Nati per correre (perlomeno fino al prossimo infortunio).

Da una certa età in poi di solito sappiamo cosa ci piace e cosa ci riesce quasi bene. Io l’ho imparato almeno riguardo agli sport: le uniche attività in cui posso andare al di là del livello dello sportivo della domenica sono la corsa sulle lunghe distanze e l’arrampicata.
Forse è anche per questo che l’anno scorso ho ripreso a correre con regolarità: tre volte la settimana, all’inizio senza guardare l’orologio, poi progredendo fino a correre una mezza maratona con divertimento e in un tempo ragionevole rispetto alla quantità e qualità degli allenamenti.
Il 2011 è stato una sorta di rodaggio in cui mi son divertito e non son caduto nel circolo vizioso dell’allenamento allo scopo di non perdere l’allenamento (roba un po’ da malati, ma capita, oh se capita). Con il cronometro ho sviluppato un rapporto come la volpe e l’uva della fiaba (i.e. se vedo numeri che non mi piacciono non ci faccio troppo caso) e vorrei evitare l’ansia di guadagnare quella manciata di secondi, come se poi facesse chissà quale differenza.

In effetti le corse più divertenti escono fuori quando lascio che gambe, fiato e testa si mettano d’accordo, e pazienza se ogni tanto la cretinata scappa comunque (l’ultima è stata provare a correre un 10000 a un ritmo che la parte sensata di me sapeva essere troppo veloce, e dover lasciar passare 7500m prima di arrendermi all’evidenza.)

Qualche settimana fa la lettura di Born to run mi ha fatto chiedere se non sarebbe bello variare il gioco.
E’ una storia del giornalista americano Christopher McDougall che combina ultrarunning (follie tipo l‘ultramaratona del Monte Bianco), la tribù messicana dei Tarahumara e la teoria/passione/moda della corsa a piedi nudi.
I temi sono ad alto rischio di stereotipo: ci sarebbe posto per il mito del selvaggio (per cui i Tarahumara rappresenterebbero la purezza primigenia messa a rischio dall’uomo occidentale), un po’ di teoria della cospirazione (per cui le ditte di scarpe da corsa ci avrebbero convinto con l’inganno a comprare scarpe ‘protettive’ senza che ci sia la minima prova non solo della loro utilità, ma anche del fatto che non siano dannose) e tanto per non farsi mancar nulla anche un pizzico di ‘naturale=bello e giusto’ (per cui l’ipotesi che la capacità di correre lunghe distanze abbia rappresentato un vantaggio evolutivo della specie umana potrebbe tradursi in un’affermazione sulla necessità di correre tutti a piedi nudi qui e ora).
In realtà, McDougall si destreggia bene tra le insidie e, pur manifestando le sue preferenze, non scade nel fazioso.

In che modo Born to run può rendere più interessante il gioco della corsa?

Innanzitutto suggerendo che la corsa lunga (e lenta) sia un’attività che può dare soddisfazione anche ai non giovanissimi. Per quanto non sia il mio caso, sono sempre stato molto scettico sulla sensatezza di mettersi a correre a 40-50 anni, in particolare se non si è già in forma, ma comincio a conoscere più di un corridore che ha cominciato in età molto adulta.

I racconti di gare lunghissime per le montagne dell’Ovest statunitense e del Messico stuzzica la voglia non tanto di arrivare a quei chilometraggi, che continuo a ritenere insensati, ma di provare con più convinzione la corsa su terreni più vari (prati, boschi, montagne). Di solito non prendo in considerazione percorsi non asfaltati perchè della corsa mi piace anche il gesto in sè e sulla strada piatta con fondo regolare si arriva a una bella fluidità di movimenti, difficile da ottenere in altre situazioni. In più, la salita anche dolce rende molto difficile trovare un ritmo di corsa prolungata a basso ritmo (quella, per intenderci, in cui puoi parlare mentre corri).
D’altra parte, è vero che a correre sempre su strada, e perlopiù sulle stesse strade, c’è il rischio di sentirsi criceti su una ruota solo un po’ più grande del solito. L’ideale sarebbe avere una prateria dietro l’angolo, ma non è il mio caso, per cui cercherò di scovare percorsi di ‘trail running‘ (così lo chiamano gli anglofoni) con un ragionevole compromesso tra il trovarsi in mezzo al verde e continuare a muoversi in un modo che possa definirsi corsa. Giusto oggi, grazie ad Andrea Beggi sono venuto a sapere di percorsi sull’Alpe di Siusi che val la pena provare.

