11.03.10
It's soooo 2003.
Arriva il momento in cui ti dici: 'sto blog, o ne faccio qualcosa oppure tocca sopprimerlo. Lasciarlo a prendere le ragnatele non è bello.Quand'è arrivato Friendfeed ho pensato: bene, su ff scrivo di getto e il blog lo riservo ai contenuti più meditati. Dieci post in dieci mesi sono lì a suggerire che l'idea per cui sarei persona riflessiva andrebbe un filo riconsiderata.
Rimane il fatto che scrivere en plein air sul blog continua a interessarmi e che su friendfeed ogni tanto l'aria è viziata, per cui torno alle origini, pubblicando soprattutto qui.
Mi aspetto saranno soprattutto brevi segnalazioni spesso slegate l'una dall'altra, ma almeno per un po' mi va bene così.
Se andrà bene anche ai pochi che ancora leggono queste pagine lo vedremo cammin facendo.
09.01.10
Murakami Haruki - L'arte di correre
Qualche mese fa un amico biologo con cui ero finito a parlare di sport mi disse con tono semiserio: 'La corsa lunga? Son mica matto. E' contro natura. L'uomo ha imparato a correre per raggiungere l'albero piu' vicino e scappare dalle bestie feroci. Velocita' pura, altro che maratona'.Anche se la teoria di cui sopra fosse campata in aria, certo e' che la corsa e' uno sport molto frainteso e altrettanto detestato. Il fraintendimento nasce dall'idea che correre sia un modo accessibile a tutti per stare meglio e magari perdere qualche chilo, mentre e' un'attivita' che si addice a chi e' di suo abbastanza leggero, vicino al peso forma e possiede gia' una discreta forma fisica. In caso contrario, tempo qualche settimana e il malcapitato va a ingrossare le fila di quelli che 'Correre fa male'.
Per me, passata la fase agonistica in cui correre bene voleva dire correre veloce, la corsa e' un esercizio fisico di intensita' media, in cui non devo concentrarmi sulla fatica o sul gesto, ma posso lasciar andare la testa per i fatti suoi mentre le gambe girano in automatico. Se c'e' il sole, esco e mi godo la vista delle montagne, se piove rimando al giorno dopo e non muore nessuno. Ogni tanto mi prende il ghiribizzo di allenarmi sul serio, poi la fatica e la costanza necessarie ad ottenere risultati appena decenti mi fanno desistere. Tu chiamala, se vuoi, la volpe e l'uva.
Altri la prendono come una medicina: Murakami Haruki, che di mestiere fa lo scrittore e si applica con metodo al proprio lavoro per diverse ore al giorno, considera lo scrivere un'attivita' faticosa e difficile che obbliga ad esplorare zone buie e problematiche della psiche, da cui il bisogno di compensazione tramite un esercizio altrettanto regolare e rigoroso che aiuti a ripulire la mente e che lui ha trovato nella corsa, interessante non tanto come attivita' in se' ma come esercizio di disciplina. Lo stereotipo del giapponese che va avanti finche' schianta e' troppo facile, ma i racconti delle maratone di Murakami, vero adepto del 'No pain no gain', fanno di tutto per suggerirlo. E' opinione diffusa che in ogni maratona si attraversi un momento di grande difficolta', in cui vale la pena stringere i denti perche' poi la situazione migliora; sta di fatto che Murakami sembra spesso trattare il proprio corpo come un mulo recalcitrante bisognoso di nerbate e che questi racconti di muscoli duri e gran fatica non invitano a calzare le scarpette e fare una sgambata.
L'arte di correre, se c'e', me la figuro diversa.
28.12.09
Spingendo la notte più in là - M. Calabresi
Stavo scrivendo un post, poi sono finito in una discussione su FF e le mie quattro cose le ho dette li'.30.11.09
Essere parte del problema, più che della soluzione.
Nella microporzione di Internet che frequento, ha avuto qualche eco oggi la lettera aperta in cui Pier Luigi Celli, con fare affranto, invita il figlio ad abbandonare dopo la laurea un'Italia rissosa, individualista e disonesta.
