24.09.06

'Scegliere il mondo che vogliamo' - Massimiano Bucchi.

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Mi sono imbattutto di recente in una serie di testi (un libro, tre post (1, 2, 3) e alcuni commenti) che affrontano più o meno esplicitamente il rapporto tra scienziati e resto del mondo e che a mio avviso rappresentano bene la fatica di capirsi.

Per questo giro mi concentro sul libro ('Scegliere il mondo che vogliamo' di Massimiano Bucchi) perchè è il testo più sistematico e anche il più fastidioso per gli scienziati.
Riassumendo e semplificando molto, si tratta di un saggio in cui un sociologo sostiene che il motivo principale dei rapporti difficili tra 'tecnoscienza' e società sta nell' immotivato complesso di superiorità degli scienziati e non nel mondo brutto e cattivo che non li capisce (sento già i capelli di alcuni lettori rizzarsi).
Si potrebbe liquidare la questione osservando che, siccome fisici e matematici mai si sognerebbero di spiegare ai sociologi come fare il loro mestiere, non si vede perchè un sociologo debba venire a spiegarci come va il mondo.

Penso invece valga la pena prendere sul serio l'argomentazione di Bucchi, se non altro per poterla criticare a ragion veduta.
Riassumo la sua argomentazione in tre punti:
1.Il cosiddetto 'modello del deficit', secondo il quale i problemi di rapporto tra scienza e società si risolvono con campagne massicce di informazione da parte della comunità scientifica, ha un approccio paternalista e manipolatorio ed è in ogni caso inefficace;
Non ho dati per contestare l'accusa di inefficacia, per cui mi fido di quanto dice Bucchi. L'osservazione sul carattere paternalista e manipolatorio del modello del deficit è ahimè sostanzialmente vera. Perlopiù, i ragionamenti degli scienziati riguardo alla divulgazione sono infatti del tipo 'Se solo la gente capisse di più di scienza, ci darebbe più retta'. Noi (scienziati) diciamo di far divulgazione per il bene della società, però la componente Cicero pro domo sua c'è. Niente di male, ma è giusto ricordarselo.

2. La distinzione tra comunità scientifica e resto della società è molto più labile che in passato, sia perchè l'attuale tecnoscienza è sempre più parte in causa nelle dinamiche politiche ed economiche, sia perchè sono sempre più comuni i casi di scienza promossa e diretta da non scienziati (si pensi alla raccolta e gestione di fondi per la ricerca in campo biomedico). Per questo motivo, la comunità scientifica non può (più) proporsi nei confronti dell'opinione pubblica o della classe politica come arbitro che dirime o saggio che guida;
Anche qui, per quanto Bucchi secondo me forzi la descrizione del quadro attuale per conformarlo alla sua teoria, è difficile dargli torto. Almeno nel mio settore, è ormai normale che i quesiti scientifici siano combinati ad interessi economici e a scelte di politica sanitaria in un intreccio difficile da districare.

3.Di conseguenza, i processi di decisione politica che riguardano la tecnoscienza devono essere (ri)pensati in modo da coinvolgere comunità scientifica e resto della società con dinamiche sostanzialmente paritarie.
Questa è la parte più debole del saggio, perchè Bucchi sembra proporre possibili scenari più che soluzioni sperimentate.

Se quindi uno resiste alla tentazione di lanciarsi contro il nemico al grido 'La scienza è mia e guai a chi me la tocca', e legge il libro fino in fondo, deve ammettere che Bucchi argomenta le sue posizioni in modo analitico, documentato e con qualche buona ragione dalla sua.
Alla fine, la critica più forte che si può rivolgere al saggio è lo sbilanciamento verso la critica degli attuali modelli di interazione tra scienza e società, non compensata da una presentazione altrettanto dettagliata e convincente dei modelli alternativi promossi da Bucchi.


Così scrisse Marco il 24.09.06 19:05