non capite un cazzo, questa è avanguardia, pubblico di merda! (freak antoni)


8/4/2007

sangue e merda (pochissima la merda). la prima cosa che viene in mente, mentre si guarda grindhouse, è che nessuno potrebbe essere interessato ad un’operazione del genere - a parte i fan di tarantino e i parenti di rodriguez. grindhouse è, né piú ne meno, una raccolta di ossessioni, citazioni e divagazioni varie dei due registi, l’equivalente cinematografico di una raccolta di b-sides e outtakes. è come prendere una raccolta di due ore di soli episodi di grattachecca e fichetto: senza i simpson attorno a diluirlo, il livello di colesterolo sale eccessivamente, e si finisce probabilmente per non goderselo neanche piú.
come ormai sanno anche i sassi, grindhouse è diviso esattamente a metà in planet terror e death proof, due lungometraggi tra loro del tutto indipendenti, il primo di rodriguez e l’altro di tarantino. i film sono concettualmente separati, e come tali andrebbero probabilmente giudicati.
mentre lo vedi, il film piú normale è quello di robert rodriguez, per quanto possa essere normale un film di rodriguez. mettiamola così: planet terror è l’ennesimo film di zombi di rodriguez che nessuno andrebbe a vedere se non fosse abbinato al film di tarantino - in qualche modo, è come se quest’ultimo si prendesse cura del suo fratello scemo. il film è eccessivo e adrenalinico in ogni sua forma, si ride a crepapelle quando bruce willis fa la parodia di se stesso, quando un testicolo viene schiacciato con un piede come uma thurman faceva con un occhio nella famosa scena, quando freddy rodriguez va a combattere contro gli zombi in minimoto o quando tarantino (come attore) viene messo a citare kill bill, ma rodriguez passa dal film di zombi al metafilm di zombi al metametafilm di zombi con disinvoltura eccessiva, e a me queste cose piacciono solo quando le vedo in biennale a venezia (o quando ci giocavo all’amiga), e di certo non fatte da rodriguez. lì per lì piacevole, dopo due ore ti sembra eccitante come una raccolta di blooper dei film di alvaro vitali. la trama ve la andate a leggere su wikipedia, se vi interessa.
nel suo film, invece, tarantino si rivela ancora una volta geniale. il film è sconclusionato, sbilanciato, pieno di dettagli che solo dopo si rivelano insignificanti - (tarantino)², ovviamente. e lì per lì davvero si rimane interdetti quando il film non porta da nessuna parte, quando le due storie in cui il film di tarantino (i due quarti di storia, se si vuole) è diviso rimangono quasi sconnesse tra loro, quando ken russell fa per starnutire e per dieci lunghi secondi non succede nient’altro. tarantino per una volta non ha altro in programma, vuole solo - dichiaratamente - omaggiare i suoi idoli in maniera ancora piú aperta del solito: piú aperta perché non finalizzata a sorreggere alcun’altra trama. dopo che in mezz’ora sono venuti fuori l’ultimo buscadero, vanishing point, la solita (e sempre diversa) musica vintage, è chiaro che non val la pena aspettarsi altro: si ripongono le speranze di star guardando un altro capolavoro e ci si concentra su quello che è davvero in programma - un tributo cinematografico, essenzialmente, con in piú l’ossessione delle auto che in passato era solo accennata. ken russell ammazza (citazione da crash) e viene ammazzato (?) da bo e luke duke travestiti da charlie’s angels blackxploited: di piú non c’è. ma che scene di auto! che dialoghi tarantinianamente insensati! che dilatazione superba a novanta minuti di una storia che altri avrebbero potuto banalmente raccontare in dieci! logorrhoea is the new situationism. alla fine, il remake definitivo di duel, senza i serpenti ma con un inatteso elogio twee dei nastroni.

2/3/2006

perché non possiamo dirci americani. la serata inizia pessimamente, con un trailer di handbuch der liebe in arrivo nelle sale tedesche, nel quale fanno orrendamente mostra di sé verdone, la littizzetto e soprattutto silvio muccino doppiati in un tedesco assurdamente privo di sbavature*. il razzismo positivo che vige in germania verso gli italiani fa sì che cagate del genere verranno mostrate nei cinema d’essai, forse per il loro esotismo, ma io ancora non me ne capacito.
si spengono le luci, e inizia il film.
il protagonista è un giovanotto scapestrato, che al ritorno dalla guerra non sapendo come sbarcare il lunario inizia a cantare rock’n'roll: il successo gli arride velocemente e finisce per dargli alla testa. si innamora di una cantante del suo gruppo che però non ci sta. passa qualche anno, lui finisce in un brutto giro ma ama ancora lei, lei lo aiuta, lui ritrova sé stesso e l’amore alla fine trionfa. fine, titoli di coda.
però, non è un film di elvis (per esempio amami teneramente o il delinquente del rock’n'roll), ma walk the line, il film di james mangold sugli anni giovanili di johnny cash. forse sono io a non capire bene il concetto di film biografico, o forse è solo che mi sarebbero interessati molto piú gli ultimi quindici anni della carriera di cash, e non i suoi primi quindici, ma insomma il film è una delusione assoluta. l’hanno detto in cinquecentomila prima di me, ma davvero è impossibile non restare perplesso, da europeo, di fronte al fascino assoluto esercitato sugli americani da chi ha successo, cade e infine si rialza. questo film non è nient’altro, come un qualsiasi musicarello di elvis, ahimé - o forse il problema è in noi europei, che appena sentiamo “johnny cash” pensiamo al dolente rivoluzionatore del country e ai dischi con nick cave e will oldham** mentre per gli americani questo è solo un biopic di botteghino dedicato ad un cantante dall’immenso successo radiofonico, neanche troppo controverso.
il film, in quanto tale, non è niente - e tutto sommato è normale che sia così, come i film di elvis; solo che i film di elvis avevano almeno le canzoni cantate da elvis, mentre questo film su johnny cash ha - beh, ha le canzoni cantate da joaquin “leaf” phoenix***, e scusate ma chissenefrega. nulla è approfondito, phoenix è ridicolo quando dovrebbe essere ubriaco e ancora peggio quando dovrebbe essere impasticcato (un tossico meno credibile non lo si ricordava dai tempi di al bano in champagne in paradiso). e insomma, lo so che non si può chiedere il realismo assoluto ad hollywood, ma il senso di questo film è tutto nel confronto fra queste due foto.

