non capite un cazzo, questa è avanguardia, pubblico di merda! (freak antoni)


31/8/2005

minimalismi. e visto che si parla di religione: provate a leggere questo articolo della wikipedia. a me fa paura. voglio dire, da un punto di vista europeo ho sempre pensato al creazionismo come una bizzarria folkloristica americana di cui non tenere troppo conto. già il fatto che venga insegnato a scuola fa drizzare qualche antenna, ma davvero mi spaventa che persino in un articolo della wikipedia si trovino queste risposte (abbastanza ridicole) ad obiezioni auto-evidenti che pure qualcuno (visto l’andazzo) si è sentito in dovere di formulare.
(giusto per dare l’idea: a “many aquatic ecosystems would have died off from a massive change in salinity” si risponde con “there would be different places of different salinities in the flood. fresh water can float on salt water for extended periods. many species can tolerate different salinities if they have time to acclimatize. and some intolerant species are likely the result of specialization which involves loss of genetic information").

2500 anni di storia della religione buttati nel cesso. salon segnala un imperdibile gruppo fondamentalista cristiano, i columbia christians for life, che avrebbe trovato inequivocabili somiglianze tra un feto alla sesta settimana e katrina ripreso dal satellite: l’evidente prova che l’uragano sia una punizione di dio per gli ospedali che praticano aborti in louisiana.

io mi chiedo solo cosa abbia questa gente di “cristiano". perché il loro dio non è quello del vangelo, è il dio del vecchio testamento, anzi del pentateuco. e neanche quello di isacco e giacobbe (che vivaddio si è salvato, alla fine): è quello del diluvio universale - la genesi risale almeno al 400 a.c., va ricordato.

repubblica sempre sulla notizia - #2. brasile, motel a luci rosse per cani (grazie a maxcar)

repubblica sempre sulla notizia. i sudditi ricordano diana a kensington, carlo in vacanza

oggi si ascolta:
never be alone
dei simian remixati dai justice (che per inciso sarebbe un perfetto mix electro con la precedente canzone del giorno).

29/8/2005

la domanda del giorno. i contadini pugliesi protestano perché non c’è più mercato per i loro pomodori san marzano: ormai è più conveniente comprarli dalla cina, semilavorarli lì e infine portarli in italia che comprare i pomodori italiani. e giù contadini a fare blocchi stradali e politici ad arrovellarsi tra sovvenzioni e dazi anti-cinesi. ma come mai nessuno, dico nessuno, in questo momento propone la cosa più sensata (dal punto di vista ecologico quanto politico) per evitare questi paradossi, cioè tassare finalmente il kerosene per gli aerei?
(perché voi lo sapevate che il carburante aeronautico è per accordo internazionale detassato da sempre?)

voyeurismo metropolitano. sono due i film che mi hanno davvero colpito, nella mia vita, più per la loro ambientazione che per i loro meriti puramente cinematografici (anche se in entrambi i casi si trattava di film variamente interessanti): la capagira e die stadt als beute.
la capagira forse qualcuno se lo ricorda: un lustro fa è stato un film sotterraneo di culto, un noir ambientato negli ambienti degradati della mala barese, con la particolarità di essere recitato integralmente in dialetto barese (molto, molto stretto, tanto che persino a bari è stato mostrato coi sottotitoli).
die stadt als beute invece è di quest’anno, e sarebbe difficile immaginarsi un film più diverso da la capagira - se non, appunto, il voyeurismo a cui entrambi i film invogliano, essendo ambientati e girati in quella stradina, in quel teatro, in quel negozio di fruttivendolo, in una stanza con vista su quel palazzo. insomma, per chi ama molto un quartiere (nello specifico, la metà più centrale di prenzlauerberg a berlino) un piacere per gli occhi, il piacere di un indovinello facile - e quel palo con quel tag dove l’ho visto? ah, sì, è dove prendo il tram tutte le mattine.
e per gli altri? beh, al di là del voyeurismo die stadt als beute è un film interessante. è interessante innanzitutto la sua riflessione metateatrale - o, se si preferisce, il suo giocare tra messa in scena teatrale e cinema come specchio della realtà. la cornice del film è semplice: un gruppetto di attori si incontra un sabato pomeriggio per preparare la messa in scena (al prater della volksbühne nella kastanienallee) di un’opera teatrale di rené polleschs, die stadt als beute appunto, presentata a berlino qualche anno fa. dopo di che le strade degli attori si dividono fino al lunedì mattina e tre registe seguono ognuna uno degli attori seguendo l’intreccio della loro vita normale col tema del pezzo teatrale. die stadt als beute, inteso come pezzo teatrale, per quelle poche battute che vengono evocate nel film sembra un testo radicale, una critica allo scempio modernista e capitalista che nell’ultimo decennio è stato fatto di berlino in generale e di mitte in particolare, e alla generazione dei nuovi ricchi che affollano la città. la visione che il film dà dei suoi attori alle prese (quasi in lotta) con la città è di una nuotata controcorrente, artisti come dropout di un mondo che comunque gira attorno ai soldi.
nel primo episodio, molto à la scorsese, un ragazzo di provincia gira per la città alla ricerca di un ragazzino affidatogli da sua madre per poter uscire con la propria ragazza. marlon passa tutta la notte vagando tra la feccia sotterranea di prenzlauerberg, fino a svegliarsi alla luce livida di un’alba sul ponte che porta a gesundbrunnen, abbandonato in una jaguar di cui non ricorda niente.
la seconda storia è molto più lynchana: è un trans, lizzy, che ruba un abito da sera e così vestito entra in un sex club di serie b. lì inizia a ubriacarsi con due attori porno, a parlare di niente e a sfregarcisi contro, fino a che per coprire i debiti appena fatti per coca e champagne lizzy è costretta dall’attore porno a ballare per lui.
il film finisce con la storia di ohboy, un begbie (o magari un vincent gallo) berlinese, stimato e adorato dal regista del pezzo nonostante (o proprio perché) lui se ne fotte del teatro come un genio proletario pasoliniano. ohboy vaga per la città, dialoga con un’ambulante di kreuzberg della sua somiglianza con iggy pop, finisce per buttarsi nella fontana nella corte al centro del palazzo sony di potsdamer platz (il palazzo che per tutto il pezzo teatrale era stato preso ad esempio negativo delle involuzioni di berlino), insensatamente come in un film di jarmusch - non a caso è l’episodio che mi ha lasciato più dubbioso.
e poi la musica: ah, la musica. naked lunch a parte, tutta roba berlinese più o meno electro o elettronica, in cui spiccano i kissogram (la canzone del giorno è sui titoli di testa e di coda), i miei amati jeans team e boy from brazil (che sarebbe l’ex (fugace) bassista degli stereo-total): fantastica. se sentita sotto le stelle nel cinema all’aria aperta sull’isola dei musei ti fa davvero pensare che il mondo finisca a potsdam.

oggi si ascolta:
forsaken people come to me
dei kissogram (quanto di più depeche mode si possa trovare oggi a berlino, e forse in tutta europa - depeche mode inclusi).

