Mezza maratona di Verona

In questi mesi ho corso con una costanza forse mai raggiunta negli ultimi 25 anni e gli allenamenti sono filati lisci senza intoppi (cosa tutt’altro che ovvia) a parte giovedì sera, quando alla fine di una sgambata senza pretese un polpaccio si è quasi bloccato.
Acciacco da poco che però arrivava a circa due giorni dalla mezza maratona di Verona,  provocando tre serate di malumore e dubbi in cui ho recitato la parte della drama queen nella stanzetta di friendfeed dedicata ai corridori. Sabato pomeriggio dopo una prova timida ho deciso di andare a Verona anche se il polpaccio non era del tutto a posto.

Ieri mattina, routine pregara (prendere il pettorale, cambiarsi, posare la borsa che ritroverò all’arrivo, etc.) con in più il piacere di condividere parte del riscaldamento con Marcello e Sergio, fin qui conosciuti solo via Internet.
C’è una discreta folla (5200 iscritti), ma il tempo dello scorso anno (1h24′) mi permette di partire nel primo gruppo, riducendo gli intasamenti alla partenza. Quando siamo ammassati a pochi minuti dal via, un africano si fa gentilmente strada per arrivare davanti e partire in prima fila. Siccome ha un pettorale senza numero e solo un nome (Ndiwa) capiamo che è uno di quelli forti davvero e lo lasciamo passare volentieri, pensando “Questo dopo 300 metri ci ha già staccato di brutto. Lo ritroveremo all’arrivo, magari sul podio”.
Tornando alla gara di noi esseri umani, mi son detto che se son qui tanto vale correrla senza remore, agganciando da subito i pacemaker di 1h25′ e rimanendo con loro per 5-10Km. (I pacemaker sono corridori con il compito di fare un passo costante per aiutare chi avesse un obiettivo cronometrico preciso).

Partenza un filo caotica, dopo circa un Km e mezzo siamo sgranati e corriamo senza darci fastidio. Il passo mi porta a superare i pacemaker prima del previsto e penso “Intanto mettiamo fieno in cascina”. Trovo un ritmo regolare, al Km 5 c’è il primo passaggio davanti all’Arena e tutto procede bene: il polpaccio mi dà un piccolo fastidio che continuerà per tutta la gara senza peggiorare, sto correndo bene senza avere l’impressione di tirarmi il collo e nonostante questo supero parecchi che hanno esagerato all’avvio. Verso il Km 6 si attraversa l’Adige in uno dei molti ponti della gara e vedo passare in senso opposto Ndiwa, che è primo, va come un treno e ha già fatto il vuoto.

Al Km 10 sono passati poco meno di 39′, sono circa un minuto più veloce del previsto e devo stare attento a non esagerare. Se solo evito cali eccessivi riuscirò a migliorare il tempo del 2012, per cui punto a mantenere il ritmo fino almeno al Km 16, dove l’anno scorso c’era l’ultima salitella. Piccolo inciso: per chi cerca di correre forte Verona NON è in piano. Ve lo assicuro.

I chilometri tra il decimo e il quindicesimo sono a tratti faticosi soprattutto per la testa: hai fatto più di metà strada ma la fine è ancora lontana, le gambe girano bene ma non son più freschissime, bisogna avere pazienza e ‘stare lì’. Poco prima del Km 15 un corridore del mio gruppetto piazza un allungo deciso di quelli che ti chiedi “Ma questo che fa?”. Poche decine di secondi e capiamo: è un partecipante della staffetta mista che sta finendo la frazione. Tra l’altro, sento dallo speaker, è il primo della gara, per cui immagino lo sforzo per aumentare il distacco dal secondo, peccato che la sua partner non si faccia trovare al cambio e lui passi momenti di purissima frustrazione a guardarsi intorno e chiedersi dove diavolo si sia cacciata. Facile immaginare una piccola discussione post-gara.

Passato il curioso intermezzo, arriviamo al Km 16, dove pensavo le pendenze fossero finite. Peccato che il percorso cambi rispetto a un anno fa e dietro la curva ecco un’altra salitella la cui vista improvvisa mi fa borbottare un “Ma vaff…” (oh, non si può essere sempre dei principini). Per quanto siano meno di 100 metri di pendenza ragionevole, è più di un’ora che sto spingendo e per un attimo temo di esaurire le energie residue. Per fortuna non è così e nella discesa successiva recupero gambe e fiducia.

Verso il km 19, all’ennesima curva secca, sento arrivare un fastidio al piede sinistro (scoprirò che è una vescica) causato forse dal polpaccio acciaccato che mi fa correre un po’ storto.
Una parte di me dice che ora è solo questione di qualche minuto di resilienza, un’altra pensa che se il traguardo facesse qualche passo nella mia direzione, dopo tutti quelli che ho fatto verso di lui, non mi farebbe schifo. Al milionesimo ponte supero un’atleta che arriverà quarta tra le donne e che da quasi 10 Km avevo preso come punto di riferimento. La sento respirare come se stesse correndo una gara di mezzofondo, altro che la mezza maratona, evidentemente anche lei è abbastanza cotta, ma ormai ci siamo: si è in centro a Verona, carosello tra il pubblico in piazza Bra, passaggio nell’Arena, mi rendo conto che posso chiudere la gara sotto 1h23′ e chiedo un ultimo piccolo sforzo alle gambe, che me lo concedono (grazie). Ultima minisalita in uscita dall’Arena, ultima curva ad angolo retto et voilà, l’arrivo.

Dopo qualche secondo in cui sento soprattutto la fatica subito arriva la soddisfazione per averci provato nonostante l’acciacco e per aver tirato fuori una gara corsa bene, con la giusta combinazione di fatica e divertimento. Sulla linea del traguardo il cronometro dice 1h22’32″, un tempone per me, non certo per Ndiwa che, arrivato venti minuti prima, forse è già uscito dalla doccia.

2 thoughts on “Mezza maratona di Verona

  1. Complimenti, per l’articolo pieno di sensazioni vere, e per la tua performance, forse il fastidio al polpaccio ha richiesto più impegno e alla fine ti ha premiato…come direbbe qualcuno “non tutti i mali…”
    Ciao

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