Dopo un breve riassunto delle ricerche che gli sono valse il Nobel, Watson introduce l'argomento principale della relazione chiarendo subito la sua posizione nella disputa tra natura e cultura ('nature and nurture'); lui sta dalla parte della natura, ovvero pensa che il patrimonio genetico determini il nostro destino molto più dell'ambiente in cui cresciamo.
Fin qui niente di stupefacente; ti aspetteresti qualcosa di diverso da una persona che ha studiato il DNA tutta la vita ?
E invece passano pochi istanti e Watson butta lì con nonchalance:
Ma come, Dr Watson, lei mi stai dicendo che ha messo la cultura in secondo piano perchè è più difficile da studiare ?
Forse mi sfugge qualcosa, perchè se così non fosse, Watson sarebbe pronto per un altro Nobel, quello della volpe e l'uva.
Dopo questo inciso, che purtroppo non verrà sottolineato dalle domande alla fine della relazione, Watson vira verso la genomica applicata, prima presentando l'uso in oncologia dei microarray per valutare l' espressione dei geni e poi concentrandosi sugli studi delle basi genetiche dell'autismo.
So di essere un po' prevenuto nei confronti di chi mi presenta la genetica a mo' di teoria del tutto, ma rimane il fatto che alla fine il discorso di Watson non mi sembra molto convincente, e tantomeno esaltante.
Se non fosse che lo speaker è un premio Nobel, per quanto quasi ottantenne, che parla del suo lavoro di decenni, direi che la lezione illustra bene quanto la genomica sia una disciplina 'pompata' (fossi figo direi 'hyped'), che attira a sè quantità enormi di energie, economiche ed intellettuali, pur trattandosi in sostanza di un' enorme promessa ancora da mantenere.
Trattandosi di Watson, tengo in seria considerazione l'ipotesi di essermi perso qualcosa di importante.
Così scrisse Marco il 02.08.06 00:05