28/8/2005

il mio primo sussidiario situazionista. all’interno della mostra di street art backjumps, il cui centro principale è nella scuola di mariannenplatz a berlino, ci sono dei computer per dare uno sguardo a siti di graffitisti, raccolti nei bookmark.

ahiloro, il blogger italiano è sempre in agguato.

un po’ di politica interna tedesca di cui fareste bene ad interessarvi. (perché fra poco diventerà il tema centrale del dibattito di politica fiscale anche in italia).
oggi, al gate in cui mi stavo apprestando a imbarcarmi su un volo di una compagnia ben più proletaria, la lufthansa mi ha comunque gentilmente concesso la lettura di un quotidiano a mia scelta. la scelta era tra frankurter allgemeine zeitung, die welt, berliner morgenpost e bz. praticamente solo la crema dei giornali tedeschi più conservatori. tse.
ma sto divagando. insomma, mi sono messo a leggere nevroticamente la faz, che del lotto dovrebbe essere il migliore (ma solo nel senso in cui in italia il giornale è meglio di libero) rodendomi il fegato. ad un certo punto incappo in un articolo entusiasta su una nuova proposta elettorale della coalizione conservatrice.
in due parole questi bei tomini (e più in particolare il loro candidato ministro all’economia, kirchhof), non paghi di aver proposto un abbassamento generico delle tasse con contestuale innalzamento dell’iva dal 16% al 20%, stanno anche per osare l’inosabile: l’introduzione di una flat-tax - vale a dire grosso modo la fine della germania come socialdemocrazia europea*. attenzione, perché questa misura (che in italia sarebbe vivaddio ancora anticostituzionale) è il nuovo miraggio di tutti gli economisti neoliberali cresciuti nell’era post-reaganiana, e ho forti timori che se ne inizierà a parlare presto anche da noi (e non solo nei circoli ultraliberisti di forza italia) - soprattutto se la cosa dovesse essere introdotta in germania.
per inciso, uno dei motivi per cui secondo me in italia se ne discute ancora poco è che nessun paese dell’europa occidentale (a parte alcune paradisi fiscali inglesi - come le isole del canale) adotta una flat-tax; mentre in germania nessuno si vergogna di prendere esplicitamente a modello i paesi dell’europa orientale - e per quanto mi riguarda questo è probabilmente l’unico aspetto positivo della vicenda.

* l’innalzamento del tasso di crescita del pil nazionale in seguito all’introduzione della flat-tax è un perfetto esempio di come sia fallace, anche da parte della sinistra riformista, adagiarsi sui criteri liberali per riconoscere la crescita di un paese. un paese in cui il pil cresce ma cresce anche l’indice di gini può davvero considerarsi un paese in progresso - o almeno, può considerarlo tale una forza che si dice di sinistra?

repubblica sempre sulla notizia. training anti-gaffe per fidanzata principe william

oggi si ascolta:
modern girl
delle sleater kinney (che in effetti è una canzone che con le sleater kinney storiche non ha niente a che fare, e allora perché nonostante l’apostasia mi piace lo stesso?).

24/8/2005

minimalismi. che berlino è un paradiso lo vedi dal fatto che nei vagoni della metro i monitor nazional-popolari alternano notizie di gossip e consigli discografici che annunciano che il cd della settimana è set yourself on fire degli stars, e che il concerto del mese di settembre è quello degli arcade fire con, appunto, gli stars come gruppo spalla.
e poi - e poi cerco di censurarmi, ma davvero non riesco a non pensare che berlino è un paradiso anche perché le bici le rubano piú delle moto.

einstürzende altbauten. è il 1950, la repubblica democratica tedesca è nata da due anni, il regime ha bisogno di palazzi di rappresentanza nel vuoto lasciato a berlino dalle bombe alleate. il castello reale di fronte all´isola dei musei, già pericolante, viene abbattuto e l´area ottenuta viene destinata alle parate e alle manifestazioni di massa, in attesa di decidere una destinazione definitiva.
vent´anni dopo viene approvato il progetto per un grande palazzo che avrebbe formato un ideale complesso con la retrostante torre della televisione: il palast der republik, un immaginifico edificio di ferro e vetro brunito.

anzi: di ferro, vetro brunito e - ahimé - amianto. il palazzo viene completato nel 1975 e, almeno nelle intenzioni, oltre ad ospitare il parlamento rappresenta il lato piú umano, comunitario e idealistico del regime, che dimentica gli orrori della repressione poliziesca e dello spionaggio di massa e si ricollega agli ideali originari di uguaglianza e libertà socialista.
passano gli anni, la germania est si riunifica alla germania ovest (o forse ne viene annessa), e nel 1990 si capisce la gravità della contaminazione d´amianto. il palazzo viene chiuso, progressivamente completamente risanato - e alla fine si inizia discutere del che farne.
incredibilmente la proposta vincente è quella del suo abbattimento, e della successiva ricostruzione del vecchio palazzo reale, sulla base di considerazioni monetarie e storiche. una ricostruzione assurda dal punto di vista filologico, visto che del castello originario esistono giusto pochi metri cubi delle antiche fondamenta; assurda dal punto di vista artistico, perché il palast der republik rappresenta (assieme alla torre della televisione) la punta di diamante dell´architettura della germania est, mentre il castello reale era solo uno dei tantissimi castellozzi neoclassici prussiani ottocenteschi; assurda dal punto di vista politico, perché quella che si sta compiendo dal 1990 ad oggi è una progressiva damnatio memoriae della rdt, uno stato che non era solo regime (pessimo) ma anche nazione, come se cancellandone i simboli si potesse annullarne la memoria collettiva, si potesse fingere che un terzo dei tedeschi non abbia vissuto per quarant´anni con miti, cultura e simboli diversi da quelli della parte occidentale.
questa è l´ultima settimana di vita del palast der republik. decontaminato dall´amianto, l´edificio è ora pronto per la demolizione, che inizierà fra pochi giorni e sarà completata l´anno prossimo. gli ultimi giorni prima della chiusura vengono celebrati con la costruzione di una strana appendice a forma di montagna (quella roba bianca nella foto a fianco) e una marea di installazioni, performance e mostre, oltre che con la possibilità di compiere dei giri guidati per il palazzo.
con un colpo di genio tipicamente berlinese è stato creato anche un micro-ostello, il gasthof bergkristall: quattro stanze all´interno della montagna al modico prezzo di 30€/notte (se usate come singola) o 40€/notte (doppia).
in una città che si espande a ritmo incredibile, e in cui ogni anno si vedono nuove spettacolari estensioni architettoniche, il palast der republik è una delle poche architetture che fra poco saranno perse per sempre. berlino non è mai stata piena di italiani come questa estate: se qualcuno mi legge, il consiglio è di approfittarne finché ancora si può. io ci vado stasera, 6€ per la visita e una serata culinaria ("freitagsküche - di mercoledì la cucina del venerdì") e per un film e per una performance che non si capisce bene che sia, ma alla fine non è quello il punto.
magari qualcuno di voi ci viene.

