Di quella cosa che chiamiamo tigna.

Venerdì ho corso delle ‘ripetute’ dopo mesi che non ne facevo più. Le ripetute sono allenamenti in cui si alternano tratti a velocità sostenuta con periodi ad andatura più blanda. Siccome l’intento è allenare la (resistenza alla) velocità, si definiscono lunghezze e ritmi in modo che nei tratti lenti si recuperi solo parte dello sforzo e il corpo si abitui a correre a ritmi sostenuti anche in presenza di affaticamento. Come si può immaginare, la difficoltà delle ripetute sta prima nel programmare correttamente e poi nel non sgarrare, evitando sia di risparmiarsi nelle prime ripetizioni e fare lo splendido alla fine, sia di strafare all’inizio e schiattare alla distanza.

Il programma di martedì era di riavvicinarmi gradualmente a questo tipo di allenamento, ripetendo 4 volte un’accoppiata di 1200m al ritmo stimato di gara da 8-10Km e 400m di recupero al ritmo degli allenamenti di corsa lunga e lenta. Dopo il riscaldamento, ho corso il primo 1200 come previsto, poi il recupero, ho accelerato di nuovo e verso la metà del secondo 1200 ecco spuntare la tentazione: ’Sei sicuro di voler far questa fatica? Ne vale la pena?’

Un po’ perchè stavo sì faticando ma non ero con la lingua fuori e un po’ perchè conosco il mio pollo, ho tirato dritto, rivolgendo l’attenzione altrove (i piedi che spingono, le gambe che girano, il tratto di pista davanti a me) e rispondendomi mentalmente ‘E bravo il mio cuor di leone che si fa venire i dubbi adesso. PRIMA finisci quel che ti sei proposto di fare, DOPO ci ripensi e semmai decidi che non ne valeva la pena’.
Come era prevedibile, l’allenamento è proseguito bene fino alla fine, l’ultimo 1200 è stato il più veloce, non son morto di fatica e alla fine ero contento per aver corso secondo i programmi senza svarioni. Usando la terminologia di Trabucchi, psicologo dello sport e autore di ‘Perseverare è umano’, si può forse dire che venerdì ho allenato non solo gambe e fiato ma anche la resilienza, ovvero la capacità di continuare a perseguire un obiettivo nonostante le difficoltà.

Trabucchi, lavorando con sciatori di fondo, ultramaratoneti, alpinisti e corridori in montagna, ha visto la resilienza al lavoro in condizioni limite e in ‘Perseverare è umano’ presenta ai non addetti ai lavori i fattori che favoriscono (o ostacolano) lo sviluppo di questa caratteristica negli individui e nelle organizzazioni. A dirla tutta gli argomenti di Trabucchi non mi sembrano rivoluzionari, tuttavia ho trovato condivisibili sia l’enfasi sul ruolo delle motivazioni intrinseche, che rappresenterebbero la condizione necessaria per far crescere la resilienza, sia la critica al mito deterministico e deresponsabilizzante del talento come spiegazione del successo sportivo, sia l’osservazione per cui le organizzazioni, più che cercare chissà dove taumaturgici motivatori, dovrebbero prestare attenzione ai danni dei molti (involontari) demotivatori che ne ingrossano le fila.

Trabucchi purtroppo ignora un argomento riguardo al quale mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa, ovvero come si possa educare all’equilibrio tra resilienza e capacità di dire ’Basta’ .
Mi sembra che quanto più si lavora sulla capacità di non mollare tanto più occorre essere sicuri dell’esistenza di un freno che a un certo punto ti fermi, altrimenti stiamo giocando ai piccoli kamikaze.
E’ vero che (almeno nella nostra parte di mondo) siamo di fronte a evidente scarsità di resilienza, che va quindi promossa, ma è proprio impossibile pensare a un eccesso di questa caratteristica?
Rimanendo nello sport, la fatica può essere sopravvalutata e diventare alibi per non uscire dalla propria ‘comfort zone’, ma è anche un dato reale, un segnale del corpo impegnato in uno sforzo per il quale non è del tutto pronto. Come faccio a sapere che sto sentendo la fatica nel modo giusto, che non la sto amplificando ma nemmeno ignorando? Sono i meccanismi biologici così ben calibrati da rendere impossibile farsi troppo del male? Non ne sarei così sicuro. In ambito extrasportivo, poi, è facile immaginare la resilienza degenerare in ottusità e scarso senso della realtà.
So di porre queste domande da persona che in questo senso sbaglia sempre (e magari di molto) dalla parte della prudenza e del cosiddetto buon senso, ma la domanda mi pare reale.
Non dico che Trabucchi inviti al sacrificio a prescindere. Il libro non ha un tono fanatico e tra le altre cose racconta di due abbandoni  (un tentativo all’Everest e uno al McKinley) come di scelte giustamente prudenti e condivisibili, ma una discussione di se e come si possano allenare insieme la capacità di continuare e quella di fermarsi sarebbe stata la giusta chiusura dell’opera.

