Steven Johnson, che dopo 'The ghost map' infila un'altra storia interessante e ben scritta, prova a scrivere un libro su due piani, uno riguardo alle vicende di Priestley, l'altro in cui la storia e i tempi di Priestley diventano motivo (pretesto?) sia per ricercare proprieta' comuni ai cambiamenti di paradigma in ambito scientifico sia per trarre una sorta di lezione valida anche ai giorni nostri.
Per quanto ci siano passaggi interessanti e forse rilevanti soprattutto per gli Stati Uniti riguardo ai rapporti tra politica e religione, la parte narrativa e' la piu' riuscita: Johnson ha senza dubbio studiato parecchio per scrivere il libro, che non e' un saggio di venti pagine allungato a duecento, e la vita di Priestley e' stata interessante e rocambolesca: scienziato autodidatta, poco metodico ma entusiasta sperimentatore, Priestley e' vissuto in un'epoca in cui si poteva fare tutto da soli, dal porsi i problemi, al costruirsi un apparato sperimentale, all'interpretare i risultati.
Priestley non si faceva problemi di 'alto' e 'basso': ha inventato l'acqua gasata, ha scoperto che le piante producono ossigeno e assorbono anidride carbonica, ha lavorato come tutore di giovani rampolli, e' stato finanziato da un consorzio di industriali, aveva le sue idee in ambito di fede e politica e non era timido nel comunicarle. Anzi, essendo dotato di parecchie qualita' ma non di diplomazia, gli scritti e i discorsi di argomento teologico e politico gli hanno procurato guai enormi, tanto da ritrovarsi con la casa bruciata in Inghilterra, essere costretto a fuggire in America, ipotizzare durante il viaggio in nave l'esistenza di quella cosa che conosciamo come la Corrente del golfo, giusto per non perdere tempo, stabilirsi a Philadelphia, salvo poi rischiare di essere imprigionato o cacciato anche dagli Stati Uniti per le sue posizioni radicali che, va detto, in ambito teologico tendevano sempre piu' verso la stramberia.
E pensare che l'intelligenza di Priestley era piu' che sufficiente per capire che fin che parli di scienza va tutto bene, ma se tocchi i fili di fede e politica prendi la scossa.
Peggio ancora se li tocchi insieme.
QED (che sta non solo per Quod erat demostrandum ma anche per 'Quantum ElectroDynamics') dimostra che spiegare alle persone normali quel che sappiamo su elettroni e fotoni e sulle loro interazioni non e' una follia, a patto di mettersi nelle mani giuste.
Il libro e' la trascrizione di una serie di lezioni di Feynmann di fronte ad un gruppo di non addetti ai lavori. L'argomento e' complicato ma le capacita' comunicative di Feynmann spiccano ancora una volta, con l'eccezion di alcuni passaggi forse impossibili da spiegare senza tirare per i capelli il linguaggio naturale fino a produrre enunciati di difficile interpretazione.
Per esempio: quando Feynmann dice che i positroni (elettroni con carica elettrica positiva) si possono vedere come elettroni che vanno indietro nel tempo, uno puo' anche annuire e pensare 'Si', certo', ma in realta' se ci pensa un po' probabilmente concludera' che non ha capito, non per sua stupidita' ma perche' non c'e' niente da capire, o perlomeno da spiegare con strumenti diversi dalle equazioni.
In altre parole, occuparsi di questi argomenti vuol dire finire in zone in cui, come dice in modo esplicito Feynmann, non si puo' far altro che accettare le cose sono come sono, notare l'accordo (a volte stupefacente) tra previsioni e risultati sperimentali, ma dopo di che tocca fermarsi li'.
Domande come 'Perche'?' o 'Come traduco questo risultato in rapporto alla mia esperienza quotidiana?' non sempre ottengono una risposta soddisfacente.
Il mio consiglio e' di affrontare il libro proseguendo nella lettura fino a che la trattazione non diventa troppo tecnica, accettando a quel punto di saltare qualche pagina; anche cosi', alla fine penso riconoscerete di aver capito, o almeno intuito, fenomeni e concetti che non ritenevate alla vostra portata.