* un giorno affronterò il discorso del doppiaggio in tedesco dei film stranieri, e del fatto che sembra che tutti i doppiatori parlino come dj di radio italiane anni ‘80.
** e in questo non siamo per niente diversi dai tedeschi che appena sentono parlare di un film italiano pensano ad una commedia romantica piena di sole e di colosseo.
*** per essere un film biografico, la somiglianza tra phoenix e cash è davvero scarsa: per tutto il film phoenix ricorda soprattutto robbie williams, tranne durante una scena memorabile in cui sembra la controfigura di francesco baccini.

14/10/2005

un indie-muccino. qualche giorno fa sono andato a vedere, in un impeto di solitudine, broken flowers di jim jarmush - mal me ne incolse, visto che avrei potuto anche restare a casa: ero il solo spettatore in sala. poco male, una birra e` bastata a rimediare.
la storia e` presto raccontata, ed e` una storia che potrebbe essere capitata a tutti noi: vent’anni fa don johnston/bill murray ha avuto un’annata un po’ movimentata, con una manciata di compagne piu´ o meno stabili. superata la cinquantina un giorno bill murray, ricco solo e disadattato, riceve una lettera da una sua ex-compagna che gli rivela di essere rimasta incinta di lui, giusto vent’anni prima: lui non l’ha mai saputo, ma ha un figlio di diciannove anni che ha appena iniziato a cercarlo. la lettera non e` firmata, cosi` bill murray parte in giro per l’america con l’abbastanza folle proposito di rintracciare, nell’arco di una settimana, tutte le sue amanti di quell’anno per capire quale davvero sia la madre di suo figlio, sulla base solo di indizi labilissimi. una e` morta, una e` vedova di un pilota di auto da corsa e madre di una ninfetta chiamata (ah! ah!) lolita, un’altra - ex-hippie (ma venti anni fa non era il 1985? una hippy nel 1985?) - e` diventata agente immobiliare e vive nella noia piu´ assoluta insieme col suo marito perfettino, la terza e` comunicatrice con gli animali e si e` scoperta lesbica, la quarta vive in un covo di redneck del midwest. con la prima finira` a letto, dalla seconda scappera` via a gambe levate, la terza lo congedera` freddamente, la quarta lo fara` picchiare dai suoi amici cozzali; nessuna sara` la donna che lui cercava al di la` di ogni ragionevole dubbio (ma la maggioranza della sala in cui ho visto il cinema propendeva per la quarta). tornato a casa gli sembrera`, fuori da un fast food, di incontrare un ragazzo che potrebbe essere suo figlio; o forse e` tutta immaginazione.
jim jarmush costruisce una storia strana - strana innanzitutto per il fatto stesso di essere una storia, lui che aveva giusto girato quei pastiche senza capo ne´ coda di dead man e, peggio ancora, di coffee and cigarettes. bill murray (che gia` non avrebbe il physique du role per interpretare lo sciupafemmine, ancorche´ sfiorito, e che continua con la sua recitazione imbalsamata come in lost in translation) e` abbastanza fuori parte e viene condotto in scenari che non gli sono propri (baaaasta! bill murray non e` un playboy, e` nella memoria di tutti il ghostbuster piu´ sfigato), tanto da far diventare commedia amar-romantica tutto quello che tocca; la recitazione e i dialoghi sono quelli che sono. ma soprattutto, da` fastidio il moralismo di jarmush. non siamo ancora dalle parti di muccino, d’accordo, ma la sensazione e` che jarmush si compiaccia di raccontare ad un pubblico (poco avvezzo come quello americano?) le mirabili avventure di un ex-libertino, calcando la sceneggiatura, calcando la regia, compiacendosi di mostrare i suoi turbamenti adolescenziali. proprio come nell’ultimo bacio, lo spettatore dovrebbe emozionarsi di fronte agli ultimi palpiti giovanili del cuore del protagonista, ai suoi ultimi dubbi se non sia forse il caso di riprovarci con una delle sue vecchie donne (la madre della ninfetta, ovviamente), se davvero ha voglia di andare avanti tutto solo e misantropo. qual e` il senso di tutto cio`? davvero un cinquantenne non riesce a pensare ad altro? l’unica cosa che colpisce davvero del film sono gli scenari, l’america di provincia, i vialetti senza marciapiedi delle strade di periferia, i caffe´ nelle tazze di polistirolo serviti nei locali senza pretese - tutto quello che dei film americani indipendenti mi era sempre piaciuto. ma davvero ormai non e` piu´ possibile avere queste cose senza prendersi insieme un giovanilismo d’accatto?

