ComidaDeMama

May 28th, 2010

Olive in crosta


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Le olive in crosta di Nadia Ambrogio non hanno bisogno di presentazioni, hanno segnato la storia delle ricette italiane in rete. Per anni regine nel forum di CI, hanno proseguito nel tempo, passando di forno in forno.
Semplici da fare, hanno un solo difetto: finiscono troppo in fretta.
Le ho preparate per il picnic calycanto, ma non sono riuscita a fotografarle.
Queste che vedete le ho appena sfornate e stanno profumando tutta la mia cucina!

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La ricetta l’ho ritrovata sul blog della bravissima Anice&Cannella.
Non ho mai tempo di far riposare troppo gli impasti al fresco, come consiglia paoletta. Mia mamma ancora meno. Devo dire che, anche riducendo i tempi di refrigerazione, il risultato è molto, molto soddisfacente :)

Nota: nei commenti e nelle email mi chiedete: quale tipo di oliva va bene?
Questa volta non avevo olive particolarmente speciali:
ho usato quelle che si trovano al supermercato, le snocciolate verdi della coop o della saclà, non mi ricordo. Quelle che al pacchetto pesano 185 g con la salamoia e sgocciolate pesano 85 g.
Nulla vi vieta di usare delle olive più grandi o di altri tipi, basta che siano snocciolate e che vi regoliate con il rapporto tra oliva e impasto.

Olive in crosta di Nadia Ambrogio

ingredienti:
60 olive verdi snocciolate (io uso circa due confezioni di olive da 85 g netti)
150 gr farina
90 gr parmigiano
90 gr burro
3 cucchiai di acqua fredda

Preparare l’impasto. Mescolare velocemente la farina, il parmigiano, il burro e l’acqua fredda. Formare un impasto liscio e omogeneo.

Preparare le olive. Sgocciolare con cura le olive e passarle su un asciugamani pulito.
Questo vi aiuterà a coprirle meglio con l’impasto, senza creare discontinuità.

Ricoprire le olive. Prendere un pezzo di impasto, grande quasi quanto l’oliva che andrete a ricoprire. Formare una pallina, metterla sul palmo della mano e affondare il vostro dito indice formando un incavo. In questo incavo mettere l’oliva. Con le dita plasmare l’impasto in modo da sigillare completamente l’oliva. Ripetere l’operazione fino a esaurimento di impasto e di olive.

Disporre le olive ricoperte su un vassoio e fare riposare in frigorifero per ameno 2 ore.
Pre riscaldare il forno a 170°C. Disporre le olive, estratte dal frigorifero, su una placca da forno ricoperta da carta forno. Le olive dovranno essere ben distanziate.

Il vassoio sarà messo a metà altezza del forno.
Cuocere 10 minuti a 170°C con forno ventilato. Verificare di tanto in tanto che le olive siano distanziate tra loro. Se, passati 10 minuti, le olive non saranno dorate e croccanti, procedere per ancora qualche minuto.

E’ importante non fare brunire troppo le olive, quindi controllare attentamente la cottura.

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May 19th, 2010

Fiori di pâte à quiche di Christophe Felder

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Al pic nic calycanto, dal mio cestino sono spuntati questi piccoli fiori di pâte à quiche, ripieni di caprino fresco, miele e noci.
Beh, il miele non era il miele di tarassaco, l’ultima sua spettacolare fatica.

Quando vivevo a Boston i fiori erano gli stessi, con cranberry freschi, noci pecan e sciroppo d’acero come ripieno.

La ricetta della pâte à quiche, la stessa da tre anni a questa parte, è scritta a mano su un foglietto attaccato alla piastrella della mia cucina. Non importa se la piastrella è cambiata circa quattro volte dal 2007.
A quel tempo vivevo a Boston. Avevo appena acquistato da Crate&Barrell uno stampo da 24 mini muffins. 10,99 $.
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May 16th, 2010

Pic nic calycanto in un interno, comidademama e un 50 mm

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Il pic nic calycanto di domenica scorsa mi ha tenuto compagnia tutta la settimana. Grazie ai commenti che sono corsi sulla rete. Le parole di chi non è potuto venire e di chi invece c’era. E grazie alle fotografie del fotografo e a quelle di Stefania. Che, vi avverto, sono tutte da sindrome di Stendhal.
Nuvole minacciose ci hanno portato a piedi nudi su un parquet di legno sontuosamente imbandito. A festeggiare i due anni de La cucina di Calycanthus con un pic nic superabile in grazia e bellezza (forse) solo dal prossimo che si terrà a Roma. Quando sarà questo pic nic romano? Bisogna chiedere a Maite.

