non capite un cazzo, questa è avanguardia, pubblico di merda! (freak antoni)


17/8/2004

is my blog burning? un po’ di storia: is my blog burning.it nasce chez elena e prosegue sulle pagine di iaia e poi di vesnuccia (a dire il vero, quest’ultimo scade domani: partecipate numerosi!). mi piacerebbe dare il mio contributo proponendo il tema ricette a base di pesce. vado a spiegare: dopo quattro anni passati in germania mi sono ormai abituato ad un tipo di cucina molto piú - mmm - sugoso di quello italiano.
se in italia la norma è un secondo desolatamente costituito da un pezzo di carne o di pesce arrosto e basta, da accompagnare eventualmente con una fetta di pane e, volendo e pagando extra, con dei contorni che col secondo stesso non hanno niente a che fare, in germania il secondo è un piatto unico, in cui carne e pesce (e le necessarie verdure di complemento) sono solitamente cotti in modo da essere accompagnati da salse o sughetti che saranno opportunamente raccolti da riso, pasta o patate. credo che il panorama sia simile in olanda o nei paesi scandinavi. mi piacerebbe quindi trovare ricette, di pesce, che esulino dagli scontati - e un po’ noiosi - arrosti/fritture.
apro le danze con una ricetta decisamente estiva e decisamente facile. andate la mattina presto al mercato a fare la spesa: per persona occorrono un filetto di cernia che taglierete a striscioline larghe un centimetro, tre fiori di zucchina, la scorza di mezzo limone biologico, una fetta di melone bianco (quello profumato e dolce, lungo e con l’esterno giallo) tagliato a cubetti piccini, mezzo bicchiere di martini bianco e mezzo bicchierino di rum, un pizzico di sale e di pepe bianco, un cucchiaino di zucchero di canna, un po’ d’olio d’oliva. avete tutto? bene. ora ficcate tutto in un piatto fondo in modo che i liquidi ricoprano il resto, e lasciate riposare in frigo per una decina di ore. a sera aprite il frigo, prendete il piatto, annusate e compiacetevi del profumo, e buttate il tutto in una padella antiaderente preventivamente arroventata. dovrà cuocere a fuoco alto molto brevemente, giusto il necessario perché i pezzetti di cernia non siano piú rosa, ma non abbastanza da fargli perdere il profumo di pesce quasi crudo. ad ogni modo dovrà rimanere sul fondo della padella un bel po’ di sughetto, che sarà adeguatamente raccolto con del riso pilaf. il tutto si accompagna adeguatamente con un buon chardonnay, volendo fare gli esotici con uno chablis.

oggi si ascolta:
el caminos in the west
dei grandaddy.

16/8/2004

minimalismi. chi di voi frequenta con regolarità dei tedeschi, magari in estate, sa forse che la cosa che piú li fa scompisciare, degli italiani, è la fobia assoluta verso i bagni a stomaco pieno. avete presente la regoletta delle due ore da far passare tra pasto (che si tratti di sorbetto o piuttosto di timballo con melanzane e polpettine) e il primo piedino infilato nell’acqua a temperatura brodosa di ferragosto (secondo gli ortodossi, persino una doccia può essere fatale)? beh, quegli impertinenti dei tedeschi non solo non l’hanno mai sentita, ma anzi ogni tanto chiedono anche: “sì, ma chi l’ha detto che fa male, che è pericoloso?". e gli italiani lì a cercare di rispondere: “mah, non lo so, la scuola, la tv [sorriso sarcastico del tedesco di turno], la mamma [il sorriso diventa ghigno], tutti“. ed è questo il punto: in effetti, è una certezza diffusa, tramandata da generazioni, infissa nella coscienza collettiva da trento a lampedusa, da cecina a porto recanati; ma se dovessi spiegarne il perché, le origini, le dimostrazioni di pericolosità, non saprei da dove iniziare. e allora arriva il colpo di grazia: “d’accordo, magari non proprio un bagno nell’acqua gelida dopo aver mangiato ad un pranzo di nozze, però in germania dopo un panino il bagno ce lo si fa eccome…” - e tu fremi, vorresti urlare “gne-gne-gne” per non sentire, senti che sta arrivando - “…e nessuno si è mai fatto niente". e ti indicano stuoli di biondi bimbi tedeschi che sono ancora vivi vegeti e sorridenti, mentre tu hai sprecato i migliori pomeriggi della tua infanzia sotto l’ombrellone.