I privilegi di chi lavora nell’hi-tech

Ovvero, del come tra le ragioni per le ottime condizioni degli acquisti online ci sia anche la vitaccia di molti lavoratori, non solo in Cina ma anche negli Stati Uniti.

Ecco il reportage di una giornalista che qualche mese fa ha lavorato in un grande centro smistamento merce (probabilmente si trattava di un fulfillment center di Amazon). Il pezzo non è facile da digerire per chi, come me, è da anni cliente soddisfatto di Amazon, che presenta qui la sua posizione ufficiale sulle condizioni dei lavoratori.

Sentiero Don Martino Delugan

(Escursione in Lagorai tanto bella quanto lunga, riservata ad escursionisti esperti e allenati.)

La volta scorsa, arrivato poco sotto Cima Stellune, ho notato l’inizio di un sentiero (il 321, intitolato a Don Martino Delugan) all’apparenza interessate. Tornato a casa, mi son messo davanti alla cartina e sì, il percorso a fil di cresta era invitante, ma anche parecchio lungo, di accesso non immediato e senza punti di appoggio intermedi. Insomma, una camminata teoricamente da due giorni senza però un posto per dormire, a meno di non portarsi la tenda (e trovare un posto in cui piantarla).

Decido così di sfruttare una domenica da single a Trento per un tentativo. Non sono certo di farcela, per cui fisso due-tre punti di riferimento lungo il percorso in cui decidere se continuare o tornare indietro. Sveglia a un’ora per me inusuale, ancor più nel fine settimana, smacchinata di quasi due ore tra Valsugana e Primiero, alle 8 del mattino muovo i primi passi dal rifugio Refavaie, dove finisce la strada asfaltata.

Grazie alla carta (portatevene dietro una buona o non partite nemmeno, io avevo la Tabacco) trovo una variante al sentiero 320, essenziale per non cominciare fin dal primo mattino a fare molta più strada del necessario. Il sentiero percorre un bosco che non trovo niente di che (ma io i boschi fatico ad apprezzarli, a meno che non siano molto belli) e sbuca sulla forestale lasciata mezz’oretta prima. Da lì non si può sbagliare: strada larga ed agevole, deviazione a sinistra su un sentiero che sale nel bosco, arriva a un bel piano erboso e da lì con qualche tornante si è al passo. Aria fresca, cielo limpido e non son nemmeno le 10. Il passo, oltre a essere una meta piacevole e accessibile a tutti, è anche il primo posto in cui guardare l’orologio: se ci mettete più di 2h15-2h20 o arrivate stanchi, non siete ben messi. Qui, con un cartello scoraggiante che indica la Forcella Lagorai a 4h30 e la Forcella di Moena a 6h30, comincia il sentiero 321. Mi incammino e in pochi minuti cambia lo scenario: il sentiero diventa traccia e invece di muoversi in un vallone si è a mezza costa su un pendio non pericoloso ma ben esposto. Seguendo con attenzione i segni a volte poco evidenti si percorre un ampio vallone pietroso che porta verso il Passo Litegosa, con una bella vista su Cima D’Asta. Poco prima del passo, una breve deviazione porta all’unico riparo possibile di tutta l’escursione, il bivacco Teatin, non segnato sulla Tabacco. E’ un ricovero spartano e abbastanza triste, ma son sicuro che in caso di emergenza lo vedrei con occhi diversi.