29/8/2005

voyeurismo metropolitano. sono due i film che mi hanno davvero colpito, nella mia vita, più per la loro ambientazione che per i loro meriti puramente cinematografici (anche se in entrambi i casi si trattava di film variamente interessanti): la capagira e die stadt als beute.
la capagira forse qualcuno se lo ricorda: un lustro fa è stato un film sotterraneo di culto, un noir ambientato negli ambienti degradati della mala barese, con la particolarità di essere recitato integralmente in dialetto barese (molto, molto stretto, tanto che persino a bari è stato mostrato coi sottotitoli).
die stadt als beute invece è di quest’anno, e sarebbe difficile immaginarsi un film più diverso da la capagira - se non, appunto, il voyeurismo a cui entrambi i film invogliano, essendo ambientati e girati in quella stradina, in quel teatro, in quel negozio di fruttivendolo, in una stanza con vista su quel palazzo. insomma, per chi ama molto un quartiere (nello specifico, la metà più centrale di prenzlauerberg a berlino) un piacere per gli occhi, il piacere di un indovinello facile - e quel palo con quel tag dove l’ho visto? ah, sì, è dove prendo il tram tutte le mattine.
e per gli altri? beh, al di là del voyeurismo die stadt als beute è un film interessante. è interessante innanzitutto la sua riflessione metateatrale - o, se si preferisce, il suo giocare tra messa in scena teatrale e cinema come specchio della realtà. la cornice del film è semplice: un gruppetto di attori si incontra un sabato pomeriggio per preparare la messa in scena (al prater della volksbühne nella kastanienallee) di un’opera teatrale di rené polleschs, die stadt als beute appunto, presentata a berlino qualche anno fa. dopo di che le strade degli attori si dividono fino al lunedì mattina e tre registe seguono ognuna uno degli attori seguendo l’intreccio della loro vita normale col tema del pezzo teatrale. die stadt als beute, inteso come pezzo teatrale, per quelle poche battute che vengono evocate nel film sembra un testo radicale, una critica allo scempio modernista e capitalista che nell’ultimo decennio è stato fatto di berlino in generale e di mitte in particolare, e alla generazione dei nuovi ricchi che affollano la città. la visione che il film dà dei suoi attori alle prese (quasi in lotta) con la città è di una nuotata controcorrente, artisti come dropout di un mondo che comunque gira attorno ai soldi.
nel primo episodio, molto à la scorsese, un ragazzo di provincia gira per la città alla ricerca di un ragazzino affidatogli da sua madre per poter uscire con la propria ragazza. marlon passa tutta la notte vagando tra la feccia sotterranea di prenzlauerberg, fino a svegliarsi alla luce livida di un’alba sul ponte che porta a gesundbrunnen, abbandonato in una jaguar di cui non ricorda niente.
la seconda storia è molto più lynchana: è un trans, lizzy, che ruba un abito da sera e così vestito entra in un sex club di serie b. lì inizia a ubriacarsi con due attori porno, a parlare di niente e a sfregarcisi contro, fino a che per coprire i debiti appena fatti per coca e champagne lizzy è costretta dall’attore porno a ballare per lui.
il film finisce con la storia di ohboy, un begbie (o magari un vincent gallo) berlinese, stimato e adorato dal regista del pezzo nonostante (o proprio perché) lui se ne fotte del teatro come un genio proletario pasoliniano. ohboy vaga per la città, dialoga con un’ambulante di kreuzberg della sua somiglianza con iggy pop, finisce per buttarsi nella fontana nella corte al centro del palazzo sony di potsdamer platz (il palazzo che per tutto il pezzo teatrale era stato preso ad esempio negativo delle involuzioni di berlino), insensatamente come in un film di jarmusch - non a caso è l’episodio che mi ha lasciato più dubbioso.
e poi la musica: ah, la musica. naked lunch a parte, tutta roba berlinese più o meno electro o elettronica, in cui spiccano i kissogram (la canzone del giorno è sui titoli di testa e di coda), i miei amati jeans team e boy from brazil (che sarebbe l’ex (fugace) bassista degli stereo-total): fantastica. se sentita sotto le stelle nel cinema all’aria aperta sull’isola dei musei ti fa davvero pensare che il mondo finisca a potsdam.

4/6/2005

ehm… visivamente monumentale. sono andato a vedere sin city, ma davvero non so che dirne.
è evidente che avrò colto sì e no il 5% della massa di riferimenti e allusioni e rimandi interni ed esterni del film; un po’ perché mi tengo orgogliosamente fuori dalla cultura pop televisiva (è solo grazie al sodale che sono consapevole di come il personaggio di alexis bendel citi continuamente una mamma per amica, di cui per altro ignoravo persino l’esistenza), un po’ perché il film è così denso e sovraccarico che è impossibile controllare ogni zona dello schermo per cogliere tutti i messaggi da cui si viene bombardati.
un film da isola deserta, decisamente, come il suo gemello kill bill: e non perché siano due capolavori (per quanto almeno il film di tarantino un capolavoro lo sia davvero), quanto perché anche a rivederlo cento volte si coglierebbero sempre nuovi riferimenti, senza mai annoiarsi; come gravity’s rainbow di pynchon, come il white album dei beatles.
(altro che star wars, cazzo!)