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Il vociare dei bambini per le scale piene di luce. Le scarpe fuori dalla porta, come da Priya ad Amsterdam.
Beacoup de monde, direbbero i francesi.
Ho dato tre dimensioni e una voce a persone che conosco da molto tempo, ne ho conosciute di nuove.
Vedere al completo La Cucina di Calycanthus, la sorpresa più grande.
Che nella mia percezione, per usare un termine di maite, è faccenda ben più articolata.

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E la mia macchina fotografica non funzionava. Batterie a terra.
Stefania mi ha affidato la sua, con un 50 mm. E cos

August 11th, 2004

Tempura

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Il tempura è una deliziosa frittura di pesci e verdure freschissimi. Originariamente questo piatto è stato introdotto in Giappone nel XVI Secolo dai gruppi di missionari portoghesi; nei Secoli il tempura è diventato un piatto fondamentale nella cucina tradizionale giapponese e, ci racconta Sumi, esistono locali apposta per gustare questo delizioso e ricchissimo piatto, ottimi tanto quanto i locali in cui si prepara sushi e sashimi. Sorride quando le diciamo che in Italia il sushi bar è molto trendy, come per dire:“ussignur…”, che non è giapponese, ma piemontese, ma il senso è lo stesso.
Per fare un buon tempura c’è bisogno di un ottimo cuoco, in questo caso il nostro amico Yash.
Domenica pomeriggio, la nostra amica Noriko sta per tornare a Stoccolma, dove vive con la famiglia, si festeggia tutti insieme cucinando tempura.
Yash ha tagliato, in compagnia di sua moglie Sumi e di Noriko, una quantità industriale di verdure e di crostacei e poi si è preso la briga, sotto un sole cocente, di friggere e servire il tutto, un vero lavorone. Gliene siamo grati ancora oggi, a un paio di giorni di distanza.
Le verdura e i pesci devono essere tagliati molto fini perchè l’operazione di frittura conta pochi secondi. La pastella in cui tutto viene intinto è a base di farina di riso, acqua gelida e ghiaccio. Lo shock termico dato dal contatto con l’olio bollente crea una crosta friabilisima.
Nel piatto qui sopra trovate, partendo dal basso, in senso orario:
foglie di shi-so nome botanico perilla,
gamberoni,
quelle rotelle con dei buchini sono radici di loto tagliate sottili, una meraviglia della natura,
melanzane.
Ai bordi dell’immagine compaiono due affascinati pentoline con dentro dei liquidi neri che facevano riflessi quasi ipnotici, meravigliosi. Sono salse a base di salsa di soia, vino di riso e zucchero, più o meno dense e costituiscono una dei tre possibili condimenti del tempura, che viene gustata intinta con semplice sale marino, o con una mistura di polvere di te verde e sale, oppure, appunto, con queste salse di soia.
La più densa delle due serve per condire i tempura noodles. Vermicelloni spessi 5mm, serviti freddi gelati con questa salsa e con in cima la tempura. Potete vederli nella foto di mezzo in fondo al post, alla sua sinistra c’è un dettaglio delle radici di loto e alla sua destra invece si può vedere un piccolo parallelepipedo di verdura e pesce cotto in blocco, tagliato poi in due e servito in coppette piene di riso in bianco. Con quest’ultimo piatto ho nutrito Marta, ghiotta di tempura, usando –propriamente, ho imparato 20 anni fa leggendo il manuale delle Giovani marmotte, il mio karma era già delineato, avrei conosciuto molti orientali, non sapevo solamente come e dove, ora lo so :OD– le bacchette, come Sumi e Noriko.
Qui una foto della intera radice di loto, se per caso qualcuno fosse incuriosito.
Io sono eternamente grata ai miei amici giapponesi per la loro attenzione nello spiegarmi le loro tradizioni e i loro ingredienti. Ridono quando dico che io non cucinerò nei prossimi anni nulla di giapponese, ora sono nel quinquennio in cui guardo e imparo, prendo nota delle varietà di ingredienti che non ho mai visto.
Marta, ieri, giocava con le sue pentoline, si è fatta dare le bacchette e mi ha detto che preparava shabu-shabu.
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