Da Passo Litegosa, sempre tenendosi o sulla cresta o molto vicini, si punta alla Cima di Litegosa, che per fortuna ha una croce evidente, altrimenti ci si perderebbe nella pietraia sottostante, un po’ per i segni scarsi e scoloriti, un po’ perché qua e là si è tentati di puntare a muretti a secco o varchi costruiti durante la Grande Guerra certo non per indicare il percorso. La punta è la cima Coppi dell’escursione; vi siete fatti 1400 m di dislivello, tempo di riposarsi, godersi il panorama a tutto tondo e guardare di nuovo l’orologio. Prima di partire pensavo che il posto più importante in cui decidere se tornare o proseguire fosse la forcella Lagorai. Con il senno di poi penso che la decisione vada invece presa qui. Dopo Cima Litegosa vi aspettano almeno due ore in mezzo alle pietraie (vedi p.es. la foto qui sotto), senza fonti d’acqua, con alcuni passaggi esposti e altri in cui è possibile perdere o sbagliare la traccia. Non lo dico per spaventare, è un tratto molto bello, panoramico e selvaggio, ma se siete alla frutta lascerei perdere.

Il tratto verso Forcella Lagorai è un viaggio nel viaggio che, se l’ambiente severo non vi intimidisce, è godibile e fila via senza grande impegno fisico, ché salite degne di questo nome ormai non ce ne sono più. In qualche passaggio vi verrà il dubbio se siete sulla strada giusta: come regola generale, il sentiero si tiene in quota, vicino o molto vicino alla cresta, e ogni 10-15 minuti un segno con su scritto ’321′ lo si trova.

Arrivato alla Forcella Lagorai verso le 13.15 e non conoscendo l’ultimo tratto verso Forcella di Val Moena, mi son chiesto se non fosse il caso di scendere verso Malga Val Ziotto. Un sorso d’acqua, le gambe ancora fresche e il tempo stabile mi hanno suggerito di continuare. Con il senno di poi, ho fatto benissimo. Alla Forcella Lagorai le difficoltà tecniche sono finite e l’ultimo tratto è un godibilissimo traverso a mezza costa di un’oretta in cui le pietre cominciano a lasciar spazio a qualche prato.

Dalla Forcella di Val Moena in un momento si è alla Forcella di Val Sorda et voilà, il grosso della traversata è finito. Ora comincia una discesa lunga e facile. Dopo circa mezz’ora si incontra la prima sorgente d’acqua della giornata (ci voleva), i pascoli pian piano si sostituiscono all’erbetta corta delle quote più alte e il tratto tra Passo Val Cion e Malga Val Cion è per me il più bello, tra prati verdissimi, il limite superiore dei boschi che si avvicina e la cerchia dei monti intorno.

Alla Malga Val Cion comincia una strada carrozzabile e finisce la parte interessante dell’escursione. L’auto è ancora distante circa due ore, ma basta farsi portare senza fretta dai tornanti che scendono nel bosco, poi costeggiando il fiume Vanoi eccovi al punto di partenza.

Alle 17.45 sono al rifugio, Radler in una mano e panozzo nell’altra. In totale quasi 10 ore di scarpinata con 2-3 soste brevi. Pensavo fosse ancora più lunga e tignosa, ma rimango dell’idea che sia un percorso sui cui è meglio viaggiare agili e non metterci molto più di quanto ho impiegato io, così da godersela senza l’ansia che un imprevisto qualsiasi ti costringa a tornare con il buio.

Treatment planning in proton therapy

Today I’ll be lecturing at CNAO on treatment planning in proton therapy and I take this as an opportunity to start sharing here some material related to medical physics.

Last year I was invited to write a paper on proton treatment planning for a special issue of The European Physical Journal Plus.  Here is a version I can share. Layout aside, is nearly identical to the published paper. The approach is not too technical, so if you are interested in learning how a proton radiation therapy treatment is designed don’t be afraid and give it a try.

Passo Manghen – Cima delle Stellune

Bella escursione in Lagorai di dislivello modesto ma sviluppo notevole che si muove perlopiù in mezza costa poco sopra la fine dei boschi. Prati, costoni e pietraie si succedono in uno scenario che cambia più volte ma rimane il tipico del Lagorai, i.e. molto più da Alpi occidentali che da Dolomiti. I sentieri sono ben segnati e in più punti si può decidere se rimanere sullo stesso versante o passare dall’altra e cambiare panorami. Luogo solitario, nonostante la giornata festiva.