Da ultimo, c’è la curiosità per la la corsa ‘minimal‘, i.e. un correre il più possibile fedele all’anatomia e alla biomeccanica degli esseri umani, fino al limite di non usare le scarpe. Su questo ho la fortuna di essere ben avviato, in parte perchè molto leggero (e quindi non bisognoso di grandi ammortizzazioni), in parte perchè l’esercizio e l’uso delle scarpette chiodate in gioventù mi hanno insegnato a correre sugli avampiedi, evitando l’atterraggio sul tallone. Da lì alla corsa a piedi nudi o con diavolerie tipo five fingers ne passa parecchio, ma intanto la strada è quella.

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Stato borbonico

Oggi ho compilato una richiesta di rimborso in cui si esigeva una marca da bollo da 1.81 euro nel caso in cui l’ammontare del rimborso fosse superiore a 77.47 euro. Mai vista roba del genere.

Ulteriore tocco d’assurdo: l’importo della richiesta era di poco superiore al limite, per cui, tenendo conto del costo della marca da bollo, alla fine incasserò una somma inferiore alla soglia per il pagamento della marca stessa.

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Ritrovato Habtamu!

Sollievo

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Appello per Habtamu.

Due nostri cari amici stanno cercando il figlio adottivo Habtamu (13 anni), di origini etiopi, sparito di casa 4 giorni fa. La situazione è grave: dalle poche tracce del telefono cellulare pare che Habtamu sia in Sud Italia (Calabria o Campania), probabilmente con l’intenzione di imbarcarsi per il Nord Africa, per cui è importantissimo rintracciarlo prima che la situazione si complichi ancora di più.

Per favore date diffusione a questa notizia.

Qui l’appello dei genitori, con informazioni per i contatti.

Qui un articolo di corriere.it, non aggiornatissimo.

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This American Life

Ogni tanto faccio piccoli donazioni a iniziative e programmi online che trovo interessanti. Sono offerte una tantum, con un’eccezione: This American Life, programma settimanale di storie raccontate per radio che mi piace ringraziare ogni anno.
Se non lo conoscete, provate a sentirne una puntata (un consiglio per mettervi di buon umore in vista del periodo natalizio? Nobody’s family is going to change).
Se già lo seguite, perché non dare una mano a mantenere gratuito l’accesso a streaming e podcast.

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Questi son bravi. tUnE-yArDs

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Da NPR Tiny Desk Concert.

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Montag a Singapore /1

Beijng meets Zurich meets Miami.
Questa, in estrema sintesi, l’impressione (molto di pelle) di Singapore, città gradevole, che capisco possa attrarre alcuni, ma che non mi ha detto granché.
Certo fa piacere passeggiare in maniche corte a Dicembre (per quanto l’umidità possa essere opprimente), certo tutto è lindo e funzionante, certo c’è quell’andirivieni che ti fa pensare a un posto vivo (soprattutto se arrivi da Trento).
Rimane però l’impressione di essere un posto senza una sua impronta: se ti bendassero, ti trasportassero a Singapore e ti chiedessero dove sei scegliendo tra cento altri posti del mondo, sapresti rispondere?

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Montag a Singapore /0

Venerdì parto per una settimana a Singapore, posto che mi aspetto bello e terrificante allo stesso tempo.
Sarò lì per lavoro ma spero di riuscire a vedere qualcosa e magari raccontarla da queste parti.
Per cominciare, nel viaggio leggerò un pezzo di Gibson dal titolo inequivocabile: “Disneyland with the Death Penalty”.

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‘I didn’t have a manifesto. I had some discontent.’

William Gibson si racconta in una lunga intervista, spaziando dall’infanzia in un paesino della Virginia alla vita adulta a Vancouver, dalle fortune scolastiche alterne agli scrittori di riferimento, dai primi passi della carriera di scrittore all’invenzione per esigenze narrative dell’ambiente che ora conosciamo come cyberspace.

INTERVIEWER

Where did cyberspace come from?

GIBSON

I was painfully aware that I lacked an arena for my science fiction. The spaceship had been where science fiction had happened for a very long time, even in the writing of much hipper practitioners like Samuel Delany. The spaceship didn’t work for me, viscerally. I know from some interviews of Ballard’s that it didn’t work for him either. His solution was to treat Earth as the alien planet and perhaps to treat one’s fellow humans as though they were aliens. But that didn’t work for me. I knew I wouldn’t be able to function in a purely Ballardian universe. So I needed something to replace outer space and the spaceship.

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Non solo Fossati

Anche i R.E.M. hanno deciso di farla finita. Qui un’intervista non scontata a Michael Stipe.

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