la domanda del giorno. d’accordo, tutti sappiamo come riconoscere un pezzo mainstream degli anni ‘80 - dalle armonie, dalle voci, dai testi stessi. ma se proprio dovessimo indicare un elemento, solo uno, che li caratterizza, cosa si potrebbe trovare? io direi, credo, o le terrificanti basi di primordiali synth dal suono povero come quello di un mp3 a 48kbps, o i cafonissimi sax a sottolineare allusivi il romanticismo sexy della canzone. bene; se invece si parla degli anni ‘90? sono ormai passati 4 anni, si potrà ben tentare una prima analisi musicale di quegli anni, no? sarà mica il drum’n'bass montato a casaccio su pezzi pop tradizionali - io ricordo una pietosa versione pseudo-jungle di the man who sold the world che bowie faceva in un tour di otto o nove anni fa.

oggi si ascolta:
poughkeepsie
di devendra banhart (mai avrei pensato di poter apprezzare una sua canzone, e persino la sua melodia).

13/8/2004

dlin dlon. ah, i commenti ora dovrebbero funzionare. fatemi sapere se coi browser diversi da ie tutto è ok, per favore.

quando sento le parole “concerto in un teatro” metto mano al revolver. figuriamoci in una chiesa. in una chiesa neoromanica assai bruttina, per di piú - ché con tutti i loro pregi, di chiese i tedeschi proprio non si intendono. epperò voi al posto mio che avreste fatto, se aveste avuto fra le mani il biglietto di un gruppo che amate - voglio dire, il gruppo alle note del cui disco avete pianto calde lacrime ogni notte dell’autunno di tre anni fa - e sì, se fosse stato in una chiesa?
la fila fuori dalla passionskirche di kreuzberg, berlino, è interminabile, a causa dei controlli infiniti (new entry: è vietato portarsi bottiglie d’acqua di plastica e aperte all’interno - sarà per difendere la sacralità della chiesa, evidentemente), dell’evidente overbooking (i biglietti staccati saranno stati almeno il doppio dei posti a sedere realistici), dell’incompetenza dei tizi della security. vabbé, facciamo finta di niente. l’afa non è mitigata da una beck’s bollente venduta all’interno (ah, perché però vendere birre in chiesa si può, figli di sultana), e quando una assai skinny canadese-parigina di nome feist inizia a cazzeggiare sul palco con chitarra e loop vari lo smarronamento tocca davvero vette impensabili e inaspettate, per una sera dedicata al concerto dei kings of convenience. questa tizia inizia suona lieve e si delizia della propria voce roca come una novella cat power, per poi passare a gorgheggi jeffbuckleyani; solo che fa tutto male e risaputamente, quindi per intenderci diciamo che suona come una damien rice con le tette (poche, a dir la verità), e tanto basti. però la voce l’ho già sentita: dove?
alle 9:20 entrano finalmente in scena i nostri eroi, prima eirik e poi erlend. eirik è una delusione assoluta: me lo aspettavo algido e languido come un novello nick drake, e invece è belloccio e mellifluo come un laureando barese in economia. simpatico, per carità, ma con una terrificante camicina di cotone a maniche corte da pariolo e quella barbetta attentamente incolta - no, molto, molto, molto meglio occhialone; innanzitutto è gigantesco e verdevestito e fottutamente magro e peldicarota molto piú di quanto immaginassi, e poi è evidente che sotto le lenti da annunciatrice rai del 1983 batte un cuore indie di razza. ragazze e ragazzi, ve lo dico: erlend øye è davvero un buon partito. se ve lo fate sfuggire, poi non lamentatevi quando inizierà a riempire le prime pagine dei settimanali di indiegossip (a proposito, quando ne nasce qualcuno?) coi suoi flirt con, chessò, miss kittin (esclusivo! all’interno le foto rubate sul backstage del sónar).
