Inspirare. Espirare.

New Delhi, Bikaner house, 8.40.

Entro nella biglietteria della stazione dei bus. Stanza piccolina, tre-quattro viaggiatori, due sportelli a un metro scarso l’uno dall’altro senza pareti divisorie, uno con l’insegna Current booking, l’altro con Reservations. L’impiegato di Current booking è occupato, per cui vado dal collega.

- Per favore vorrei un biglietto per Jaipur.
- Per che ora?
- Il prima possibile. C’è posto sul bus delle 9?
- Per quello delle 9 deve andare da Current booking.

Mi sposto di un metro sulla destra.

- Per favore vorrei un biglietto per il bus delle 9.
- E’ tutto pieno.
- Allora per uno dopo.
- Per quelli dopo deve andare da Reservations.

Mi risposto di quel metro, questa volta a sinistra.

- Vorrei un biglietto per uno dei prossimi bus. Vedo che i bus delle 9.30 e delle 10 hanno nomi diversi. Che differenza c’è?
- Quello delle 9.30 costa tot, quello delle 10 tot + qualcosa, ma è un po’ più confortevole.
- Allora prendo un biglietto per quello delle 10.
- Forse c’è ancora posto su quello delle 9.
- Veramente il suo collega mi ha appena detto che è tutto pieno.
- Aspetti 5 minuti e magari si libera un posto.

Mi siedo, aspetto, l’impiegato di Current booking finisce le sue faccende, mi fa cenno con la testa e mi avvicino al banco.

- Allora le faccio un biglietto sul bus delle 9?
- Sì, grazie.

Pago, esco, salgo sul bus e partiamo con almeno 5-6 sedili vuoti.

Montag a Singapore /1

Beijng meets Zurich meets Miami.
Questa, in estrema sintesi, l’impressione (molto di pelle) di Singapore, città gradevole, che capisco possa attrarre alcuni, ma che non mi ha detto granché.
Certo fa piacere passeggiare in maniche corte a Dicembre (per quanto l’umidità possa essere opprimente), certo tutto è lindo e funzionante, certo c’è quell’andirivieni che ti fa pensare a un posto vivo (soprattutto se arrivi da Trento).
Rimane però l’impressione di essere un posto senza una sua impronta: se ti bendassero, ti trasportassero a Singapore e ti chiedessero dove sei scegliendo tra cento altri posti del mondo, sapresti rispondere?

Le cineserie di Montag

Ultime ore di due settimane in Cina (la prima a gironzolare, la seconda a lavorare), tempo per qualche riga a caldo sull’esperienza.

Capirsi.
Il denominatore comune delle mie esperienze cinesi e’ stata la difficoltá a comunicare. Tocca partire dall’ipotesi che qualunque persona incontrerete avrá un inglese che varia dal molto scarso all’inesistente, per cui tutte le interazioni saranno piú lunghe e complesse del solito. Le eccezioni sono pochissime. Il corso a cui ho insegnato prevedeva la traduzione simultanea e capirsi innanzitutto con i traduttori, che di mestiere erano medici o fisici dell’Accademia Cinese delle Scienze Mediche, e’ stato tutt’altro che banale. In due settimane di Cina ho incontrato forse una persona con la quale era pensabile avere una conversazione degna di questo nome. Attrezzarci noi per spiccicare qualche parola di cinese? In tutta sinceritá, non ho programmi del genere per questa vita.

In Cina da turista.
Girare in Cina al di fuori di un viaggio organizzato non e’ complicato, ma richiede pazienza e capacitá di adattamento. Ho fatto un breve giro superclassico (Beijing, Pingyao, Xi’an e ‘l’esercito di terracotta’) senza aver prenotato prima e non ho avuto grossi problemi. Ho usato tutti i mezzi di trasporti possibili tranne l’aereo e l’impressione generale e’ positiva, anche se le differenze in comoditá e velocitá possono essere abissali e a volte comprensibili solo a posteriori. Per esempio, acquistare un biglietto del treno puo’ essere un’esperienza in se’ e si puo’ finire sul localaccio lento e sovraffollato cosi’ come su un treno veloce, puntuale e pulitissimo.
Se vi muovete da soli, nella maggior parte dei casi sarete l’unico non cinese in qualsiasi situazione, anche in una sala d’aspetto con 5-600 persone (le sale d’aspetto ferroviarie sono un’esperienza nell’esperienza). La situazione cambierá di poco nei luoghi piú turistici, dove comunque rimarrete piccola minoranza rispetto ai visitatori cinesi. (Il turismo interno c’e’ eccome e mi pare una delle tante indicazioni dell’esistenza di una classe media di non piccole dimensioni).