9/5/2005

ha già detto tutto michele mari. dall’ottimo la stiva e l’abisso (bompiani 1992) - a parlare è menzio, il rozzerrimo secondo di un galeone: “[…] quando giulio cesare magno assediò venezia durante la prima crociata […]".
è necessario andare a vedere il film di ridley scott, a questo punto?

4/5/2005

belli come totò, esilaranti come giorgio mastrota. ieri sera si inaugurava la sfavillante maison maxcare ed io mi sono unito alla bari bene nell’affollare quest’occasione mondana.
inaspettatamente assenti le telecamere di verissimo, i presenti hanno abbozzato e si sono consolati con la visione del dvd (di dubbia legalità) di troppo belli.
la storia: una voce fuori campo dichiara sognante che in delle città italiane qualche volta nascono dei ragazzi che sono… troppo belli. stacco. due coatti (vitagliano e interrante) conducono un’esistenza grama in una città imprecisata (molti parlano milanese, ma in una delicata scena gay fra i due protagonisti si vede un fiume che non può essere un naviglio. una roma trasfigurata?). i due sbarcano il lunario con lavori umilissimi (scaricatori al mercato, istruttori in palestra, spogliarellisti) inseguendo una celebrità che sembra non arrivare mai; sarà grazie ad un’intraprendente e navigata rappresentante (cadeo) di un’agenzia che i coatti si avvicineranno, dapprima velleitariamente, poi realmente, al magicomondodellospettacolo dopo noiosissime peripezie - facendosi largo fra nugoli di ragazze che gli v1kdb e un sottobosco di piccoli imbroglioni (di stirpe napoletana, ovviamente) che però in fondo hanno un cuore grande così. il film finisce con l’inizio della carriera dei due, che nel frattempo hanno superato storiacce di depressione e di alcolismo (beck’s) in riva al fiume e col matrimonio della fidanzata storica del coatto-piú-protagonista-dell’altro con un uomo forse meno bello, ma con le spalle larghe.
l’aspetto interessante del film è che è tecnicamente un trash di serie b: nel senso che non pochi personaggi rimandano abbastanza chiaramente a (diciamola meglio: sono emulazioni fallite di) modelli di caratteristi da b-movie (la gegia, guido nicheli ed enzo cannavale su tutti) che per un motivo o per l’altro - vuoi il sopravvenuto successo mediante reality, vuoi il cachet eccessivo, vuoi il decesso - non si sono potuti ingaggiare.
scene topiche: la giovinetta che insegue vitagliano per il quartiere per
scattargli mms che poi stamperà e rivenderà (50€ a foto) alle amiche (e girando girando riuscirà pure a rubare i suoi boxer, stesi dalla mamma del coatto ad asciugare); le 44 ultraventenni che per qualche imprecisato motivo si riuniscono per votare fra di loro, via sms, se sia preferibile l’un coatto o l’altro (risultato: 22 pari); il castigato strip-tease in una discoteca dei due coatti vestiti da ufficiali di marina - una citazione di ufficiale e gentiluomo, forse, o piú probabilmente solo dicollege; la repentina conversione allo sciampismo della figlia dell’imbroglioncello napoletano, da poco curata e insicura giovane promessa della filologia paleocristiana ad aspirante letterina.
giudizio: si riconosce la mano sapiente di maurizio costanzo; farebbe la sua porca figura su telesveva.

30/3/2005

uno spettro si aggira per il mondo. lo spettro dell’indie, ça va sans dire. per tutto il mondo, tranne che per l’arcipelago britannico.
lo dico subito così mi tolgo il pensiero: 9 songs è un filmetto. ma proprio -etto. ci sono sostanzialmente tre elementi nel film: lui e lei che vanno a vedere concerti a londra, lui e lei che fanno del gran sesso a londra, lui che sorvola e/o colonizza l’antartide (?). nient’altro, giurin giurello. ora, attenzione: le nove canzoni che lui e lei vedono dal vivo nei templi della musica londinese sono di gente come super furry animals, black rebel motorcycle club o von bondies, ma in tutto questo non c’è un briciolo di indieness.