Alla forcella Stellune, meta iniziale dell’escursione, mi lascio prendere dal ‘Chissà cosa c’è di là’ e raggiungo prima la forcella Moena (bella vista sulla verdissima valle sottostante) poi la cima dello Stellune, che è solo un cumulo di massi rotti ma offre una bella vista (e uno dei libri di vetta più scrausi che abbia mai visto). Lo strappo dalla forcella alla cima è l’unica parte della gita non accessibile a chiunque, avendo qualche passaggio esposto.

Pochi metri sotto la punta due camosci mi attraversano la strada, incontro raro nelle mie camminate per i monti trentini. Nei tratti di discesa dolce mi diverto a corricchiare fino a che le gambe son fresche e penso che forse il trail running non è del tutto insensato. Alla Forcella di Montalon scelgo una breve variante che tra larici e rododendri in fiore mi porta al rifugio poco sotto il passo.

Scendo in auto verso Molina di Fiemme su una bella strada che a ogni curva ti chiede ‘Perchè non sei in bici?’.  Le pendenze e il chilometraggio dell’anello Trento-Borgo Valsugana-Manghen-Molina-Trento sono al momento fuori dalla mia portata ma chissà che in futuro non ci scappi un giro da queste parti.

Superstiti

Carletto chiede: quant’è che non aggiungete un feed nuovo al lettore RSS?

Il turbinio di siti da seguire di 6-7 anni fa é un ricordo lontano, ma non siamo nemmeno alla morte clinica. Ecco cinque aggiunte recenti al mio feed reader:

1. The rest is noise di Alex Ross (critico musicale del New Yorker e autore del libro omonimo). Si parla perlopiù di musica classica, argomento che ignoro ma di tanto in tanto annuso.

2. Download the universe, sito nato di recente in cui si recensiscono ebook di argomento scientifico.

3. Fascetta nera, ovvero l’umorismo involontario delle fascette promozionali dei libri.

4. Kinfolk magazine. Cosa facciano esattamente i tipo di Kinfolk non l’ho capito. Loro dicono “is our way of encouraging a natural approach to spending time with family and friends”. Perlopiù sono brevi post ben illustrati su posti e occasioni (in USA) per produrre e consumare cibo, meglio se in situazioni conviviali. Tutte le parole d’ordine che ti aspetti in questi casi: organic, sustainable, slow, etc.  Livello di fighetteria percepita medio alto ma in genere sopportabile.

5. Riding the wind, diario di un ultramaratoneta.


Nati per correre (perlomeno fino al prossimo infortunio).

Da una certa età in poi di solito sappiamo cosa ci piace e cosa ci riesce quasi bene. Io l’ho imparato almeno riguardo agli sport: le uniche attività in cui posso andare al di là del livello dello sportivo della domenica sono la corsa sulle lunghe distanze e l’arrampicata.
Forse è anche per questo che l’anno scorso ho ripreso a correre con regolarità: tre volte la settimana, all’inizio senza guardare l’orologio, poi progredendo fino a correre una mezza maratona con divertimento e in un tempo ragionevole rispetto alla quantità e qualità degli allenamenti.
Il 2011 è stato una sorta di rodaggio in cui mi son divertito e non son caduto nel circolo vizioso dell’allenamento allo scopo di non perdere l’allenamento (roba un po’ da malati, ma capita, oh se capita). Con il cronometro ho sviluppato un rapporto come la volpe e l’uva della fiaba (i.e. se vedo numeri che non mi piacciono non ci faccio troppo caso) e vorrei evitare l’ansia di guadagnare quella manciata di secondi, come se poi facesse chissà quale differenza.

In effetti le corse più divertenti escono fuori quando lascio che gambe, fiato e testa si mettano d’accordo, e pazienza se ogni tanto la cretinata scappa comunque (l’ultima è stata provare a correre un 10000 a un ritmo che la parte sensata di me sapeva essere troppo veloce, e dover lasciar passare 7500m prima di arrendermi all’evidenza.)