Ci sono alcune destinazioni classiche da non mancare (p.es. la Cittá Proibita e’ uno spettacolo, cosi’ come l’esercito di terracotta) ma allo stesso tempo la Cina di oggi sembra chiaramente un’altra cosa, per cui si ha l’impressione di capirne un filo di piú gironzolando nel parco del ‘Tempio del Paradiso’ un sabato mattina e osservando come gente di tutte le etá occupa gli spazi pubblici (cantando, giocando, facendo ginnastica, ballando) piuttosto che entrando nel tempio stesso, o perdendosi nel quartiere musulmano di Xi’an piuttosto che visitando le vecchie case padronali di Pingyao.

La prossemica e il galateo cinesi sono diversi dai nostri e in generale piú spicci. In qualsiasi ambiente pubblico il livello di rumore e’ alto (le suonerie dei telefonini sono molto fantasiose e qualsiasi suono provenga da una cassa e’ distorto perche’ il volume e’ al massimo). In strada e’ normale scaracchiare/sputare per terra, qualsiasi situazione di affollamento e’ amplificata dall’abitudine ad ammassarsi, spingere, farsi spazio a forza anche quando non sembra essercene assoluta urgenza, per cui tocca lasciar perdere le maniere da principini e difendere il proprio spazio vitale. Il traffico e’ caotico, il clacson serve a dire senza rancore ‘Ti ho visto ma non freno, togliti’, attraversare la strada e’ un’avventura.

Il controllo dello Stato c’e’ e sará capillare, ma dall’esterno non lo si percepisce se non in luoghi come piazza Tienanmen, presidiata militarmente; altrove l’impressione superficiale e’ quella di un popolo attivo e casinista che non si fa problemi a litigare con il vigile che non lo lascia passare nonostante sia rosso, ad aprire negozietti in ogni dove o a trasformare un parco pubblico in una discoteca a cielo aperto.

Il cibo e’ molto vario e buono ma anche qui lo spirito d’adattamento e’ d’obbligo. L’idea di igiene minima e’ diversa dalla nostra, spesso ti troverai a mangiare cose che non sai esattamente cosa siano e l’idea che in Asia si mangi di tutto non e’ poi cosi’ un luogo comune. Tanto per dire, in un giro al mercato ho visto spiedini di: cuori di pollo, scorpioni trafitti vivi, ragni grandi come mezza mano, cavallucci marini, millepiedi, pelle di serpente, uccellini interi testa compresa. L’anatra laccata vale la pena, occhio che anche qui si mangia quasi tutto, pelle delle zampe compresa.

In Cina a lavorare.
Ho fatto lezione in un corso di circa 250 persone, quasi tutte cinesi. Difficoltá linguistiche a parte, l’impressione e’ stata di una voglia enorme di imparare di gente che lavora moltissimo e, contrariamente a quanto avevo sentito, di un rapporto paritario con gli ‘esperti in materia’, siano essi occidentali o cinesi.
La radioterapia cinese ha un livello molto diseguale a seconda dei centri, ma l’Accademia delle Scienze Mediche di Pechino ha un’attivitá simile a quella di molti centri di eccellenza europei, per quanto locali e attrezzature nuovissime convivano a pochi passi da stanze che sembrano rimaste ferme a 40 anni fa.
Al momento in Cina vengono trattati solo un terzo dei pazienti per i quali ci sarebbe un’indicazione (e le tecniche piú avanzate tocca pagarsele di tasca propria, cosa che non mi aspettavo), ma il mercato cinese ha giá oggi una dimensione enorme che fa molto gola alle ditte produttrici.
Secondo una mia stima a naso, tempo 10 anni e la diffusione sul territorio delle tecniche piú avanzate sará confrontabile a quella attuale in Italia. Sarebbe interessante poter tornare tra 4-5 anni e vedere com’e’ cambiata la situazione.

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