non capite un cazzo, questa è avanguardia, pubblico di merda! (freak antoni)


28/12/2005

vorrei essere parte di un movimento giovanile*. ricordo, l’estate scorsa, una gradevole serata passata a gironzolare per la provincia barese col sodale. non so cosa avessi bevuto, ma ad un certo punto sono partito per la tangente iniziando un insopportabile lamento basato sul terrore che l’indie stesse per morire: non voglio tornare - dicevo - ad una fase in cui la musica e` crudele e violenta e maschilista e schitarrosa, non voglio tornare ai cantanti morti di eroina e ai batteristi violentatori, voglio rimanere per sempre con questa musica qui, per sempre (l’origine di questo brutto trip credo fosse stato l’ascolto troppo prolungato di i’m glad i hitched my apple wagon to your star dei boy least likely to): sto gia` crescendo io, non voglio una musica che cresca con me**.
il sodale taceva e, probabilmente, pensava di avermi definitivamente perso.

stacco. sono passati sei mesi e io sono sempre piu´ convinto che l’indie stia morendo, ma almeno ho fatto in tempo ad annusarlo e a poterlo fieramente raccontare ai miei nipotini, io che sono stato troppo giovane per il grunge, troppo snob per l’hip hop e troppo topo di biblioteca per 2 step e french touch. come fare a tirare la sua agonia per le lunghe? come fare a passare la boa dei trent’anni senza rendermi ridicolo canticchiando (almeno, non in pubblico) canzoncine che parlano di case sugli alberi e turbamenti adolescenziali? ecco la soluzione: ascoltando gli strip squad.
the adventures of strip squad e`, almeno per me, tutto quanto io abbia mai desiderato da un disco: e` corto abbastanza (meno di venticinque minuti) per potermi far credere di aver comprato un ep (indiesnobismo), e` pieno di pezzi che piu´ canticchiabili non ce n’e` dai tempi di is this it?, e` cantato per lo piu´ da ragazze svedesi (ci siamo capiti) tra cui quella qui a fianco, e` pieno di testi volgarotti e piu´ che allusivi, si puo` scaricare quasi integralmente in mp3 dal loro sito (ma, a essere sinceri, i due pezzi non in download sono trascurabili), a volerlo comprare (cosa che consiglio caldamente) costa giusto 7 euro, spese di spedizione incluse - il costo di 1,5 birre medie, forse meno. scusate, sto assumendo il tono da imbonitore; cerco di controllarmi. il fatto e` che davvero questo disco e` un capolavoro di equlibrio tra synth, chitarrine twee, coretti e battimani da un lato - a seconda dei punti di vista, potrebbe essere anche un incubo di daw - e testi che sembrano presi pari pari dai primi raveonettes, pieni di adolescenti copulanti e piselli grandi quanto cocomeri (ogm?). unreliable narrator e hairless youth of bosnia (titolone) contengono dei pezzi di e-xilofono come non se ne sentivano dai tempi di gone daddy gone (e ho detto tutto) e down and out and away e` davvero il meglio che uno possa ragionevolmente aspettarsi da una canzone di 3′18″ per sola chitarra e charleston nel 2005 - non esagero (o almeno, non credo di farlo). pervert/expert potrebbe essere la storia di una prima volta che - ah, se ci fossero stati loro invece di venditti vent’anni fa, probabilmente oggi l’italia sarebbe un posto ben migliore; e il testo di if you don’t take me right away, you might as well fuck off! finisce con “he turned me on by the pooltable/ i saw his underwear label/ (oh so fuckable!)/ but instead of having me against the wall/ he airfucked on the floor in the dancehall". devo aggiungere altro? secondo me potrebbero essere i radio dept. del 2006 - lo credo davvero.

le centraliniste mi dicono che c’e` ancora tempo. allora - hhhhhgh - aggiungo ancora un servizio di bicchieri in cristallo di boemia con bordo in oro zecchino. non vi basta? aggiungo anche una coperta in pura lana merinos - hhhhhgh - del valore commerciale di 150 euro.

* citazione da una semi-hit anni ‘90 di una (in italia) misconosciuta band tedesca, i tocotronic. titolo geniale, anche se la canzone lo e` un po’ meno.
** si noti la rivendicazione del tutto antitetica a quella che e` alla base di 31 songs.

