Ritorno alle origini

Con un solo anno di ritardo rispetto a quanto mi ero proposto, la settimana scorsa ci sono andato davvero al rifugio Bozano.

Il posto è sempre bello e il Corno Stella rimane una montagna meno apprezzata di quel che merita. Poco male, vuol dire che non c’è folla.

Il nuovo rifugio è  accogliente e il gestore mi è sembrato persona cortese e attenta ai suoi ospiti.

Insomma, vale la pena farci un giro.

Facce e appigli di una vita fa.

Nel tendone del Film Festival di Trento mi imbatto in una guida alle arrampicate sul Corno Stella, la sfoglio e BAM! in un attimo faccio un bel viaggio all’indietro.

Agli inizi degli anni ’90 ho gestito per due stagioni il Bozano, un piccolo rifugio per arrampicatori sotto la parete Sud Ovest del Corno. Siccome ero in cerca di un lavoro estivo migliore del raccogliere frutta e mi piaceva andare in montagna, accettai al volo l’offerta di un amico di lavorarci insieme. Dopo il Pagarì, il Bozano era il meno remunerativo (e quindi il meno ambito) tra i rifugi del CAI di Genova nelle Alpi Marittime, per cui accaparrarselo non fu un grande problema.

Gestire un rifugio, soprattutto se scalcagnato come era il Bozano 23 anni fa, è meno poetico di quel che sembra. La vita quotidiana è scomoda, le condizioni igieniche sono perlomeno migliorabili, portar su per il sentiero quel che non sei riuscito a caricare sull’elicottero è faticoso, e così via. Ho però un ottimo ricordo delle due estati passate a spellarmi le mani sulla roccia nei giorni feriali, quando di clienti nemmeno l’ombra, e a cercare di star dietro a tutti nei fine settimana affollati.

Quel rifugetto in una zona scomoda e poco nota dell’arco alpino era anche il punto di ritrovo di una piccola tribù di clienti abituali e affezionati che per gran parte dell’anno facevano ognuno la sua vita e si rivedevano al più 3-4 volte in estate. In molti casi c’era solo la passione per l’arrampicata a unirli, ma non è poco.

C’erano battitori liberi come Enrico Manna, amico e fortissimo arrampicatore che nell’estate del 1990 aveva deciso di darsi alle solitarie in montagna e, invece di andar per gradi come tutti, si attaccò subito alle vie più dure del Corno, alcune delle quali ancora in attesa di prima ripetizione. Gli andò bene, sia nel senso che riuscì a scalare quelle vie molto temute, sia nel senso che portò a casa la pellaccia. (L’estate successiva la passione/ossessione era già un’altra, non ricordo se il parapendio o le immersioni subacquee).

Oppure c’erano persone come Alessandro Grillo, uno dei padri dell’arrampicata nel Finalese e grande amico di Patrick Berhault (altro bel nome che ha lasciato il suo segno sul Corno), che seppur non più un bambino aveva ancora voglia di salire al rifugio per una settimana in compagnia della famiglia, di un amico e dello lo zaino pesante per aprire una bella via nuova sulla placca, poi battezzata ‘Schwarz e il negher‘.

Passate queste due stagioni per molti versi speciali, le cose, come si suol dire, mi hanno portato altrove e ho chiuso quella parentesi in modo abbastanza improvviso. Nessun motivo particolare, nessuna volontà di chiudere in modo netto, però è capitato così. Solo oggi mi son reso conto fino in fondo che non metto piede da quelle parti da quasi vent’anni. E’ un peccato, perché soprattuto in un tardo pomeriggio d’estate è un gran bel posto, anche per chi non arrampica.

Quest’estate mi sa che ci faccio un giro e chissà non ci trovi qualche faccia nota.

Sentiero Don Martino Delugan

(Escursione in Lagorai tanto bella quanto lunga, riservata ad escursionisti esperti e allenati.)

