02.06.08

Vivere altrove (altrove da dove?)

Eoni fa Angelo mi invito' ad una discussione sul perche' (non) vivere in Italia, leitmotif di molti pensieri e conversazioni negli ultimi anni, che piu' che chiarirmi le idee mi hanno allontanato da una posizione netta in materia. Angelo la prende alta, da cittadino interessato a contribuire alle sorti del suo Paese, stanco di investire energie in un'impresa che non sembra interessare a molti ed in cerca di un luogo a lui piu' affine in cui spostarsi.
Io la prendo piu' bassa, raccogliendo pensieri piu' o meno collegati fra loro relativi alla mia esperienza di vita quotidiana all'estero, poi vediamo se riusciro' a guardare piu' in la' del naso.

Ho vissuto fino ai trent'anni in Piemonte, ho (abbiamo) passato gli ultimi sette anni ad entrare ed uscire dall'Italia, al ritmo di quasi una casa all'anno. Come e' facile immaginare, ovunque siamo stati abbiamo incontrato persone contente di stare dov'erano ed altre che avrebbero voluto essere altrove. Adesso siamo negli Stati Uniti e ad Agosto torneremo a Trento, con il programma di restarci almeno qualche anno. Non sappiamo se il futuro prevedera' altri trasferimenti: non lo escludiamo a priori, ma al momento non ci pensiamo.

Se capita, consiglio di prendere al volo l'opportunita' di vivere almeno un anno all'estero, meglio ancora se da adulti fuori dalla bolla della vita studentesca. E' molto sano passare un po' di tempo lontano da casa, che l'Italia vi piaccia o no e che torniate o no. Come minimo, concretizzerete un'esperienza che altrimenti rischia di essere mitizzata, nel bene o nel male.

Considero 'emigrante' chi lascia il proprio paese per soddisfare bisogni essenziali. Non e' il mio caso, come non e' il caso di tutte le persone con le quali mi e' capitato di discutere di questi argomenti. Siamo privilegiati che sanno di poter vivere almeno discretamente in piu' di un posto ed il cui problema (problema per modo di dire) e' scegliere. Inserisco in questa categoria molti cosiddetti 'cervelli in fuga' (espressione che non amo perche' spesso autoattribuita e non lontana dal compiacimento): lavorare in un paese diverso da quello di origine e' la regola piu' che l'eccezione per certe professioni; in alcuni casi (la minoranza) partire e' la conseguenza di situazioni molto difficili, in altri (la maggioranza) e' frutto di una scelta forse scomoda ma non obbligata e certo non eroica.

La stragrande maggioranza degli Italiani che si lamentano dell'Italia non se ne allontaneranno mai, pochi a causa di ostacoli proibitivi, tutti gli altri perche' alla fine stanno bene dove sono (il che di per se' non e' ne' un male ne' un bene). Quasi tre anni fa al riguardo avevo scritto questo ed in sostanza non ho cambiato idea.

Per contro, non fidarti troppo dei neo-convertiti. Sono perplesso di chi mi racconta mirabilie del nuovo posto in cui vive senza trovarci un difetto. Non ho dubbi che sia sincero, ma ho dubbi che sia nella fase estatica, che va bene, e' bella e sana, pero' prima o poi finisce, e/o che la sua vita sia migliore per una serie di cambiamenti, non solo per il fatto in se' di essere in un luogo diverso.
Un amico che aveva cambiato lavoro da poco mi diceva 'Mi piace, ma aspetto a dirti perche' non ho ancora trovato la merda' (e' un principino il mio amico).
Lo stesso vale per la vita altrove.

Scegliere il posto in cui vivere e' importante ma, all'interno di uno spettro di opzioni ragionevoli, esiste il rischio di perdersi nella ricerca della sistemazione perfetta che (surprise surprise) non esiste. A rendere la cosa piu' complicata, c'e' il fatto che posti in teoria papabili ne esistono a bizzeffe, situazioni concrete ed allettanti molto meno. Come dice il saggio, 'la differenza tra teoria e pratica e' piu' grande in pratica che in teoria'.
Avendo famiglia e figli, calcola un anno per trovare un'ipotesi ragionevole piu' un altro a capire se era proprio quello che cercavi. Se va male, ti tocca almeno un'altra iterazione, i.e. altri due anni di cantiere. Sono energie mentali e fisiche (e magari soldi) non trascurabili, che vanno li' e non altrove. Niente di tragico, a volte il viaggio e' la meta, pero' va tenuto in mente.

Rispetto alla vita privata e semi-privata (tu, casa, scuola dei figli, in parte il lavoro), secondo me porsi il problema dello Stato in cui vivere e' fuorviante. Questa dimensione della vita, che in termini di tempo e' di gran lunga quella dominante, avviene su una scala molto piccola, quella della regione/paese/quartiere, dei colleghi, dei compagni di scuola dei tuoi figli, degli amici e conoscenti.
A questa scala, non sono sicuro sia utile pensare ad uno Stato come un unicum; esistono molte situazioni diverse, piu' o meno confrontabili, piu' o meno preferibili.
A questa scala, Calderoli ministro della Semplificazione (merda, siamo finiti in un libro di Benni) ti fa cadere le braccia, ma davvero ti cambia la vita?
Sto semplificando parecchio, ma spero di rendere l'idea.

Continuando a semplificare senza pieta', al confine tra vita privata e pubblica ci metto gli amici. Trovo difficile costruire un'amicizia in cui non si puo' dare quasi niente per scontato, in cui non c'e' la dimensione del capirsi al volo e devi continuamente 'tradurre' perche' arrivi da storie ed esperienze molto diverse da quelle di chi ti sta di fronte. Avresti bisogno di tempi che un adulto forse non ha. So che Elena la pensa diversamente e magari raccontera' il suo punto di vista.

La vita pubblica, il contribuire alla convivenza di un insieme di persone piu' grande della tua cerchia di simili, e' secondo me atrofizzata se vivi all'estero. O il tuo significant other e' del luogo, oppure l'inserimento nella vita sociale si misura in lustri. Sono arrivato alla conclusione che, vivendo all'estero, l'unico ambito 'sociale' per me sarebbe il lavoro.
Quanti decenni sei disposto ad aspettare per sentirti davvero parte di un Paese diverso da quello in cui hai vissuto da 0 a 30-40 anni?
Sei disposto a far si' che il lavoro diventi l'unico modo di relazione con il mondo?
Andare via dall'Italia perche' stanchi/sfiduciati del quadro sociale e politico rischia di portarti in una realta' a te piu' consona nella quale pero' sarai sempre ospite, per quanto gradito.
Meglio star nel casino italico e poterci mettere le mani oppure in un posto migliore in cui puoi guardare ma non toccare?
Non ho una risposta definitiva a questa domanda.

Insomma, un lungo predicozzo per dire che l'Italia e' un posto da favola e comunque e' meglio stare al calduccio vicino a mamma'?
Non proprio.

(Forse continua)
Cosė scrisse Marco il 02.06.08 03:40