Una lettera del genere, ripulita dalla retorica, ci può anche stare, a patto che l'autore non sia Pier Luigi Celli , membro dell'establishment che parla come uno che ha vissuto gli ultimi decenni in totale isolamento dai circuiti decisionali, non certo facendo il direttore generale della Rai o della Luiss.
Delle due l'una: o Celli é in malafede, o non si rende conto che il bersaglio della sua lettera é un mondo creato anche e soprattutto da persone come lui, responsabili dello sfascio in cui ci troviamo o perchè l'hanno costruito in prima persona o perchè non hanno saputo contrastare gli sfasci altrui.
La retorica per cui a un grande potere nominale spesso corrisponde un piccolo potere sostanziale la lascio ad altri: la constatazione è in parte vera, ma rimane una bella differenza fra l'usciere della Rai, o il ricercatore a contratto della Luiss, ed il direttore generale.
Celli da più di vent'anni frequenta con regolarità i piani altissimi delle aziende, ricavandone potere e bei soldoni: non mi pare troppo chiedergli in cambio la capacità di (diciamo così) patire in silenzio le sue apprensioni di genitore.
29.10.09
Making sense of a big mess
Negli ultimi mesi ho speso più di una serata seguendo a spizzichi e bocconi la discussione sul sistema sanitario statunitense.Perchè? Perchè, visto che vivo in Italia e non mi occupo per mestiere di politiche sanitarie, sto dietro a queste faccende?
Le ragioni sono almeno tre:
1. Gli Stati Uniti stanno cercando di affrontare un problema, i.e. come garantire una sanità decente senza andare in bancarotta, che accomuna tutti i paesi ricchi. Tutti. Conoscere le scelte altrui tornerà utile quando in Italia decideremo di togliere la testa dalla sabbia e (ri)discuteremo di sanità.
2. La quantità e qualità di materiale prodotto negli USA per alimentare la discussione pubblica, in questo caso sui problemi della riforma sanitaria, è ragguardevole. Sto parlando di contenuti accessibili forse non a tutti ma comunque a una schiera molto più ampia di quella degli addetti ai lavori. En passant, mi chiedo cosa si leggerebbe sui media italiani in occasione di discussioni analoghe.
3. Passata (da tempo) la fase in cui su molte cose adottavo un punto di vista riassumibile in "teoria=il giusto il bello il buono, pratica=quella roba brutta che non vuole adattarsi alla teoria", ora trovo molto più interessante vedere come le due cose interagiscano, nel bene e nel male. La pianificazione e poi la concretizzazione su larga scala della sanità fornisce esempi a iosa da questo punto di vista.
Pipponi a parte, forse vi interessa sapere che This American life ha dedicato due puntate recenti ai problemi della sanità made in USA:
- la prima tocca/sfiora molti argomenti (screening, incentivi economici dei medici, rapporto medico-paziente, evidence based medicine, la medicina come un prodotto pari a mille altri) ed è una buona introduzione ai problemi della sanità tipici di un Paese in cui il problema principale della popolazione non è mettere insieme il pranzo con la cena.
- la seconda è un bel viaggio nel mondo tragicomico delle assicurazioni sanitarie (non solo per esseri umani, ma anche per animali domestici), nel quale tra l'altro si suggerisce che uno dei meccanismi proposti nella riforma, i.e. favorire la concorrenza in campo assicurativo, non e' ovvio che funzioni, perchè in questo momento, secondo alcuni, il primo oligopolio da combattere sarebbe quello degli ospedali.
09.10.09
Slowly but surely
Forse che, Obama o non Obama, riforma o non riforma, qualcosa stia davvero cambiando nella sanità statunitense?La scorsa settimana ero a un congresso di proton terapia con massiccia presenza dagli Stati Uniti, che, con Giappone e PSI, rappresentano il passato ed il presente di questa tecnica di trattamento (sul futuro anche l'Europa dirà la sua).