La volta scorsa, arrivato poco sotto Cima Stellune, ho notato l’inizio di un sentiero (il 321, intitolato a Don Martino Delugan) all’apparenza interessate. Tornato a casa, mi son messo davanti alla cartina e sì, il percorso a fil di cresta era invitante, ma anche parecchio lungo, di accesso non immediato e senza punti di appoggio intermedi. Insomma, una camminata teoricamente da due giorni senza però un posto per dormire, a meno di non portarsi la tenda (e trovare un posto in cui piantarla).

Decido così di sfruttare una domenica da single a Trento per un tentativo. Non sono certo di farcela, per cui fisso due-tre punti di riferimento lungo il percorso in cui decidere se continuare o tornare indietro. Sveglia a un’ora per me inusuale, ancor più nel fine settimana, smacchinata di quasi due ore tra Valsugana e Primiero, alle 8 del mattino muovo i primi passi dal rifugio Refavaie, dove finisce la strada asfaltata.

Grazie alla carta (portatevene dietro una buona o non partite nemmeno, io avevo la Tabacco) trovo una variante al sentiero 320, essenziale per non cominciare fin dal primo mattino a fare molta più strada del necessario. Il sentiero percorre un bosco che non trovo niente di che (ma io i boschi fatico ad apprezzarli, a meno che non siano molto belli) e sbuca sulla forestale lasciata mezz’oretta prima. Da lì non si può sbagliare: strada larga ed agevole, deviazione a sinistra su un sentiero che sale nel bosco, arriva a un bel piano erboso e da lì con qualche tornante si è al passo. Aria fresca, cielo limpido e non son nemmeno le 10. Il passo, oltre a essere una meta piacevole e accessibile a tutti, è anche il primo posto in cui guardare l’orologio: se ci mettete più di 2h15-2h20 o arrivate stanchi, non siete ben messi. Qui, con un cartello scoraggiante che indica la Forcella Lagorai a 4h30 e la Forcella di Moena a 6h30, comincia il sentiero 321. Mi incammino e in pochi minuti cambia lo scenario: il sentiero diventa traccia e invece di muoversi in un vallone si è a mezza costa su un pendio non pericoloso ma ben esposto. Seguendo con attenzione i segni a volte poco evidenti si percorre un ampio vallone pietroso che porta verso il Passo Litegosa, con una bella vista su Cima D’Asta. Poco prima del passo, una breve deviazione porta all’unico riparo possibile di tutta l’escursione, il bivacco Teatin, non segnato sulla Tabacco. E’ un ricovero spartano e abbastanza triste, ma son sicuro che in caso di emergenza lo vedrei con occhi diversi.

Da Passo Litegosa, sempre tenendosi o sulla cresta o molto vicini, si punta alla Cima di Litegosa, che per fortuna ha una croce evidente, altrimenti ci si perderebbe nella pietraia sottostante, un po’ per i segni scarsi e scoloriti, un po’ perché qua e là si è tentati di puntare a muretti a secco o varchi costruiti durante la Grande Guerra certo non per indicare il percorso. La punta è la cima Coppi dell’escursione; vi siete fatti 1400 m di dislivello, tempo di riposarsi, godersi il panorama a tutto tondo e guardare di nuovo l’orologio. Prima di partire pensavo che il posto più importante in cui decidere se tornare o proseguire fosse la forcella Lagorai. Con il senno di poi penso che la decisione vada invece presa qui. Dopo Cima Litegosa vi aspettano almeno due ore in mezzo alle pietraie (vedi p.es. la foto qui sotto), senza fonti d’acqua, con alcuni passaggi esposti e altri in cui è possibile perdere o sbagliare la traccia. Non lo dico per spaventare, è un tratto molto bello, panoramico e selvaggio, ma se siete alla frutta lascerei perdere.