secondo me c’è un malinteso: in inghilterra ascoltare i super furry animals non è indie. in inghilterra non c’è indie – di certo non nel rock; nel senso che non ci sono movimenti sotterranei. tutto questo ha indubbiamente lati positivi: per esempio che la cantante delle elastica dieci anni fa o il cantante dei franz ferdinand oggi siano famosi come calciatori in italia; il rovescio della medaglia è che justin frischman era famosa per gli stessi motivi per cui un calciatore italiano sarebbe famoso: fidanzamenti, paparazzate nei locali alla moda, cose così.
mettiamola così: se 9 songs fosse stato girato in italia il nucleo del film sarebbe stato un carrello circolare che riprende i due protagonisti mentre guardano il mare abbracciati dopo un concerto di dj francesco o di max pezzali. visto che è stato girato a londra, invece, il nucleo del film sono riprese (in un digitale sgranato come un super8) livide e chiaroscurali dei due protagonisti mentre si scambiano liquidi corporali dopo concerti di franz ferdinand e michael nyman. tutto qui.
e il film in sé?, direte voi. il film in sé è un accrocchio formalmente mal definito: i due protagonisti vengono ripresi nel fare sesso come io non avevo mai visto riprendere una scena di sesso in un film non hard, non risparmiando una copiosa eiaculazione; ma non un briciolo di eccitazione esce dallo schermo. attenzione: non sto dicendo che le scene di sesso sono gelide ed estetizzanti come, chessò, in intimacy; no, sono solo irrisolte ed amatoriali come in una puntata di colpo grosso, se mi concedete l’aldo9-ismo. poi, visto che durante i concerti non si parla, e neanche durante il sesso, tutto il recitato si limita alle brevi scene post-orgasmiche e alla voce fuori campo che accompagna il girovagare di lui per il polo sud: visto che il film dura 69 (interminabili) minuti, di dialoghi ce n’è davvero pochi. pochi eppure fastidiosi come raramente mi era capitato di sentirne, ellittici, criptici e (wannabe) artistici, una specie di l’anno scorso a marienbad. solo che l’anno scorso a marienbad era di quarantaquattro anni fa, e a parte il fatto che è invecchiato decisamente male, con ogni evidenza winterbottom non è neanche resnais, così il gioco stilistico gli scappa di mano già dopo le prime scene. in due parole: lasciate perdere.
(poi certo, lo so che non c’è speranza: se si parla di sesso + franz ferdinand non sarà certo questo post a riuscire a distogliervi dall’idea di andare a vedere il film. allora se non altro segnalo l’unica scena veramente riuscita del film: i titoli di coda con sullo sfondo le immagini del chill out post-concerto. a loro modo davvero affascinanti, oltre che liberatori visto che il tormento è finito e si può finalmente scappare a bere una birra).