la frenesia dei media italiani. spiegata a parole e a fumetti.

di scienza e affidabilità dei giornali italiani. avete presente il teorema di fermat? è una famosa proposizione matematica la cui validità era stata asserita oltre tre secoli fa da un matematico francese minore, pierre de fermat. costui dopo aver formulato la sua tesi aggiungeva: “dispongo di una meravigliosa dimostrazione di questo teorema, che non può essere contenuta nel margine troppo stretto della pagina". ora, per secoli innumerevoli matematici hanno cercato una dimostrazione del teorema, e quando questa è stata effettivamente trovata nel 1995 (ad opera di un matematico inglese) si è rivelata una roba lunga duecento pagine, e complicata oltre ogni dire: di certo non sarebbe entrata nel margine di un libro, ma probabilmente neanche nella testa di fermat. da allora c´è chi afferma che esista una prova piú semplice, alla portata della mente matematica sempliciotta di fermat, e chi invece immagina che la storia del margine fosse tutto un bluff, o addirittura uno scherzo. fatto sta che, per quanto mi risulti, il teorema di fermat è uno dei due soli teoremi (l´altro è quello dei quattro colori) di cui si continui massicciamente a cercare una dimostrazione alternativa e piú semplice.
l´annuncio che questa cosa sarebbe riuscita ad un russo, certo aleksander ilin dell´università di omsk; come in altri casi analoghi pompati dai media, la soluzione sarebbe già stata pubblicata, in questo caso sulla novaya gazeta, che però nonostante la mia inesistente conoscenza del russo sembra tutt´altro che una rivista scientifica. addirittura ilin, che secondo repubblica arebbe professore di matematica applicata all´università di omsk, non risulta affatto nella pagina della facoltà. la cosa è sospetta ma - mi sono detto - diamogli ancora una chance. così mi sono messo a googlare e ho trovato che mentre in italia la notizia è menzionata da una caterva di siti (tra cui il prestigioso portale di san marco in lamis (fg)), ma da nessun sito straniero, sia pure la sputtanatissima pravda, sia pure il giornale parrocchiale di großesarschingen: nessuno.
ora, d´accordo che i giornali italiani sono boccaloni e poco attenti alla scienza seria, ma qui ci dev´essere qualcos´altro sotto; per esempio un lancio di un´agenzia italiana in vena di scherzi. qualcuno ne sa qualcosa?

oggi si ascolta:
hell’s dark hall
degli zephyrs (che non ho ancora capito se mi ricorda piú i codeine o invece i red house painters. in ogni caso, il mio primo rimpianto di benicassim).

19/8/2005

se solo mondo oltro si occupasse anche di musica tedesca. una cantante delle no angels (le lollipops tedesche) e una tizia di deutschland sucht den superstar (l´operazione trionfo tedesca) sono fidanzate. la bild zeitung pubblica una fondamentale intervista all´ex-fidanzato della seconda. titolo: “ihr ex jammert: wir «hatten doch so großartigen sex!»” (il suo ex piagnucola: «eppure facevamo davvero un gran sesso!»).

minimalismi pop.

(posterone pubblicato nelle pagine centrale di bravo, l´equivalente tedesco di top girl - grazie a maria)

(via totentanz)

la domanda del giorno. qualcuno mi spieghi il senso di questo. se il marchio è taroccato, come fa un´acquirente a saperlo? se uno compra un´etto di parmigiano cosa dovrebbe fare, un´analisi chimica per scoprire se è stato prodotto in emilia o non piuttosto in cina?

du hast ja keine ahnung, wie schön du bist, berlin. sono di nuovo in germania, sei mesi dopo la mia ultima visita. il mio corpo e il mio cuore si ritemprano, e passo il tempo ad assaporare ogni odore e ogni luce come un innamorato, come se a berlino ci fossi per la prima volta.
- appena arrivato in aeroporto vedo una mamma turca che si affanna a far salire un enorme passeggino sull´autobus e corro in suo aiuto tra grandi sorrisi. lei alla fine biascica un grazie e se ne va veloce al suo posto. io mi sento un´eroe del multiculturalismo e della multietnicità, e un po´ ci rimango male che lei non mi abbia sorriso di rimando. ci metto circa un minuto ad abbandonare la mentalità italiana per cui un qualsiasi piccolo piacere fatto ad un immigrato è un atto talmente inaspettato e fuori del comune da meritare ringraziamenti e inchini per ore. qui una donna turca in difficoltà la si aiuta come se fosse una donna tedesca, o italiana, o americana, e non ci si sente eroi per questo. credo sia un buon punto per tentare di allontanarsi dalla correttezza politica pelosa.
- ieri girovagando per kreuzberg ho trovato nella adalbertstraße un kinderzoo: una manciata di recinti con qualche cavallino, un asino, qualche pecora, una mezza dozzina di capre e una decina di oche. il tutto ad ingresso libero, in uno spiazzo lasciato libero dall´abbattimento di un palazzo, qualche anno fa, con qualche sparuto bambino iperfricchettone (come si traduce il tedesco “bio” in italiano?) ad accarezzare gli animali, circondato dai palazzi, fra turchi e trentenni nullafacenti che passano in bici mangiucchiando un döner. con tutto lo sforzo di questo mondo, non riesco ad immaginare una scena piú intimamente berlinese di questa.
- la germania è impazzita per quella roba cattolica a colonia. non lo avrei mai immaginato. devo seriamente riconsiderare il mio giudizio sulla serietà dei media tedeschi.
- qui impazza la campagna elettorale. le strade sono piene dei tipici cartelli 70 x 100 cm appesi ai pali della luce. nel resto della città non so, ma almeno la parte sud-est ce ne sono parecchi dell´mlpd, il partito marxista-leninista. il migliore ha un enorme scritta “vertrauen ist gut. kontrolle ist besser” (la fiducia è buona. il controllo è meglio), e dietro una grande faccia di lenin. nel 2005.
- continuando il giro per kreuzberg con lupo siamo finiti in un sushi-bar dalle parti del landwehrkanal. sei maki, due nigiri, una zuppa di miso e due birre mangiate all´aperto mi sono costati 8,40€, esattamente un terzo di quello che la stessa quantità mi era costata tre settimane fa in un giappo dietro piazza s. giovanni a roma. poi ci si stupisce quando i tedeschi decidono di lasciar perdere le vacanze in italia - per paura degli attentati, come no.
- in un´estate in cui berlino è piena di turisti italiani come non mai, l´offerta culturale di agosto è singolarmente povera. alla fine l´unica cosa interessante sembra una mostra sugli ultimi 100 anni di arte ebraica in israele. sono combattuto tra la curiosità artistica e disagio politico (la mostra sembra pesantemente appoggiata dalle istituzioni israeliane, a partire dall´ambasciata a berlino). alla fine credo che ci andrò.
- mi ero dimenticato come può essere bello vagare di notte da una kneipe all´altra per prenzlauerberg. vista la densità, però, il rischio di bere una birra piú del necessario è davvero forte.

repubblica sempre sulla notizia. gmg: papa attraversa colonia a bordo di un catamarano

oggi si ascolta:
the forest
dei cure (purché ci sia erlend occhialone a ballarla sulla spiaggia di fronte a me).

