21.03.05

L'adroterapia spiegata al popolo - 1.

Premessa:
Nella puntata 0 ho messo le mani avanti.
In questo puntata cerco di dare due dritte sulla radioterapia.
L'unica competenza richiesta per capire il testo dovrebbe essere saper leggere. Se così non è (o se invece è troppo banale), fate un fischio nei commenti e vedrò di aggiustare il tiro.

Essendo l' adroterapia un tipo particolare di radioterapia, prima di entrare nei dettagli della prima occorre spendere qualche parola sulla seconda.

La radioterapia costituisce, insieme alla chirurgia e alla chemioterapia, l' insieme degli strumenti terapeutici più usati al momento nella cura dei tumori.
Questi tre strumenti sono impiegati in combinazioni diverse (solo uno, solo due, tutti e tre) a seconda dei casi. Schematizzando (parecchio, tenetelo a mente), la chemioterapia serve per una terapia sistemica (p.es. minimizzare il rischio di diffusione del tumore in regioni del corpo diverse da quelle in cui si è sviluppato inizialmente) mentre chirurgia e radioterapia sono applicate ad una parte relativamente piccola del corpo, quella in cui il tumore ha cominciato a crescere, e servono soprattutto per ottenere quello che viene chiamato il 'controllo locale'.

L'idea di fondo della radioterapia è causare danni irreparabili al DNA delle cellule tumorali, impedendone così la duplicazione.
Da un punto di vista fisico, l'interazione tra radiazioni e tessuto biologico è esattamente la stessa per tumori e per tessuti sani (ovvero, mettendola sull' antropomofico, le radiazioni 'non sanno' se stanno colpendo una cellula tumorale od una sana) ed i danni da radiazione possono essere tanto gravi per la salute (e la vita) del paziente quanto l'incapacità di curare il tumore. E' quindi necessario trovare dei metodi per massimizzare l'azione delle radiazioni sul tumore e minimizzarla altrove.
I metodi utilizzati sono di tre tipi, che non si escludono a vicenda:

  1. Eseguire l'irradiazione in più sedute ('frazionamento').
    Le radiazioni, oltre a causare danni irreparabili alle cellule, causano danni riparabili ('subletali'). I tessuti sani hanno una capacitè di recupero maggiore dei tumori, per cui se si irradia un paziente in una serie di sedute (p.es. una volta al giorno per più settimane) i tessuti sani riescono a recuperare parte del danno tra una seduta e l'altra e quindi sopportano meglio una nuova irradiazione.
    Siccome anche i tumori recuperano il danno subletale, seppur in misura minore, c'è il problema di trovare un compromesso tra la protezione dei tessuti sani e l' azione su quelli malati.
  2. Modificare la sensibilità dei tessuti all' irradiazione tramite farmaci.
    Esistono sostanze che iniettate in un tessuto biologico lo rendono più o meno sensibile alle radiazioni. Se si riesce a far arrivare nel tumore una sostanza 'radiosensibilizzante' e/o un 'radioprotettore' nei tessuti sani, si può amplificare l'effetto delle radiazioni sulle cellule tumorali. Il problema, ovviamente, è trovare farmaci che vengano assorbiti in modo molto selettivo, altrimenti si sensibilizzano anche i tessuti sani o si rendono resistenti anche quelli malati.
  3. 'Focalizzare' le radiazioni da un punto di vista fisico-geometrico.
    Immaginate il corpo di un paziente come un oggetto traslucido e la radioterapia come il tentativo di illuminarne una parte interna (il tumore) lasciando il più possibile al buio tutto il resto (Sembra un' analogia del piffero, ma molta radioterapia dal punto di vista fisico è quasi esattamente così).
    La soluzione, come ovvio, non è sparare un unico 'faro' enorme e molto potente; quel che si deve cercare è invece la combinazione migliore di forma, numero, intensità ed orientamento di un gran numero di 'punti luce' di piccole dimensioni.
    Molti miglioramenti tecnici della radioterapia negli ultimi decenni consistono esattamente nella possibilità di aumentare il numero dei 'punti di luce' utilizzabili e di renderli più facilmente maneggiabili, in modo da adattarli alla forma e alle dimensioni dell'oggetto da illuminare, i.e., fuor di metafora, all'anatomia del paziente.
    Questo implica, ovviamente, essere in grado di identificare con una notevole accuratezza il volume da colpire e quello da evitare durante tutto il corso del trattamento, nel quale l' anatomia del paziente può cambiare. E' ovviamente inutile essere in grado di irradiare un punto dello spazio con accuratezza millimetrica quando poi si individua l'area da colpire con errori intorno al centimetro (e non sto dicendo numeri a caso).
    L' identificazione accurata ed il monitoraggio nel tempo del cosiddetto 'volume bersaglio' sono problemi enormi, che non si dovrebbero liquidare in due righe, ma che non tratto altrimenti non si finisce piu'. E' bene però ricordarsi che esistono, eccome se esistono.
Di tutti e tre i metodi, l'avrete già capito, il terzo è quello con il quale i fisici hanno maggiormente a che fare, ed è anche quello su cui mi concentrerò. Non che gli altri due non siano interessanti ed importanti, anzi, ma fanno più propriamente parte del lavoro del medico.
Per questo giro basta così: la prossima volta passerò a descrivere le procedure e gli strumenti utilizzati nella pratica clinica per irradiare i pazienti.

