28.06.08

Malintesi

Attirato da diverse segnalazioni, sono finito su 'The End of Theory: The Data Deluge Makes the Scientific Method Obsolete' di Chris Anderson, direttore di Wired e autore di successo con 'The Long Tail'.
Secondo Anderson, l'esplosione quantitativa di dati a disposizione per la ricerca scientifica sta portando ad un cambiamento qualitativo: a breve faremo a meno di costruire modelli complicati della realta', perche' il number crunching ci dira' tutto quello che vogliamo sapere.

Questa tesi mi pare una discreta stupidaggine.

Primo: l'idea che in giro ci sia questa manna di dati non corrisponde del tutto al vero. Accanto ai petabytes di informazioni creati da genomics, proteomics e whatevernomics, la scarsita' di dati e' un problema di settori non marginali della ricerca. Primo esempio che mi viene in mente: abbiamo trattato centinaia di migliaia, forse milioni, di pazienti con la radioterapia e non abbiamo i dati per validare modelli semplici di dose-risposta per i tessuti tumorali.

Secondo: se/quando c'e' abbondanza di dati, e' doveroso farsi domande sulla loro qualita'. Come sono stati generati? Che situazioni riguardano? Li possiamo mettere insieme o stiamo confrontando mele e pere? Sembra banale, ma e' un problema vero.

Terzo: molta scienza attuale, soprattutto quando non e' scienza dura, e' a forte rischio di scambiare la correlazione statistica con la relazione causale. Non mi pare il caso di rinforzare questo equivoco.

Quarto, e forse piu' importante: i modelli sono necessari, adesso ed in futuro, non tanto/non solo perche' fittano i dati esistenti, ma perche' permetto di prevedere fenomeni che non si sono ancora verificati. Da un punto di vista qualitativo, il modello e' il modo della scienza per soddisfare un'esigenza profonda dell'essere umano, i.e. trovare/ipotizzare una spiegazione piu' generale possibile a cio' che lo circonda.
Da un punto di vista quantitativo, il valore predittivo di un modello e' non solo la prova del nove, ma una delle qualita' che rendono il metodo scientifico interessante ed unico.
Con buona pace di Chris Anderson.

Posted by MarcoS at 21:49

20.06.08

Put your numbers where your mouth is

Cosmic Variance propone una scommessa anomala e divertente sulle elezioni USA, il cui scopo non e' di per se' azzeccare la percentuale di voti di un candidato.

Each prediction consists of two numbers: the fraction f of the total popular vote cast for the two major candidates that goes to Barack Obama, but also the standard deviation of your prediction for that percentage.
...
We are assuming for purposes of misleadingly-precise quantification that each prediction follows a normal (Gaussian) distribution
...
The winner is not the one whose fraction f is closest to the final answer, but the one whose value of P(x) is the highest, when x is equal to the fraction of votes Obama actually does win. The smaller your standard deviation is, the higher your P(x) will be for x very close to your predicted value f , but the faster it will die off as you get further away. So if you are extremely confident, you can ensure victory by choosing an appropriately tiny standard deviation on your prediction. Contrariwise, if you choose a large standard deviation, you might get lucky if none of the confident folks comes close to the actual result. Cool, eh?

I miei numeri:
valor medio voti Obama: 51.5%;
sigma: 1.5%.

Posted by MarcoS at 05:01

04.06.08

He did it.

Anche trascurando chi paventava uno Scalfarotto 2.0, solo sei mesi fa Obama era per molti un ottimo outsider ma nulla piu'.
Tra poche ore sara' invece Hillary Clinton ad ammettere la sconfitta, con un gesto che temo ricordera' Fonzie quando riconosceva di aver sb...
Ora spero che Obama non le offra la candidatura a vicepresidente.

Altri cinque mesi di campagna elettorale, poi gli Statunitensi avranno due possibilita':
1)Mostrarsi (politicamente) stupidi, preferendo McCain;
2)Mostrarsi (politicamente) schizofrenici, votando Obama dopo aver eletto Bush giusto quattro anni fa.