21/2/2005

la maggiore tragedia della modernita` e` la mancanza dei biglietti ai festival cinematografici. (post in cui da piccole, minimalistiche e personali esperienze di vita traggo conclusioni millenaristiche per l’italia intera – del resto, alberoni se lo puo` permettere e io no?)
dieci giorni fa era un venerdi` freddo e piovoso, teoricamente a berlino c’era il festival, nella pratica i biglietti per i film sulla carta interessanti erano esauriti da ore se non da giorni. quindi, alla fine maria ed io siamo finiti in un multisala di alexanderplatz a vedere, in mancanza di meglio, un filmetto storico tedesco, napola.
se ve lo steste chiedendo (ve lo state chiedendo, ammettetelo) “napola” non e` un punto dello scopone scientifico, ma un acronimo (i tedeschi hanno una passione congenita e irrazionale per gli acronimi) che sta suppergiu´ per “campo di formazione politica nazionalsocialista". si`, e` l’ennesimo film sul nazismo.
la trama e` presto detta: il protagonista e` un adolescente naturalmente portato per la boxe, friedrich. un professore di ginnastica lo nota e lo arruola in una scuola, napola appunto, in cui il fior fiore della gioventu´ ariana viene selezionato e formato per diventare gruppo dirigente. per friedrich e` un modo di sfuggire alla poverta` e ad un avvenire come garzone di fornaio, ma nel napola i ragazzi sono costretti ad una disciplina severa che spesso sconfina nella legittimazione del nonnismo (un ragazzo costantemente deriso in quanto piscialletto finisce per suicidarsi buttandosi su una granata che sta per esplodere su un gruppo di ragazzi – cosa che lcuriosamente o qualifica all’istante, e post mortem, come eroe), nell’esaltazione del corpo e anzi del disprezzo di chi e` fisicamente meno prestante (il ragazzo debole e gracile, ammesso in quanto figlio di un gerarca, che se la cava meglio con le parole), nella brutalita` di chi ha un fine e non tollera debolezze esentimentalismi. il protagonista crescera` nei sei mesi passati nel napola, si irrigidira`, aprira` finalmente gli occhi, verra` finalmente cacciato – la versione piu´ democratica possibile di happy ending, per una storia che parla di adolescenti indottrinati dai nazisti.
raccontato cosi` forse non sembra, ma secondo me il film ha molto a che fare con l’attimo fuggente. solo che il ruolo di robin williams qui non e` preso dall’inizialmente simpatico professore che arruola friedrich e lo aiuta a diventare un campione; a far crescere friedrich (e pochi altri) e` il contesto, la guerra, la brutalita`, una notte passata a cacciare animalescamente e poi massacrare prigionieri russi disarmati riusciti ad evadere, bambini compresi. robin williams non e` una singola persona, ma quell’intero periodo.
il film non e` granche´, dal punto di vista della regia almeno: spesso estetizzante e con dialoghi a tratti retorici e inconcludenti. e` ben scritto, pero`, soprattutto perche´ riesce ad equilibrare molto bene i vari piani: non si dice che e` solo colpa della guerra (russi e tedeschi non ne escono ugualmente brutali); non si dice che e` solo colpa dei nazisti (c’e` spazio per le pulsioni personali e il libero arbitrio sanguinario); non si dice che e` solo colpa dei singoli (c’e` un sistema che li condiziona e li inquadra). tutto e` al suo posto, ideologicamente, insomma, ed e` interessante la scelta di identificare l’acme del film con la sconfitta di friedrich nell’incontro di boxe decisivo, quello che finalmente lo portera` a essere cacciato - eticamente, una vittoria - suo malgrado. nel complesso, un buon filmetto di formazione sulla generazione di chi durante la guerra aveva 15 anni o poco piu´.
perche´ ne parlo? perche´ mi sembra un ottimo esempio di come oggi si faccia storiografia (per le masse) in germania. nei film tedeschi il ruolo dei “nemici” non e` mai discusso; i crimini sono sempre tedeschi, non c’e` mai un tentativo di scaricare su (o di dividere con) altri le colpe. i polacchi hanno fatto la loro parte ad auschwitz? probabile, ma un film tedesco non lo dira` mai, tanto meno con lo scopo di lavarsi la coscienza. i russi hanno fatto terra bruciata mentre avanzavano in germania nel 1945, per non parlare dei bombardamenti angloamericani? sara` compito loro occuparsene, un giorno.
di questo approccio ho parlato spesso con miei amici e conoscenti tedeschi. qualcuno di loro ritiene che, a distanza di 60 anni, la germania risenta un po’ troppo del complesso del carnefice, della consapevolezza di essersi macchiata di tali crimini da non poter aspirare ad altro che ad un eterna richiesta di perdono. un po’ troppo? a me non sembra. io non so se una seria riflessione russa, inglese o americana arrivera` mai sui crimini di guerra commessi dagli alleati in quel periodo. di certo trovo assai salutare che i tedeschi non se ne preoccupino. se c’e` un rischio, oggi, nel 2005, di tornare a quei momenti, questo e` che il nazionalismo torni a farsi sentire; e che un popolo si cosparga, regolarmente e collettivamente, il capo di cenere e` un ottimo antidoto al nazionalismo, secondo me. e` sempre meglio ripulire il proprio occhio, sia pure di una pagliuzza (e certo, nel caso dei tedeschi – o degli italiani – non si tratta di pagliuzze), prima di iniziare a parlare delle travi altrui.
sempre che un popolo senta il bisogno di farlo, certo. che´ il confronto con l’italia di oggi mi sembra davvero impietoso. anche senza andare a scomodare il blog di stefio (no link), mi fa davvero impressione pensare che qui invece c’e` gente (an in primis) che fa campagna elettorale usando pesantemente toni di nazionalismo patriottardo, e che in tv ci sono film in cui gli italiani si autoassolvono bellamente di ogni colpa – ma figuriamoci, cosa abbiamo fatto di male noi, era tutta colpa di quei bolscevici assetati di sangue. poi capiamoci: non dico che i partigiani sloveni fossero tutti dei filantropi, certo; dico che forse la riflessione su quel periodo sarebbe meglio lasciarla a loro, agli sloveni e ai serbi e ai croati - e infatti mi fa piacere che la tv pubblica slovena abbia gia` comprato un cuore nel pozzo. mi fa un po’ meno piacere che difficilmente un film di tema uguale e contrario, sulle responsabilita` italiane in istria, sarebbe trasmesso dalla rai. anzi: un film di tema uguale e contrario, ma storiograficamente piu´ solido, non e` stato trasmesso dalla rai (che pure ne detiene i diritti). certe volte ho davvero l’impressione che l’italia, di tutti i paesi che hanno combattuto la second a guerra mondiale, sia quello in cui con piu´ facilita` e leggerezza si sia iniziato il processo di rimozione collettiva.

3/2/2005

opinioni sparse su closer. ma sparse davvero, e magari incongrue e poco giustificabili; questo è il mio blog, del resto.
- i dialoghi sono assurdamente pesanti. è un film troppo, troppo, troppo parlato.
- natalie portman è bellissima e anche julia roberts non scherza; detto questo, è inaccettabile che nel film si vedano solo otto espressioni facciali, due per ogni protagonista: quella di chi è felice e quella di chi sta lasciando/viene lasciato.
- l’espressione dubbiosa di julia roberts nel letto alla fine del film mi ricorda paurosamente quella di giovanna mezzogiorno che flirta mentre fa jogging alla fine dell’ultimo bacio; e direi che non è un complimento.
- ora che ci penso, è l’intero film a essere molto mucciniano.
- o molto à la de carlo, nel parlare di temi amorosi con lo struggimento totalizzante con cui ne parlerebbe un diciottenne.
- in questo senso, la scelta dei pezzi di damien rice è molto adeguata e coerente col film; e direi che non è un complimento neanche questo.
- il colpetto di scena finale della rivelazione del vero nome di natalie portman mi sembra di una banalità, di un manierismo, di una stucchevolezza davvero imbarazzanti.
- il film lì per lì mi ha toccato, ma un po’ mi vergognavo a farmene toccare.
- natalie portman con la parrucca rosa da stripper richiama un po’ troppo scarlet johansson, ma è pure piú carina.
- la chat era tradotta, e mi ha fatto un po’ l’effetto triste di quei film in bianco e nero in cui c’è il primo piano sui foglietti letti da charlot o da clark gable e opportunamente ri-girati.
- maria ci teneva a fare sapere all’umanità che il film è piaciuto molto, a lei.