Così scrisse Marco il 21.03.05 20:01 | TrackBack
Commenti

qua si vede la differenza tra un fisico medico e un fisico non medico: l'avessi scritto io, la Curva di Bragg sarebbe comparsa al secondo rigo. (mentre invece qui, estrapolando, mi sa che se comparira' sara' verso la nona puntata...)

Scritto da: dr.psycho il 21.03.05 21:04

(a beneficio degli altri lettori: il commento qui sopra e' un complimento.)

Scritto da: dr.psycho il 21.03.05 21:05

"Immaginate il corpo di un paziente come un oggetto traslucido e la radioterapia come il tentativo di illuminarne una parte interna (il tumore) lasciando il più possibile al buio tutto il resto"

Non si può passare per la quarta dimensione?

(e qui si nota la differenza tra un fisico e un wannabematematico)

Scritto da: Stefano il 21.03.05 21:08

oh, dovrei aspettare qualche altra puntata per dirlo, ma sembri bravino.

Scritto da: Giorgio il 21.03.05 21:50

ok, sino a questo punto ho capito. in questo momento sono in ricreazione

Scritto da: milton il 22.03.05 08:11

"Tu hai visto la Luce?". "Sì! Ho visto la Luce!"
(John Belushi, The Blues Brothers).
Illuminante!

Scritto da: Silvio il 22.03.05 08:56

Non ci posso fare niente, ma mi viene in mente Daskalos, un guaritore e maestro cipriano morto qualche anno fa. Compieva quello che chiamiamo miracoli e spiegava una tecnica particolare (tra molto altre da lui adoperate) dove si crea una palla di luce molto intensa viola (se mi ricordo bene) con quale si brucia molto attentamente il tumore, senza daneggiare i tessuti circonstanti.
Ci vuole un po' di doti, insomma. Ma diceva che spesso i cancri così eliminati dopo un po' ritornavano.

Scritto da: ste il 24.03.05 21:31

> Ma diceva che spesso i cancri così eliminati dopo un po' ritornavano.

ma guarda.

Scritto da: dr.psycho il 24.03.05 22:21

Una discussione tra ste e psycho sarà sempre difficilotta ;-)
Il fatto che i cancri ritornino spesso (che poi 'spesso' è una misura spannometrica) non è sempre un discrimine tra tecniche più o meno scientifiche, visto che purtroppo anche le seconde in alcuni casi hanno dei tassi di successo davvero scoraggianti.
Detto questo, ho deciso di fare il fisico medico e non il seguace di Daskalos.

Scritto da: marco il 25.03.05 14:30

Non si escludono mica le due vie :-)
Il "mondo" di Daskalos (che coincide con quello di Steiner) è stato reso pubblico da un professore della Università di Maine (http://www.ume.maine.edu/~SOC/markides.html).

Mi pare che passiamo un periodo dove sempre più tecniche una volta mentali vengono "modellati" con la tecnica. Come le calcolatrici o le fotocamere che sostituiscono la memoria visiva che una volta s'aveva.

Scritto da: ste il 26.03.05 19:52
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