13/8/2005

una band di idioti. abbandonati gli ascolti sperimentali (ahem) della terza giornata, stasera si torna all’ordine. e ordine vuol dire ordine: due concertini minori in apertura, e poi tutta la serata di fronte al palco principale.
si inizia con la metà finale dei maxïmo park: sarà che sono arrivato troppo tardi per l’unica loro canzone che davvero mi piaccia, sarà che col passare degli anni trovo sempre più insopportabile l’estasi euforica degli inglesi di fronte ad ogni loro nuovo gruppetto poco più che mediocre, ma me la sono spassata assai poco. tanto più che il live mi è sembrato grosso modo una copia conforme del disco. dispiace mettere in dubbio, una volta tanto, la Sua autorità, ma davvero non ci vedo neanche una qualsivoglia ombra degli smiths.
dopo di loro, veloce puntata sul palco del sr. chinarro, presentati sul giornaletto del festival come dei belle and sebastian spagnoli. in fondo, sostanzialmente inutili. pare abbiano dedicato una canzone al primo fiber morto in campeggio nell’undecennale storia del festival, la sera prima, ma io non ero ancora arrivato, quindi anche questo loro lato umano me lo sono perso. uno di quei gruppi, a conti fatti, che hanno probabilmente avuto un gran ruolo nello spazzare via la merda post-grunge nella seconda metà anni ‘90, ma che oggi non sono chissà più quanto significativi.
dopo di loro potrei scegliere se andare a vedere i wedding present o controllare un po’ la mail. il ricordo di una giapponese entusiasta che undici anni fa mi ha strillato e calpestato i piedi per un’ora ad un concerto dei wedding present a reading ancora mi tormenta, quindi lascio perdere. in fin dei conti il primo concerto che davvero mi interessava in serata era quello degli hot hot heat.
mi sposto verso il palco principale e mi stendo sul prato. che dire? le loro cose che avevo ascoltato finora erano assai indie, saltellanti e, al limite, mi ricordavano i beat happening (a pensarci bene, non so neanche perché). dal vivo, invece, sono assai più chitarristici e ballabili, persino easy a tratti, e in effetti non sfigurano sul palcone. suonano un’ora ma non mi lasciano moltissimi ricordi - a parte la capigliatura da simply red del cantante, una bella cover di just dei radiohead e la finale goodnight goodnight, già finita in numerosi miei nastroni - matrimoniali e no.
dopo gli hot hot heat una parte dei presenti (pazzi!) scappa su un palco secondario ad ascoltare daniel johnston (la giusta pena per la loro hybris sarà che daniel johnston, pur presente dietro le quinte, si rifiuterà di suonare - “tiene los nervios", è la dichiarazione ufficiale), mentre io rimango ad aspettare il concerto di nick cave and the bad seeds.
faccia cattiva e gomiti alti pronti ad attaccare gli zigomi di chi mi stesse davanti riesco ad arrivare in quarta o quinta fila. non avrei sperato in tanto. nick cave sale sul palco in gran forma, in giacca nera e camicia bianca, spiritato come non mai, e attacca a pestare. strano, io me l’immaginavo un vecchietto in carrozzella che sgrana rosari e ricorda i bei tempi, e invece salta e urla e rotea gambe e fa cadere aste del microfono come non faceva neanche nei birthday party. d’accordo, ha i capelli tinti: ma glielo si può perdonare, no? tanto più che ha il buon senso di saltare a piè pari tutto la sua discografia più recente (vale a dire gli infami the boatman’s call, nocturama e quell’altro di cui non voglio pronunciare neanche il nome) e concentrarsi sulle cose che contano, qualcosa dall’ultimo doppio (non 50 special, per fortuna) e parecchio da the murder ballads e let love in - tra cui una incredibile stagger lee che sarà durata almeno dieci minuti. sul palco ci sono tre inquietanti coristi gospel che però fortunatamente non disturbano più di tanto, e compariranno solo sul finale, in there she goes, my beautiful world - che, va ammesso, dal vivo ha molto più un suo perché che su disco, lancinante e dilatata com’è. ritorna sul palco per un inconsueto bis, e tutti si aspettano where the wild roses grow, ma non ci sono né kylie (ovviamente) né blixa, e quindi ripiega su the mercy seat, per la gioia degli astanti. bel concerto, forse corto - non più di un’ora - ma occorre lasciar posto ai buzzurri.
perché rimango al concerto degli oasis?, mi chiederete, e anzi, perché faccio il possibile per rimanere ben davanti? in realtà non lo so bene. so che gli oasis, undici anni fa, per me hanno rappresentato il primo gruppo che ho scoperto da solo, prima ancora che mi aiutasse a farlo planet rock. so che definitely maybe e (what’s the story) morning glory? li ho ballati quasi pezzo per pezzo, quando ancora andavo a scuola; anzi, è sulle canzoni di quei dischi che ho iniziato in assoluto a ballare. solo che ora gli oasis sono oggettivamente impresentabili, trasformati nella parodia di sé a molto meno di 40 anni. il paradosso sta tutto nell’immagine di noel gallagher, che non compone più una canzone buona da dieci anni ma si porta dietro sul palco 7 (sette) chitarre. il concerto si apre con l’ultimo singolo, o qualcosa del genere. una canzone tutt’altro che memorabile, ma che non evita di trascinare nell’entusiasmo tutta l’immensa folla presente (mutatis mutandis, fanatici come i fan dei cure, solo con quindici anni di meno). il pogo (o saltellìo, o come altro si può definirlo) è così intenso che dopo neanche trenta secondi devo scappare via. è il delirio quando, come terza canzone, arriva (what’s the story) morning glory?. la gente urla, salta, le inglesi salgono sulle spalle dei loro amici, gli stranieri devono essere davvero pochi, soprattutto nelle prime file, gli oasis sono - pur senza parlare - incredibilmente scostanti e molesti alla vista. il tipico stile che liam ha di cantare - piegato in avanti, con le mani unite dietro e con la bocca in basso rispetto al microfono - dopo un po’ diventa un tic immensamente fastidioso. eppure - eppure gli oasis ogni tanto sanno ancora cantare grandi canzoni, magniloquenti eppure trascinanti. è ovvio, è banale, eppure champagne supernova fa ancora adesso la sua porca figura, e rock’n'roll star (dedicata a robin cook, morto il giorno prima) ancor di più. finalone per una strana cover di my generation, piuttosto tirata e riuscita.
dopo di loro salgono sul palco i kasabian, come teorici headliner della serata (ma si è detto come il concetto di headliner fosse fallace a benicassim). tom meighan è vestito da guru di una setta orientale, con un lungo camicione bianco senza bottoni e i capelli al vento. su disco i kasabian mi erano sembrati molto elettronici, con canzoni che sembravano quelle che i music avrebbero dovuto fare se non si fossero persi per strada (e quindi, alla fin fine è sempre a primal scream e stone roses che si risale); e invece in effetti il concerto è più che altro rock vecchia maniera, à la oasis appunto - tanto che ad un certo punto una canzone viene dedicata ai fratelli gallagher, che vengono tosto inquadrati dietro il palco (certe cose neanche a buona domenica succedono) tutti compiaciuti. chiudono finalmente con club foot, l’unico pezzo a darmi il senso della loro (presunta) grandezza.
finisce il concerto e un’arena da 30.000 persone si svuota in due minuti. oddio. gli lcd soundsystem non li vuole vedere proprio nessuno? alla fine non sarà così tragica, ma davvero non c’è confronto con la presenza ai concerti dei gruppi inglesi. james murphy sale sul palco vestito con una maglietta bianca (ben aderente per mostrare bene il suo ventre tonico) appena più elegante di quella del cantante dei !!! e seguito da tre persone, bassista tastierista e batterista. james murphy stesso si limiterà a cantare, e saltuariamente a suonare campanacci e picchiare scriteriatamente tom tom. il concerto si apre con una beat connection da favola. oltre agli arrangiamenti anche i testi cambiano, e qualcuno del giornale del festival si perita di controllare che in daft punk is playing in my house il testo è in effetti completamente nuovo; e in generale, i pezzi sono forse accelerati ma un po’ meno nervosi e groovy così che su disco, e si finisce per saltare e dimenarsi, sì, ma un po’ meno di quanto non si fosse fatto la sera prima coi !!!. fanno eccezione la punkettona movement e soprattutto tribulations, semplicemente eccezionale. finalone su yeah, con i due o tremila presenti in totale delirio, a saltare e dimenarsi in un’arena forse un po’ troppo grande per il loro standard. gran concerto, comunque.
si rimane qualche ora ancora, a urlare ossessivamente yeah yeah yeah yeah yeah yeah yeah yeah yeah e a tentare di ballucchiare nel tendone in cui c’è la serata monotematica dfa (prima i black dice a fare una strana sorta di electropunk con tastiera, moog e theremin, e poi delia & gavin, due pazzi hippy impegnati per tre quarti d’ora a fare drones con una tastiera e un moog e due ventilatori a sparargli i capelli indietro e lo sguardo perso verso l’orizzonte), ma il festival sta evidentemente finendo. si ascolta la musica ad occhi chiusi, un po’ perché fa fico farlo e un po’ perché davvero si è quasi addormentati, si comprano le ultime birre e gli ultimi panini in offerta, si tracanna orrido liquore al cranberry (finito quello di mela) e si pensa che sì, fra due giorni si sarà via.
ancora un micro-post sulla festa dance in spiaggia e poi se dio vuole avrò finito coi post su benicassim 2005.

