ComidaDeMama

July 13th, 2009

Cucina indiana. Lijjat Papad.

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Sottili e croccanti, cialde rotonde dal gusto salato di ceci e dals mescolati a spezie.
I papadums sono tanto buoni quanto difficili da pronunciare.
L’Oxford English Dictionary conta una quindicina di modi diversi per nominarli[1], accomunati dal nome originario, pappaṭām nella lingua Tamil.

Non c’è negozio di alimentari indiano che non li venda.
Spuntino con chutney freschi, o a completare o di un thaly ricco di altre pietanze. Rubati pezzetto per pezzetto dalla dispensa quando avanzano. Se li avete assaggiati è difficile dimenticarli.
Se non li avete ancora provati, vi avverto: finiranno sempre troppo velocemente.

Dovere raccontare i papadums a Rachele Nones, venuta a fotografare comidademama all’opera per il numero di giugno del quindicinale QT[2] mi ha costretto a osservare la confezione con più attenzione.
Noto per la prima volta nell’incarto la mano femminile che tiene in pugno un fiore. Un pugno che mi porta da sette signore sulla terrazza di un vecchio caseggiato in Girgaum, Bombay. L’anno è il 1959.

Pronti per una nuova storia?
Un po’ come quella della tortas de aceite di Ines Rosales.

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Dalla Chutneys Indian Brasserie di Oxford fino alle fotografie di Rachele Nones, ovvero un mese e mezzo fa. Per tutto questo tempo ho avuto sotto il naso frutto del lavoro di una delle più importanti iniziative imprenditoriali indiane portate avanti da donne, la Shri Mahila Griha Udyog Lijjat Papad.

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Dicevamo. 1959. Bombay, per la precisione Lohana Niwas, un gruppo di cinque vecchi palazzi nella zona sud.
Le terrazze che leggevo descritte dai miei amati Amitav Gosh, Vikram Seth, da Anita Desai, ospitano sette donne vere che preparano due confezioni di papadums e decidono di chiedere in prestito 80 rupie e provare a fare bussiness.
Frantumare ceci, dals, riso. Mescolarli con acqua, sale e spezie. Ottenere sottilissimi dischi di pasta pronti per essere essiccati su dei cesti, se non su dei teli posti sul pavimento.
Guardate le fotografie della produzione sono qui. Scartare il prodotto mal riuscito, confezionare. Vendere e distribuire. Fare crescere la cooperativa, diversificando il lavoro e creando nuove filiali anche nelle zone rurali.
L’obiettivo è raggiungere ogni angolo d’India. Oggi i Lijjat Papad si trovano facilmente in USA e in Europa.

Il loro lavoro, la dedizione e la cura, la qualità del prodotto finito deriva dall’idea di Sarvodaya del Mahatma Gandhi.
Non hanno mai accettato sussidi e donazioni, piuttosto hanno sostenuto economicamente alcune attività ritenute da loro meritevoli.

Le sette donne sono diventate più di quarantamila impiegate, 67 filiali e 35 divisioni in tutto il paese.
I momenti più significativi in questi cinquanta anni di lavoro, tutti i premi vinti li leggete qui.

Ho trovato una pubblicità un po’ datata, molto divertente, che passava nelle TV indiane negli anni ’80.

Questa è la storia desunta dal sito ufficiale del Shri Mahila Griha Udyog Lijjat Papad e dagli gli articoli presenti in rete. Su wikipedia sono citati molti documenti che analizzano la vicenda di Shri Mahila Griha Udyog Lijjat Papad.

Note:
[1]Poppadom, poppadum, popadom, papadam, papaddam, papadom, papadum, papodam, papodum, popadam, popadom, poppadam, poppadom, poppadum, poppodam, puppadum, puppodam, puppodum.

[2]Ringrazio Rachele Nones per avere concesso di pubblicare la sua fotografia delle mie mani. La prima in alto nel post. Le sue altre immagini compaiono nell’articolo. Per i curiosi, il numero di giugno di QT è scaricabile in pdf.

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