La terapia con protoni è oggetto da qualche anno di una certa attenzione negli Stati Uniti, sia perchè alcuni centri non esitano a farsi pubblicità, anche con promesse un filo discutibili, sia perchè questa modalità di trattamento è un buon esempio di come la medicina attuale si debba relazionare con un'evoluzione tecnologica che promette oggetti tecnicamente sempre migliori, anche se (inizialmente) quasi sempre più cari, e che sforna innovazioni su tempi molto più brevi di quelli necessari a valutarne l'effettivo beneficio clinico.
Il trattamento con protoni del tumore prostatico in fase iniziale è uno dei tipici esempi presentati nelle discussioni sui rapporti costi/benefici delle nuove tecnologie mediche, non solo tra tecnici ma anche sulla stampa mainstream.
Ebbene, in questo congresso, e per la prima volta da anni, più di uno speaker di centri USA ha dichiarato l'intenzione di trattare in futuro meno pazienti di prostata, privilegiando altre patologie; altri hanno manifestato l'intenzione di condurre trial randomizzati di confronto protoni vs. terapie convenzionali, in teoria una cosa ovvia da fare, in pratica un argomento tabù fino a 1-2 anni fa.
Intepretazione ottimista/idealista: la gente si è finalmente decisa a dare priorità ai pazienti per i quali i protoni possono fare una differenza significativa.
Interpretazione realista/cinica: il vento sta cambiando e la gente si adatta: se negli USA si cominceranno a valutare seriamente i rapporti costi/benefici in sanità, l'attuale incentivo economico ad erogare trattamenti 'semplici' di protonterapia (come spesso sono i casi di prostata) potrebbe svanire o ridursi significativamente.
Intendiamoci: non è che il trattamento con protoni della prostata sia il male, anzi: ci sono molte buone ragioni per cui un centro inizi la sua attività anche con questa patologia e per alcuni pazienti i protoni potrebbe fare la differenza: è però a mio avviso insensato motivare la costruzione di un centro di protonterapia a partire da mirabolanti business plan basati su quello che si rivelerà essere un artificio (temporaneo) del tariffario dei rimborsi.
In un'economia sanitaria come quella USA, la possibilità di promuovere cambiamenti nella giusta direzione dipende in massima parte dal sistema di (dis)incentivi a trattare alcune patologie piuttosto che altre:
Se ci sarà una ridistribuzione delle tariffe ragionevolmente allineata ai benefici clinici (attesi), sarà un bene per i pazienti e per la sostenibilità del sistema sanitario;
Se invece le correzioni saranno troppo pesanti e la protonterapia verrà penalizzata in quanto non supportata da risultati di 'evidence based medicine', rischierà di sparire, almeno negli Stati Uniti; in tal caso sarebbe una brutta notizia, perchè si ucciderebbe l'unica possibilità di erogare distribuzioni di dose davvero migliori di quelle attuali.
29.09.09
Tre link sulla sanita' USA.
Mentre negli Stati Uniti la discussione sulla riforma sanitaria e' lungi dall'essere conclusa, segnalo tre articoli letti nelle ultime settimane riguardo al sistema sanitario USA e alle sue possibili evoluzioni:
1. The cost conundrum, in cui Atul Gawande, medico/saggista molto conosciuto negli USA (qui un suo ritratto recente, ai limiti dell'agiografia), racconta la storia di due cittadine degli Stati Uniti agli opposti per quanto riguarda il costo e la qualita' delle prestazioni sanitarie.
Il pezzo di Gawande pare sia diventato una lettura consigliata da Obama al suo staff. Per chi non ha voglia di leggere e preferisce ascoltare, ecco un'intervista di Fresh Air a Gawande proprio su questo articolo.