la poesia della settimana. qui questa ed altre elegie:
mi hai detto ke mi amavi e ke per te ero la sola
poi ti ho trovato ke lumavi mia cugina!
e ho capito ke avevo preso una sola!!!

sempre il solito giochino. qualche giorno fa nel tendone della telefonica a benicassim la coautrice ed io abbiamo ascoltato un pezzo, una strana nenia elettronica e strumentale, che ognuno dei due era sicuro di conoscere. saranno mica i röyksopp, mi fa lei? naaa, ribatto io, sono sicuro che la versione non strumentale ha su la voce lamentosa di thom yorke.
insomma, si torna ognuno nella propria casetta, e stamattina lei mi dice che finalmente ha capito, è proprio un remix di triumphant dei röyksopp. e, quasi contemporaneamente, anche io sono quasi sicuro di avere avuto l’illuminazione: è proprio la versione strumentale di a wolf at the door dei radiohead.
non è che abbiamo ragione entrambi?

repubblica sempre sulla notizia. bimba di due anni scala la vetta più alta d’inghilterra
(i genitori, che hanno organizzato la scalata, […] si sarebbero aspettati di doverla portare in braccio almeno per qualche tratto. invece, elisha ha mosso i suoi piccoli passi fin sulla cima dello scafell pike, 978 metri sopra il livello del mare. […] “avevamo tanti biscotti al cioccolato con noi, e questo ha reso contenta la bambina", hanno raccontato i genitori di elisha […].)

esportare la democrazia. nei giorni in cui ero a valencia in spagna è montato un immenso casino politico e mediatico perché, se ho capito bene, c’è stata una strana morte durante un interrogatorio della guardia civil; e la cosa, invece di essere insabbiata, stranamente* è andata avanti e si è cercato di fare un po’ di chiarezza. insomma, sono venuti fuori altri casi simili - e forse altre morti poco accidentali, testimonianze di guardia-civilisti torturatori, i responsabili della prima morte sono stati subito sospesi. tutto questo, lo ripeto, interpretando maccheronicamente i titoli di spagnolo che leggevo; ma la verità non dovrebbe essere troppo lontana da quello che racconto.
non so, a me dà una certa sensazione di stupore pensare che uno stato sia effettivamente in grado di tutelare dagli abusi dei propri ufficiali - sia pure, la tutela, limitata ai propri cittadini. boh, sarà che uno nel frattempo si è abituato a storie come questa.

* rileggendo, ho come il timore che la stranezza sia tale solo agli occhi di un italiano che ha osservato genova nel 2001 da vicino.

minimalismi. le case editrici hanno avuto la meglio: da oggi il google print library project perde una gamba e, forse, un po’ muore.

la domanda del giorno. ci sono i cani killer. ci sono i motoscafi killer. suppongo ci sia anche l’afa killer. e allora perché mai i giornali non sono coerenti, per una volta, e non parlano di crocefissi killer?

“no influence from asia argento, but lots from rinko kawauchi". il solito, geniale momus sulla rinascita della moda goth. ma la frase migliore è, indiscutibilmente: “apollo not dionysus, marx not spengler, gandhi not jesus!”

oggi si ascolta:
tribulations
degli lcd soundsystem.