Qualche settimana fa la lettura di Born to run mi ha fatto chiedere se non sarebbe bello variare il gioco.
E’ una storia del giornalista americano Christopher McDougall che combina ultrarunning (follie tipo l‘ultramaratona del Monte Bianco), la tribù messicana dei Tarahumara e la teoria/passione/moda della corsa a piedi nudi.
I temi sono ad alto rischio di stereotipo: ci sarebbe posto per il mito del selvaggio (per cui i Tarahumara rappresenterebbero la purezza primigenia messa a rischio dall’uomo occidentale), un po’ di teoria della cospirazione (per cui le ditte di scarpe da corsa ci avrebbero convinto con l’inganno a comprare scarpe ‘protettive’ senza che ci sia la minima prova non solo della loro utilità, ma anche del fatto che non siano dannose) e tanto per non farsi mancar nulla anche un pizzico di ‘naturale=bello e giusto’ (per cui l’ipotesi che la capacità di correre lunghe distanze abbia rappresentato un vantaggio evolutivo della specie umana potrebbe tradursi in un’affermazione sulla necessità di correre tutti a piedi nudi qui e ora).
In realtà, McDougall si destreggia bene tra le insidie e, pur manifestando le sue preferenze, non scade nel fazioso.

In che modo Born to run può rendere più interessante il gioco della corsa?

Innanzitutto suggerendo che la corsa lunga (e lenta) sia un’attività che può dare soddisfazione anche ai non giovanissimi. Per quanto non sia il mio caso, sono sempre stato molto scettico sulla sensatezza di mettersi a correre a 40-50 anni, in particolare se non si è già in forma, ma comincio a conoscere più di un corridore che ha cominciato in età molto adulta.

I racconti di gare lunghissime per le montagne dell’Ovest statunitense e del Messico stuzzica la voglia non tanto di arrivare a quei chilometraggi, che continuo a ritenere insensati, ma di provare con più convinzione la corsa su terreni più vari (prati, boschi, montagne). Di solito non prendo in considerazione percorsi non asfaltati perchè della corsa mi piace anche il gesto in sè e sulla strada piatta con fondo regolare si arriva a una bella fluidità di movimenti, difficile da ottenere in altre situazioni. In più, la salita anche dolce rende molto difficile trovare un ritmo di corsa prolungata a basso ritmo (quella, per intenderci, in cui puoi parlare mentre corri).
D’altra parte, è vero che a correre sempre su strada, e perlopiù sulle stesse strade, c’è il rischio di sentirsi criceti su una ruota solo un po’ più grande del solito. L’ideale sarebbe avere una prateria dietro l’angolo, ma non è il mio caso, per cui cercherò di scovare percorsi di ‘trail running‘ (così lo chiamano gli anglofoni) con un ragionevole compromesso tra il trovarsi in mezzo al verde e continuare a muoversi in un modo che possa definirsi corsa. Giusto oggi, grazie ad Andrea Beggi sono venuto a sapere di percorsi sull’Alpe di Siusi che val la pena provare.

Da ultimo, c’è la curiosità per la la corsa ‘minimal‘, i.e. un correre il più possibile fedele all’anatomia e alla biomeccanica degli esseri umani, fino al limite di non usare le scarpe. Su questo ho la fortuna di essere ben avviato, in parte perchè molto leggero (e quindi non bisognoso di grandi ammortizzazioni), in parte perchè l’esercizio e l’uso delle scarpette chiodate in gioventù mi hanno insegnato a correre sugli avampiedi, evitando l’atterraggio sul tallone. Da lì alla corsa a piedi nudi o con diavolerie tipo five fingers ne passa parecchio, ma intanto la strada è quella.

Stato borbonico

Oggi ho compilato una richiesta di rimborso in cui si esigeva una marca da bollo da 1.81 euro nel caso in cui l’ammontare del rimborso fosse superiore a 77.47 euro. Mai vista roba del genere.

Ulteriore tocco d’assurdo: l’importo della richiesta era di poco superiore al limite, per cui, tenendo conto del costo della marca da bollo, alla fine incasserò una somma inferiore alla soglia per il pagamento della marca stessa.