Il tratto verso Forcella Lagorai è un viaggio nel viaggio che, se l’ambiente severo non vi intimidisce, è godibile e fila via senza grande impegno fisico, ché salite degne di questo nome ormai non ce ne sono più. In qualche passaggio vi verrà il dubbio se siete sulla strada giusta: come regola generale, il sentiero si tiene in quota, vicino o molto vicino alla cresta, e ogni 10-15 minuti un segno con su scritto ’321′ lo si trova.

Arrivato alla Forcella Lagorai verso le 13.15 e non conoscendo l’ultimo tratto verso Forcella di Val Moena, mi son chiesto se non fosse il caso di scendere verso Malga Val Ziotto. Un sorso d’acqua, le gambe ancora fresche e il tempo stabile mi hanno suggerito di continuare. Con il senno di poi, ho fatto benissimo. Alla Forcella Lagorai le difficoltà tecniche sono finite e l’ultimo tratto è un godibilissimo traverso a mezza costa di un’oretta in cui le pietre cominciano a lasciar spazio a qualche prato.

Dalla Forcella di Val Moena in un momento si è alla Forcella di Val Sorda et voilà, il grosso della traversata è finito. Ora comincia una discesa lunga e facile. Dopo circa mezz’ora si incontra la prima sorgente d’acqua della giornata (ci voleva), i pascoli pian piano si sostituiscono all’erbetta corta delle quote più alte e il tratto tra Passo Val Cion e Malga Val Cion è per me il più bello, tra prati verdissimi, il limite superiore dei boschi che si avvicina e la cerchia dei monti intorno.

Alla Malga Val Cion comincia una strada carrozzabile e finisce la parte interessante dell’escursione. L’auto è ancora distante circa due ore, ma basta farsi portare senza fretta dai tornanti che scendono nel bosco, poi costeggiando il fiume Vanoi eccovi al punto di partenza.

Alle 17.45 sono al rifugio, Radler in una mano e panozzo nell’altra. In totale quasi 10 ore di scarpinata con 2-3 soste brevi. Pensavo fosse ancora più lunga e tignosa, ma rimango dell’idea che sia un percorso sui cui è meglio viaggiare agili e non metterci molto più di quanto ho impiegato io, così da godersela senza l’ansia che un imprevisto qualsiasi ti costringa a tornare con il buio.

Passo Manghen – Cima delle Stellune

Bella escursione in Lagorai di dislivello modesto ma sviluppo notevole che si muove perlopiù in mezza costa poco sopra la fine dei boschi. Prati, costoni e pietraie si succedono in uno scenario che cambia più volte ma rimane il tipico del Lagorai, i.e. molto più da Alpi occidentali che da Dolomiti. I sentieri sono ben segnati e in più punti si può decidere se rimanere sullo stesso versante o passare dall’altra e cambiare panorami. Luogo solitario, nonostante la giornata festiva.

Alla forcella Stellune, meta iniziale dell’escursione, mi lascio prendere dal ‘Chissà cosa c’è di là’ e raggiungo prima la forcella Moena (bella vista sulla verdissima valle sottostante) poi la cima dello Stellune, che è solo un cumulo di massi rotti ma offre una bella vista (e uno dei libri di vetta più scrausi che abbia mai visto). Lo strappo dalla forcella alla cima è l’unica parte della gita non accessibile a chiunque, avendo qualche passaggio esposto.

Pochi metri sotto la punta due camosci mi attraversano la strada, incontro raro nelle mie camminate per i monti trentini. Nei tratti di discesa dolce mi diverto a corricchiare fino a che le gambe son fresche e penso che forse il trail running non è del tutto insensato. Alla Forcella di Montalon scelgo una breve variante che tra larici e rododendri in fiore mi porta al rifugio poco sotto il passo.

Scendo in auto verso Molina di Fiemme su una bella strada che a ogni curva ti chiede ‘Perchè non sei in bici?’.  Le pendenze e il chilometraggio dell’anello Trento-Borgo Valsugana-Manghen-Molina-Trento sono al momento fuori dalla mia portata ma chissà che in futuro non ci scappi un giro da queste parti.