12/8/2005

il problema di un matematico. il problema di un matematico non è, come forse avrete immaginato, l’etna o il traffico, ma piuttosto la continua necessità di una programmazione - dirò di più, di una politica: sulle prime la cosa è divertente, alle lunghe diventa pallosa ed estenuante, ve lo assicuro.
insomma, la mia politica per benicassim era la seguente, mutuata dal purtroppo mortale bombolo: ho pagato e voglio ascolta’ - il che voleva dire, papale papale: fanculo i concerti dei gruppetti fichi che comunque vedrei sotto casa a due lire, concentriamoci sui megagruppi di cui pur me ne fotte poco, ma che mai più potrò vedere in concerti così economici. è questo il peccato originale che mi ha portato a vedere la seconda sera i cure e l’ultima gli oasis, ahimè: e ora posso anche pentirmene, ma in quel momento ero certo della scelta. invece, la terza sera del festival il palco principale presentava una scaletta così inguardabile - keane e lemonheads, nell’ordine - che oppormicivisi era un punto d’onore, e dunque la mia politica è andata a farsi fottere, per una volta.
il pomeriggio inizia* alle 18:00 con il concerto di devendra banhart - pardon: avrebbe dovuto iniziare. in realtà il piano mio e della sodale era di sorbirci il suo concerto sorbendoci simultaneamente, seduti sotto il palco, un bel litrozzo di gazpacho (di quello sincero) con relativa baguette**, ma la security non è dello stesso avviso (un litro di gazpacho, benché travasato in un bicchierone di plastica, era evidentemente un proiettile troppo pericoloso), quindi fanculo al signor cocorosie, rimango sotto il sole a fare scarpetta sotto gli occhi attoniti dei presenti, ascoltando comunque un concerto dai suoni che sembravano assai più rocchettari che su disco.
subito dopo di lui i kings of convenience, piazzati in maniera assai discutibile in un palco piccino e alle sei e mezza di pomeriggio - ma il tendone è comunque pienissimo. questioni logistiche a parte, che dire? fantastici. li adoro. erlend øye è più bello del solito, e la mia eterosessualità vacilla - ma si riassesta tosto quando, a fine concerto, lui annuncia di essersi dotato, una settimana prima, per la prima volta, di lenti a contatto. niente più occhialoni, dunque e ahimé. per la cronaca, è stata la versione ridotta del concerto del tour della scorsa estate, con in più misread e un inedito non male, e in meno la big band (a metà concerto sono saliti sul palco solo una viola e un curioso basso acustico). come al solito, delirio finale su i’d rather dance with you (io ci riprovo un’ultima volta: erlend, should you ever bump into this blog, listen to me: please please please, release a remix - any remix - of i’d rather dance with you).
finito il loro concerto vado a vedere gli xiu xiu. pochi minuti, ché ho altro in programma: ma abbastanza per decidere di andarli a vedere sul serio, quando mai dovessero passare dalle mie parti con un concerto serio. ah, per la cronaca caralee mcelroy, la sig.na xiu xiu, è a pari merito con la chitarrista dei polyphonic spree (chi mi aiuta a trovare il suo nome?) la donna più innamorevole salita su un palco di benicassim.
il mio primo obiettivo grosso, in serata, è ascoltare i raveonettes sul palco principale. la sorpresa è vedere che di fronte al migliaio di presenti non ci sono solo i due raveonettes ufficiali ma un intero gruppo; e forse, bisogna ammettere, è la cosa più sensata. lui è nervoso e cool, lei è una bambolona giunonica avvolta in un vestito celeste da maestra dell’oklahoma anni ‘50. è chiaro che ormai hanno scelto un sound, retronuevo anzichenò, e ci livellano su tutti pezzi, vecchi e nuovi. è un po’ un peccato, perché se il nuovo disco fatto di pezzi da girl-band anni ‘60 virato garage è piacevole, i vecchi pezzi con tanto feedback e tanto twee ci piacevano ancora di più; e invece sentir suonare attack of the ghost riders e let’s rave on esattamente come ode to l.a. un po’ fa male al cuore - tanto più che così ballare diventa davvero difficile. peccato.
finiti i raveonettes, scappo ad un palco secondario e faccio in tempo a beccarmi gli ultimi dieci minuti di mouse on mars, anche loro moltiplicati per l’occasione; ma sono giusto pochi minuti. l’obiettivo principale è arrivare a essere molto davanti per il concerto dei !!!, e ci riuscirò - ah!, se ci riuscirò. in effetti finisco in terza fila, giusto di fronte al microfono; e ne vale la pena. nic offer sale sul palco in perfetta tenuta da venditore di polpi barese, maglietta rosa con paillettes, ventrozza di birra ben evidente, calzoncini blu da mare e mocassini di pelle ben consunti. un dio. il concerto fila come l’olio e io abbandono tutti i dubbi che avevo su louden up now: rispetto al disco, il concerto è tutta un’altra cosa. veloce, tirato, incredibilmente groovy, molto più funk e molto meno punk, si balla dal primo all’ultimo momento; e la canzone del giorno è davvero un inno generazionale, ancorché demente. e quando dico inno generazionale voglio dire che nel recinto del festival un solo grido è risuonato dall’1 alle 6 del mattino di quel giorno: tuwru-thu-thu-thu! tuwru-thu-thu-thu-thu! tuwru-thu-thu-thu! tuwru-thu-thu-thu-thu! (o almeno, io l’ho fatto risuonare).
finiti i !!! mi tolgo la maglietta, la bagno, riprendo fiato, me la rimetto addosso, cerco di riassettarmi, e vado - ingenuo! - a sentire i jeans team. invece di asciugarsi, la maglietta si riempie di nuovo sudore: i jeans team dal vivo sono assai meno glitch che su disco, molto più disco, e la fine del loro concerto scuote ben bene in vista dell’ultimo appuntamento davvero atteso della serata.
i robocop kraus salgono sul palco vestiti come i kraftwerk di die mensch-maschine virati grigio. partono piano, ma poi accelerano. partono impacciati, ma poi si sciolgono. partono robotici, ma poi si trasformano sempre più nella riedizione dei talking heads in cui l’elettronica è ferma all’os/2 1.0. partono sostenuti solo da poche decine di persone, ma poi nell’ovvio finale di fake boys (qui nell’ascii disko remix) il tendone quasi crolla dalla gente che salta. grandissimi, anche se ancora poco conosciuti. thomas lang si muove a scatti, poga a scatti, fa stage-diving a scatti, e a un certo punto finisce per scavalcare le transenne e inoltrarsi nel pubblico come due giorni prima aveva fatto il tamburino dei polyphonic spree. a noi piace pensarli ancora camminare sempre dritti, sempre avanti, e magari un giorno incontrarsi, piacersi e iniziare una fantastica storia d’amore electro-hippy.
l’errore della serata è di non accontentarmi del passaggio !!! -> jeans team -> robocop kraus ma di voler strafare e andare a sentire la fine dei dinosaur jr.; che con tutto l’amore dovuto a j mascis, in confronto fanno davvero la figuraccia dei matusa alternativi. che peccato; per fortuna che, col liquore di mela già entrato in circolo, di loro ricordo davvero poco. cercherò di rivederli in un altro stato mentale, magari.