2. Low Life Expectancy in the United States: Is the Health Care System at Fault?, lavoro di due ricercatori della Universita' di Pennsylvania nel quale dati relativi a malattie cardiologiche ed oncologiche negli USA vengono confrontati con dati analoghi di paesi il cui sistema sanitario gode di buona reputazione. La conclusione e' che, per quanto sia difficile legare in maniera univoca l'aspettativa di vita e la qualita' di un sistema sanitario, la ridotta aspettativa di vita degli USA non andrebbe imputata al sistema sanitario. Conclusione forse non attesa, per cui e' interessante leggere l'articolo, accessibile anche ai non addetti ai lavori, la cui argomentazione mi pare a prima vista ragionevole e ben motivata.
Per chi non intende sciropparsi le 40+ pagine, il New York Times ha di recente riassunto il tutto in una versione molto piu' digeribile.
Questa combinazione di mercato e controllo pare al momento funzionare in Olanda, mentre e' tutto da vedere se e come potrebbe funzionare negli Stati Uniti.
04.08.09
N. Eldredge - Ripensare Darwin
The Ancestor's Tale mi aveva lasciato la voglia di leggere qualcosa che si discostasse dai placidi lidi dell'esposizione di Dawkins, che ha molti pregi ma ti lascia il dubbio di aver nascosto sotto il tappeto gli aspetti problematici. E' vero che la teoria dell'evoluzione è un successo clamoroso della scienza moderna, ma quali sono i punti aperti, le discordie, i problemi da risolvere?
Grazie al consiglio di non so più chi (forse b.georg) sono arrivato a Ripensare Darwin, libro che almeno in parte ha soddisfatto le mie aspettative.
Eldredge, al di là di una prosa meno felice di quella di Dawkins, e della voglia di togliersi qualche sassolino dalle scarpe che a volte lo rende pedante, traccia un quadro problematico degli studi sulla teoria dell'evoluzione.
Tanto per chiarirci: rimaniamo nell'alveo dell'approccio proposto da Darwin, il creazionismo è lontano anni luce ed Eldredge ne prende le distanze più volte, a scanso di equivoci.
Ci sono però differenze non trascurabili tra le teorie di Eldredge (e Jay Gould) e coloro che in questo libro vengono chiamati ultradarwinisti (Dawkins in primis). Volendo riassumere la disputa (per come la vede Eldredge), gli ultradarwinisti propongono una teoria per certi versi molto semplice, in cui l'evoluzione della specie avviene con continuità durante il tempo ed in cui le dinamiche evolutive sono spiegabili come il risultato di una competizione tra individui (o cluster di geni) che puntano a massimizzare la probabilità di riprodursi.
Secondo Eldredge, invece, la stragrande maggioranza dei reperti fossili mostrano come le specie vivano periodi lunghissimi (milioni di anni) di stasi; la nascita di una nuova specie avviene in tempi (geologicamente) brevi, con processi discontinui, ed è quindi necessario approfondire i processi di speciazione, che poco interessano gli ultradarwinisti. Cos'è che fa nascere una nuova specie? Che condizioni si devono creare? Cosa innesca cambiamenti così rapidi?
Eldredge ritiene necessario studiare i processi evolutivi anche a livello di specie e di ecosistema, non solo di individui, ed è di idee diametralmente opposte a Dawkins riguardo al ruolo della riproduzione selettiva nell'evoluzione: in sostanza sono le condizioni ambientali a determinare la differenza di successo riproduttivo all'interno di una specie e nell'influenzarne quindi il cambiamento e l'evoluzione. Semplificando, quel che importa non è tanto capire come i geni abbiano 'escogitato' strategie riproduttive più efficaci dei loro concorrenti, ma quanto l'ambiente abbia di fatto 'facilitato' il successo riproduttivo di alcuni individui di una specie rispetto ad altri.
Riassumendo: vale la pena sciropparsi le duecento e fischia pagine di 'Ripensare Darwin'?
Se deve essere il vostro primo (e forse unico) libro sulla teoria dell'evoluzione, direi di no: mi orienterei su testi più didattici, tipo 'The Ancestor's tale'.
Se invece un'infarinatura l'avete, e non siete di quelli che si angosciano a saltare una pagina ogni tanto, capire il senso di 'Ripensare Darwin' senza perdervi nelle beghe accademiche di paleontologi vs. genetisti sarà utile a farvi un quadro meno schematico della discussione sulle teorie evolutive.
