The big short – Michael Lewis

C’è chi tende a spiegare eventi clamorosi e improbabili come il risultato di un complotto dei potenti di turno e chi invece pensa che la noncuranza eletta a sistema spieghi molte più cose di quanto non potrebbe sembrare.
Quali che siano le vostre preferenze al riguardo, concorderete su quanto possa essere micidiale la combinazione dei due fattori.
The Big Short, ricostruzione del crash economico-finanziario del 2007-2008 legato ai mutui subprime, è soprattutto il racconto della combinazione di avidità, noncuranza, ottusità e malafede che ha portato al disastro. Ce n’è un po’ per tutti: banchieri, gestori di fondi di investimento e agenzie di rating, che qui fan la figura (insieme ai piccoli investitori) degli sfigati di cui tutti si prendono gioco.

Il filo conduttore della storia sono le vicende di tre investitori che hanno capito prima d’altri cosa sarebbe capitato, hanno scommesso per tempo contro i bond basati su mutui (da cui il big short), si son fatti odiare dai loro clienti quando tutti andavano long sui subprime, ma al momento giusto hanno portato a casa valanghe di soldi.

Oltre alla scrittura avvincente, Lewis ha il pregio di non esagerare nella ricerca di buoni e cattivi, che pur ci sono, e di evitare tanto il populismo quanto il cinismo nel descrivere un mondo che pare discretamente folle per come manipola somme di denaro fino a sei-sette ordini di grandezza superiori a quelli di una persona normale.

A noi outsider, oltre alla curiosità di sapere quale sia adesso la bolla in fase di espansione, pare rimanere solo l’opzione di stare lontani da giochi che non capiamo e dei quali probabilmente verremo a sapere quando si cercherà qualcuno che paghi il conto della festa appena finita.

Increasingly unnerved

Da un’intervista di Terry Gross a Jon Stewart:

GROSS: Did doing the show make you more political than you ever expected to be – more politically aware, more politically engaged?

Mr. STEWART: I think it made me less political and more emotional. The closer you spend time with the political and the media process, the less political you become, and the more viscerally upset you become at corruption. So it’s – I don’t consider it political because political – I always sort of denote as a partisan endeavor.
But we have – I have become increasingly unnerved by just the depth of corruption that exists at many different levels. I’m less upset about politicians than the media. I feel like politicians, there is a certain, inherent – you know, the way I always explain it is, when you go to the zoo and a monkey throws its feces, it’s a monkey.

(Soundbite of laughter)

Mr. STEWART: But, when the zookeeper is standing right there, and he doesn’t say bad monkey…

(Soundbite of laughter)

Mr. STEWART: Somebody’s got to be the zookeeper. And that’s – so I tend to feel much more strongly about the abdication of responsibility by the media than by political advocates.

Making sense of a big mess

Negli ultimi mesi ho speso più di una serata seguendo a spizzichi e bocconi la discussione sul sistema sanitario statunitense.
Perchè? Perchè, visto che vivo in Italia e non mi occupo per mestiere di politiche sanitarie, sto dietro a queste faccende?
Le ragioni sono almeno tre:
1. Gli Stati Uniti stanno cercando di affrontare un problema, i.e. come garantire una sanità decente senza andare in bancarotta, che accomuna tutti i paesi ricchi. Tutti. Conoscere le scelte altrui tornerà utile quando in Italia decideremo di togliere la testa dalla sabbia e (ri)discuteremo di sanità.
2. La quantità e qualità di materiale prodotto negli USA per alimentare la discussione pubblica, in questo caso sui problemi della riforma sanitaria, è ragguardevole. Sto parlando di contenuti accessibili forse non a tutti ma comunque a una schiera molto più ampia di quella degli addetti ai lavori. En passant, mi chiedo cosa si leggerebbe sui media italiani in occasione di discussioni analoghe.
3. Passata (da tempo) la fase in cui su molte cose adottavo un punto di vista riassumibile in “teoria=il giusto il bello il buono, pratica=quella roba brutta che non vuole adattarsi alla teoria”, ora trovo molto più interessante vedere come le due cose interagiscano, nel bene e nel male. La pianificazione e poi la concretizzazione su larga scala della sanità fornisce esempi a iosa da questo punto di vista.