13/12/2004

un’incredibile presa per il culo. non ci cascavo da dieci anni. erano dieci anni che nessuno mi incastrava ad andare a vedere un cartone animato a cinema, south park a parte; e ho rotto questa sana abitudine per gli incredibili. anzi, a dirla tutta nessuno mi ha incastrato, ma ci sono andato pieno di una insipiente e immotivata allegria - si sa, di quello che si legge in giro per i blog ci si può fidare. cazzata. il fatto di aver pagato 2,50 per contrabbandare una beck’s all’interno del cinema doveva farmi intuire che il peggio stava arrivando.

mettiamola così: la padronanza (estetica e semantica) del medium cartone animato è enorme, il doppiaggio sembra adeguato, la colonna sonora (che cita a piene mani tutte i temi famosi dei film avventurosi, da 007 a mission impossible) davvero matura. il resto è una merda.
dialoghi inesistenti, regia inesistente, montaggio risaputissimo, una storia in cui non c’è davvero niente di originale (a me ha ricordato tantissimo true lies, che non è esattamente la mia idea di cult movie), al massimo un paio di trovate (tipo i due figli che litigano a tavola come ogni coppia di adolescenti rompipalle, ma usando i loro superpoteri) capaci di strappare un sorriso - ma uno davvero. per il resto niente. niente, voglio dire, per uno che credendo a quanto letto in giro aveva creduto davvero di andare a vedere un capolavoro senza complessi di inferiorità rispetto ad altri film tradizionali, non d’animazione.
il che forse è anche vero: solo che i film tradizionali in questione sono quelli che vedo al massimo perché mi ci obbligano durante un viaggio in pullman troppo lungo. nel complesso, davvero un film per ragazzi e niente di piú.

12/11/2004

verra` il 2046 e avra` i tuoi occhi. che ovviamente non vuol dire nulla. ma sempre meglio delle frasi che costellano 2046, con tutta evidenza estratte da un esercito di scimmie in acido dagli appositi archivi di cartine dei baci perugina ("dal futuro non si puo` tornare indietro", “i sentimenti non si possono nascondere", e cose del genere)
ora, a me happy together era piaciuto. in the mood for love anche di piu´, se
e` per questo. e non sono certo io quello che urlo al sacrilegio per un film un po’ piu´ minimalista del normale. ma questo non e` minimalismo (o carver si starebbe rotolando nella tomba): questa e` una spudorata e persino orgogliosa stiracchiatura della stessa medesima idea per 120 minuti. e il tutto peggiorato da una fotografia estetizzante che neanche gli incubi di greenaway, da effettacci a` la matrix indegni di wong kar way, da una trama insulsa oltre ogni dire (e va bene, voleva anche esserlo: ma secondo me non e` un’attenuante), e soprattutto da inserti fantscientifici da far prendere il muro a testate, con delle tutine argentate che vorrebbero ricordare blade runner ma alla fine fanno pensare ad una pubblicita` della ip, e con delle assurde scarpette luminescenti che neanche la tuta di automan buonanima. per non parlare dei movimenti a scatti delle androidi mr-zed-style, e delle incomprensibili scelte di doppiaggio (perche´ alcuni rulli con le citazioni erano tradotti e altri lasciati in mandarino?).
insomma uno schifo. credo sia stata la prima volta che, in un cinema cosiddetto colto, pieno di un pubblico cosiddetto raffinato, ho visto certe scene di esasperazione e noia incontenibile, all’annuncio del quarantasettesimo sottocapitolo “24 dicembre 196x", braccia protese contro lo schermo e richieste aperte di metadone o birra. e la cosa brutta che mi ci sono unito anch’io - perche´ signori miei, anche due ore di gong li alla fine sfracellano la beneamata.
(il giorno dopo il solitamente ineccepibile marco ha cercato di convincermi del fatto che fosse un gran film, volutamente ripetitivo e nichilista; e quando stava li` li` per convincermi, ha tirato fuori dal cilindro una spiegazione colta della scena finale b/n in taxi come citazione, o rinvio, di in the mood for love, cui il film sarebbe solo un pendant civettuolo. tremendo, ora sto iniziando a rivedere anche il giudizio su quel film).

