Come i ragazzini ai primi permessi di uscita da soli ho strizzato ogni possibile goccia di libertà di questo fine settimana prendendo il primo treno del mattino e tornando tre giorni dopo con l'ultimo treno della sera.
L'alzarsi presto ha i suoi vantaggi, come trovare un posto in business class allo stesso prezzo della classe economica, per esempio. E poter sedere in un vagone dove non si può parlare, nemmeno sottovoce, perfetto per schiacciare un pisolino o, come lo chiamano qui in USA, un power nap.
Da sette anni vivo lontana da casa, ma praticamente viaggio poco. Ogni volta che cambio posto in cui vivo inizio ad esplorare. Procedo a cerchi concentrici, ho una cartina della città piantata sul muro della casa in cui dormo. Cerco cose quotidiane, come l'edicola e il panettiere.
Ma qui è diverso, ci sono tre giorni e una città enorme da addentare a grandi morsi. Paola viaggia molto più di me e mi lascio guidare da lei.
Mentre guadagnamo in pochi passi Park Avenue guardo per aria e vedo la cosa che alla fine mi ha colpito di più di New York. Le cisterne dell'acqua sui tetti dei grattacieli.
Sono piccole strutture, fragili rispetto alla massa di cemento a cui sono appoggiate. Mi sembra che una ventata le possa portare via. E ce ne sono tante, sono così piccole che l'acqua che possono contenere potrebbe bastare sì e no per un bagno di bellezza in una Jacuzzi (come dicono qui sgiacussi).
Dall'inizio della Settima strada si vedono già le luci di Times Square, come dei pesciolini non possiamo non andare a vedere lo scintillio e devo dire che è incredibile quanto una manciata di luci e grafiche pubblicitarie possa sortire un grande effetto.
Siamo al terzo giorno di Hanukkah e ovunque si vedono le menorah con le candele accese, anche nella Public Library.
E' impossibile fotografare l'interno della Gran Central Station, ha un'illuminazione drammaticamente bassa. Finalmente vedo dal vivo il MoMa e il Guggenheim Mueum.
Tento di dare forma ai miei quattro riferimenti letterari e cinematografici legati a New York camminando senza sosta tra i quartieri di Manhattan, prendendo metro e bus. Fortunatamente il tempo è clemente.
Il quartiere finanziario è imponente, io credevo che New York fosse tutta così, almeno tutta Manhattan.
Al fondo di Wall Street si vede Brooklyn. La sponda del fiume Hudson non rende giustizia al ponte più famoso del mondo.
Lungo la strada che porta al Ground Zero ho sentito un papà raccontare cosa era capitato ai suoi bambini e perchè stavano andando lì.
Tra Sacks e la pista di pattinaggio del Rockfeller Center si concentrano masse di visitatori. Decine di pesci fanno fatica a nuotare nelle piccole vasche d'acqua nei negozi di alimentari in Chinatown.
Little Italy sembra il Paese dei Balocchi, con le collane di salame e i prosciutti appesi dietro ogni vetrina.
Una gara di eleganza per le case e le decorazioni nel Greenwich Village.
Nella valanga di negozi che ho intravvisto camminando mi sono piaciuti gli atelier di sartoria in Soho, un negozio di profumi minimalista, sempre in Soho.
Due stampe di Enzo Mari mi hanno trascinato dentro KidO, dove ho trovato molti libri della casa editrice Corraini. Sulla Terza strada Paola ha comperato una bellissima sporta delle spesa di marimekko.
Non ho visto la Statua della Libertà, il fiocco di neve fatto in cristallo per l'Unicef, la cima dell'Empire State Building, il negozio di cucina per ristoranti in Bowery recensito da Mark Bittman nel New York Times e una serie innumerevole di altre cose.
Tornerò presto.
*termine usato da Marta per definire ogni tessuto maculato modello leopardo.