* a dire il vero il pomeriggio era già iniziato con la partita di beneficenza per la oxfam tra squadra degli artisti e squadra della stampa (chissà perché nel resto del mondo nessuno dice “nazionale” ma solo “squadra"?), in un tremendo solleone dell’una di pomeriggio. visto anche il livello tecnico-tattico dell’incontro non ne ho particolari ricordi, se non che la birra vi era venduta a 1€/mezza pinta e che inclusa nel biglietto c’era anche un’abbondante razione di paella alla valenciana, ma che la mia proverbiale inappetenza mi ha impedito di nutrirmi con più di un sei-settecento grammi del piatto suddetto. sapete, il caldo estivo.
** il piatto indie dell’estate, ascoltatemi!

minimalismi. bari nella seconda decade di agosto non è mai stata piena come quest’anno.

la domanda del giorno. circa quindici anni fa tele+ riuscì a comprare i diritti di tutti i tornei dell’atp. dopo poco tempo tele+ diventò una pay tv e la mia diventò l’ultima generazione di italiani ad avere una conoscenza di massima del tennis. il calcio, invece, continuò a rimanere in chiaro - per un suo presunto ruolo nell’identità culturale nazionale.
cosa sarebbe successo se invece tele+ si fosse presa il calcio e l’italia tutta si occupasse solo di tennis? sarebbe un posto migliore?

oggi si ascolta:
me and giuliani down the school yard (a true story)
dei !!!.

6/8/2005

quant’è poco indie l’espressione “oh my gosh"? ho sempre frequentato poco i giri dark, e ne so ancor meno del fanatismo che gira attorno ai cure. mi ha fatto quindi una certa impressione, ieri sera, vedere trenta dark occupare militarmente l’accesso (ancora sbarrato) al palco principale per il concerto dei cure che non sarebbe iniziato prima di quattro ore. il sole battente. i dark quarantenni. i cure ormai bolliti. la ressa ai cancelli senza per altro la concorrenza di alcuno se non gli altri ventinove compagni di fan-club. il tutto mi ha fatto una tristezza infinita.
ieri sera a benicassim alle 8 era in programma il concerto dei kills. ci vado come un bimbo goloso, ma è una triste delusione. lei è bellissima, lui è sufficientemente cooool, ma il concerto proprio non funziona. lei si muove nevroticamente sul palco come un’attrice di terz’ordine, la batteria elettronica è troppo minimale, le canzoni del nuovo disco sono quelle che sono; o forse, semplicemente, due chitarre non bastano a riempire un palco - alla fine ricordano piú i d.a.f. che i velvet underground. e poi non hanno fatto neanche wait, vergogna.
dopo di loro scappo verso il palco principale per dare uno sguardo agli athlete. mal me ne incoglie: sono teribbili. un gruppo pop tremendamente sdolcinato, con testi tutti amorecentrici, suoni tutti pulitini, pubblico tutto di inglesine perbenine in delirio. da paura.
scappo quindi a dare uno sguardo a solex per una mezzoretta. purtroppo non si trattava di solex ma di solex - e chi se lo aspettava? comunque è stato un concerto piacevole - ma con un tempo di sopportazione di circa dieci minuti. loro sono in quattro, fanno una roba a metà fra sperimentazione free-jazz ed elettronica - o al limite un punto d’incontro tra frank zappa e il reverendo lovejoy quando tenta di suonare il tema della stangata. però divertenti.
di corsa verso il palco verde in tempo per mangiucchiare prima dell’inizio del concerto degli yo la tengo - personalmente, una delle cose piú attese di questo festival. invece il concerto è ambiguo. loro sono bravi, le canzoni sono carismatiche, però - cazzo! - qualcuno abbia finalmente il coraggio di dir loro che non possono sempre bisbigliare. il loro ultimo disco mi era sembrato stranamente sottoamplificato, ma pensavo ad un difetto del mio stereo; ma quando lasciano un amplificazione da radiolone in un palco da trentamila persone c’è qualcosa che non va. non esagero: mentre i miei vicini parlavano non riuscivo a sentire le canzoni. poi per fortuna ad un certo punto si decidono ad attaccare lo spinotto e tutto va in ordine. poco da dire, bel concerto, essenzialmente incentrato sugli ultimi due dischi - immancabile autumn sweater a parte, ma niente di davvero trascinante. e anche loro hanno consapevolmente evitato di farmi let’s save tony orlando’s house, stronzi.
dopo di loro i cure. i cure. bah. i cure. credo che nella vita ognuno debba vederli dal vivo almeno una volta: che dire?, io per fortuna ieri sera mi sono tolto il pensiero.
il gruppo di richiamo dance della serata dovevano essere i basement jaxx. ora, qui qualcosa non funziona: io ero sicurissimo che le ultime cose loro che avevo ascoltato, tre o quattro anni fa, fossero una specie di tech-house facilotta ma piacevole. invece sul palco sale un chitarrista vestito come gli eagles, un percussionista cubano e due donnoni a forma di coriste rythm’n'blues (una vestita da tina turner in vestito da sposa - ma piú attillata -, l’altra da madre di famiglia andata a fare aerobica, e iniziano a cantare canzoni pazzesche. sul serio: immaginate una canzone dance cafona cafona cafona, e non riuscirete a immaginare il livello dei basement jaxx. anche qui, diecimila inglesi in delirio*, e dopo tre canzoni (una delle quali ha come ritornello un tremendo e odiatissimo “oh my gosh!") non ce la faccio piú e vado via.
prima di andare a dormire, ancora solo un set di elettronica minimale di terrestre, un messicano armato di solo powerbook che tentava di aggirarsi dalle parti di fourtet. niente di pazzesco, ma una buon’ora di chill out.
scappo ché fra poco ho xiu xiu e raveonettes.

* qui occorrerebbe davvero che qualcuno rifletta sul paradosso di un festival in spagna, sedicente internazionale, in cui gli artisti ringraziano dicenco “muchas gracias", ma in cui è chiaro che in alcuni concerti (basement jaxx, appunto, ma anche altri) il pubblico contiene inglesi al 95% (mi tengo basso). per adesso si riesce ancora ad avere un buon equilibrio: quando sul palco principale c’è caciara brit basta scappare sugli altri palchi, ma temo non sfuggirà agli organizzatori che per loro sarebbe mlto piú redditizio organizzare un intero festival a dimensione di inglese. speriamo che accada il piú tardi possibile.

oggi si ascolta:
little eyes
degli yo la tengo.

