23.08.03

The smart side of finance.

Una delle cose più interessanti di Internet è che ogni tanto ci si imbatte per caso in siti che mai si sarebbero cercati, in cui si parla di cose e mondi apparentemente lontanissimi, che in realtà si rivelano molto più interessanti di quanto si sarebbe pensato.
L'anno scorso, per esempio, mi è capitato di leggere un breve saggio sul New Yorker ("Blowing up"), nel quale si raccontava la storia di tal Nassim Taleb, una delle migliaia di persone che si occupano di finanza a New York. La prima originalita' di Taleb, a quanto pare, e' quella di avere una strategia di investimento totalmente opposta a quella della maggioranza. Da quel che ho capito, la maggioranza degli investitori accettano una bassa possibilita' di fare crack ("blowing up") in cambio di una ragionevole possibilita' di piccoli guadagni ripetuti. Quanto sia basso il rischio e quanto profondo sia il crack e' un argomento di discussione, ma le caratteristiche della strategia sono quelle. Taleb invece pensa sia meglio evitare la possibilita' del crack al prezzo di una probabilita' piu' alta di piccole perdite ("bleeding").
Se il problema fosse tutto li', me ne fregherebbe poco: io non lavoro nella finanza, non ho soldi da investire, e quindi sono tutti fatti loro.
In realta', queste due posizioni nascono da due opinioni totalmente diverse riguardo alla conoscenza e alla modellizzazione degli andamenti finanziari. E qui vengono le cose interessanti.

Taleb sostiene che l'approccio tradizionale agli investimenti parte da un'eccessiva fiducia nella capacita' di capire e prevedere i trend del mercato, peraltro amplificata da alcuni atteggiamenti psicologici tipici di chi investe.
Questa sua posizione e' spiegata nelle bozze di due articoli pubblicati sul suo sito personale (uno, due). Gli articoli sono secondo me molto interessanti dal punto di vista metodologico, in particolare di come una persona si pone di fronte alla modellizzazione di una realta' complessa come i mercati finanziari partendo dalla riesamina di alcuni principi di base apparentemente indiscutibili.
Se la cosa vi interessa, e' molto meglio che vi leggiate direttamente i due pezzi, ma io qui sotto provo a fare un microriassunto.
Da un punto di vista di modellizzazione dei mercati, a suo parere, e' ancora tutto da dimostrare che gli andamenti siano di fatto prevedibili, ovvero non e' affatto scontato che siano tali per cui, a partire dalla casistica che si ha finora, si possa derivare una distribuzione sufficientemente stabile da prevedere bene il futuro. Per essere piu' precisi, Taleb sostiene che la distribuzione degli eventi sia piu' asimmetrica e abbia 'code' piu' alte di quanto non si pensi.
La conseguenza pratica e' che la probabilita' di eventi 'catastrofici' ("blowing up") e' assolutamente sottostimata dagli attuali modelli, anche perche' e' tutto da vedere se questa modellizzazione si possa fare o no. Questo problema e' affrontato nel primo articolo in modo didattico, prendendo alcune distribuzioni ipotetiche (una gaussiana, una gaussiana + una distribuzione di Poisson, e cosi' via) e facendo vedere come, appena la situazione non e' banale, il problema di un modello funzionante diventa quasi intrattabile.
Questo porta ad una conclusione abbastanza conservativa, per cui, fino a che c'e' la possibilita' teorica che i mercati seguano uno sviluppo piu' complesso di quello che si pensa ora, bisognerebbe avere approcci all'investimento che siano protetti dal crack. Da qui la sua preferenza per l'approccio "bleeding" verso l'approccio "blowing up". Il secondo articolo cerca invece di capire se non ci siano ragioni psicologiche per il fatto che la gente preferisca in generale la seconda strategia alla prima. La risposta, per quanto abbozzata, sembra stare nel fatto molto semplice, e confermato da alcuni studi, per cui le persone sono in generale piu' sensibili al cambiamento della loro ricchezza che al valore assoluto della ricchezza stessa.
Cercando di utilizzare queste informazioni per qualcosa non strettamente legato al mondo della finanza, mi sembra interessante vedere come anche in questo ambito ci sia un problema evidente di distinguere la mappa dal territorio, cioe' di non illudersi che il modello creato per descrivere la realta' non abbia dei 'buchi' che lo rendano vulnerabile in alcuni punti, di tendere a dimenticare che e' stato costruito con tecniche di per se' perfettamente funzionanti, ma forse sviluppate in ambiti piu' 'protetti' e meno complessi, e che quindi non possono essere troppo tirate per i capelli, altrimenti si rompono.
Così scrisse Marco il 23.08.03 23:07

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