passa di concerto, solo due bis, poi tutti a ballare gli strokes per la decimillesima volta.
(e grazie a tutt* voi che c’eravate e che ho conosciuto: non vi linkerò ché siete troppi, ma sono stati due giorni fantastici. menzione speciale per la compilation autunnale di enver e per l’ospitalità notturna del blog della domenica, però).

26/11/2004

noise is sexy. qualche settimana fa massimo ed io si tornava, al mattino, da una festa di laurea di cui per carità di indie-patria dirò solo che era stata disastrosa. ci si interrogava sul successo di massa italiano dei kings of convenience, e massimo facendosi serio mi dice: “io penso spesso al fatto che i pezzi che piacciono a noi probabilmente piacerebbero a gran parte delle persone, se le radio li passassero un po’". silenzio. avrà voluto dire che il volgo può essere rieducato? o piuttosto che l’indieblogger non è Antropologicamente Superiore (come sostiene la teoria corrente), ma solo casualmente si eleva dalla massa bruta? se la nostra vita fosse un film ci sarebbe stata una musica cupa in sottofondo, se fosse una puntata dei simspon qualcuno avrebbe mostrato di averla prodotta appoggiandosi per sbaglio ad un organo; invece abbiamo continuato a guardarci dubbiosi e misteriosi come chiquito e paquito, e abbiamo continuato il nostro viaggio verso bari.
tutto questo mi è venuto in mente ieri sera, dopo mezz’ora di concerto degli anatrofobia, alla taverna del maltese (che non esiterò a chiamare “palco storico” visto che questo è un blog serio). sarebbe ufficialmente jazzcore, quello degli anatrofobia, ma non è esattamente questo. mettiamola così: a un certo punto dell’evoluzione umana, negli anni ‘60, il prog si è staccato dal tronco principale del rock; e poco dopo, frank zappa si è staccato dal ramo principale del prog. ecco, gli anatrofobia sono la fogliolina genovese che è nata all’attaccatura fra frank zappa e prog. solo che a differenza di frank zappa e del prog storico loro hanno un gran tiro, non abbottano le palle dopo dieci minuti, e pur essendo tecnicamente bravissimi hanno anche creatività e una qualche forma di poesia piena di feedback in sé. detto questo, gli anatrofobia sono il tipico gruppo che mai, neanche nel migliore possibile degli universi paralleli in cui viviamo, potrebbe piacere ad una maggioranza - o anche solo ad una massa. perché lo ammetto: persino io, che vado in brodo di giuggiole quando ascolto loro, o gli ella guru, o i flying luttenbachers, anch’io - dicevo - più di un concerto al mese non riuscirei ad ascoltare; perché non è musica che evolve, e soprattutto non è musica che si muove dentro di te, non ti spinge a cantarla sotto la doccia o in bicicletta; non è una musica di cui innamorarsi, neanche per un giorno. però è un colpo al cuore terribilmente intellettuale, e sexy; e ti ritrovi ad accorgerti delle bordate di sax con sotto un basso impazzito che ti ritornano in testa, a fiotti come sangue; e ringrazi il dio della musica che, almeno una volta al mese, una cosa del genere tu possa ascoltarla, invece dei soliti adorabili zuccherosi flaming lips.