In questo caso, meglio schizofrenici.

Posted by MarcoS at 00:16

03.06.08

Fatti un favore

(vecchio trombone mode on) Ho cominciato ad usare Firefox quando si chiamava Phoenix ed era alla 0.1(vecchio trombone mode off).
Un annetto fa, causa passaggio a Mac + ingrassamento di Firefox diventato lentino assai, avevo tradito la Causa per Camino.
Ieri ho scaricato la ReleaseCandidate1 di Firefox 3 rimanendone soddisfatto, ragione in piu' per consigliarti di mollare Internet Explorer, nel caso usassi ancora quella schifezza, e provare Firefox in occasione del download day (via).
Posted by MarcoS at 01:23

02.06.08

Vivere altrove (altrove da dove?)

Eoni fa Angelo mi invito' ad una discussione sul perche' (non) vivere in Italia, leitmotif di molti pensieri e conversazioni negli ultimi anni, che piu' che chiarirmi le idee mi hanno allontanato da una posizione netta in materia. Angelo la prende alta, da cittadino interessato a contribuire alle sorti del suo Paese, stanco di investire energie in un'impresa che non sembra interessare a molti ed in cerca di un luogo a lui piu' affine in cui spostarsi.
Io la prendo piu' bassa, raccogliendo pensieri piu' o meno collegati fra loro relativi alla mia esperienza di vita quotidiana all'estero, poi vediamo se riusciro' a guardare piu' in la' del naso.

Ho vissuto fino ai trent'anni in Piemonte, ho (abbiamo) passato gli ultimi sette anni ad entrare ed uscire dall'Italia, al ritmo di quasi una casa all'anno. Come e' facile immaginare, ovunque siamo stati abbiamo incontrato persone contente di stare dov'erano ed altre che avrebbero voluto essere altrove. Adesso siamo negli Stati Uniti e ad Agosto torneremo a Trento, con il programma di restarci almeno qualche anno. Non sappiamo se il futuro prevedera' altri trasferimenti: non lo escludiamo a priori, ma al momento non ci pensiamo.

Se capita, consiglio di prendere al volo l'opportunita' di vivere almeno un anno all'estero, meglio ancora se da adulti fuori dalla bolla della vita studentesca. E' molto sano passare un po' di tempo lontano da casa, che l'Italia vi piaccia o no e che torniate o no. Come minimo, concretizzerete un'esperienza che altrimenti rischia di essere mitizzata, nel bene o nel male.

Considero 'emigrante' chi lascia il proprio paese per soddisfare bisogni essenziali. Non e' il mio caso, come non e' il caso di tutte le persone con le quali mi e' capitato di discutere di questi argomenti. Siamo privilegiati che sanno di poter vivere almeno discretamente in piu' di un posto ed il cui problema (problema per modo di dire) e' scegliere. Inserisco in questa categoria molti cosiddetti 'cervelli in fuga' (espressione che non amo perche' spesso autoattribuita e non lontana dal compiacimento): lavorare in un paese diverso da quello di origine e' la regola piu' che l'eccezione per certe professioni; in alcuni casi (la minoranza) partire e' la conseguenza di situazioni molto difficili, in altri (la maggioranza) e' frutto di una scelta forse scomoda ma non obbligata e certo non eroica.

La stragrande maggioranza degli Italiani che si lamentano dell'Italia non se ne allontaneranno mai, pochi a causa di ostacoli proibitivi, tutti gli altri perche' alla fine stanno bene dove sono (il che di per se' non e' ne' un male ne' un bene). Quasi tre anni fa al riguardo avevo scritto questo ed in sostanza non ho cambiato idea.