02.07.09
IQ atteso: sotto la media.
Per quanto l'intreccio tra politica e media non sia il mio pane quotidiano, per quanto uno provi ad intuire le possibili interazioni tra giochetti, trappoloni e parlare a nuora perché suocera intenda, per quanto, di conseguenza, quel che vedi scritto sul giornale dovresti decrittarlo come un geroglifico invece di leggerlo così com'è, penso rimanga lecito aspettarsi che l'accoppiata tra giornalista di quotidiano di grande tiratura (Maltese) e quasi enfant quasi prodige della politica italiana (Serracchiani), al netto di tutte le dinamiche di cui sopra, produca un risultato rispettoso dell'intelligenza del lettore quadratico medio, e invece ci ritroviamo una lista di domande da terza elementare ed una sfilza di risposte in cui trova un po' un periodo di più di tre righe, se sei capace.29.06.09
The Ancestor's Tale - Richard Dawkins
Non ho una grande passione per i 'Best of' o per le liste che ti suggeriscono le 10/100/1000 cose da (non) fare prima di laurearsi/sposarsi/figliare/morire.Se però un giorno il senso del ridicolo mi abbandonasse e mi mettessi ad elencare i libri che dovrebbero far parte di una biblioteca ben fornita, penso includerei 'The Ancestor's Tale'.
Perché?
Perché' l'evoluzione tramite selezione naturale è uno dei capisaldi della comprensione del mondo da parte degli essere umani e questo libro è un racconto a ritroso nel tempo, dai giorni nostri alle origini della vita sulla Terra, che permette di ricostruire il lavorio dell'evoluzione apprezzandone meccanismi, effetti e scale di tempo.
Dawkins è un ottimo didatta ed il suo (lungo) racconto è molto leggibile, grazie all'alternanza di pagine dedicate alla presentazione di principi generali con altre che esemplificano gli effetti dell'evoluzione in alcuni animali piuttosto che in funzionalita' specifiche (la vista, l'udito, la riproduzione, etc.).
La scelta di percorrere un cammino a ritroso nel tempo elimina alla radice la tentazione di interpretare l’evoluzione come un processo finalistico culminato nell’apparire della specie umana. Dawkins struttura la narrazione a tappe, andando ogni volta ad incontrare l'antenato comune più recente ('common ancestor', per il quale conia il neologismo di 'concestor') tra le specie di cui ha parlato fino a quel momento ed un altro ramo del regno animale o vegetale: dopo una breve introduzione, si parte quindi da Concestor 1, antenato comune piu' recente tra esseri umani, bonobo e scimpanzè, si prosegue a ritroso verso Concestor 2, antenato comune piu' recente tra Concestor 1 ed il ramo che porterà agli attuali gorilla, e così via, fino ad arrivare a Concestor 39, l'unione tra il ramo degli eubacteria e quello che porta a tutte le altre specie attualmente esistenti.
Volendo muovere una critica a 'The Ancestor's tale', si può dire che Dawkins ecceda a volte nell'intento apologetico; per quanto sia condivisibile il desiderio di rimarcare le numerosissime evidenze a supporto della teoria dell'evoluzione e di tirare frecciate ai creazionisti, non sarebbe stato male tracciare un quadro più problematico della disciplina. Inoltre, chi arriva da ambiti di scienza diversi dalla bio/zoologia noterà che le capacità predittive in senso stretto della teoria dell'evoluzione appaiono perlomeno ridotte: il fatto non costituisce reato, ma la stragrande maggioranza delle spiegazioni sono a posteriori, mentre quando si tratta di azzardare previsioni Dawkins rischia di finire nel campo minato delle profezie che si autoavverano.
Ciò detto, il libro rimane molto godibile e consigliato, rappresentando tra l'altro un bell'esempio di come combinare qualità, quantità ed accessibilità in un'opera di divulgazione.