6/7/2005

eccomi, eccomi. nei commenti ad un post di milaus si implora una mia severa presa di posizione sulla micropolemica dell’estate: se mi scrivi dei perturbazione è bellina o piuttosto una gran porcata? propenderei per la seconda ipotesi (perché emana un fetore nauseabondo). ecco perché:
1) l’assonanza matematica->maticapitamai esiste solo nella loro testa.
2) “di che segno sei": i segni zodiacali andrebbero vietati. per altro, è solo segno della demenza italiana anni ‘90-’00 l’occuparsi di oroscopo, e il ficcarli dentro una canzone indie(?)pop che dovrebbe (vorrebbe) andare anche un po’ all’estero è solo un segno ulteriore del drammatico provincialismo dei perturbazione. se un qualche cantantino americano parlasse di una follia americana (chessò, il 4 luglio, il culto per i neon sotto le macchine, i campionati di rotolamento di tronchi nei fiumi dell’alaska, i campionati di bellezza infantili), voi come reagireste?
3) “così che dando i numeri gli [gli, sic] ho dato anche il mio/ e dopo stavo come solo sa spassarsela dio". ora, a parte che “solo” è stato malamente inserito con l’unica necessità di mantenere la metrica, ma dico, provate a cantare questi versi con la voce di max pezzali. non sto scherzando. fatelo davvero. fatelo con sotto la musica di 6 1 mito, magari - e per inciso, ossevate come fossero pionieristici gli 883 nelle sperimentazioni di semplificazione e accorciamento delle parole, in un’era pre-sms.
4) l’ho già detto, ma “aspetto un sms/ come se piovesse” è sgrammaticata giusto come “anche se tante cose/ un senso non ce l’ha".
5) il violoncello nelle canzoni indiepop ha rotto le palle non sei mesi fa. non un anno fa. sono almeno due anni che non se ne può più. qui il mio augusto parere sul tema.
6) le rime non trovo una via-gestore di telefonia e destino-telefonino non so a voi, ma a sembrano quanto di più deprimente possa esistere. vorrebbero essere autoironiche? anche martufello vorrebbe essere autoironico.
7) “innamorato di te/ di tee/ di teee/ di teeee” è una roba wannabe da radio deejay, credo anche molto consapevolmente.
8) ora, i perturbazione quanti anni hanno? immagino che vadano più verso i 30 che verso i 20. va bene, a tutti noi piace l’amore, è divertente, è leggero, è estivo, magari è persino indie. però proprio non è possibile cantare di amore a 25+ anni come se ne cantebbe con dieci anni di meno. è una questione di dignità personale, innanzitutto. da questo punto di vista, a livello di testi se non di musiche, il paragone con www.mipiacitu secondo me sta perfettamente in piedi.