Per contro, non fidarti troppo dei neo-convertiti. Sono perplesso di chi mi racconta mirabilie del nuovo posto in cui vive senza trovarci un difetto. Non ho dubbi che sia sincero, ma ho dubbi che sia nella fase estatica, che va bene, e' bella e sana, pero' prima o poi finisce, e/o che la sua vita sia migliore per una serie di cambiamenti, non solo per il fatto in se' di essere in un luogo diverso.
Un amico che aveva cambiato lavoro da poco mi diceva 'Mi piace, ma aspetto a dirti perche' non ho ancora trovato la merda' (e' un principino il mio amico).
Lo stesso vale per la vita altrove.

Scegliere il posto in cui vivere e' importante ma, all'interno di uno spettro di opzioni ragionevoli, esiste il rischio di perdersi nella ricerca della sistemazione perfetta che (surprise surprise) non esiste. A rendere la cosa piu' complicata, c'e' il fatto che posti in teoria papabili ne esistono a bizzeffe, situazioni concrete ed allettanti molto meno. Come dice il saggio, 'la differenza tra teoria e pratica e' piu' grande in pratica che in teoria'.
Avendo famiglia e figli, calcola un anno per trovare un'ipotesi ragionevole piu' un altro a capire se era proprio quello che cercavi. Se va male, ti tocca almeno un'altra iterazione, i.e. altri due anni di cantiere. Sono energie mentali e fisiche (e magari soldi) non trascurabili, che vanno li' e non altrove. Niente di tragico, a volte il viaggio e' la meta, pero' va tenuto in mente.

Rispetto alla vita privata e semi-privata (tu, casa, scuola dei figli, in parte il lavoro), secondo me porsi il problema dello Stato in cui vivere e' fuorviante. Questa dimensione della vita, che in termini di tempo e' di gran lunga quella dominante, avviene su una scala molto piccola, quella della regione/paese/quartiere, dei colleghi, dei compagni di scuola dei tuoi figli, degli amici e conoscenti.
A questa scala, non sono sicuro sia utile pensare ad uno Stato come un unicum; esistono molte situazioni diverse, piu' o meno confrontabili, piu' o meno preferibili.
A questa scala, Calderoli ministro della Semplificazione (merda, siamo finiti in un libro di Benni) ti fa cadere le braccia, ma davvero ti cambia la vita?
Sto semplificando parecchio, ma spero di rendere l'idea.

Continuando a semplificare senza pieta', al confine tra vita privata e pubblica ci metto gli amici. Trovo difficile costruire un'amicizia in cui non si puo' dare quasi niente per scontato, in cui non c'e' la dimensione del capirsi al volo e devi continuamente 'tradurre' perche' arrivi da storie ed esperienze molto diverse da quelle di chi ti sta di fronte. Avresti bisogno di tempi che un adulto forse non ha. So che Elena la pensa diversamente e magari raccontera' il suo punto di vista.

La vita pubblica, il contribuire alla convivenza di un insieme di persone piu' grande della tua cerchia di simili, e' secondo me atrofizzata se vivi all'estero. O il tuo significant other e' del luogo, oppure l'inserimento nella vita sociale si misura in lustri. Sono arrivato alla conclusione che, vivendo all'estero, l'unico ambito 'sociale' per me sarebbe il lavoro.
Quanti decenni sei disposto ad aspettare per sentirti davvero parte di un Paese diverso da quello in cui hai vissuto da 0 a 30-40 anni?
Sei disposto a far si' che il lavoro diventi l'unico modo di relazione con il mondo?
Andare via dall'Italia perche' stanchi/sfiduciati del quadro sociale e politico rischia di portarti in una realta' a te piu' consona nella quale pero' sarai sempre ospite, per quanto gradito.
Meglio star nel casino italico e poterci mettere le mani oppure in un posto migliore in cui puoi guardare ma non toccare?
Non ho una risposta definitiva a questa domanda.

Insomma, un lungo predicozzo per dire che l'Italia e' un posto da favola e comunque e' meglio stare al calduccio vicino a mamma'?
Non proprio.

(Forse continua)

Posted by MarcoS at 03:40