5/8/2005

repubblica sempre sulla notizia. gelati: coldiretti, quello di capra è la novità del 2005 (grazie a fio)

qualcuno salvi benicassim dagli inglesi! eccomi in spagna, bloggo da un tendone del fib grazie ad una connessione internet gratuita offerta da telefónica (un bell’applauso per la parola “gratuita"!) in una pausa fra il concerto di un gruppo francese (che il sodale preannunciava come i nuovi serge gainsbourg ma che a me sono parsi piú i dirotta su cuba francesi) e i kills in programma fra un’ora. benicassim è infestata di inglesi (si dice 7000 su forse 10000 campeggiatori), è terribile, qualcuno intervenga!, sono tutti pallidi e sguaiati e grassocci e tiratissimi come andassero ad un club fighetto di ibiza. non sarò io a fare l’indiesnob, ma davvero qui qualcuno ha frainteso lo spirito del festival; accanto a me una ragazzoccia che sembra del fan club inglese di dj francesco sta chattando (7 (sette) finestre di msn messenger, con trenta faccine per frase, e - quel che è peggio - in comic sans) col ragazzo che sta al computer alla sua sinistra.
va detto che benicassim è un posto orrendo, una cattolica con molto piú cemento e con un mare piú sporco, ma in compenso tutto è molto economico (un litro di heineken a 5€ dentro il recinto del festival, e ci si lamenta perché in paese si trova la stessa quantità persino a 3€) ed efficiente, il festival funziona piuttosto bene e il clima è straordinariamente libero e amichevole, niente risse e nessun approccio sgradevole a ragazzi o ragazze; persino il clima è caldo ma molto migliore dell’afa di roma o di milano, in questi giorni.
il festival è iniziato ieri, e oggi si è già abbastanza sconvolti. a differenza dei grandi festival inglesi, qui tutto è piú fluido, si inizia ad orari piú umani (ieri sera alle 20) e si finisce quando si vuole, all’alba o anche dopo; il concetto di “headliner” perde dunque abbastanza significato, visto che si va avanti all’infinito e nessun gruppo puó andare avanti con la musica quanto gli pare.
ieri sera ho iniziato coi deluxe, degli spagnoli davvero pessimi, una specie di pop che vorrebbe essere indipendente ma solo perché non incide per una major; il suono oscillava dalle parti degli ultimi perturbazione, ma l’apoteosi di pubblico rimandava ai subsonica. da dimenticare, comunque.
poi i posies; ricordavo di loro giusto qualche canzoncina anni ‘90, e lì sono rimasti, dei succedanei dei pixies che ahiloro non hanno mai azzeccato la canzone della vita (e il look non li aiuta). invecchiati, qualcuno imbolsito, qualcun altro con una faccia scavatissima, l’unico punto un po’ divertente del concerto è stato quando hanno improvvisato una versione di wonderwall con pitch a +20% (sembrava la famosa versione accelerata della terra dei cachi). che tristezza invecchiare male.
dopo di loro i polyphonic spree. una rivelazione assoluta. davvero. andateli a vedere, costi quel che costi. su disco fanno una roba incasinatissima, barocca e un po’ à la spiritualized; ma dal vivo spaccano sul serio. salgono sul palco vestiti da hippie quali sono (a proposito: hippie in spagnolo si dice “jipi"), con delle assurde tuniche turchesi con delle onde rosse su; e sono in 23 (ventitre), salvo manager e passanti casuali gentilmente invitati a suonare con loro di tanto in tanto. due o tre chitarre, una intera sezione di fiati (incluso il corno), un’arpa, otto corist*, insomma un delirio: ma un delirio piacevole. il primo pezzo, che è poi la canzone del giorno, dura forse venti minuti, ma sempre trascinante e delirante, mai dilatata o peggio ancora sfilacciata: bellissima. continueranno così per un’ora e mezza, con un pubblico di fan in delirio (davvero, non immaginavo fossero così popolari) intenti a cantare a squarciagola i loro testi (per altro vergognosamente e figli-dei-florealmente banali e buonisti).
finiscono i polyphonic spree e attaccano i tears, vale a dire il gruppo della storica riunione, dopo dieci anni, di butler e anderson dei suede. butler e anderson. anderson e butler. una lacrimuccia scende sulla mia faccia al solo pensare a quello che i suede hanno significato per me a metà anni ‘90. purtroppo i tears non valgono nemmeno un decimo di quello che rappresentavano i suede. salgono sul palco vestiti come degli strokes di periferia e attaccano con un guitar pop inglesino assolutamente dimenticabile, che sembra preso di peso da uno degli ultimi dischi degli oasis (e ho detto tutto). certo, nel concerto ogni tanto brilla la voce e la chitarra che furono, ma sono lampi fuggenti. avessero fatto almeno qualche loro vecchia canzone, chessò, so young, si sarebbero comunque meritati uno stentato cinqueppiú; ma invece niente, ed è evidente che sono fieri della loro nuova creatura. e allora andate affanculo.
l’ultimo gruppo della serata erano gli underworld. lo ammetto: non li ascoltavo davvero da otto anni, ma mi hanno sconcertato. non amo la tech-house, non amo particolarmente ballare unz-unz, non era solo l’attesa di born slippy (se la sono tolta davanti dopo due soli pezzi - ma che versione!): è semplicemente che hanno fatto un gran set. è complicato spiegare come e perché, e forse ha molto a che fare con le sensazioni del momento; ma ballare rez in mezzo a quindicimila fibers in delirio è stata l’emozione piú forte della giornata.
si chiude col dj set d(egl)i optimo djs: routine electro, anche divertente tenuto conto della sua funzione dichiarata (far arrivare svegli alle 6 di mattina qualche miglaio di persone distrutte dall’ora e mezza degli underworld), ma banalotta. tre canzoni dei depeche mode in poco piú di un’ora sono davvero troppe, e i citazionismi piú o meno vintage (paint it black, la versione originale di tainted love, atomic dei blondie) un po’ scontati. in piú, la versione remixata unz-unz di stand by me era da denuncia, e be my baby messa come lento (in versione originale e integrale!) non la sentivo dalle feste di diciott’anni dei miei compagni di liceo. insomma, abbastanza dimenticabile. stasera in compenso ci sono i basement jaxx, e spero non rimpiangerò di aver preferito yo la tengo e cure a fischerspooner e four tet.

oggi si ascolta:
it’s the sun
dei polyphonic spree.

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ah,un'altra cosa: mentre con mozilla o firefox questo blog è sciccosissimo, visualizzato con ie è orrendo. fa schifo ai cani. lasciate perdere, dico davvero, vi rovinate la vita. se proprio dovete, allora usate i feed rss, per esempio con bloglines.

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