Pipponi a parte, forse vi interessa sapere che This American life ha dedicato due puntate recenti ai problemi della sanità made in USA:
- la prima tocca/sfiora molti argomenti (screening, incentivi economici dei medici, rapporto medico-paziente, evidence based medicine, la medicina come un prodotto pari a mille altri) ed è una buona introduzione ai problemi della sanità tipici di un Paese in cui il problema principale della popolazione non è mettere insieme il pranzo con la cena.
- la seconda è un bel viaggio nel mondo tragicomico delle assicurazioni sanitarie (non solo per esseri umani, ma anche per animali domestici), nel quale tra l’altro si suggerisce che uno dei meccanismi proposti nella riforma, i.e. favorire la concorrenza in campo assicurativo, non e’ ovvio che funzioni, perchè in questo momento, secondo alcuni, il primo oligopolio da combattere sarebbe quello degli ospedali.

Corn, corn, corn, corn, (corn-based) eggs and corn.

A leggere un articolo pubblicato di recente su PNAS, per descrivere la dieta da fast food americano basta prendere questo sketch dei Monty Python e sostituire ‘spam’ con ‘corn’ (granoturco).
Due ricercatori hanno analizzato il classico menu di tre grandi catene USA (McDonald’s, Wendy’s e Burger King), utilizzando una tecnica che, a partire dalla misura di un isotopo del Carbonio contenuto nella carne, permette di stimare quanto la dieta di vitelli e polli fosse ricca di granoturco.
Risultato: tutta la carne bovina e piú del 90% della carne di pollo arriva da animali che nella loro vita non hanno mai mangiato altro che granturco. Se si aggiunge che il grasso delle patatine di Wendy’s proviene dalla frittura in olio di granturco e che le sodas che solitamente accompagnano questi pasti (Coca Cola, Fanta, Sprite, etc.) hanno un altissimo contenuto zuccherino, di solito ottenuto aggiungendo (indovina un po’?) corn syrup, il quadro e’ evidente: il tuo pranzo sembra composto da alimenti diversi, ma in realtá stai mangiando la stessa cosa sotto forme diverse.
Anche se la notizia non e’ del tutto sorprendente, e’ importante che qualcuno si sia messo a misurare i cibi in vendita alle catene di fast food e abbia verificato quello che molti pensavano.

Per chi volesse saperne di piú, una descrizione approfondita del complesso agro-alimentare basato sul granoturco costituisce la parte iniziale, oltre che la piú interessante, di The Omnivore’s Dilemma di Michael Pollan (ora anche tradotto in italiano).

Pollan (qui in una presentazione a Google, qui in un’intervista per TimesTalks) spiega in dettaglio come i sussidi sul granoturco, nati dall’esigenza di aiutare gli agricoltori in un momento di difficoltá, siano diventati la prima ragione per cui negli USA e’ nato un intero complesso industriale che sfrutta il piú possibile questa materia prima sempre piú sovrabbondante ed economica per immettere sul mercato burger e Cola a prezzi stracciati. E’ junk food, ovvio, ma e’ food, con un rapporto di calorie per dollaro imbattibile.
Imbattibile perche’ falso, visto che il cibo prodotto con queste modalitá e con questa bassa qualitá finale e’ associato a costi apparentemente invisibili ma molto reali, dall’inquinamento causato dall’uso intensivo di fertilizzanti ai soldi necessari per curare le malattie causate da diete ipercaloriche.

Il problema vero e’ come proporre una via d’uscita da questa dinamica storta senza cadere nell’atteggiamento radical chic di Pollan, che si innamora di soluzioni bucoliche, attraenti ma poco realistiche, e va giú con la mannaia su business come Whole Foods, giá inaccessibili alla clientela con minori possibilitá economiche.

Dire ‘E’ tutta questione di cultura‘ o ‘Basta solo imparare a mangiare meno e meglio’ e’ in parte vero, ma e’ anche miope e/o snob: McDonald’s ha successo non solo perche’ l’organismo umano si e’ evoluto in condizioni di carenza di cibo e ha sviluppato quindi una sorta di radar per i cibi piú ricchi di grassi e zuccheri, ma anche perche’ con i soldi di un McQualcosa vai da Whole Foods e ti compri due carotine.
Sono belle, organic, cresciute con amore, le ha raccolte una contadina in una notte di luna piena al suono di canti dei nativi americani; tutto quel che vuoi, ma rimangono due carotine.