11/8/2004

full metal jacket for dummies? parlare di fahrenheit 9/11 è complicato, perché tanti piani di discussione si intrecciano: almeno uno estetico, uno cinematografico e uno (meta)politico; e il paradosso sta nel fatto che il film è invece, in sé, piuttosto semplice, talvolta persino esageratamente.
quello di cui non ha molto senso parlare, a mio avviso, sono le bugie, i silenzi, le iperboli e gli altri artifici retorici di moore; visto che si tratta di un film prettamente politico, e che nella propaganda politica (almeno in europa occidentale) la realtà viene spesso stiracchiata per sostenere le proprie tesi in maniera molto piú estrema di quanto non faccia fahrenheit 9/11, l’argomento mi sembra stucchevole. qualche tempo fa leggevo di una delle mille querelle nate attorno a stupid white men: da una parte moore accusava nel libro il neocon fred barnes di non avere idea di cosa parlino l’iliade e l’odissea (non una colpa grave, se non fosse che proprio barnes aveva ironizzato in un talk show sugli scolari americani che a suo dire non conoscevano omero); dall’altra, in questo articolo, barnes si difendeva in sostanza dicendo “certo che so di cosa parlano, ho anche visto il film". scusate, ma mi sembrano litigi da quarta elementare; così come mi sembra sterile voler appurare se moore sia un ipocrita discretamente stronzetto o meno: per quanto mi riguarda, predicare bene è molto piú importante di razzolare male. si può passare avanti?
piú interessanti, probabilmente, sono i dubbi estetici - in senso lato - sul film: un uso (soprattutto nella prima parte) quasi caricaturale delle musichine strumentali tragiche che neanche in un musicarello anni ‘50; un montaggio e una retorica da tribuno autonominato che spesso arrivano dalle parti di striscia la notizia (ma in bowling for columbine si raggiungevano vette assai peggiori); una gioia avida nel mostrare la lacrima della madre-che-ha-perso-suo-figlio-in-guerra di turno (anche se i servizi del tg2 dello scorso aprile sugli italiani rapiti in irak sono ancora su un altro pianeta); un tono eccessivamente editorialistico nelle fasi finali del film (mentre il film precedente lasciava alla fine aperte molte piú domande); una sospettosità strisciante che in certi momenti (soprattutto nella prima parte, ancora una volta) sfiora pericolosamente il razzismo anti-saudita; un patriottismo militarista tutto americano per cui se un soldato del mio paese è in guerra, fosse pure in una guerra di aggressione, va comunque sostenuto - salvo magari contemporaneamente battermi per il suo ritiro. però va detto che se da un lato il soldato medio viene descritto come un derelitto figlio del sottoproletariato di provincia, che finisce in guerra solo perché vuole pagarsi gli studi e sperare in una vita migliore, è ben vero che moore non nasconde, anzi (e lo fa prima di abu grahib), i carristi esaltati che vanno a combattere per le strade con i bloodhound gang a manetta. certo, cinematograficamente è solo una citazione neanche troppo elegante degli elicotteri che si spargono per l’aria al suono della cavalcata delle valchirie; il fatto che i carristi di moore però siano reali, a differenza dei piloti di coppola, crea un corto circuito estetico di cui è difficile venire a capo. cos’è, alla fine, un documentario? quali sono i criteri per giudicarlo? siamo sicuri che la palma d’oro, oggi, nel 2004, sia stata una palese ingiustizia? è piú politico un film come questo o l’ennesimo polpettone sui sognatori del ‘68?
poi c’è l’aspetto (meta)politico, ed è quello di cui si potrebbe parlare se (dio me ne scampi) mi dovesse mai capitare di sedermi allo stesso tavolo di moore, per cena. michael, vecchio idiota, gli direi, ma come ti viene in mente di mescolare tanti aspetti diversi nel film, e solo per rendere tutto piú scorrevole? come fai a montare una inconsistente polemica sul diritto o meno di portarsi due accendini o del latte in polvere nella cabina di un aereo, e poi cinque minuti dopo occuparti dell’assoluta mancanza di prospettive sociali che affligge parte della working class statunitense, o del patriot act votato in parlamento senza che (quasi) deputati e senatori
l’avessero letto? sei sicuro di non star annacquando il tema piú forte? e poi, gli direi: dov’è il limite che separa un atto legittimo di un governo (magari cattivo, ma un normale, democratico governo) da un attentato alle libertà civili di sapore fascistoide? aumentare un po’ i controlli negli aeroporti e nei luoghi pubblici è grave quanto intercettare a tappeto mail e telefonate (e del resto provate voi, a roma, a berlino o a budapest, ad andare a fare foto o riprese davanti all’ambasciata statunitense o inglese, e poi ditemi se vi va meglio o peggio che a moore)? del resto: qual è, per un europeo, nel 2004, la quantità di libertà personali cui è legittimo abdicare in nome della sicurezza dello stato? no perché non so voi, ma a me sinceramente di lasciare le mie impronte digitali alla polizia (italiana o americana, cambia poco), al di là delle campagne dell’unità, non importa piú di tanto (del resto, parlate con qualche cittadino sudamericano, asiatico, africano, e sentirete che le impronte le hanno richieste sempre ovunque, a parte pochi paesi tra cui l’italia); e mi sembra invece molto piú rilevante l’assoluto annientamento dei diritti civili che si opera, per esempio, a guantanamo - cui curiosamente nel film non si fa alcun cenno. il terrorismo è certo un problema, e lo è stato in europa (francia germania e italia in testa) ben prima che negli usa. in quel caso non ci si è forse sbarazzati delle br attraverso controlli un po’ piú capillari - senza per questo arrivare al codice rocco? c’è qualcuno che rimpiange quelle poche libertà che lo stato italiano ha tolto ai suoi cittadini in quelle circostanze? non lo so, lo chiedo davvero, perché quando moro è stato fatto fuori io ero ancora un girino nella pancia di mia madre. e fino a che punto un europeo di sinistra è disposto a sostenere le rivendicazioni libertarie e individualiste dei cittadini americani e al contempo augurarsi un maggiore controllo statale sulla circolazione delle armi (una tipica libertà americana che però non invidio assolutamente)? scusate, lo sapevo che vedere il film sarebbe stato molto piú semplice che rifletterci su.

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ah,un'altra cosa: mentre con mozilla o firefox questo blog è sciccosissimo, visualizzato con ie è orrendo. fa schifo ai cani. lasciate perdere, dico davvero, vi rovinate la vita. se proprio dovete, allora usate i feed rss, per esempio con bloglines.

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