vabbé, il set: allora, gente seduta ovunque fino a lambire i gradini del palco, cioè l’altare, che è abbastanza pieno, due chitarre, una batteria coperta da un telo, un piano che i due useranno, quando gli girerà, a turno. si inizia con until you understand cantata all’unisono, quasi a cappella, a metà fra simon & garfunkel e i neri per caso, la gente applaude subito abbastanza convinta, loro sudano copiosamente ed eirik si sbottona la camicia fino all’ombelico come un bagnino italiano in libera uscita (e il fatto che sia lui stesso ad accennare il paragone estetico non lo redime), mentre erlend si deterge lubricamente il pancino ammiccando autoironico al pubblico - dio, che indie! seguiranno cayman islands e i don’t know what i can save you from, e di lì in poi è tutto facile. l’atmosfera è molto da woodstock ciellina, o da pubblicità coca-cola anni ‘70, fate voi, con loro due chiaramente indecisi su cosa suonare (voglio dire, che pezzo fare - scoprirò alla fine che non avevano neanche una tracklist appiccicata per terra - ma anche se andare al piano o restare alla chitarra), con eirik che a un certo punto raccatta un cartone pieno di evian e di lattine di qualche pseudocola e inizia a distribuirle tra il pubblico (eh, che caldo!), con acustica e illuminazione decisamente dilettantistiche, il tutto immerso in un’aria di bonaria autoironia un po’ cheesy ma insomma divertente. tipo una little kids su cui erlend implora il pubblico di schioccare le dita (tra l’altro decisamente fuori tempo) per quasi cinque minuti. però le canzoni sono lì, se chiudo gli occhi sono proprio quelle su cui il mio cuore ha palpitato in tutti questi anni, se non li guardo cazzoneggiare sul palco posso persino ancora commuovermi, a un certo punto cantano una homesick assai ispirata, dopo di che occhialone rimane solo sul palco e dichiara quello che nessuno si sarebbe aspettato di sentirgli esplicitamente dire: “bla bla bla il prossimo pezzo l’ho già fatto da solo bla bla bla 2001, e comunque l’ha scritto il cantante della band cui la canzone precedente era un tributo". così, papale papale. e attacca a most peculiar man di paul simon.
verso la fine il palco si popola di una specie di band - un batterista che sembra la versione tamarra di bono, una deliziosa violoncellista bionda, un violinista e un bassista - e il concerto prende una svolta leggermente barocca. si inizia con love is no big truth, poi sorry or please, toxic gilr, e gran finale con una strana versione acustica però davvero allegra di i’d rather dance with you (i tempi sono maturi per un revival degli unplugged?) che - minghia! - io già lo sospettavo ma da ieri sera ne sono sicuro: fatela remixare ad uno bravo e diventerà il riempipista - riempipista vero - di quest’inverno. tipo la nuova brimflul of asha, intendo. nel frattempo ieri sera tutti ballavano in piedi sui banchi della chiesa.
escono e rientrano dopo un paio di minuti con feist, la tizia dell’inizio. quando non è impegnata a strusciarsi imbarazzantemente contro il pariolino, feist mugola in abbondanza su live long - ecco dove avevo già sentito quella voce! è chiaro che si sente davvero la lisa hannigan de noantri, canta persino con gli occhi chiusi, e quasi ce la fa a rovinare pomposamente the build-up, quasi. applausi, luci accese, tutti via in un lampo.
non mi hanno fatto misread, e passi. ma neanche winning a battle, losing the war. dico, nessuno li aveva avvertiti che era stata la mia canzone dell’anno 2001? maledetti norvegesi.

repubblica sempre sulla notizia. tribunale milano vieta condizionatori su facciate condominiali

oggi si ascolta:
sorry or please
dei kings of convenience (la meno tipica delle canzoni dell’ultimo disco, probabilmente; eppure piú l’ascolto e piú mi convinco che è una delle piú belle che abbiano mai scritto, con quell’andamento curiosamente anni ‘70).

