The invention of air

Scienziato, politico, teologo, amico di Thomas Jefferson e Benjamin Franklin; questo (anche) era Joseph Priestley, persona senza dubbio importante ai suoi tempi che pero’ non avevo sentito nominare prima di leggere ‘The invention of air’.

Steven Johnson, che dopo ‘The ghost map’ infila un’altra storia interessante e ben scritta, prova a scrivere un libro su due piani, uno riguardo alle vicende di Priestley, l’altro in cui la storia e i tempi di Priestley diventano motivo (pretesto?) sia per ricercare proprietá comuni ai cambiamenti di paradigma in ambito scientifico sia per trarre una sorta di lezione valida anche ai giorni nostri.
Per quanto ci siano passaggi interessanti e forse rilevanti soprattutto per gli Stati Uniti riguardo ai rapporti tra politica e religione, la parte narrativa e’ la piú riuscita: Johnson ha senza dubbio studiato parecchio per scrivere il libro, che non e’ un saggio di venti pagine allungato a duecento, e la vita di Priestley e’ stata interessante e rocambolesca: scienziato autodidatta, poco metodico ma entusiasta sperimentatore, Priestley e’ vissuto in un’epoca in cui si poteva fare tutto da soli, dal porsi i problemi, al costruirsi un apparato sperimentale, all’interpretare i risultati.

Priestley non si faceva problemi di ‘alto’ e ‘basso’: ha inventato l’acqua gasata, ha scoperto che le piante producono ossigeno e assorbono anidride carbonica, ha lavorato come tutore di giovani rampolli, e’ stato finanziato da un consorzio di industriali, aveva le sue idee in ambito di fede e politica e non era timido nel comunicarle. Anzi, essendo dotato di parecchie qualitá ma non di diplomazia, gli scritti e i discorsi di argomento teologico e politico gli hanno procurato guai enormi, tanto da ritrovarsi con la casa bruciata in Inghilterra, essere costretto a fuggire in America, ipotizzare durante il viaggio in nave l’esistenza di quella cosa che conosciamo come la Corrente del golfo, giusto per non perdere tempo, stabilirsi a Philadelphia, salvo poi rischiare di essere imprigionato o cacciato anche dagli Stati Uniti per le sue posizioni radicali che, va detto, in ambito teologico tendevano sempre piú verso la stramberia.

E pensare che l’intelligenza di Priestley era piú che sufficiente per capire che fin che parli di scienza va tutto bene, ma se tocchi i fili di fede e politica prendi la scossa.
Peggio ancora se li tocchi insieme.

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