13/8/2004

quando sento le parole “concerto in un teatro” metto mano al revolver. figuriamoci in una chiesa. in una chiesa neoromanica assai bruttina, per di piú - ché con tutti i loro pregi, di chiese i tedeschi proprio non si intendono. epperò voi al posto mio che avreste fatto, se aveste avuto fra le mani il biglietto di un gruppo che amate - voglio dire, il gruppo alle note del cui disco avete pianto calde lacrime ogni notte dell’autunno di tre anni fa - e sì, se fosse stato in una chiesa?
la fila fuori dalla passionskirche di kreuzberg, berlino, è interminabile, a causa dei controlli infiniti (new entry: è vietato portarsi bottiglie d’acqua di plastica e aperte all’interno - sarà per difendere la sacralità della chiesa, evidentemente), dell’evidente overbooking (i biglietti staccati saranno stati almeno il doppio dei posti a sedere realistici), dell’incompetenza dei tizi della security. vabbé, facciamo finta di niente. l’afa non è mitigata da una beck’s bollente venduta all’interno (ah, perché però vendere birre in chiesa si può, figli di sultana), e quando una assai skinny canadese-parigina di nome feist inizia a cazzeggiare sul palco con chitarra e loop vari lo smarronamento tocca davvero vette impensabili e inaspettate, per una sera dedicata al concerto dei kings of convenience. questa tizia inizia suona lieve e si delizia della propria voce roca come una novella cat power, per poi passare a gorgheggi jeffbuckleyani; solo che fa tutto male e risaputamente, quindi per intenderci diciamo che suona come una damien rice con le tette (poche, a dir la verità), e tanto basti. però la voce l’ho già sentita: dove?
alle 9:20 entrano finalmente in scena i nostri eroi, prima eirik e poi erlend. eirik è una delusione assoluta: me lo aspettavo algido e languido come un novello nick drake, e invece è belloccio e mellifluo come un laureando barese in economia. simpatico, per carità, ma con una terrificante camicina di cotone a maniche corte da pariolo e quella barbetta attentamente incolta - no, molto, molto, molto meglio occhialone; innanzitutto è gigantesco e verdevestito e fottutamente magro e peldicarota molto piú di quanto immaginassi, e poi è evidente che sotto le lenti da annunciatrice rai del 1983 batte un cuore indie di razza. ragazze e ragazzi, ve lo dico: erlend øye è davvero un buon partito. se ve lo fate sfuggire, poi non lamentatevi quando inizierà a riempire le prime pagine dei settimanali di indiegossip (a proposito, quando ne nasce qualcuno?) coi suoi flirt con, chessò, miss kittin (esclusivo! all’interno le foto rubate sul backstage del sónar).
vabbé, il set: allora, gente seduta ovunque fino a lambire i gradini del palco, cioè l’altare, che è abbastanza pieno, due chitarre, una batteria coperta da un telo, un piano che i due useranno, quando gli girerà, a turno. si inizia con until you understand cantata all’unisono, quasi a cappella, a metà fra simon & garfunkel e i neri per caso, la gente applaude subito abbastanza convinta, loro sudano copiosamente ed eirik si sbottona la camicia fino all’ombelico come un bagnino italiano in libera uscita (e il fatto che sia lui stesso ad accennare il paragone estetico non lo redime), mentre erlend si deterge lubricamente il pancino ammiccando autoironico al pubblico - dio, che indie! seguiranno cayman islands e i don’t know what i can save you from, e di lì in poi è tutto facile. l’atmosfera è molto da woodstock ciellina, o da pubblicità coca-cola anni ‘70, fate voi, con loro due chiaramente indecisi su cosa suonare (voglio dire, che pezzo fare - scoprirò alla fine che non avevano neanche una tracklist appiccicata per terra - ma anche se andare al piano o restare alla chitarra), con eirik che a un certo punto raccatta un cartone pieno di evian e di lattine di qualche pseudocola e inizia a distribuirle tra il pubblico (eh, che caldo!), con acustica e illuminazione decisamente dilettantistiche, il tutto immerso in un’aria di bonaria autoironia un po’ cheesy ma insomma divertente. tipo una little kids su cui erlend implora il pubblico di schioccare le dita (tra l’altro decisamente fuori tempo) per quasi cinque minuti. però le canzoni sono lì, se chiudo gli occhi sono proprio quelle su cui il mio cuore ha palpitato in tutti questi anni, se non li guardo cazzoneggiare sul palco posso persino ancora commuovermi, a un certo punto cantano una homesick assai ispirata, dopo di che occhialone rimane solo sul palco e dichiara quello che nessuno si sarebbe aspettato di sentirgli esplicitamente dire: “bla bla bla il prossimo pezzo l’ho già fatto da solo bla bla bla 2001, e comunque l’ha scritto il cantante della band cui la canzone precedente era un tributo". così, papale papale. e attacca a most peculiar man di paul simon.
verso la fine il palco si popola di una specie di band - un batterista che sembra la versione tamarra di bono, una deliziosa violoncellista bionda, un violinista e un bassista - e il concerto prende una svolta leggermente barocca. si inizia con love is no big truth, poi sorry or please, toxic gilr, e gran finale con una strana versione acustica però davvero allegra di i’d rather dance with you (i tempi sono maturi per un revival degli unplugged?) che - minghia! - io già lo sospettavo ma da ieri sera ne sono sicuro: fatela remixare ad uno bravo e diventerà il riempipista - riempipista vero - di quest’inverno. tipo la nuova brimflul of asha, intendo. nel frattempo ieri sera tutti ballavano in piedi sui banchi della chiesa.
escono e rientrano dopo un paio di minuti con feist, la tizia dell’inizio. quando non è impegnata a strusciarsi imbarazzantemente contro il pariolino, feist mugola in abbondanza su live long - ecco dove avevo già sentito quella voce! è chiaro che si sente davvero la lisa hannigan de noantri, canta persino con gli occhi chiusi, e quasi ce la fa a rovinare pomposamente the build-up, quasi. applausi, luci accese, tutti via in un lampo.
non mi hanno fatto misread, e passi. ma neanche winning a battle, losing the war. dico, nessuno li aveva avvertiti che era stata la mia canzone dell’anno 2001? maledetti norvegesi.

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ah,un'altra cosa: mentre con mozilla o firefox questo blog è sciccosissimo, visualizzato con ie è orrendo. fa schifo ai cani. lasciate perdere, dico davvero, vi rovinate la vita. se proprio dovete, allora usate i feed rss, per esempio con bloglines.

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