13.11.07

Sono arrivato uno!

Dalla Hall of Fame all'impiegato del mese, dalle statistiche del football al campionato mondiale di mangiatori di hot dog, gli Stati Uniti sembrano in perenne ansia di misurare il mondo, come se da qualche parte nella Costituzione americana, oltre al diritto ad essere felici, ci fosse anche quello di arrivare primi almeno una volta nella vita. Primi in che? Non importa, basta poter dire di essere er mejo.

Cio' detto, non tutte le classifiche vengono per nuocere, e la Best American Series, per quanto ipertrofica, sforna libri interessanti, come Best American Essays.
Se il titolo del libro non vi torna ('Come fai a definire 'Best'? Come ci mettiamo d'accordo su cosa e' un essay? Quanto la fanno facile questi americani ...'), fermate la filippica e procuratevi l'edizione del 2007, la cui introduzione di Dave Foster Wallace, guest editor di quest'anno, e' in gran parte dedicata alla discussione/spiegazione del titolo e dei criteri di scelta. Il pezzo era online fino a qualche settimana fa, poi l'editore ha pensato male di toglierlo dal sito; se conoscete DFW sapete cosa aspettarvi, altrimenti almeno per questa volta non saltate l'introduzione.

Pur tenendo conto della selezione, per natura soggettiva, di chi si e' letto maree di articoli selezionandone un centinaio da sottoporre a Wallace, il quale ha introdotto un ulteriore elemento di soggettivita' per arrivare ai ventidue pezzi finali, e' chiaro che setacciando la stampa periodica degli ultimi dodici mesi si produce anche un quadro delle discussioni che piu' hanno coinvolto l'opinione pubblica USA.

Quasi un quarto della selezione riguarda la guerra in Iraq, fatto forse prevedibile ma non trascurabile. Per l'Italia, anche nei momenti di maggior coinvolgimento, la guerra in Iraq e' stata sempre vista dai bordi, e questo ha determinato anche il ruolo e lo scopo delle discussioni sui media e nell'opinione pubblica, rivolte perlopiu' a questioni di principio e/o di opportunita'.
Qui, ovviamente, l'approccio e' diverso: gli USA sono davvero un paese in guerra, ormai da anni, una guerra che, per quanto vissuta dalla parte del piu' forte, sta costando molto in quanto a morti, traumi dei reduci, oltre che, molto piu' prosaicamente, in quanto a soldi. Continuo a pensare che gli americani siano responsabili in Iraq di un conflitto del tutto sbagliato, che non ha ottenuto gli effetti dichiarati e il cui prezzo maggiore lo paga qualcun altro. Resta il fatto che il prezzo c'e' anche da queste parti, e che molti statunitensi sono in un certo senso cornuti e mazziati, perche' nonostante la loro contrarieta' sono (considerati) corresponsabili di uno stato di guerra e vivono in una societa' che continua a cambiare verso il peggio a causa di quella stessa guerra.
Qualcuno dira' che questa e' la versione pro-democratici e pre-elezioni; anche fosse, si tratta dell'opinione di una parte forse maggioritaria dell'opinione pubblica americana.

L'altro argomento trattato in piu' di un articolo e' il rapporto tra cristiani e societa'. Anche qui la scelta di Wallace presta il fianco alla critica di rappresentare un solo punto di vista, i.e. quello di chi prova a reagire ad una tendenza che a suo avviso danneggia tanto la societa' USA quanto la Chiesa stessa. Il pezzo di Marylin Robertson ('Onward, Christian Liberals') e' peraltro un buon tentativo di risposta a questa critica, e varrebbe a pena tradurlo, perche' ha un approccio applicabile anche all'Italia.

Lettura leggerina, questo Best of American Essays 2007, nevvero?
Non preoccupatevi: gli articoli scorrono, sono scritti bene, ed i saggi-mattonella sono inframmezzati con pezzi da aeroporto by Gladwell & C., campioni della saggistica che fa fine e non impegna.
Insomma, la probabilita' di uscirne vivi (e soddisfatti) e' abbastanza alta.
Cosė scrisse Marco il 13.11.07 09:02