09.01.10

Murakami Haruki - L'arte di correre

Qualche mese fa un amico biologo con cui ero finito a parlare di sport mi disse con tono semiserio: 'La corsa lunga? Son mica matto. E' contro natura. L'uomo ha imparato a correre per raggiungere l'albero piu' vicino e scappare dalle bestie feroci. Velocita' pura, altro che maratona'.

Anche se la teoria di cui sopra fosse campata in aria, certo e' che la corsa e' uno sport molto frainteso e altrettanto detestato. Il fraintendimento nasce dall'idea che correre sia un modo accessibile a tutti per stare meglio e magari perdere qualche chilo, mentre e' un'attivita' che si addice a chi e' di suo abbastanza leggero, vicino al peso forma e possiede gia' una discreta forma fisica. In caso contrario, tempo qualche settimana e il malcapitato va a ingrossare le fila di quelli che 'Correre fa male'.

Per me, passata la fase agonistica in cui correre bene voleva dire correre veloce, la corsa e' un esercizio fisico di intensita' media, in cui non devo concentrarmi sulla fatica o sul gesto, ma posso lasciar andare la testa per i fatti suoi mentre le gambe girano in automatico. Se c'e' il sole, esco e mi godo la vista delle montagne, se piove rimando al giorno dopo e non muore nessuno. Ogni tanto mi prende il ghiribizzo di allenarmi sul serio, poi la fatica e la costanza necessarie ad ottenere risultati appena decenti mi fanno desistere. Tu chiamala, se vuoi, la volpe e l'uva.

Altri la prendono come una medicina: Murakami Haruki, che di mestiere fa lo scrittore e si applica con metodo al proprio lavoro per diverse ore al giorno, considera lo scrivere un'attivita' faticosa e difficile che obbliga ad esplorare zone buie e problematiche della psiche, da cui il bisogno di compensazione tramite un esercizio altrettanto regolare e rigoroso che aiuti a ripulire la mente e che lui ha trovato nella corsa, interessante non tanto come attivita' in se' ma come esercizio di disciplina. Lo stereotipo del giapponese che va avanti finche' schianta e' troppo facile, ma i racconti delle maratone di Murakami, vero adepto del 'No pain no gain', fanno di tutto per suggerirlo. E' opinione diffusa che in ogni maratona si attraversi un momento di grande difficolta', in cui vale la pena stringere i denti perche' poi la situazione migliora; sta di fatto che Murakami sembra spesso trattare il proprio corpo come un mulo recalcitrante bisognoso di nerbate e che questi racconti di muscoli duri e gran fatica non invitano a calzare le scarpette e fare una sgambata.

L'arte di correre, se c'e', me la figuro diversa.

Posted by MarcoS at 20:43 | Comments (5)