11/8/2004

full metal jacket for dummies? parlare di fahrenheit 9/11 è complicato, perché tanti piani di discussione si intrecciano: almeno uno estetico, uno cinematografico e uno (meta)politico; e il paradosso sta nel fatto che il film è invece, in sé, piuttosto semplice, talvolta persino esageratamente.
quello di cui non ha molto senso parlare, a mio avviso, sono le bugie, i silenzi, le iperboli e gli altri artifici retorici di moore; visto che si tratta di un film prettamente politico, e che nella propaganda politica (almeno in europa occidentale) la realtà viene spesso stiracchiata per sostenere le proprie tesi in maniera molto piú estrema di quanto non faccia fahrenheit 9/11, l’argomento mi sembra stucchevole. qualche tempo fa leggevo di una delle mille querelle nate attorno a stupid white men: da una parte moore accusava nel libro il neocon fred barnes di non avere idea di cosa parlino l’iliade e l’odissea (non una colpa grave, se non fosse che proprio barnes aveva ironizzato in un talk show sugli scolari americani che a suo dire non conoscevano omero); dall’altra, in questo articolo, barnes si difendeva in sostanza dicendo “certo che so di cosa parlano, ho anche visto il film". scusate, ma mi sembrano litigi da quarta elementare; così come mi sembra sterile voler appurare se moore sia un ipocrita discretamente stronzetto o meno: per quanto mi riguarda, predicare bene è molto piú importante di razzolare male. si può passare avanti?
piú interessanti, probabilmente, sono i dubbi estetici - in senso lato - sul film: un uso (soprattutto nella prima parte) quasi caricaturale delle musichine strumentali tragiche che neanche in un musicarello anni ‘50; un montaggio e una retorica da tribuno autonominato che spesso arrivano dalle parti di striscia la notizia (ma in bowling for columbine si raggiungevano vette assai peggiori); una gioia avida nel mostrare la lacrima della madre-che-ha-perso-suo-figlio-in-guerra di turno (anche se i servizi del tg2 dello scorso aprile sugli italiani rapiti in irak sono ancora su un altro pianeta); un tono eccessivamente editorialistico nelle fasi finali del film (mentre il film precedente lasciava alla fine aperte molte piú domande); una sospettosità strisciante che in certi momenti (soprattutto nella prima parte, ancora una volta) sfiora pericolosamente il razzismo anti-saudita; un patriottismo militarista tutto americano per cui se un soldato del mio paese è in guerra, fosse pure in una guerra di aggressione, va comunque sostenuto - salvo magari contemporaneamente battermi per il suo ritiro. però va detto che se da un lato il soldato medio viene descritto come un derelitto figlio del sottoproletariato di provincia, che finisce in guerra solo perché vuole pagarsi gli studi e sperare in una vita migliore, è ben vero che moore non nasconde, anzi (e lo fa prima di abu grahib), i carristi esaltati che vanno a combattere per le strade con i bloodhound gang a manetta. certo, cinematograficamente è solo una citazione neanche troppo elegante degli elicotteri che si spargono per l’aria al suono della cavalcata delle valchirie; il fatto che i carristi di moore però siano reali, a differenza dei piloti di coppola, crea un corto circuito estetico di cui è difficile venire a capo. cos’è, alla fine, un documentario? quali sono i criteri per giudicarlo? siamo sicuri che la palma d’oro, oggi, nel 2004, sia stata una palese ingiustizia? è piú politico un film come questo o l’ennesimo polpettone sui sognatori del ‘68?
poi c’è l’aspetto (meta)politico, ed è quello di cui si potrebbe parlare se (dio me ne scampi) mi dovesse mai capitare di sedermi allo stesso tavolo di moore, per cena. michael, vecchio idiota, gli direi, ma come ti viene in mente di mescolare tanti aspetti diversi nel film, e solo per rendere tutto piú scorrevole? come fai a montare una inconsistente polemica sul diritto o meno di portarsi due accendini o del latte in polvere nella cabina di un aereo, e poi cinque minuti dopo occuparti dell’assoluta mancanza di prospettive sociali che affligge parte della working class statunitense, o del patriot act votato in parlamento senza che (quasi) deputati e senatori
l’avessero letto? sei sicuro di non star annacquando il tema piú forte? e poi, gli direi: dov’è il limite che separa un atto legittimo di un governo (magari cattivo, ma un normale, democratico governo) da un attentato alle libertà civili di sapore fascistoide? aumentare un po’ i controlli negli aeroporti e nei luoghi pubblici è grave quanto intercettare a tappeto mail e telefonate (e del resto provate voi, a roma, a berlino o a budapest, ad andare a fare foto o riprese davanti all’ambasciata statunitense o inglese, e poi ditemi se vi va meglio o peggio che a moore)? del resto: qual è, per un europeo, nel 2004, la quantità di libertà personali cui è legittimo abdicare in nome della sicurezza dello stato? no perché non so voi, ma a me sinceramente di lasciare le mie impronte digitali alla polizia (italiana o americana, cambia poco), al di là delle campagne dell’unità, non importa piú di tanto (del resto, parlate con qualche cittadino sudamericano, asiatico, africano, e sentirete che le impronte le hanno richieste sempre ovunque, a parte pochi paesi tra cui l’italia); e mi sembra invece molto piú rilevante l’assoluto annientamento dei diritti civili che si opera, per esempio, a guantanamo - cui curiosamente nel film non si fa alcun cenno. il terrorismo è certo un problema, e lo è stato in europa (francia germania e italia in testa) ben prima che negli usa. in quel caso non ci si è forse sbarazzati delle br attraverso controlli un po’ piú capillari - senza per questo arrivare al codice rocco? c’è qualcuno che rimpiange quelle poche libertà che lo stato italiano ha tolto ai suoi cittadini in quelle circostanze? non lo so, lo chiedo davvero, perché quando moro è stato fatto fuori io ero ancora un girino nella pancia di mia madre. e fino a che punto un europeo di sinistra è disposto a sostenere le rivendicazioni libertarie e individualiste dei cittadini americani e al contempo augurarsi un maggiore controllo statale sulla circolazione delle armi (una tipica libertà americana che però non invidio assolutamente)? scusate, lo sapevo che vedere il film sarebbe stato molto piú semplice che rifletterci su.