30/4/2005

la sirenetta negli autogrill si trovano spesso dvd che nel titolo richiamano cartoon recenti della disney, ma che costano un terzo e che, in effetti, si rivelano prodotti che con l’originale non hanno niente a che fare: tuttavia, non dei tarocchi in senso stretto, visto che non vengono esplicitamente spacciati per l’originale.
un fenomeno del genere esiste anche nella musica – nella musica elettronica, in particolare: ad ogni ondata stilistica (drum’n'bass, chill out, electro…) agli antesignani è seguita un’alta marea di epigoni compilati in raccolte massificate (tipo café del mar o buddha bar) che dovevano suonare alla maniera di e permettere di tenersi facilmente aggiornati a chi non aveva tempo, soldi e voglia per seguire le uscite del mercato discografico. un aggiornamento un po’ grossolano, ma tant’è.
dicevo: un fenomeno tipico della musica elettronica. ora finalmente anche l’indie-pop chitarristico può avere un equivalente di buddha bar: il nuovo cd degli yuppie flu, toast masters.
gli yuppie flu sono un gruppo che è stato a lungo inseguito dal fantasma dei pavement, sin dai loro primi dischi di un lustro fa: in toast masters il gioco si fa piú articolato, dal momento che l’influenza dei pavement di terror twilight, pur presente, cede il passo ad un mish-mash che rende il disco un caleidoscopio estetico, un agile compendio di (quasi) tutto quanto di interessante sia stato prodotto al mondo in ambito indie – purtroppo, nell’ambito di un indie non recentissimo, quello degli anni a cavallo del 2000, con tutti i tic e le mossettine dei gruppi che erano innovativi allora – vedi i battimani di vultures and fortune, sooo 2003. a partire dalla copertina del disco, una specie di cover (ben riuscita, peraltro) della copertina di amore del tropico dei black heart procession (ma con una grafica delle pagine interne che richiama parecchio quella delle gloriose produzioni matador di dieci anni fa), proseguendo con le prime due canzoni, glueing all the fragments e our nature, che si collocano in pieno nella scia degli strokes – senza avere il loro ingegnere del suono, ahimé: e si sente. ogni tanto i pavement ritornano (l’attacco di pain is over, e soprattutto together, su cui incombe pesantemente lo sha-la-la di trigger cut), insieme ai già citati black heart procession (frammenti di a good guide e di together) e a echi dei dinosaur jr. (pain is over): niente di male, tutto sommato, e le canzoni rimangono comunque piacevoli – anche se spesso piú che ascoltare ci si maciulla il cervello per capire dove si è già sentita quella chitarrina effettata in quel modo. il vero problema, semmai, è che non appena gli yuppie flu tentano strade un po’ piú personali – i synth e la coda acida di stray on free, le orchestazioni di europe is different – i risultati sono assai meno convincenti.
ma è così importante? rimane il fatto che un paio di pezzi (our nature su tutti) hanno davvero un buon tiro e un potenziale radiofonico - e potrebbero facilmente essere un piccolo successo estivo su radio deejay. con tutto il rispetto per gli yuppie flu, per un gruppo indie marchigiano è già grasso che cola, mi sembra. quando mai si è vista la sirenetta versione autogrill avere piú successo della sirenetta disney?
(post pubblicato - con le maiuscole, però - su whipart.it)

5/1/2005

sulle spalle dei giganti. per dire, prendete l’annosa (?) questione di quando aggiungere l’articolo al nome di uno scrittore: perché si dice “il manzoni” ma non “il bassani"? cosa definisce la classicità? quando inizia la classicità, in che anno? perché i beatles (o certo, i ramones e persino i sonic youth) sono classici e si possono citare, anzi: ci si può costruire su la propria intera estetica, ma non si può fare lo stesso su endtroducing di dj shadow?
michaela melián fa questo, prende atto del fatto che oggi di dj shadow non è rimasto niente in giro - per non parlare dei suoi epigoni -, che l’estetica mo’wax non è sopravvissuta al cambio di secolo ("compravamo 12″ orrendi, violentissimi, e guardate come siamo imbruttiti” “voi compravate 12″ orrendi e violentissimi: io compravo 12″ giusti e sono uno splendido ventiseienne"), che midnight in a perfect world la suonano ancora solo nei buddha bar durante le serate retrò, che in questa tabula rasa quel suono lo si può finalmente rilavorare senza temere il ridicolo o le accuse di plagio.
ne deriva che a otto anni di distanza baden-baden sia la prima riflessione seria su endtroducing, l’attualizzazione di quel suono e di quel programma artistico che nessuno, a partire da dj shadow stesso, pare piú intenzionato a fare. certo, una riflessione che si accorge di cosa è successo nel frattempo in germania, di come il baricentro dell’elettronica europea sia ben lontano da londra, delle intuizioni dell’electro e, marginalmente, del glitch-pop di scuola morr; non per niente il disco lo pubblica la monika - piú la monika di masha qrella che la monika di barbara morgenstern, comunque.
un disco derivativo quindi, anche se nella sua accezione migliore; e, come quello da cui deriva, questo disco vive di sovrapposizioni, di pattern ritmici; solo che quanto endtroducing è placidamente spezzettato e a tratti isterico, tanto baden-baden è rotondo e difficilmente decomponibile. il problema è che qualche volta il gioco riesce benissimo, come in brautlied (per quanto mi riguarda, una delle 10 canzoni del 2004), piú spesso le canzoni si spingono verso i nove, dieci minuti di durata, e un drone di dieci minuti io lo reggo a stento. credo sia solo per il mio patetico attaccamento alla forma-canzone, comunque. ed è per questo che invece adoro l’ultimo pezzo, a song for europe, l’unico cantato, in cui michaela melián sembra proprio la nico di chelsea girls - solo che, ovviamente, si tratta invece dei roxy music. si parlava di classicità, appunto.

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