Letture per il sabato – 10 Settembre 2010

Lo Shabbat è una bella invenzione (un amico dice che è un vero e proprio colpo di genio) anche per chi non è credente.
Al di là dei riti specifici (e di quelle che per noi sono vere e proprie stranezze) del sabato ebraico, trovo sana l’idea che per un giorno si rinunci all’agire sul mondo e, aggiungerei, ci si dedichi a qualcosa di diverso dagli altri sei giorni della settimana.
I miei tentativi di Shabbat sono stati per ora pochi e solo parzialmente riusciti (uno degli intenti sarebbe anche non toccare computer e telefono), ma continuo a provarci.

Nello Shabbat ebraico non mancano la lettura e lo studio; per quanto mi riguarda, il rischio di cadere in more of the same rispetto al resto della settimana è alto, tuttavia anche qui vorrei provarci e condivido tre letture (in realtà uno è un ascolto) che intendo fare.
E’ materiale nuovo anche per me, per cui non garantisco sui contenuti, comunque mi sono segnato queste cose:
- ‘Coltrane, Jimi Hendrix, Beethoven and God’ di Brad Mehldau, pianista jazz che ho scoperto cimentarsi anche con la scrittura.
- ‘His Glory and His Curse’, recensione della New York Review of Books dell’ultimo libro di Franzen, di cui si parla molto (per quanto non è che sia un gran fan).
You look unfamiliar, intervista (audio) dello New Yorker a Oliver Sacks sulla ‘face blindness’, l’incapacità di riconoscere le persone a partire dal loro viso, di cui lo stesso Sacks soffre.

Buon fine settimana.

8 thoughts on “Letture per il sabato – 10 Settembre 2010

  1. Non vale, durante lo shabbat non è consentito accendere aggeggi elettrici per cui il tre non si può fare. Nemmeno le riviste sono consentite per cui il due nemmeno. E non sono sicura che si possano leggere cose diverse da letteratura ebraica riferita alla Torah, per cui salta pure il primo.
    (Mehldau però è cognome di origine ebraica ma non credo che valga…)
    :-)
    (E se leggi questo commento hai infranto un altro melachot)

  2. Lunga e impervia è la strada verso la kashrut e comunque sarò sempre un goyim

  3. ché poi in giugno un sabato sera, ma neppure tardissimo, nel quartiere ebraico di Londra trovare qualcuno che mi desse un’indicazione non è stata una cosa immediata. da allora mi chiedo se c’entrava il senso inglese della privacy, le mille scocciature della vita metropolitana (dove uno che ti chiede la strada vale la telefonata per proporti la nuovo mirabolante offerta della compagnia telefonica X) o qualche dettame religioso.

  4. @Giorgio: se non sbaglio al termine dello shabbat ci sono dei rituali religiosi per cui le persone sono in casa o alla sinagoga. Inoltre i più ortodossi hanno delle difficoltà a parlare con “persone non di religione ebraica” durante lo shabbat… Lunga, impervia e parecchio faticosa aggiungerei (anche se lo yiddish mi incuriosisce assai).

  5. @Marco ma la domenica poi lavori? :-) perché quella sarebbe la trasposizione dello Shabbat ebraico neh?

  6. La domenica non lavoro se non costretto, Shabbat o non shabbat, ma forse non ho capito la domanda.

  7. La mia idea di ‘Shabbat’ (virgolette d’obbligo in questo caso) è molto semplice e consiste nello sforzarsi almeno per un giorno di non perdersi nelle faccende in cui ci si perde per il resto della settimana.