Insomma, se siete alla ricerca di un libro di scienza ad impegno neuronale medio-basso, questo è un buon candidato.
Magari è un bel regalo per quel trilaureato in filologia aramaica che ad ogni discussione vi dice 'Vedi, la scienza mi interesserebbe anche, ma non la capisco proprio', per capire una volta per tutte se ci è o ci fa.
Ben vengano quindi testi come Il sapere liberato, un libro del gruppo laser (rilasciato sotto licenza CC e scaricabile qui) che promuove l' approccio open source alla circolazione del sapere in generale e alla ricerca scientifica in particolare.
E' un testo molto schierato, che non fa mistero di esserlo, nel quale vengono evidenziati i problemi dell'approccio corrente alla protezione della proprietà intellettuale che, essendo molto aggressivo nel limitare la libera circolazione della conoscenza, ottiene spesso risultati opposti a quelli per cui era stato pensato. La prima parte di 'Il sapere liberato' descrive in modo accessibile a tutti l'evoluzione del sistema dei brevetti, nato per facilitare l'innovazione e la produzione di conoscenza anche da parte di outsiders e diventato con il tempo uno degli strumenti preferiti degli oligopoli industriali per mantenere lo status quo alzando il costo della competizione a livelli inaccessibili.
Il Gruppo Laser è tra coloro che pensano che l'unico modo per sbloccare questa situazione sia un' ampia diffusione delle modalità che schematicamente vengono definite open source nell'ambito della creazione e della diffusione della ricerca scientifica. Trovo questa posizione condivisibile, a patto di non confondere la realtà dei fatti con gli auspici, cosa che mi sembra capitare qua e là nel libro.
Bisogna infatti riconoscere che il software libero è finora l'unico ambito in cui approcci open source hanno prodotto qualcosa di un valore non solo simbolico. Ciò non vuol dire che non valga la pena promuovere l'uso dell' open source nel campo della ricerca scientifica, ma bisognerebbe riconoscere in modo molto chiaro che questa pratica è lontana da venire; anzi, per quel che vedo nel mio ambiente, la tensione delle ditte a massimizzare il profitto in un periodo di vacche magre, il desiderio/bisogno degli istituti di ricerca di finanziamenti che compensino il restringimento dei cordoni della borsa da parte degli enti pubblici e, last but not least, un clima culturale per cui quasi tutto è valutato innanzitutto in termini di quanti soldi produce sono tutti elementi che ostacolano invece di facilitare la diffusione di un modello open source.
Sarebbe quindi molto utile che chi promuove un tale modello ne analizzasse a fondo non solo le potenzialità ma anche i limiti, in modo da fornire una valutazione più obiettiva di pro e contro.
Leggendo 'Il sapere liberato' viene più volte da chiedersi 'Se le cose stanno davvero così, perchè non usano tutti il modello open source ?'
Scartando la risposta 'Perchè sono tutti stupidi e/o in malafede', molto probabilmente riduttiva, resta il problema di capire i meccanismi che facilitano il successo di un modello piuttosto che di un altro e su quali leve si possa agire per spostare un po' gli equilibri a favore del modello 'open source'.
A parte questa pecca, probabilmente dovuta ad eccesso di entusiasmo degli autori per l'argomento trattato, 'Il sapere liberato' è un libro consigliato a chi non è esperto dei problemi della proprietà intellettuale e vuole impararne qualcosa senza spaccarsi la testa.
E' sottolineando le posizioni relativistiche (o meglio storicamente date) della religione che si regge il dibattito, non creando pretese di assoluto da parte della scienza, che si riveleranno ben presto infondate.
La risposta più adeguata alle tirate antirelativistiche è 'Da che pulpito arriva la predica', mentre Odifreddi accetta di giocare a 'Io sono più assoluto di te', un gioco che trovo poco utile e a forte rischio di finire in rissa.