P.S. A causa di una mia svista, la versione precedente di questo post era incommentabile.
Grazie a Giorgio per avermi segnalato il problema, che adesso è risolto.
Visto che comunque le occasioni saranno poche e verosimilmente più accessibili a chi abita in città, mi chiedevo se non fosse utile pensare a qualche accorgimento per far circolare gli interventi degni di nota.
Penso basterebbero cose semplici, tipo riprendere gli interventi con un registratore mp3 e rendere disponibile il file.
Per dire, se qualcuno registra una delle serate organizzate da noproject, io non mi offendo.
Per quanto mi riguarda, SE mi deciderò finalmente a comprare un registratore mp3 e SE troverò qui a Trento qualche serata interessante, vedrò di fare la mia parte.
Schneider ed Heller fanno parte di quella maggioranza di persone che si occupano di global warming e che ritengono indiscutibile la presenza del riscaldamento e la possibilità di collegarlo almeno in parte all'attività umana.
La presentazione è lunga (un'ora e quaranta, mica cotiche), ma val la pena seguirla perchè dà una visione di insieme del problema e rende bene la difficoltà di collegare i diversi livelli di una politica ambientale che parta da osservazioni sperimentali, produca modelli climatologici inevitabilmente complessi, e sfoci in decisioni riguardo a quali costi (in senso lato) siano accettabili in vista di una certa probabilità di ottenere determinati benefici (o riduzioni di rischio).
Dulcis in fundo, anche nel momento in cui le scelte politiche sono (o fossero) state prese, rimane il problema di come implementarle su larga scala.
La presentazione parte quindi dalle evidenze sperimentali del riscaldamento globale ed arriva fino ad analizzare i (mancati) effetti di alcune implementazioni in campo di politica energetica, come ad esempio il mercato delle quote di emissione di anidride carbonica, pensato all'interno del protocollo di Kyoto per creare incentivi economici alla riduzione di emissioni (e al momento poco funzionante).
Per finire, vale la pena riportare l' opinione dei due relatori sul protocollo di Kyoto, di quando in quando evocato a mo' di panacea, e che in realtà a loro avviso rappresenta al più un necessario esercizio di collaborazione internazionale nell'ambito delle politiche energetiche, ma che in quanto a contenuti concreti, anche se pienamente implementato, è del tutto insufficiente a portare effetti percepibili nel lungo periodo.
In questi giorni ho incontrato un nuovo esempio della capacità molto italica di prendere un principio sacrosanto e tradurlo in una mostruosità normativa: il principio sacrosanto è quello per cui un (fisico) medico deve aggiornarsi nel corso della carriera, mentre la mostruosità è il sistema di accreditamento della formazione permanente, una roba che ti istiga all'ignoranza.
Non sto lì a farla lunga, anche perchè mi rendo conto che in giro ci sono problemi ben più gravi, ma la sostanza è che probabilmente abbiamo il sistema più rigido e formale d' Europa, e allo stesso tempo uno dei più lacunosi.
Basti un esempio: almeno nel mio settore, nessuno dei corsi/congressi più importanti a livello mondiale è utile ad ottenere crediti formativi (i famosi 'punti ECM'). Per guadagnare punti (cosa peraltro obbligatoria, perchè ogni anno se ne devono accumulare un tot), è meglio cercarsi una giornata di studio dietro l'angolo. Magari i relatori non saranno granchè, in compenso ci saranno tutti i moduli e le domandine giuste per ottenere i crediti formativi.
Al di là del caso specifico, quel che stupisce è l' evidente popolarità presso i legislatori di un atteggiamento che dice più o meno:
'Siccome tu cittadino sei sostanzialmente in malafede e appena puoi mi freghi, io controllore metto su un sistema di regole che al confronto Kafka era un pischello, e poi vediamo chi ride'.
Il fallimento di questo approccio è sotto gli occhi di tutti, in pressochè qualsiasi ambito della vita pubblica: i furbi continuano a fregare imperterriti ed i ligi si fanno la vita cattiva per rispettare un mucchio di norme astruse.
Nonostante questo, molte regole continuano ad essere fatte con lo stesso criterio persecutorio.
Un motivo ci sarà, ma devo dire che mi sfugge.
Rant mode off
'In our time' si occupa prevalentemente di discipline umanistiche, ma di quando in quando si avventura in argomenti scientifici, fornendo a mio avviso un esempio interessante e non molto comune di comunicazione della scienza.
La discussione è infatti caratterizzata dallo sforzo di fornire una prospettiva culturale e, per quanto possibile, una dimensione storica del problema scientifico.
Questo approccio permette da un lato di evitare l' ipersemplificazione e la presentazione sullo stile 'Le meraviglie della scienza' e dall'altro di costruire una narrazione appetibile ad un pubblico verosimilmente più a suo agio con la letteratura che con le equazioni.
Per chi vuole farsi un' idea della trasmissione, ho salvato le puntate sull' intelligenza artificiale e sui gravitoni.
P.S. Chi teme che il suo Inglese sia un po' arrugginito sappia che in questa trasmissione la regola è un british English molto classico (quello che ogni volta che lo sento mi fa dire 'La prossima vita, l' Inglese lo VOGLIO parlare così').
Ci vorrebbe un unico database con gli archivi di email, chat e post, dal quale poter pescare facilmente il materiale e decidere di volta in volta cosa cosa rendere pubblico, a molti o a pochi, e cosa mantenere privato.
Chissà chi comincerà a lavorarci per primo.