repubblica sempre sulla notizia - #7. chirac vuole ferie in patria, raffarin all’estero

repubblica sempre sulla notizia - #6. gb, principe andrea per restaurare casa chiede mutuo

repubblica sempre sulla notizia - #5. va al lavoro con serpente al seguito, sospeso infermiere (grazie a marco)

repubblica sempre sulla notizia - #4. il cantante vinicio capossela sventa scippo e si ferisce (grazie a fabrizio)

repubblica sempre sulla notizia - #3. famiglia bloccata in auto per guasto chiusura centralizzata

repubblica sempre sulla notizia - #2. elettricista a domicilio da anziano, fattura da 1200 euro

repubblica sempre sulla notizia. dimentica moglie a supermercato, la donna rincasa con i vigili (grazie a marco)

whatever happened to my rock’n'roll? che è successo ai supergrass?

oggi. aprire le finestre, far arieggiare, tinteggiare le pareti. com’è questo blu?

oggi si ascolta:
little kids
dei kings of convenience.

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ah,un'altra cosa: mentre con mozilla o firefox questo blog è sciccosissimo, visualizzato con ie è orrendo. fa schifo ai cani. lasciate perdere, dico davvero, vi rovinate la vita. se proprio dovete, allora usate i feed rss, per esempio con bloglines.

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