08.02.04

A metà del guado.

Giuseppe Granieri riprende la discussione sull'utilità di ridefinire un rapporto tra produzione, critica e fruizione di cultura (sia essa in forma di libro, disco, film o quant'altro) al momento molto cristallizzato, nel quale i critici costituiscono spesso un mondo a sè stante, più interessato alla critica in quanto tale che all'oggetto della critica (la famosa autoreferenzialità, che evidentemente è un virus molto diffuso).
Il risultato, secondo Giuseppe, è una critica che perde di autorevolezza non dicendo niente di significativo nè agli scrittori nè ai (potenziali) lettori.
Il discorso può essere facilmente esteso ad ambiti diversi dalla cultura, essendo il malfunzionamento dei meccanismi di attribuzione e riconoscimento di autorevolezza un problema generale, oltre che intricato assai.

Giuseppe sostiene da tempo, sia scrivendo sia lavorando a strumenti come il Blog Aggregator, che il modo per sbloccare questo meccanismo è, in sostanza, aiutare i fruitori a diventare critici e a trovare un pubblico, per quanto piccolo, di lettori.
Quest'idea, che è ovviamente più articolata di quando abbia appena sintetizzato, è più che condivisibile ma si deve fare attenzione che non diventi un'arma impropria in mano a chi, spesso in mala fede, coltiva la mistica della 'ggente, la retorica delle 'persone comuni' che nella loro semplicità/ingenuità sarebbero più affidabili dei professori imparruccati.
I critici che si fanno casta devono trovare pane per i loro denti nella forma di lettori che ribattono, nei limiti del possibile, a tono, non in gente che pensa di reagire a questo problema dando il largo alle sensazioni di stomaco o alla prima cosa che viene in testa. O meglio, quello è un modo per reagire, ma anche un ottimo sistema per finire dalla padella della critica fine a se stessa alla brace di qualche furbo pronto a sfruttare il nostro desiderio di farci guidare dalla pancia (o di andare dove ci porta il cuore, che è la stessa cosa detta con parole diverse).
Mi sembra quindi utile sottolineare due aspetti:
- Rompere meccanismi irrigiditi di attribuzione di autorevolezza è tanto più possibile quanto più gli outsider sono in grado di proporre argomentazioni convincenti non tanto perchè facili da capire ma perchè qualitativamente paragonabili a quella di un buon professionista.
Questo si porta dietro il problema non banale di come individuare il 'qualitativamente paragonabile' senza cadere nel qualunquismo dell' 'Ognuno ha le sue opinioni' o nella semplificazione 'Ti dico io cosa è fuffa e cosa vale'.
- E' importante evitare un'inversione per cui il lettore 'qualunque' assume l'autorità che una volta era propria del 'critico patentato' o dell'esperto. La retorica dell'uomo qualunque, molto in voga di questi tempi, non ha bisogno di qualcuno che le faccia anche involontariamente da altoparlante. Se una persona fa di mestiere il critico letterario, il fruttivendolo, il giornalista o il politico, è necessario attribuirgli a priori più competenza media nel suo campo di una persona qualunque. Competenza non vuol dire nè infallibilità nè buona fede, ma questa attribuzione è necessaria fino a (ripetuta) prova contraria. Non farlo, e agire coerentemente a questo atteggiamento, sarebbe disastroso. La cosa è talmente ovvia che non bisognerebbe nemmeno scriverla, ma mi sembra che di tanto in tanto la si dimentichi.

Così scrisse Marco il 08.02.04 14:58
Commenti

Questo è proprio il genere di cosa "ovvia" che, invece, mai come adesso va detta, ripetuta e ribadita.
Per motivi ovvi. :)

Scritto da: lia il 09.02.04 20:12

Grazie per non avermi confortato sul fatto che non stavo solamente friggendo aria :-)

Scritto da: Marco il 10.02.04 20:56

mon smour, tu non friggi mai aria ;OP
sono dai miei a cena, chiamami

Scritto da: comidademama il 12.02.04 18:53